(668) Ruolo

Sapere in che ruolo stai giocando è importante. Se vuoi giocare bene, specialmente se vuoi magari pure vincere. Un ruolo ti legittima a fare quello che stai facendo, oppure ti fa presente che non sei legittimato a fare quello che stai facendo. Un ruolo ti fa stare al tuo posto, ma ti fa anche sentire al posto giusto. Sai che hai dei doveri e dei diritti che sono diretta conseguenza di quel ruolo. Se le responsabilità annesse non ti piacciono, sai che devi abbandonare quel ruolo per adottarne un altro. In poche parole, ti permette di ordinare la tua vita e di gestirtela come vuoi e puoi. 

Me lo chiedo spesso quale sia il mio ruolo nelle situazioni che affronto quotidianamente e quando riesco a focalizzare per bene quello che dovrebbe essere il mio posto e dove in realtà mi trovo – spesso non per mia volontà – il mio disagio trova una spiegazione. Limpida, tangibile, inequivocabile. Se riesco a sistemare quel dettaglio – che dettaglio non è – ho speranza di recuperare il mio fantomatico equilibrio mentale.

Spesso ci troviamo fuori posto. Fuori ruolo. Spessissimo. Soltanto che non lo vediamo perché non focalizziamo lì la nostra attenzione. Quando il peso è troppo, la responsabilità è soffocante, pensiamo di non essere abbastanza forti/bravi per poterla sostenere, ci facciamo mangiare dai sensi di colpa e dalle nostre insicurezze senza mettere in discussione la nostra posizione. La verità è che per la maggior parte del nostro tempo viviamo senza domandarci quale sia il nostro posto. Assumiamo ruoli che non ci competono o che non ci interessano o che non vogliamo o che detestiamo e non sappiamo neppure il perché.

Non ci chiediamo perché siamo dove siamo e stiamo facendo quello che stiamo facendo. Non stiamo giocando, in realtà, stiamo fingendo di conoscere un gioco che ci è estraneo e non osiamo neppure verificare il regolamento per capire da che parte girarci. Ma perché? Perché diamo in mano agli altri i nostri diritti e ci facciamo soffocare da doveri che non dovrebbero neppure toccarci?

In ogni branco c’è una gerarchia di ruoli, chi non si adegua sceglie la via della solitudine. Si combatte per il ruolo a cui si aspira, se non si dimostra di meritarlo ci si apposta diversamente, con umiltà. Noi Esseri Umani preferiamo non pensarci, lasciare che siano gli altri a decidere per noi, e covare rabbia e vendetta, e quando facciamo il botto diamo la colpa al resto del mondo.

Prima chiediti in che ruolo vuoi giocare, poi dai tutto quello che hai per meritartelo e vedrai che le cose cambieranno, la tua vita sarà migliore. Con me ha funzionato.

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(648) Panorama

Cosa vedi fuori dalla tua finestra? 

Questa domanda mi ha accompagnato per oltre trent’anni, mi ha guidata e mi ha dato la forza di non fermarmi in luoghi dove non c’erano finestre o dove il mio sguardo non potesse spingersi oltre. Difficile da spiegare, ma è esattamente così che ho vissuto in questi anni.

Non l’ho mai detto a nessuno, non l’ho mai usato per giustificare certe mie decisioni e certe mie partenze, non l’ho mai sottovalutato e non l’ho mai zittito: ho lasciato che mi facesse strada, che si prendesse cura di me. Lo ha fatto.

Ci sono stati momenti di finestre sbarrate, di pareti cieche, di panorami squallidi e cieli bui, ma sono stati momenti perché ho agito e mi sono spostata, ho preso in mano la situazione e ho cercato un cielo meno cupo, un panorama più vasto, aprendo la mia finestra per respirare. Non sono mai ritornata indietro, sempre avanti. Senza rimpianti per di più.

Credo sia importante chiederci cosa riusciamo a vedere dalla finestra, quanta vita riesce a passare da lì per incontrarci? Credo sia fondamentale. E cercare il panorama che fa per noi, quello che ci mette in pace con le nostre storture e le nostre tristezze è un dovere oltre che un nostro diritto. Comporta un po’ di sbattimento, sì, certamente sì. E un po’ di disagio interiore, sì lo posso confermare. Ma non importa. Non importa. Non. Importa. Tutto questo serve.

Quando non ci sono finestre non c’è luce, non c’è respiro. Se chiudiamo le nostre finestre smettiamo di sentire il mondo per finire ad occuparci soltanto di noi stessi mettendo in pericolo la nostra mente, il nostro equilibrio. Se poi c’è chi trova l’Illuminazione ritirandosi a vita monastica, buon per lui. Per chi è come me non funziona. Quando sono in un luogo senza finestre so che quel luogo non è il mio. Non funziono senza poter spingere il mio sguardo oltre la finestra, mi si blocca tutto. Non so spiegarlo, ma così è. E così mi basta.

Amen.

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(645) Rocambolesco

Ogni cosa io abbia intrapreso è stato sempre un viaggio che in qualche modo si è rivelato spericolato: per dinamiche e per effetti collaterali. Non lo so, probabilmente ce l’ho nel DNA. No, non è una giustificazione, soltanto una base di partenza. Basta saperlo, no?

