(562) Kindle

E chi l’avrebbe mai detto. Chi? Io no di certo.

Io che guai a chi mi tocca un libro. Io che anche se il libro l’ho letto e non mi è neppure piaciuto faccio una fatica boia a lasciarlo, a darlo in prestito. Io che se devo scegliere tra un libro e un vestito, scelgo di spendere i miei pochi soldi nel libro, cascasse il mondo, a costo di girare per un mese con gli stessi indumenti addosso. Chissenefrega, abbasso-la-moda-evviva-la-cultura!

Ecco, io – la stessa io di cui sopra – mi sono regalata anni fa un Kindle, perché non potevo più snobbarlo, dovevo per forza capire perché quella cosa fosse così apprezzata. Dovevo, per una questione di onestà intellettuale. Quindi, dopo i necessari passaggi per registrarsi e memorizzare la carta prepagata (rigorosamente, perché va bene fare danni ma una regola ci vuole), eccomi lì a scegliere dalla enorme vetrina di Amazon qualcosa che potesse interessarmi. Ok, inutile andare oltre, confesso che ho nel mio Kindle circa 600 libri e che ne ho letti soltanto 200. Confesso che quando mi arrivano le superofferte del giorno, due volte su cinque, se non ci fosse Bezos che mi avverte che quel libro l’ho già acquistato nel 2001 io me lo ricomprerei di nuovo – la cosa peggiore? Anche se me lo sono già letto perché non me lo ricordo manco pe’ niente.

Detto questo, negli ultimi mesi mi sono comperata una ventina di libri cartacei che sto leggendo alla faccia del mio povero Kindle. Sì, lo so, sono una brutta persona, ma se i libri non ce li ho davanti al naso io me li dimentico. Mi devono proprio guardare in faccia e dirmi “Ao’ sto a fa’a muffa!” e allora io accorro e provvedo. In tutto questo e nonostante tutti i miei limiti, affermo con forza che io AMO il mio Kindle e che appena finisco ‘sta pila sul comodino me ce metto sotto con la lista quasi-infinita che c’ha dentro dei libri spettacolari, giuro.

Mi basterà questa vita o ne devo prenotare un’altra?

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(511) Jeans

Quelli dei miei dieci anni, che me li toglievo solo se dovevo mettermi la tuta da ginnastica, erano i preferiti su tutto.

Quelli dei miei sedici anni, sfilacciati e vissuti, da blu a neri perché il rock lo imponeva e guai a chi me li toccava.

Quelli dei miei vent’anni, che ormai manco ci pensavo di poter indossare anche altri pantaloni, quali altri pantaloni? Ma va là!

E poi i trenta e i quaranta… e poi…

Mi sono accorta oggi che sono anni che non porto più i jeans, anni! Non so neppure quanti, ma molti, davvero molti. Troppi!

E da lì m’è partito l’embolo e ho cominciato a farmi una lista di tutte le cose che da anni non uso più, cose a cui non penso più, cose che non ricordo più, e la lista si è allungata. Ma niente di tutto quello che ho scritto in quel foglio mi manca così come i jeans. Mi sconvolge il fatto che io abbia potuto metterli da parte e cancellare quest’infamia dal mio conscio per tutto questo tempo.

Che sia per questo che non mi ritrovo più? Che sia per le cose che amavo e che ho archiviato cancellandone ogni traccia? Trovo che sia una cosa spaventosa, davvero. Come mi sentirei a indossare di nuovo un paio di jeans? Non lo so, non lo so soprattutto perché nel mio armadio non ce n’è neppure un paio…

Miseria!

La lista non la butto ancora, la tengo qui a portata di mano, non si sa mai che un giorno o l’altro mi venga l’idea di recuperare pezzi di me che ho fatto finire in fondo alla cantina della memoria. Sì, lo so che si cresce e che si invecchia, ma c’è un limite a tutto, santiddddio!

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(493) Verdure

Non potrei diventare vegetariana, tanto meno vegana, ma le verdure in linea di massima mi piacciono. Odio certi sapori, però, e per quanto io mi renda conto che li posso mangiare senza morirne, li evito volentieri. Tra questi sapori c’è quello del centriolo e della verza, oltre al cavolino di Bruxelles.

Non mi faccio scorpacciate di cipolle, ma mi piacciono. Non mi mangio l’aglio crudo, ma gli spaghetti aglio, olio e peperoncino li adoro. Il basilico mi piace, ma se me ne mangio una foglia mi piego in due dai dolori – il pesto è fuori dalla mia portata, quindi. Adoro i pomodori e l’insalata, il mais e anche i fagioli borlotti, il peperoncino e il wasabi – la cucina messicana è quella giapponese sono le mie preferite.

