(677) Velina

La carta velina si usa per avvolgere o separare qualcosa dal resto. Quasi trasparente, la tocchi e si sporca e si stropiccia e si rovina, ma la si usa come protezione. Non lo so, forse lo vedo solo io, ma è una di quelle assurdità che è così da sempre e viene data per buona senza prendersi il disturbo di metterla in discussione.

Mi piacerebbe essere avvolta dalla carta velina, in questi giorni più che mai. Come fossi un oggetto prezioso e delicato, come se con quella protezione potessi passare incolume tra i giorni e le ore e i minuti… e questa stramaledetta afa.

Sì, mi lamento anch’io del caldo soffocante e senza tregua: sono sfinita.

Essere una velina non mi ha mai interessato – una fortuna visto che poteva rivelarsi la frustrazione più grande della mia vita – ma essere protetta da una sorta di mantello magico sì, sarebbe una figata.

Sto scrivendo queste idiozie a causa di una serie di giornate pesanti, di uno stramaledetto agosto che è soltanto agli inizi e io vorrei fosse già ottobre, quindi è molto probabile che a rileggere tutto questo tra un mese me ne vergognerò e magari farò le mie scuse, ma non sottovaluto mai quello che mi esce dalla testa e si deposita sulle mie dita quando sono stanca. C’è sempre qualcosa di fastidioso, di appiccicoso, di stordente e se esce significa che deve proprio uscire. Magari me ne accorgerò tra qualche mese, magari tra un anno, magari mai. Va’ a capire come mi funziona il cervello, e in fin dei conti chi se ne frega.

Questa cosa della velina, però, è semplice e diretta, è proprio così come l’ho scritta – senza dietrologia – e così dovrebbe essere letta. Parare i colpi che arrivano senza distinzione di sorta è sfinente. Davvero, vorrei una pausa. Il più lunga possibile. Grazie.

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(672) Ovvietà

Ultimamente ho cambiato idea: scansare le ovvietà è un gioco pericoloso, bisogna invece abbracciarle e diffonderle. Perché? Perché l’ovvio viene magistralmente ignorato dalla gran parte delle persone. Ci si sente superiori, talmente superiori che lo si cancella, si fa come se non esistesse, come se se ne potesse fare a meno. La conseguenza di questa scelleratezza è che si fanno cose e si dicono cose che partono da presupposti meravigliosamente fantasiosi e creativi, ma totalmente sballati. Come usciti freschi freschi da un rave di tre giorni sull’isola di Mokua con funghi allucinogeni chimicamente addestrati a spappolarti il cervello.

Certo, facciamo finta che ogni ovvietà sia frutto di un cervello troppo basic per noi, facciamo i fenomeni e raccogliamoci nel delirio.

In un solo colpo ci facciamo beffe dell’esperienza (è lei che ti permette di dare per scontato certe ovvietà), del buonsenso (che ti fa guardare alle conseguenze con occhio critico per mantenerne memoria), della cautela (visto che è ovvio, che lo sappiamo, e decidiamo non sia importante, tanto vale buttarsi a testa in giù nelle cose). Siamo un vero, abnorme, disumano disastro. Sul serio.

Noi voliamo troppo in alto per soffermarci sulle ovvietà. Noi capiamo ancor prima che l’ovvietà si estrinsechi su quel che sarà. Noi vediamo più lungo, sentiamo meglio, annusiamo le situazioni  ben oltre lo standard che affonda i comuni mortali. Noi siamo troppo avanti.

E potrei fare una lista infinita di ovvietà che dovremmo recuperare, ma sono davvero stanca e il caldo mi sta uccidendo, quindi la evito. Ovviamente ognuno di noi ne ha una di lista e ovviamente riprenderla in mano non ci farebbe male per rivalutare di tanto in tanto l’opportunità di ciò che vi abbiamo inserito. Ovviamente nessuno lo fa, ovviamente sarebbe una perdita di tempo, ovviamente noi sappiamo sbagliare meglio e senza bisogno di aiuto.

Ovviamente tutto questo non ha alcun senso e, ovviamente, non ce ne frega niente.