A questo punto della mia esistenza, sono ben oltre il mezzo cammin di mia vita, ci sono cose che do per scontato, tipo: non potrei permettermelo, ma lo faccio lo stesso. Oppure: non dovrei farlo, ma la vita mi ci costringe e da lì devo passare. Oppure: potrei evitarlo, ma metto da parte la mia rinomata saggezza e mi do all’ennesima cazzata. Cose così.

Male che vada avrò qualcosa da raccontare, mi dico per farmi coraggio, ma a volte le storie sono meno epiche di quel che dovrebbero e non posso far altro che rimandare la grande avventura alla prossima volta. Perché l’aggravante è che sono recidiva. E sempre sempre sempre pronta a partire. Sempre.

Ormai mi ci sono rassegnata: la linea dritta mi schifa. Non ce la fa proprio a tollerare la mia percorrenza e si storce, si attorciglia, si snoda in vortici assurdi sperando di seminarmi o di sotterrarmi. Ma io niente, non mollo. S’è mai visto la Babs mollare soltanto perché non era cosa facile o immediata. Sembra che l’ho scritto come un vanto, ma faccio presente che c’è molta ironia in questa visione di me stessa e ben poco da stare allegri.

Quindi, riassumendo, tutto quello che mi risulta rocambolesco io me lo abbraccio e me lo porto appresso. E lo so che dovrei pensarci un po’ meglio, lo so che potrei scegliere vie più semplici, lo so che c’ho una certa e che le ossa iniziano a scricchiolarmi sinistramente. Lo so. Ma se una ce l’ha nel DNA di complicarsi la vita mica può disfarsene come si butta un paio di scarpe rotte. Non si può, non si fa. Dico solo una cosa a mia discolpa: affronto tutto con la speranza di non sfracellarmi al suolo e – più o meno – riesco a mantenere alto il morale e la fiducia in queste avventure da niente che per me sono tutto.

Ognuno si scrive la propria storia come gli pare e piace, lo ripeto. Questo vale doppio per me, perché coraggio e follia vanno a braccetto nella mia visione e… insomma: basta saperlo.

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(641) Potenziale

Il potenziale è quella cosa che è in noi – come dote naturale – ma che se non lo aiuti non crescerà mai così forte da essere per te una risorsa reale. Chiamiamola una possibilità inespressa, che non vede l’ora di rendersi esplicita, ma che per farlo ha bisogno del nostro aiuto. Bisogna impegnarcisi, o rimane lì a fare nulla.
Tutti noi abbiamo un potenziale, chi fa finta di non averlo è perché non è disposto a lavorare per renderlo attivo e utile. Pigrizia? Indolenza? Stupidità? Boh, forse un po’ di tutte e tre o forse inconsapevolezza. Va’ a capire, siamo esseri complicati noi umani.
 
Non voglio farla molto lunga, ma credo che la più grande fortuna per un Essere Umano è scoprire il prima possibile il proprio potenziale per iniziare a lavorarci subito. Bisognerebbe nascere con un libretto d’istruzioni con su scritto la lista delle potenzialità e magari anche un altro paio di dettagli tecnici indispensabili per il normale vivere (ma di questo non voglio parlare ora).
 
Per esempio: sai memorizzare i numeri di telefono abbinandolo ai nomi dei proprietari. Taaac… sai che hai davanti a te una carriera come elenco telefonico umano. Ti metti su quel binario e la vita ti si srotolerà davanti come il tappeto della Mostra del Cinema di Cannes, liscio e rosso immacolato.
 
Diamo per scontato che non per tutti le cose possono essere così facili, ma mi sono domandata mille volte: se la mente di un criminale sa essere così efferata quando commette gesti atroci, perché non usare le stesse capacità per compiere grandi e belle cose? Energia buttata, potenzialità sprecate.
 
A parte le assurdità che mi possono uscire dalle mani in questa afosa serata di luglio, l’ho già detto quanto io odi l’estate?, la questione delle potenzialità è una cosa che mi sta molto a cuore. Quando vedo qualcuno che è riuscito a fare di una sua dote innata una grande risorsa per il suo benessere, mi commuovo. Splendido. Cosa chiedere di più? La tua felicità va a beneficio di tutti. Non sarai rabbioso perché gli altri hanno/fanno e tu no. Non sarai astioso perché pensi che qualcuno ti ha tolto qualcosa. Non sarai invidioso del benessere altrui perché avrai il tuo, costruito con le tue stesse mani prendendo il tuo potenziale e trasformandolo in fonte di ricchezza personale senza fine.
 
La grande, grandissima, capacità dell’Essere Umano di fare – fare in un miliardo di modi e con triliardi di combinazioni diverse – è una benedizione. Chi non ne approfitta vive al minimo, tira il freno anziché spiccare il volo. Non c’è nessuno che può farlo per noi, nessuno che ci crederà se non siamo noi i primi a crederci. Nessuno. Svegliamoci prima che la vita ci scivoli via troppo in fretta.
 
 
 
 
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(630) Occupazione

Occupare non è un verbo che mi piace, ma avere un’occupazione mi piace. Mi piace pensare che avere un’occupazione – inteso come avere qualcosa che ti occupi il tempo per sollevarti dai pensieri – sia un grande privilegio. Avere niente da fare tutto il giorno sarebbe per me la galera. Durerei due giorni due, poi mi butterei dalla Rupe Tarpea.