Mi rendo conto che tutto questo discorso lascia il tempo che trova, ma. Ma invece* mi permette di agganciarmi a un concetto, ovvero: le cose sembrano semplici, ma più si aprono incisi e più si ingarbugliano. Ci sono le migliaia di eccezioni che vanno a contraddire tutto ciò che può essere contraddetto. Il mio rapporto con il basilico, per esempio: il sapore mi piace, la foglia ingerita mi uccide. Tra la bocca e lo stomaco succede qualcosa, la comunicazione si rovina e le conseguenze mi schiantano a terra. Se mangio la verza, però, mi viene da vomitare prima ancora di averla messa in bocca. Se la mangiassi non mi succederebbe nulla di male, il brutto viene prima. Che diavolo significa, dunque?

Niente di che, probabilmente. Soltanto che l’affermazione generica “mi piacciono le verdure” è priva di sostanza quando andiamo ad approfondire l’argomento. In questo senso, anche “odio questo/quello” oppure “amo questo/quello” seguono la stessa regola. Il campo lo si deve limitare se intendiamo farci capire.

Ah, tanto per essere precisi: non amo tutta la carne e neppure amo tutto il pesce o tutta la frutta. Non amo tutte le persone, non odio tutte le persone. Non amo tutto di me, non odio tutto di me. Scelgo accuratamente ogni elemento che tengo e anche ogni elemento che scarto.

La lista dei Nì è lunga, quella è una questione di umore. L’ho detto che non è semplice, eh!

 

 

* non è un errore, l’ho fatto perché l’enfasi bisogna calibrarla bene e in questo modo mi sembra di aver fatto un bel lavoro.

 

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(481) Salvagente

Non so se ci si pensa abbastanza seriamente, in generale, ma credo che dovremmo farlo. Tutti dovrebbero riflettere su che cosa ci fa restare a galla. Cos’è che non ci fa piombare a fondo quando tutto ci viene a mancare?

Se riuscissimo a individuare quella cosa che ha il potere di farci stare su, nonostante ci venga a mancare anche la voglia o la forza per stare su, avremmo la chiave della serenità. Quella cosa lì penserà a me quando neppure io sarò in grado di pensarci. Cambierebbe tutto.

Se guardiamo a quello che abbiamo da quest’ottica, scopriremmo di poter fare a meno dell’80% delle cose che ci circondano – e che erroneamente consideriamo vitali – e concentreremmo le nostre energie su quel 20% che resta e che ha la forza e il potere di farci da salvagente quando la vita si storta.

Ho provato a fare una lista, è una lista breve – spaventosamente breve – e non si tratta di cose bensì di persone. Sorprendentemente, però, in cima alla lista c’è una cosa che fa parte di una persona e quella persona sono io e quella cosa è il mio cervello. Cervello comune, niente di che, ma collegato a un cuore – nella norma, niente di che – e a un “sentire” che vuol dire tutto e al contempo niente, ma che sostiene il resto in modo onorevole.

Tutte le scelte che ho fatto partono da questo presupposto, questo salvagente personale che ha sempre fatto il proprio dovere, in qualsiasi situazione e con tutti i mezzi che aveva a disposizione. Restare a galla ti dà la possibilità di continuare a respirare. Non ho nient’altro da aggiungere.

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(413) Segni

I segni ci sono e li so leggere. Che io sappia cosa farne è tutto da vedere, ma intanto li vedo e li comprendo. Spesso basta solo aspettare e i segni diventano fatti, cose reali che si possono maneggiare meglio rispetto all’aria fritta di cui spesso mi occupo.

Ogni cosa lascia una traccia, evidente o meno, e sono quelle più leggere e dimesse che mi interessano perché hanno uno sviluppo, una trama, raccontano una storia. O anche più di una. Pensano che nessuno se ne accorga e quindi lavorano in pace, senza essere disturbate, e ricamano il proprio disegno. Ci sono cose che si raccontano molto bene da sé, altre che hanno bisogno di una traduzione. Ci sono cose che nell’omissione pensano di potersi nascondere, ma non è così perché i segni restano. Basta saperli captare.

L’amica che ti tradirà. L’uomo che ti ha già tradita. La collega che sta per tradirti. Una lista infinita di segni, che disegnano il tradimento e lui sta sotto qualsiasi segno di dolore. Ma anche la felicità lascia i suoi segni, magari sul viso di chi la sta provando o l’ha provata o si prepara speranzoso a provarla.

Niente è più importante del saper riconoscere e leggere i segni. Niente.

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(396) Jerk

Arriva per tutti il momento in cui anziché affondare il colpo si decide – anche controvoglia – di girare i tacchi e andarsene. In quel preciso istante il calcolo che la tua mente riesce a fare, preciso all’inverosimile, è che semplicemente non ne vale la pena. Il costo dell’energia che ci devi mettere va al di là del risultato che otterresti. Non ne vale la pena. E te ne vai prima di cambiare idea e far partire un diretto al naso che è lingua universale e funziona a meraviglia – non viene mai frainteso. 