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(670) Quotidiani

Il quotidiano non è una passeggiata. Non intendo soltanto il mio, quello di tutti. Come siamo riusciti a complicarci l’esistenza in questo modo lo sa solo il Cielo – e forse pure lui s’è perso qualche pezzo qua e là. Ci rendiamo conto a malapena del tempo scandito dai nostri orologi con le ore che si intrecciano perché ci si sposta spesso e ci si sposta in fretta e ci si sposta sovrappensiero. Siamo sempre sovrappensiero, il corpo qui o lì e la mente sempre un po’ più in là. Dove non lo sa bene neppure lei, ma non si dà pace.

Le notizie che escono sui quotidiani sono come petardi che ti scoppiano in testa, non hanno mai effetti benefici, piuttosto provocano piccoli danni che una volta sommati ti sbattono giù a terra. Non riesco ad assorbire una tale valanga di informazioni e far finta di niente. Scelgo gli articoli che sono scritti meglio, dalle penne capaci di muoversi tra realtà e pensiero costruttivo. Non sono molte, ma quelle poche sanno dare sollievo.

Perché nella baraonda dei crucci quotidiani un po’ di sollievo ci è dovuto, parliamoci chiaro. Anche a sapere nei dettagli le motivazioni per cui il mondo sta andando a scatafascio come sembra, non è che ti vien voglia di salvarlo donandogli tutto te stesso, ma soltanto di alzare le spalle e girarti dall’altra parte. Perché? Perché è tutto troppo. Troppo, troppo, troppotroppotroppooooooo. Davvero troppo. 

Come fa il mio cervello a sopportare tutto questo troppo? Si estranea, se ne va, si fa giri interstellari per respirare un po’ meglio. Il ritorno è sempre obbligato e di malavoglia, si va in apnea e poi si riparte. Quando tutto è troppo non sai neppure da che parte prenderlo il problema, non hai mani abbastanza grandi, non hai braccia abbastanza forti, non hai pensieri abbastanza strutturati per farlo. Il troppo non ha limiti, noi sì.

Quindi scelgo quel tanto che basta a non trasformarmi in un alieno in visita sulla Terra, quel tanto che basta per non farmi asciugare ogni grammo di energia rimasta. Sì, perché il quotidiano non è mica una passeggiata. Per nessuno, neppure per me.

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(656) Elevazione

Quel tanto che basta per non farsi tirare dentro dalle cose e dalle persone che sguazzano nel marasma e hanno tanta voglia di includerti nei loro piani autodistruttivi. Ti fermi, inquadri la situazione, t’imponi di non vacillare, fai un bel respiro e poi ti elevi con un elegante: “Grazie, no”. 

Ok, se ti sembra un po’ troppo brusco – ma il tono della voce è tutto, ricordalo – ci si può mettere d’accordo cercando una frase più adatta. Quella che non ti provoca sensi di colpa, rimorsi o ripensamenti, quella che a dirla non t’inciampi perché liscio è il tuo pensiero in merito e limpide le tue intenzioni. 

Non serve inventarsi una scusa, basta essere assertivi. Ricordiamocelo.

Ora, però, vediamo che cosa possiamo fare per realizzare quel saltino quantico che ci permette l’elevazione. Per esempio, anche se io non faccio proprio testo in quanto equilibrio mentale, io mi prendo un caffè al guaranà perché ha un buon sapore, è energetico, e lo bevo in una tazzona termica che mi posso portare ovunque. Tipo copertina di Linus. Un’altra cosa che faccio per distaccarmi dal marasma e restare ferma su una posizione neutrale per farmi un’idea riguardo l’origine del marasma. Se è qualcosa che proprio non mi appartiene mi è facile dire no, ma è anche vero che attiriamo le cose che ci mettono in crisi apposta per poterle superare, quindi l’attrattiva a volte è forte. Mettiamo in conto anche che non sempre ho voglia di accrescere la mia consapevolezza – non ambisco all’Illuminazione in questa attuale vita – mi piaccio anche quando sono nel dormiveglia e posso sognare per i cavoli miei, quindi facendomi un paio di domande mi sgamo abbastanza in fretta. 

La parte più difficile è tenere botta una volta che ho deciso da che parte stare – ovvero dalla mia – perché le insistenze, le invadenze, le reminiscenze, i sensi di colpa maledetti ecc. ecc. intaccano enormemente la mia assertività. Allora lì, udite udite, posso usare la mia arma segreta: la pigrizia.