Ho impegnato ogni giorno della mia vita tentando di occupare le mie giornate in modo che mi fossero di giovamento. Per questo ho fatto parecchi lavori diversi da ragazza, appena quell’occupazione diventava noiosa routine mi davo da fare per trovarmi un’altra situazione. Continuavo a scrivere, è vero, ed era la cosa migliore che potessi fare. Quindi mi sono tatuata nel cuore le parole di Italo Calvino:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Così ho fatto. Inseguendo il bene, attraversando l’Inferno di tutti.

Quello a cui pensavo stasera è che avere qualcosa che ti occupi la mente, qualcosa che ti doni gioia, per poi magari metterlo in atto e renderlo concreto, è un diritto di tutti. Chi lo scansa pensando che il fare-niente, il pensare-a-niente, sia la grande libertà, la liberazione da tutti i mali, si sta ingannando. E non lo so perché tanti si vogliono rifugiare in questo inganno, non so se sia per paura o per pigrizia, so soltanto che si tolgono il sale della vita. Stai sognando il niente, mentre potresti sognare di fare tutto. Tutto. Fare tutte quelle cose che la vita ti offre affinché tu possa superare ostacoli e limiti superabili, per stare bene. Soltanto per stare bene. Stare meglio.

Fare niente, non suona brutto? Il niente chiama il niente, è un dato di fatto. Il niente non ti riempie, non ti soddisfa, non ti fa arrivare prima al Nirvana. Il niente ti annienta. E mi domando: come puoi pretendere che persone che affrontano l’ignoto perché hanno fame di vita, una volta superato ogni limite possano resistere nel niente assoluto in attesa che qualcuno decida per loro? Tu lo faresti? Quel tipo di persone nel niente non ci stanno. Lo hanno dimostrato affrontando l’Inferno più atroce, non c’è bisogno di chiedere loro alcuna ulteriore prova. Si sono guadagnati la vita, definitivamente.

Oltre le apparenze, quella loro fame vale molto più del niente anelato da chi ha tanto, fin troppo. Molto di più di chi sogna quel niente lamentandosi di quel troppo che ha.

Occupare la tua mente, le tue mani, le tue gambe con i desideri che alimentano la tua vita: non pensi che debba essere e che sia una benedizione dal Cielo? Io sì.

 

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(616) Giotto

Disegnare una perfetta circonferenza senza bisogno del compasso. Questo sapeva fare Giotto, fin da piccolo. Credo sia quello che io sto cercando di fare con la mia vita, fin da piccola. La similitudine si conclude qui.

Se faccio una cosa tento di farla al meglio, dev’essere bella oltre che utile. Nove volte su dieci fallisco, non è mai bella quanto mi immaginavo né utile così come avrei voluto. Non importa, sarà per la prossima volta.

Eh! Magari. Magari riuscissi ad asciugarmela così, la prossima volta, pazienza. Naaaaaaa. Io ci rimurgino, mi mortifico, mi autoflagello, e dopo aaaaaaaaaaaaanni (forse) dimentico. Mai totalmente, solo quel tanto per rendere le cose un po’ più confuse e le recriminazioni un po’ meno fondate. Stemperato dalla memoria, il ricordo lascia spazio a giustificazioni e aggiustamenti, così diventa più sopportabile.

No, non sto parlando di grandi fallimenti, ma anche di cose piccole. Davvero, dico sul serio, anche una cosa che nessuno si potrebbe mai ricordare – ma io sì – e di cui tutto il mondo se ne frega – ma io no – per me diventa motivo di martirio. Qualcosa in me non funziona come dovrebbe, non so cosa, ma è evidente.  Riesco a rendermi la vita un inferno per ragioni inesistenti… ma perché?!

Forse l’ambizione di essere una Giotto contemporanea è un pretesto per darmi le martellate sulle nocche… cavoli. Fosse così sarebbe terrificante.

Non voglio saperlo, voglio solo concentrarmi sul fatto che la circonferenza perfetta a mano libera è l’estrema Bellezza. Un viaggio del tratto che si compie senza incidenti, senza impedimenti, senza indecisioni. Il tempo di un respiro, neppure troppo lento, e lì sotto ai tuoi occhi, sotto la punta della matita… la Meraviglia.

Diamo per scontato che incidenti, impedimenti, indecisioni e vari casini sparsi stanno facendo del cerchio della mia vita una cosa ben poco perfetta e non del tutto bella. Diamo per scontato che se riuscirò a riportarmi nel punto in cui tutto è iniziato, molto probabilmente, non me ne accorgerò neppure. Diamo per scontato che mi gestirò ogni respiro in modo scellerato – apnee, rantoli, singhiozzi e quant’altro – e avrò sempre troppo poco fiato o talmente tanto da andare in iperventilazione e schiantarmi a terra.

Va bene, ma almeno le buone intenzioni le ho mantenute. Non era affatto scontato. Per niente proprio.

 

 

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(598) Manipolare

Detto così è brutto, e a dirla tutta anche farlo è brutto, ma se agiamo entro un limite definito con precisione – quello del rispetto degli spazi mentali e fisici altrui – il verbo cambia e si trasforma in altro. Il nuovo verbo diventa meno brutale e – in certi casi – anche bello. La magia della manipolazione è ovunque.