Il sunto di questo tuo gesto pieno di buonsenso, quello che ti vede andartene e lasciare il potenziale luogo del delitto, si può riassumere nell’assioma:

Mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.  (Oscar Wilde)

Una volta attraversata l’esperienza, però, ti rimane quel pugno non dato che ti pesa nella tasca e ogni volta che ci ripensi ti dai del cretino. Dovevo farlo, per una volta nella vita dovevo scendere a compromessi con la mia etica e la mia dignità e avrei dovuto spaccargli il naso. Certo che sei contro la violenza, certo. Certo che hai fatto bene ad andartene, certo. Certo che se ricapitasse lo rifaresti di nuovo, certo. Eppure, una volta nella vita quel pugno bisogna tirarlo.

Chiamiamola pure una questione di bilanciamento – tra torti e ragioni, tra giusti e sbagliati, tra intelligenti e cretini, tra colpevoli e innocenti. Un dannato bilanciamento che va al di là della compassione, dell’orgoglio, della buona creanza. Un bilanciamento che faccia quello che deve fare, in modo semplice e senza troppo sottotesto: riportare i pesi in equilibrio.

Una cosa, però, bisogna che sia chiara: ogni pugno che ci siamo risparmiati ha aggiunto il suo peso, la sua cattiveria, a quello precedente. Se aspettiamo troppo a liberarlo, la sua portata diventa pericolosa e il risultato distruttivo, pertanto, scegliere bene il bersaglio è un atto di dovuta responsabilità.

Vado giù di lista e di profonda riflessione.

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(152) Decollo

La fase di decollo è cosa delicata. Prendi velocità e ti stacchi dal suolo e poi con una certa costanza prendi quota. Tutto lì. Quello che può andare storto, però, richiederebbe una lista lunga – dal guasto al motore fino alla lepre che può attraversare la pista e colpire il carello.

Non è che per decollare a te serve sapere nei dettagli la rosa dei possibili disastri. Ti basta averne una parvenza di idea laggiù in fondo al tuo cervello, e ostinatamente ignorarla. Altrimenti il volo si trasforma in un incubo.

Non soffro il mal d’aereo, amo volare. Non dico che sia una cosa fisicamente che mi galvanizza (qualche fastidio lo sento), ma passa assolutamente in secondo piano e – ripeto – amo volare. Ovvero: decido di ignorare qualsiasi cosa mi possa togliere, o anche solo dimezzare, il piacere di spiccare il volo.

Detto questo: sento che sto decollando. Breve o lungo che sia/sarà il volo, so che la lista di tutto quello che può andare storto è consistente. Decido di ignorarla. Non vedo l’ora di staccarmi dal suolo per godere di quella nuova prospettiva che ti fa sentire le farfalle nella pancia.

Amo volare.

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(136) Grazie

Ieri sera a teatro ho incontrato una persona che mi ha riconosciuta dopo anni e mi ha detto quanto ancora nel gruppo di lettura che frequenta (con cui ho trascorso bellissime serate consigliando romanzi e saggi) abbiano un buon ricordo di me. Rileggendo quegli stessi libri che avevo loro consigliato ricordano come ne avevo parlato e li apprezzano anche adesso ancora di più.

Qualche giorno fa una persona che conosco solo attraverso i social e che ha seguito il mio percorso da podcaster fin dall’inizio, mi ha ribadito la sua stima affermando che il mio primo folle programma – di cui lui non si è perso neppure una puntata – sia ancora il migliore format che abbia mai ascoltato.

Oggi a pranzo con amici ho provato un assoluto piacere nel constatare che il nostro modo di comunicare funziona ancora, rafforzato dall’affetto e da tutto quello che in questi anni ci è successo. E tutto quello che abbiamo condiviso non è andato perso, lo possiamo stringere a noi ogni volta ne sentiamo il bisogno.

Sono soltanto tre piccoli eventi in una lista molto lunga che posso compilare giorno dopo giorno senza fatica. Dentro di me c’è autentica gratitudine per tutto questo e per tutto quello che non so scrivere ma esiste e vive.

Dire grazie forse non basta. Sentirlo espandersi dentro di te, però, è bello.

Grazie.

 

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(109) Scelta

Dipende proprio da noi, è una nostra scelta. Cosa? Tutto, o quasi. Certo, non le sciagure naturali, non la maggior parte delle morti e un certo tipo di catastrofi, ma il resto è solo la conseguenza delle nostre scelte.

Scegliere è un casino.

Se dovessimo star lì a soppesare ogni possibile ripercussione di ogni singola scelta che durante la giornata ci tocca fare rimarremmo paralizzati a letto. Eppure anche quella sarebbe una scelta.

Scelta è il fare e anche il non fare. Sì, tutto dannatamente complicato.

Bisogna andare per priorità, ti impegni nelle scelte importanti e per i dettagli e le robette da nulla ti lasci guidare dal fato, dall’inellutabilità delle cose. Ci sono persone che perdono ore a scegliersi un abito e tre secondi per decidere di sposarsi, tanto per fare un esempio. Ecco, secondo me sbagliamo proprio la lista delle nostre priorità. Non so il perché, so che siamo pieni di conseguenze disastrose e non riusciamo a trovare il bandolo della matassa.

Siamo Esseri strani, noi Umani.

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