Sì, lo so, ai più sembra essere un difetto, ma ogni cosa la si può considerare una medaglia con doppia faccia e vi assicuro che la pigrizia è l’unica capace di potenziare la mia assertività. Quel forte “non c’ho voglia proprio per un caxxo” che sento rimbalzarmi dentro al cervello – per propagarsi a ogni nervo del mio corpo – mi ha salvato spesso da catastrofi annunciate che stavo per abbracciare soltanto per non sentirmi un verme per non averlo fatto.

Contenere moltitudini, mio caro Whitman, è un casino. Penso tu lo sapessi, ma penso anche che riuscivi a maneggiarle molto meglio di me. I miei limiti non aiutano, me ne rendo conto. Vabbé… e-l-e-v-a-t-i-o-n!

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(492) Yo-yo

Ne avrò avuti dieci di yo-yo, li usavo per un po’ e poi li perdevo. Me li dimenticavo di qua o di là quando avevo perso interesse per loro, ma dopo qualche tempo l’interesse mi tornava e poi mi ripassava. A un certo punto mi sono dimenticata della loro esistenza e sono andata avanti.

La mancanza di interesse era dovuta al fatto che non usavo lo yo-yo in modo creativo, ma facendolo scivolare su e giù e basta. Ero piuttosto bravina, ma una volta che sai fare qualcosa poi scatta la noia del ripetere il gesto in automatico. Ecco: appena un gesto mi viene automatico so che è ora di passare ad altro.

Vorrei fosse così anche per quanto riguarda me: vorrei che le cose che chiarisco di me stessa rimanessero impresse a fuoco (metaforicamente parlando) tanto da potermele scordare perché ormai sono parte di me. Non mi succede. Mi sembra sempre di non poter passare oltre, mi fermo sempre nelle stesse cose e quelle son sempre nuove come la prima volta che le ho scoperte. No, non sono belle sorprese.

Mi costa una fatica orrenda fermarmi, impormi, andare oltre con un gesto che sia veramente una denuncia, una ruggente asserzione e che risuoni forte per sempre. Qualcosa che porti in sé l’eco del non-farlo-succedere-più. Quando ci ho provato (e ci sono anche riuscita) c’è sempre stata una rottura, ogni volta. Queste rotture mi hanno danneggiato intimamente, hanno indurito il mio amor proprio. Reagisco male alle rotture, non riesco a mettermele via e basta.

Considerato tutto quanto scritto sopra, oggi devo andare oltre e prendermi carico del fatto che più sali la montagna e più fatica fai. Più sali e più ti trovi solo. Più sali e più ti manca l’aria. Più sali e più ti rendi conto se salire è quello che vuoi davvero. So che voglio salire, so che devo salire, so che se rimanessi qui comunque perderei e non solo la battaglia, bensì la guerra.

Quindi salgo, con fatica, in solitudine e con il fiato a metà. Senza voltarmi perché la cervicale inizierebbe ad urlarmi: “Cretina, guarda avanti!”. E avere le scimmie urlatrici nel cervello non è una cosa bella.

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(481) Salvagente

Non so se ci si pensa abbastanza seriamente, in generale, ma credo che dovremmo farlo. Tutti dovrebbero riflettere su che cosa ci fa restare a galla. Cos’è che non ci fa piombare a fondo quando tutto ci viene a mancare?

Se riuscissimo a individuare quella cosa che ha il potere di farci stare su, nonostante ci venga a mancare anche la voglia o la forza per stare su, avremmo la chiave della serenità. Quella cosa lì penserà a me quando neppure io sarò in grado di pensarci. Cambierebbe tutto.

Se guardiamo a quello che abbiamo da quest’ottica, scopriremmo di poter fare a meno dell’80% delle cose che ci circondano – e che erroneamente consideriamo vitali – e concentreremmo le nostre energie su quel 20% che resta e che ha la forza e il potere di farci da salvagente quando la vita si storta.

Ho provato a fare una lista, è una lista breve – spaventosamente breve – e non si tratta di cose bensì di persone. Sorprendentemente, però, in cima alla lista c’è una cosa che fa parte di una persona e quella persona sono io e quella cosa è il mio cervello. Cervello comune, niente di che, ma collegato a un cuore – nella norma, niente di che – e a un “sentire” che vuol dire tutto e al contempo niente, ma che sostiene il resto in modo onorevole.