Se con i gesti si può fare molto e causare anche molti danni, figuriamoci cosa si può fare con le parole. Quelle dette o scritte, quelle sottintese, quelle ripetute, quelle negate, quelle urlate o sussurrate… ce n’è per tutti i gusti. 

Lo facciamo tutti, lo facciamo fin da piccoli, lo facciamo perché vogliamo che le cose vadano come piacciono a noi e che le persone facciano quello che vogliamo noi e che nel farlo non creino fastidi. Obbedisci, punto. Chiunque neghi questa verità dovrebbe guardarsi meglio dentro. Non è che per questo siamo cattivi o persone orrende, siamo umani. Gli umani, quando non si sparano addosso, sono impegnati in un esercizio continuo di problem solving per poter avere a che fare gli uni con gli altri. Le soluzioni, quando sono “morbide”, ti evitano di rintanarti in un bunker prima di far esplodere l’universo umano che ti circonda. Semplice sopravvivenza. Nostra e dell’intera Umanità.

Manipolare è sinonimo di “viscido, sporco” nel nostro immaginario, ma in realtà il dizionario della lingua italiana allarga un bel po’ il suo significato:

manipolare v. tr. [der. del lat. manipŭlus, nelsign. mediev. di “manciata (di erbe medicinali)”] (io manìpolo, ecc.). – 1. a. [lavorare una sostanza plasmabile, o un impasto, trattandoli con le mani: m. unguenti] ≈ maneggiare, trattare. b. [ottenere una preparazione mediante l’impasto di vari ingredienti: m. acqua e farina; m. una torta] ≈ amalgamare, impastare, (non com.) malassare, maneggiare, mescolare, rimestare. 

Certo, poi c’è anche la seconda parte da tenere in considerazione:

2. (spreg.) a. [apportare modifiche abusive a una sostanza o un prodotto, spec. alimentare: m. il vino] ≈ adulterare, alterare, sofisticare. b. [adattare in senso favorevole a sé stessi, mediante imbrogli e intrighi: m. i risultati delle elezioni] ≈ alterare, (non com.) artefare, contraffare, falsificare, manomettere, truccare. c. (fig.) [indirizzare la volontà di qualcuno, spec. per trarne vantaggio: m. le coscienze] ≈ condizionare, influenzare, maneggiare, manovrare. ↑ plagiare.

Quindi, riuscire ad agire sul punto 1 (a, b) in modo attivo e produttivo e contemporaneamente riuscire a riconoscere quando si rischia di cadere vittime di un’azione del punto 2 (a, b, c) potrebbe essere la formula che ci salva davvero la vita. 

Basta saperlo, no?

 

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(588) Quarantasei

Lo so, è stucchevole. Cioé, ogni anno qui a festeggiare la vecchiaia che avanza. Non si può, dai. Sì, è di cattivo gusto, a chi cavolo interessa leggere del mio compleanno? Avete ragione, ovvio che avete ragione. Ma non me ne frega niente, saltate il 588esimo GiornoCosì e andate pure al 589esimo, non mi offendo tranquilli.

Oggi sto qui con i miei nuovissimi 46 anni a scrivere, ed è come se li avessi da mesi, ormai, perché è da mesi che mi ripeto che quest’anno sono 46. Mi ci sono fatta l’abitudine a poco a poco. Tanto che stamattina mi sono domandata: ma sono 46 oppure 47? E quel 47 mi sembrava inverosimile, ho dovuto fare i conti, davvero! Sospiro di sollievo, ho ancora sei mesi di 46 per poi riadattarli a 47 e farmici l’abitudine finché maggio non arriva a ufficializzarli spietatamente.

Insomma, mi sto godendo questi 46 come se non mi pesassero, col sollievo che non sono ancora 47. Gabbare la mia mente non è poi così difficile, lo ammetto.

Cos’ho fatto per festeggiare oggi? Bé, diverse cose, cose che potrebbero essere giudicate idiote, ma che per me hanno enorme significato. Non le sto a raccontare, anche perché sarete già altrove a quest’ora, sono rimasta qui sola a scrivere – tanto per cambiare. Fatto sta che oggi sono contenta. Incredibile, ma sono contenta. Cosa ancora più incredibile so perché sono contenta, la lista è qui davanti ai miei occhi ed è piuttosto lunga. Certo che la vita è una cosa pazzesca, bisognerebbe pensarci. Bisognerebbe tenerlo ben presente, sempre. Ci chiede presenza e agilità, diciamo che pretende da noi cose che neppure ci immaginiamo di poter fare. Robe da matti. C’è davvero da diventare matti. Forse matti lo siamo tutti, ognuno a suo modo, ognuno perso… dentro ai fatti suoi (eh, Blasco, ma quante ne sai?).

E vorrei raccontare di tutti gli amici che mi hanno ricordata oggi, che grande dono!, e delle persone che via Facebook si sono fermate un attimo per scrivermi Auguri – cosa del tutto non dovuta e quindi supera apprezzata, e del tempo trascorso con la mia famiglia e i due regali che mi sono fatta (che privilegio potersi fare dei regali, vero?), ma forse non serve raccontarlo, serve viverlo e io l’ho vissuto. La morale della storia, come sempre, è solo uno: vivere per raccontarla. La vita, ovviamente, la vita.