Tutte le scelte che ho fatto partono da questo presupposto, questo salvagente personale che ha sempre fatto il proprio dovere, in qualsiasi situazione e con tutti i mezzi che aveva a disposizione. Restare a galla ti dà la possibilità di continuare a respirare. Non ho nient’altro da aggiungere.

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(466) Quiete

Un’aspirazione più che una possibilità. Quello stato d’animo che ti fa dire “massì, va bene così”, senza morderti le labbra, senza sospirare, senza bisogno di voltare il viso per non far trapelare l’amarezza. Ecco, quella cosa lì mi piacerebbe. Certe persone possono, sanno, io no. Il mio vabenecosì è amaro, è umiliato, è triste. Peggio di quello cantato da Vasco, peggio. Ma si può? Eh, sì.

E a vent’anni non ci avrei creduto che finivo così, ma poi le cose sono precipitate. Certo che la vita ti impone un fantastilione di vabenecosì, ma bisognerebbe anche che ti desse modo di digerirli meglio. Ma come si fa? Non lo so.

La mia quiete nasconde la tempesta, non la precede e non la segue, l’accompagna. La mia quiete alimenta un fuoco, una fame, un’ambizione che si fa presto a dire vabenecosì, non va proprio bene così. Perché il fuoco ti brucia lo stomaco, la fame ti sgomenta il cervello, l’ambizione fa di te un fantoccio. Non va proprio bene così. Andrebbe bene, invece, la tranquilla accettazione, la sorridente arrendevolezza di chi non cerca altro. Andrebbe bene sedersi senza far ballare le ginocchia come se stessi morendo dal freddo. Andrebbe bene guardare l’oggi e respirarne il sollievo senza la tachicardica angoscia che strozza la voce. Andrebbe bene anche soltanto darsi un tempo, breve, per godersi il fatto di esistere – in qualche modo, con alti e bassi, senza illusioni.

La quiete, quella autentica, ti rincuora da tutto. Ti ripaga di tutto. Credo, però, sia troppo tardi per me: ho conosciuto il fuoco, la fame, la febbre. Che non si dimenticano, che non si lasciano. La quiete è seduta laggiù e mi guarda sorridendo: “Vabenecosì,” sembra dire, “vabenecosì”.

Le devo credere?

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(453) Lustrini

Sono una di quelle cose con cui combatto: ne sono attratta e respinta allo stesso tempo. So che sotto i lustrini solitamente non c’è niente di che, ma i lustrini sberluccicano che sembrano piccole stelle di luce… e così mi brilla un po’  il cuore, come se fossi ancora una cinquenne capace di sognare bei sogni.

Vabbé, vediamo di astrarre il concetto luce-che-sberluccica per sistemarlo dentro un discorso sensato non solo alla portata di una patetica cinquenne di mezza età. La realtà non è sberluccicante, per nulla, ma Madre Natura lo è. Madre Natura fa parte della realtà? Sì e no, non è parte della realtà, bensì è la realtà che ci si palesa per farci capire che dovremmo assomigliarle almeno un po’. Altro passettino al ragionamento: l’Essere Umano è sberluccicante? A volte, a intermittenza, spesso a sua insaputa. L’Essere Umano fa parte della realtà? Sì e no, dipende da quanto e cosa si è fatto (era una battuta).

Tirando le somme, non riesco a capire perché la realtà non sia sberluccicante se in potenziale comprende ben due condizioni che glielo potrebbero garantire: l’Ambiente e l’Essere Vivente. Cosa accade quindi? 

Credo che l’intermittenza psicopatica dell’Essere Umano vada a invalidare lo sberluccichio naturale della Vita sul Pianeta Terra, il che rende tutta la faccenda piuttosto schizzata. Non me ne capacito. Vogliamo davvero vivere in una realtà che non ha neppure un luccichio stellato? Vogliamo davvero opacizzare tutto per darci alla nebbia e alla tristezza? Vogliamo davvero spegnere ogni lustrino, ogni lucetta che riesce ad accendersi mentre noi brancoliamo stupidamente al buio?

Ma cosa abbiamo nel cervello? Le scimmie urlatrici? Come possiamo permettere che gli haters dei lustrini ci tolgano impunemente la gioia? Come pensiamo di sopravvivere se ci mancano i sogni quelli belli, quelli che a cinque anni ci riempivano il cuore di felicità?