A chi si è fermato fino a qui, auguro un giorno come il mio oggi, perché è stato bello, molto bello, e mi ha fatto bene.

Buonanotte 🙂 

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(583) Sudoku

La vita è come una partita a Sudoku, l’ho capito oggi. Ci sono dei numeri (dall’1 al 9) per il Sudoku e anche per la vita di ognuno di noi, bisogna cercare di incastrarli in un quadrato 3×3 contenuto da un altro quadrato 3×3 in modo che non si ripetano (errare humanum est, perseverare autem diabolicum).

Insomma: c’è una griglia grande che ne contiene nove piccole da cui non si scappa, ci sono un numero finito di numeri che si vanno a ripetere – ma non all’interno di ogni mini-griglia – e finché non hai capito dove mettere mano vai a scontrarti con la dura realtà del non-quaglia. Non serve che ti giustifichi, che spergiuri che non capiterà più, che d’ora in poi ti impegnerai al massimo. Se non quaglia, non quaglia. 

E ci passi le giornate a cercare di capire dove sta l’inghippo, ma non è detto che tu lo trova. Mentre ci provi, però, ti convinci sempre di più che l’inghippo c’è e che sta proprio sotto il tuo naso e che prima o poi lo potrai acciuffare.

Per la cronaca: oggi l’ho acciuffato. Voglio dire che ora so come risolvere il maledetto Sudoku aggrappandomi a un puntello, ora lo so. Eppure… non funziona ogni volta, c’è sempre qualcosa che mi scappa. E non ho intenzione di mentire dicendo che fatta una volta è fatta per sempre, ma per me questo è il nuovo inizio. So che come sono riuscita a farcela di tanto in tanto con questo stramaledetto gioco, così ce la farò di tanto in tanto anche con la mia vita. Perché ci sono vicina, solo a un passo, so che sto per raggiungere il senso di questo inghippo e che, una volta trovato, riuscirò a giocare meglio al gioco della vita. Magari anche a vincere, chi lo sa!

[per la serie: la speranza è l’ultima a morire]

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(561) Scarpe

Ci sono quelle belle, ma proprio belle, tanto belle che non le indosseresti mai per non sciuparle. Ci sono anche quelle sbalorditive, che ti lasciano a bocca aperta, ma che non indosseresti mai perché già ti vedi stesa a terra dopo il primo passo. Ci sono quelle belle e comode, le migliori, ma sono difficili da trovare. Quelle comode ma non proprio bellissime, che indossi ignorando un filo di senso di colpa per non essere così femminile come dovresti. Ci sono anche quelle stracomode e inguardabili, che tua nonna in pantofole a confronto diventa Jessica Rabbit, e prima di indossarle ci metti un po’, devi abituarti all’idea più che altro. Poi un giorno hai mal di schiena, o sei proprio scazzata, e allora le guardi e pensi che un giretto non te lo puoi negare, dopotutto. Ok, da quel momento in poi non te le faresti togliere neppure da Brad Pitt se ti saltasse addosso. 

Detto questo affermo che nella vita ci si può abituare proprio a tutto, dipende dal grado di sopportazione, dalla resistenza, dallo spirito di adattamento, dal bisogno di comodità o di essere “a norma”, anche dalle priorità che ci si dà  – perché no. Comunque, ribadisco: ci si può abituare a tutto, a tutto proprio. Quindi ormai non mi sorprendo più di nulla, che parta da me o da chiunque incontri.

Eppure, io non indosserei mai le scarpe di qualcun altro, chi lo farebbe? Lo fai solo se devi, se ci sei costretto, vero? Questo la dice lunga sulla nostra capacità di aggiustamento, non credi?

La cosa certa è che le scarpe sono importanti perché ci dovrebbero aiutare a poggiare il passo, a camminare sicuri, ad avanzare calibrando il ritmo, a deambulare senza soffrire più di tanto (si spera). Sono convinta che portare la scarpa sbagliata può rovinarti la giornata, la settimana, il mese… anche l’intera vita. Bisognerebbe sceglierle con cura le scarpe, bisognerebbe pensarci bene, valutare attentamente ogni dettaglio: la vestibilità, la resistenza, la tenuta del tempo, le fattezze, il colore, le rifiniture, l’armonia della forma.

Se non ci si pensa in tempo si rischia grosso. È bene saperlo, è bene che si sappia. Bisogna proprio dirlo. Ecco, l’ho detto.

 

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(523) Film

E come in un film vedo le cose scorrere, sono coinvolta ma fino a un certo punto, a meno che il protagonista non mi somigli un po’. Per istinto, per ispirazione, per ambizione, per origine, per destino. Almeno un po’.

So bene che essere troppo dentro a una storia ti fa perdere la brocca, non capisci più dove stai tu e dove stanno loro, ti gira la testa, piangi per cose che manco esistono e ridi per cose che in realtà sono crudeli e insensate. Lo so. Per questo, tanto tempo fa, ho deciso che volevo sapere tutto delle storie, ma proprio tutto.

I film che ora mi sanno portare via li scelgo con cura, non tutti, non in ogni momento, non sempre e non per sempre. Ho guadagnato un certo distacco e mi faccio ammaliare solo se la storia è pensata davvero bene. Ho perso ingenuità e anche disposizione a farmi trasportare, è vero, ma in un modo o nell’altro la vita te lo impone – anche se non vuoi crescere – io le ho solo agevolato il compito.

Eppure, quando trovo il film giusto, quello che ha i luoghi perfetti e i tempi che sembrano i miei e i personaggi che mi parlano, mi insegnano, mi fanno sognare… allora diventa indimenticabile. Piango, rido, mi arrabbio e gioisco perché quello che provo è vero. Vero, non verosimile, proprio vero.

E come in un film vivo anche il mio presente che sarà ieri già tra poche ore e che se non lo suddividessi in frame finirei col perdere tutto e perdere tutto mi spaventa. Più del ricordare tutto. Più del cancellare volutamente tutto. Più del reinventare tutto e riscrivere tutto. Perdere è un verbo che non smetterà mai di farmi paura. Per questo non smetterò mai di scrivere.

Ciak si gira.

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(510) Esortazione

Va bene, proverò con le esortazioni, l’ennesimo escamotage per boicottare le mie ragioni. O per dirla intera: le mie giustificazioni. Sono brava a giustificarmi con me stessa, talmente brava che non sento il bisogno di giustificarmi con gli altri – cosa che irrita un bel po’ il mio prossimo.

Entrando nello specifico, non è che mi giustifichi per alleviare il senso di colpa, tutt’altro. L’operazione esplicitamente auto-ingannatoria va a rafforzare la brutta opinione che ho di me – o meglio, di certi lati di me – per cui il senso di colpa si completa e si sublima con una precisione impressionante.

Un capolavoro, insomma.

Se riuscissi a fare lo stesso scherzetto – e così perfettamente – alla parte migliore di me non avrei limiti, potrei raggiungere Marte ben prima dell’auto spaziale di Elon Musk. Peccato, un vero peccato.

Sta di fatto che le minacce con me non funzionano, neppure minacciare la tragedia o presagire il dramma… sono una narratrice, con queste cose ci lavoro e non mi scalfiscono emotivamente manco pe’ niente. Conscia di ciò, ho pensato che l’esortazione potrebbe essere lo stratagemma del mese, quello che mi fa fare la svolta. Devo solo risultare convincente quel tanto da spingermi a concretizzare il mio debole proposito (debole, forse, per sfinimento). Non facile come operazione, piuttosto psycho considerando che mi devo obbligatoriamente sdoppiare per risultare credibile e – diolovoglia – efficace, ma posso tentare.

Ordunque procediamo!

“Babs, so che sei impegnata e sei sempre di corsa e sei sotto stress mica da ridere, credimi lo so e ti sono vicina… ma immagina come sarebbe se ti prendessi qualche ora per farti i gran cavoli tuoi e iniziassi a ricostruirti una vita privata… immagina come sarebbe il tuo mondo, immagina come guarderesti – con quanta serenità – ciò che sei costretta ad affrontare… immagina che figata… immagina… “

Immagina, sì. Brava, puoi proprio al massimo immaginare per come sei messa. Complimenti.

[failed mission]

 

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(496) Torbido

Lo sento subito il torbido, ma proprio subito. Poi il buonsenso mi convince che non posso partire in quarta, fidarmi del mio istinto e tagliare fuori le situazioni e le persone. Non si fa, non si può.

Grazie a questo scrupolo mi sono immersa nel torbido altrui tante volte, perché il proprio nessuno lo sente – ovvio, e in queste lunghe o corte immersioni ne ho scoperte tante di cose che nel torbido si sanno nascondere bene. Non sto qui a giudicare il torbido degli altri, detesto che giudichi il mio, ma anche i torbidi entrano in risonanza e ci si accorge che qualcosa non va quando il torbido che s’incontra non suona bene con il tuo.

Lo sento subito quel torbido lì, quello che con me non ha nulla a che vedere. Vorrei proprio girare i tacchi e andarmene, ma il mio buonsenso è un po’ scemo e mi fa restare. Dice che conoscendo torbidi a me lontani imparo meglio quel che c’è da imparare così non me lo dimenticherò più. In questo ha ragione, certi torbidi non me li dimenticherò più, ma non è un bene, anzi. Vorrei dimenticare, vorrei davvero dimenticare. Solo che certa roba ti si attacca addosso e ti corrode il cervello, tu pensi che non ti riguardi ormai, ma ricordi tutto e quel tutto rosicchia e rosicchia incessantemente.

Sguazzare nel fango non è divertente, è soltanto sporco, l’ho imparato e ora il torbido lo lascio da parte, lo lascio a chi non ha una pozza d’acqua sorgiva in cui tuffarsi. E quando lo incontro metto a tacere gli scrupoli e il buonsenso, non c’è scritto da nessuna parte che tutte le lezioni della vita debbano passare da lì. Vorrei averlo capito prima, ma sono grata di averlo finalmente capito. Non soltanto capito, sono grata anche del fatto che non mi domando più se avessi fatto meglio a restare. I dubbi sono affondati nell’ultimo torbido incontrato, ma sto ancora togliendo dei maledetti rimasugli fangosi. Damn!