Siamo degli idioti.

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(429) Gagliardo

Un cervello gagliardo è quello che bisognerebbe avere il coraggio di chiedere alla propria vita. Di incontrarne almeno uno durante la nostra esistenza è auspicabile, così da avere un metro per misurare noi stessi e anche gli altri incontri che inevitabilmente si andranno a succedere senza tregua. Se ne conosci uno in giovane età, avrai più probabilità di scansare i grandi imbecilli (quei cervelli che ti fanno urlare pietà a ogni pie’ sospinto).

Essere veloci nelle connessioni, essere collegati testa-cuore-stomaco-sangue, essere attenti, essere curiosi, essere agili e forti, essere affascinanti per contenuto più che per sembianze… essere gagliardi.

Con persone così dotate, la vita è migliore. Si affina il tuo sguardo sul mondo, la tua fiducia nel genere umano, la tua capacità di adeguarti e migliorarti, la voglia di incontrarne ancora di anime così. L’ispirazione che sanno suscitare è inconsapevole e pura. Il benessere che distribuiscono è disinteressato e costante – perché non agiscono temendo di essere derubati di qualcosa.

Non ti puoi sbagliare, se ne incontri uno, lo riconosci subito. Ti fermi a guardarlo, ad ascoltarlo, in apnea per paura di farlo volare via anche solo con un piccolo sospiro. E la cosa bella è che, anche quando se n’è andato, quando non ti è più vicino – perché un cervello gagliardo non si può possedere come un qualsiasi oggetto, lui si muove libero, senza bisogno di permessi o di scuse – quando rimani con la sua mancanza non sei affranto, quell’energia benefica ti rimane addosso anche per sempre.

Coltivare il proprio cervello per farlo assomigliare il più possibile a uno gagliardo è la mia priorità. Non con l’illusoria speranza di eguagliarlo, ma con l’assoluta certezza che meglio di come son partita sicuramente lo diventerà. E a ogni incontro questa forza si rinnova. Un’altalena di meraviglie, posso assicurarlo.

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(409) Pacemaker

Regolare il passo, è un concetto che mi affascina. Fossi capace di regolare il mio passo non mi troverei semprea altrove rispetto al passo che sto facendo. E no, non è una cosa che riesco a spiegare, è soltanto quello che è. Non ci posso fare niente, non riesco a stare al passo con me stessa. Amen. 

Però, regolare il passo sarebbe la soluzione a tutto. Non so da che parte si cominci, se qualcuno lo sapesse e me lo volesse far sapere mi farebbe un gran favore, ma la cosa importante, per ora, è rendermi conto che esiste una via e che questa via si chiama “regolare il passo” tradotto “pacemaker” (in inglese fa più figo, come al solito).

Regolare ha valore di “gestire”, cioé calibrare le energie, l’attenzione, le forze ecc. ecc. ed è sicuramente il modo giusto per fare le cose, soltanto che nel mio quotidiano le cose non seguono la programmazione, vanno come vogliono e senza criterio. Ho speso anni a cercare di domarle, nessun risultato. In questi ultimi mesi (più che altro per sfinimento) mi sono arresa: “Fa un po’ quel cazzo che te pare!” – per dirla alla Osho. E comunque le cose accadono, si sviluppano, crescono e si sistemano da sé. Anche senza il mio controllo, senza la mia programmazione, senza la mia resistenza alle catastrofi. Questa cosa mi sconvolge.

Dando per scontato che il controllo che ho sempre cercato di mantenere è totalmente ininfluente e rasenta il ridicolo, a questo punto una gestione del passo potrebbe essere quella santa via di mezzo che tanto aspettavo. Seppur forte di questa nuova presa di coscienza, però, sto sempre ferma sul: da dove si comincia?

Perché non è che fermo il mondo, sistemo il passo e poi lo rimetto in moto. Non credo sia una cosa alla mia portata. Quindi, ragionando, dovrei scoprire qual è il passo del mondo e adeguarmici. Non funziona, anche se mi ci mettessi di buona lena lo perderei dopo un nanosecondo, perché non è il mio. Cosa rimane da fare? Lo ignoro bellamente.

Le teorie stanno a mille  e la realtà se la ride, a mie spese ovviamente. Senza fare troppo la Will il coyote della situazione, vorrei comunque trovare il sistema più alla mia portata per regolamentare l’afflusso di sangue al cuore e al cervello (po’racci) perché ho come la sensazione che così non possa durare a lungo.

Forse un po’ me la tiro addosso, è sempre andata così e non vedo perché adesso dovrebbe essere diverso. Forse certe riflessioni fanno più male che bene. Forse preoccuparsi del fatto che non c’è una soluzione non è troppo intelligente. Forse non posso pretendere troppo da me. Forse è meglio che me ne vada a letto, la mancanza di sonno mi è deleteria.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

 

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(381) Incubatrice

Il mio cervello – ma penso quello di tutti – è un’affascinante incubatrice. Anche se non me ne accorgo, le idee che nascono senza sosta vengono supportate da quel nutrimento costante e termoregolazione adeguata che permettono loro di crescere e svilupparsi. Le idee meno forti non ce la fanno. Quelle, però, che anche se graciline perché nate premature hanno in sé tenacia e visione lunga, quelle sopravvivono. E poi sono cavoli miei.

Le idee non nascono per rendermi la vita facile, mai. Sono lì proprio per farmi vedere i sorci verdi, ma mi prendo la responsabilità di questo: se anelassi a una vita priva di mordente le ignorerei bellamente, non lo faccio mai – masochismo? Bah! – ma lo fa un buon 50% della popolazione mondiale, mentre il restante 50% è come me. Credo che in questo nostro 50% ci sia chi riesce a farle fruttare bene e chi, invece, boccheggia – io sono tra questi – ma è importante provarci. Non perché si voglia salvare il mondo dai lobotomizzati – perlamordelcielono – soltanto per non vivere da zecche.

Ritornando al tema di oggi, la questione che il nostro cervello sia una bella incubatrice di potenziali elettrizzanti salti quantici me lo fa apprezzare ancora di più. Me lo fa studiare con più interesse. Me lo fa maneggiare con più cura. Tutto parte da lì, da lui e da quello che lui sa fare di noi, minimizzare il suo potere è giocare contro di noi. Stupido e letale.

Fatto sta che se lo dico a un lobotomizzato quello mi ride in faccia. Io non glielo dico, ma userò la mia piccola e umile incubatrice per farlo ridere di meno e renderlo potenzialmente meno dannoso. Come? Non lo so, ci sono un paio di piccole e delicate idee che stanno lottando per sopravvivere e so che il mio cervello le sta accudendo per permettere loro di crescere. Tempo al tempo.

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(377) Yoga

Ammiro sinceramente chi abbraccia questa splendida disciplina. Li guardo come un marziano può guardare con nostalgica tenerezza il suo pianeta che non rivedrà più. Come se in un’altra vita io fossi stata non solo una Yogi, ma  Patañjali in persona. Sento profondamente un legame che per quanto prima fosse forte è destinato a non ripristinarsi mai più.

Lo dico con un certo rimpianto, ma senza dannarmi l’anima. Fingere non mi piace, mi costa fatica.

Il mio cervello corre come un pazzo, fa niente se dormo o sono sveglia, lui corre e basta. Quand’ero adolescente cercavo di acchiappare al volo più pensieri che potevo per esternarli più che potevo. Non stavo zitta un attimo. Ho rischiato il linciaggio più di una volta, eppure non ho mai avuto un calo di voce, neppure nei momenti in cui mi devastava la febbre influenzale.

Mi succede ancora, ci sono delle giornate in cui i pensieri arrivano tutti insieme e vogliono uscire dalla mia bocca e se sono soltanto un po’ stanca e non mantengo la guardia alta rischio la vita. Col tempo i pensieri si sono affinati, il sarcasmo si è ridotto ma l’ironia ha preso forme pungenti che non sempre vengono accolte con piacere dal pubblico a cui mi rivolgo.

In tutto questo – anche se si potrebbe pensare che sono uscita dal seminato, non è così – so che la pratica dello Yoga potrebbe essermi utile – placare la mente – eppure la mia mente le pensa tutte per tenermici lontana. Non lo so, accade sempre qualcosa che mi spinge via, qualcosa che mi fa scegliere un altro modo per rafforzare il marasma di pensieri anziché affidarmi alla pace, al Nirvana.