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(491) Perfezione

Ci sono stata sempre così lontana che manco m’è mai passato per la testa di poterla raggiungere, un giorno e per un qualsiasi motivo, per qualcosa che mi riguardasse. La perfezione è sempre quella degli altri, così sono stata cresciuta. Mi si chiedeva in realtà di fare del mio meglio, ma non mi si pensava particolarmente dotata di alcuna capacità sorprendente. Da un lato questo non era di grande stimolo per diventare migliore – e qui la mia testardaggine e la mia ambizione han fatto tutto – ma dall’altro non sono mai stata messa sotto pressione per arrivare chissà dove. La medaglia ha sempre due facce, meglio guardarsi quella più comoda, quella che ti permette di sopravvivere, giusto?

Quando guardo gli altri non cerco la perfezione, non la pretendo, non me l’aspetto, ma quando la incontro la so riconoscere perché – anche se mai totale – emana comunque bella luce. Il mio perdonarmi per non poter ambire alla perfezione mi permette di perdonare doppiamente il mio prossimo per esserci vicino ma non troppo. La mente umana è affascinante – la mia un tantino patetica, ma affascinante lo stesso (almeno lo è per me).

La questione si chiude qui per quanto mi riguarda, ma sto valutando che la mia prigione non è migliore di quell’altra. Essere ingabbiata nella convinzione di essere sempre troppo imperfetta è un fastidio. Mi auguro sempre di svegliarmi una mattina e di trovare un altro modo di considerare queste sbarre, ma ancora non è arrivato, almeno sembra.

Per stasera deposito tutto qui e me ne vado a letto, forse sognerò di esserlo stata – perfetta – in una vita che mi sono lasciata alle spalle e di cui non ricordo il nome.

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(468) Stoicismo

stoicismo s. m. [der. di stoico]. – 1. (filos.) [dottrina e scuola filosofica, fondata in Atene nel 3° sec. a. C. da Zenone di Cizio, che attribuisce carattere di verità unicamente alle sensazioni capaci d’imporsi al soggetto per intrinseca evidenza] 2. (estens.) [l’essere imperturbabili nell’affrontare i dolori fisici e morali e le avversità della vita: sopportare con s. una grave e dolorosa malattia] ≈ impassibilità, imperturbabilità.

Un paio di giorni fa mentre scrivevo il mio post qui sopra ho notato che c’erano degli aggiornamenti di alcuni plug-in da fare. Mi sono fermata e li ho fatti. Uno di loro si è inceppato – diosasoloilperché ma non è importante – e il monitor è diventato tutto bianco con scritta criptica che tradotta malamente significava: hastalavistababy.

Nel senso che proprio non riuscivo più a entrarci nel blog, neppure da un altro device, niente di niente di niente di niente.

Avrei potuto prendere a martellate tutto, tanto dei miei Giorni Così non era rimasto nulla. Ma non l’ho fatto. Sono andata dal mio host e ho aperto un ticket. Si è palesato in neppure cinque minuti Andrew (che io qui chiamerò Saint Andrew). In un battibaleno mi ha risolto il problema. Più che fortuna è stato veramente un miracolo, un miracolo di Saint Andrew. Un secondo prima non c’era più niente, dieci minuti dopo era ricomparso tutto. Houdini al confronto era scemo, giuro.

Lo sto scrivendo perché ho sedimentato solo ora il trauma e posso dichiarare ufficialmente di aver abbracciato – incosapevolmente eppure durevolmente – lo Stoicismo come filosofia di vita. Era dentro di me, era lì e io non lo sapevo. Era lì e ha già fatto bella mostra di sé in diverse occasioni (ma tante tante tante davvero) e io non l’avevo quasi notato.

Sono esterrefatta e deliziata da questa scoperta, da questa risorsa, da questo potere magico.

Stoicismo Forever – it’s the new rule.

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(460) Imponderabile

Cercherò di prenderlo in mano, l’Imponderabile, e farne buon uso. Questo è il mio proposito per il 2018, che è anno nuovo ma non del tutto perché non mi posso inventare dal nulla un’altra me e questo toglierà all’Imponderabile un bel quintale di fantasia.

Un po’ mi dispiace, meriterebbe di più, ma non so che farci, mi è impossibile smantellare antichi inghippi mentali e brutte abitudini che nei miei oltre quarant’anni di vita si sono sistemati qui e là facendo massa, spingendomi a terra.

Se riuscissi a posare l’Imponderabile sul palmo della mia mano per rimirarlo in santa pace mi farebbe di sicuro meno paura. Sarebbe una conoscenza ravvicinata capace di sciogliere almeno il pregiudizio. Certo, prima dovrei chiederglielo, sarebbe buona educazione e lui potrebbe anche rifiutare, mica lo si può obbligare. Dovrei essere pronta anche a ricevere un rifiuto, sperando sia un rifiuto gentile perché i no secchi mi irritano.

Lo penso un gentiluomo, l’Imponderabile, vestito bene, profumato e sbarbato. Lo immagino elegante di modi e delicato nel farsi presente, anche quando butta male. Credo lui debba comunque seguire direttive da un Altrove difficile da individuare, molto probabilmente fare la parte del bastardo non gli piace, ma deve farselo andare bene perché sa che quello è il suo ruolo – che si tratti di un piccolo miracolo o un grande disastro non fa alcuna differenza.