Born to run. Non c’è dubbio.

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(327) Appunti

Sono quella cosa che faccio in automatico. Non è che qualcuno me lo abbia insegnato, sono proprio io che a un certo punto ho iniziato a farlo (a scuola, ovviamente) e non mi sono più fermata. Trovo che sia un’attività indispensabile per agevolare il mio cervello nel suo barcamenarsi quotidiano.

Non ho un gran cervello, diciamo che ha misure standard, insomma è quello che è e non l’ho visto crescere tanto negli ultimi 40 anni, giusto quel che bastava per adeguarsi all’età. Significa che, conoscendone i limiti, ho dovuto inventarmi qualcosa per rendergli il lavoro meno pesante. Prendendo appunti… giustappunto!

(ho sempre desiderato usare giustappunto in un mio scritto e ora l’ho fatto: bellissimo!)

Ritornando al topic del post, riflettevo sul fatto che un’attività privata, silenziosa e, per certi versi, poco divertente come questa, mi ha permesso di gestire una traballante emotività e un poco brillante Q.I. in modo decente, quel che basta per farmi sopravvivere e non è poco. Posso affermare serenamente che non mi è andata male, anche se non ho ancora imparato a vivere alla grande (e mi piacerebbe, ma ci vuole troppa energia e temo di non averne a sufficienza).

Il mio vivere umilmente – non lo dico per vantarmi, ma per focalizzare meglio la riflessione – non è dovuto a una scelta illuminata bensì a una mancanza di mezzi (intellettivi e fisici), eppure scartare le mancanze per creare onorevoli sostituti ha origine proprio nel mio geniale diletto del prendere appunti.

Su di me, sugli altri, su quello che vedo, su quello che non riesco a vedere… la lista può continuare all’infinito perché seppure il mio mondo sia nettamente delimitato da confini e orizzonti troppo vicini, la possibilità di prendere appunti su tutto il resto non vede, e non ha, fine. Me ne sorprendo pure io, ma è così.

Questo mi fa stare bene. Lo dico senza un grammo di umilità: ben fatto Babs!

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(113) Mente

Trovo abominevole che a scuola non si faccia neppure un minimo cenno a come funziona la nostra mente, la nostra memoria, la nostra logica (sì, neuroscienze in soldoni), credo sia abominevole.

Se un ragazzo non sa come funziona il suo cervello, come il suo cervello lo può gestire se non impara a gestirlo lui, come il suo cervello può salvarlo quando il suo cuore è a pezzi, come il suo cervello può essere la sua dannazione se non se ne prende cura e se non lo tratta in modo corretto, come diavolo può capire gli effetti devastanti sulla sua mente di una droga, dell’alcool e di ogni abuso in cui si potrebbe imbattere?

Facciamo innamorare i nostri ragazzi delle proprie menti, aiutiamoli a usarle bene, a guardarsi dagli inghippi cervellotici e a ampliare il più possibile la portata delle loro capacità.

Diavolo, facciamolo subito!

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(36) Pezzi

Non è semplice metterli insieme. Neppure sistemarli in modo che i contorni combacino. Non è un puzzle con le tessere ricamate ad hoc. Un rompicapo ha soluzione che sistema tutto, ma i pezzi una volta andati non si ricompongono più in un’opera intera.

Rimangono buchi, incastri poco felici, figure sbilenche. Una bellezza deturpata per sempre.

La bellezza, però, si può rinnovare. Devi venirne a patti, ovviamente.

Il corpo può andare in pezzi, il cervello anche. Il primo porta segni evidenti, il secondo non sempre. Qual è il danno più serio: quello che si vede o quello che si cela? Non lo so, nessuno lo può sapere credo.

Ecco perché bisogna diffidare da chi afferma con sicurezza che i tuoi pezzi  valgono niente. Chi può saperlo? Tu? Loro? Nessuno.

Nessuno può prevedere come i tuoi pezzi potranno rigenerarsi e creare nuova bellezza. Credo valga la pena scoprirlo, con pazienza e speranza.

Speranza? Sì, serve anche quella quando i pezzi sembrano ridurti anziché moltiplicarti. Tieniti saldo all’immagine che hai di te e non perderti d’occhio.

Qualcosa succederà. La tua bellezza si rigenererà.

 b__

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