Mi piacerebbe che la sua comparsa fosse, di tanto in tanto, accompagnata a una breve spiegazione, perché anche le cose brutte si possono digerire meglio se capisci le motivazioni e non sono più bastonate che piovono dall’alto con violenza ingiustificata. Le cose buone non hanno bisogno di spiegazioni, la bontà copre ogni vuoto e questo fa parte del gioco.

Non sono abituata a un Imponderabile troppo benevolo, questo è un cruccio perché sembra quasi di non meritarmelo. Forse per questo gli ho imposto una certa distanza, una certa freddezza, perché già so che quando mi si presenta alla porta non è proprio una festa – neppure quando lo sembra. Temo sarà questo lo scoglio più ostico da superare: le ferite che mai si cicatrizzano e che lasciano il sospetto attorno a fare da barriera respingente.

Ormai, però, l’ho scritto: cercherò di accogliere sul palmo della mia mano l’Imponderabile per tutto il 2018. Magari la mano mi tremerà, ma farò in modo di non stringerla a pugno perché c’è sempre una possibilità che il gentiluomo in questione possa rendermi la vita migliore. Chissà.

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(415) Evoluzione

Indietro non si torna, evolvere è l’unica strada.

Questo delizioso aforisma l’ho coniato quando avevo sedici anni. Un secolo fa, in pratica. Se devo essere franca, e non vedo motivo per cui io non debba esserlo, l’unica cosa che mi rende davvero orgogliosa di me stessa è proprio questa: ho mantenuto fede alla promessa.

Guardando alle mie origini posso affermare tranquillamente che l’evoluzione c’è stata. Oddio, molto inferiore alle mie ambizioni, ma tutto considerato in linea con la mia indole e le mie capacità (mai troppe, mai splendide).

Il nocciolo della questione sta proprio qui: imporsi un’evoluzione anziché adagiarsi e rischiare un’involuzione è già di per sé un modo per salvarsi l’anima. Che è qui che noi ci salviamo l’anima e se aspettiamo troppo diventa tardi, dovrebbe esserci chiaro il concetto anche se lo ignoriamo caparbiamente.

Evoluzione mi piacerebbe fosse sinonimo di salto quantico, ma nel mio caso non lo è e questo è duro da digerire, ma rassegnarmi soltanto perché la Natura non mi ha dotata di genio (in nessun campo) è sempre stato fuori discussione. Una sorta di amor proprio che si può confondere con la presunzione – lo so – ma che in fin dei conti non ha mai danneggiato nessuno se non me (in alcune occasioni) e mai troppo seriamente.

Anche solo per il fatto che ora sto scrivendo, il mio credo ha trovato soddisfazione. Scusate, non è cosa da poco e non è cosa ovvia. Ammiro le persone che sanno evolvere il proprio pensiero senza farsi sconti di sorta, mantenendo la pulizia interiore e la limpidezza della visione. Sono la mia ispirazione, guardare a loro mi rafforza la speranza. In cosa? Nella salvezza del Genere Umano.

Se lo guardo troppo da vicino non ci fa una gran bella figura, ma quando zoommo sulle persone giuste l’impennata di ottimismo è evidente. Sono convinta più che mai che noi siamo qui per evolvere la nostra anima e con questa prospettiva tutto sembra avere un senso, tutto sembra avere il suo posto. Cade la rabbia, cade la rogna, cade la voglia di mandare tutto al diavolo. Evolvere significa avvicinarsi al tiepido abbraccio della vita, senza soffermarsi in dettagli da nulla, senza discussioni, senza lamentele.

Al lavoro, ordunque!

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(412) Uragano

Forse, in certi frangenti, lo sono stata. Distruttiva, intendo. Magari senza volerlo, soltanto per troppa vita. Boh. La questione è che ormai rifuggo gli uragani emotivi, proprio me ne guardo bene dall’esserne coinvolta.

Per certi versi è un peccato, è come perdersi un pezzo di vita, un pezzo di me. Per altri versi benedico questa mia scelta ogni giorno. Sono una dislocata mentale, ormai lo si è capito.

Virtualmente parlando l’uragano porta in sé potenza e furore, è ipnotico e devastante, ti dà il carico d’adrenalina e in certi periodi della mia esistenza ne avevo bisogno – anche come sorta di autopunizione o giù di lì. A pensarci ora, però, mi domando: ma cosa diavolo mi era preso? Perché mi sono messa in quella stramaledetta cosa? Pensavo forse di essere Wonder Woman?

Sì. O comunque non me ne fregava niente di essere devastata e portata via. Dato di fatto, poco felice ma vero. Mi sono anche chiesta per chi io sia stata un uragano, quanti danni io abbia fatto vivendo, quanti cocci mi sono lasciata alle spalle e se qualcuno ne è rimasto ferito. Facendo qualche calcolo: qualche volta. Non tantissime, ma alcune sì. Mi dispiace? In tutta sincerità, poco. Per un paio di queste proprio per nulla. Sono una brutta persona, lo so.

A mia discolpa posso dire che il mio essere emotivamente un uragano silente ha tratto in inganno anche me stessa, non me lo immaginavo di esserlo fino a poco tempo fa. Questo la dice lunga sulla mia presenza scenica nello spettacolo della mia vita, ma forse questo argomento lo affronterò in un altro dei miei Giorni Così e non ora.

Se l’uragano distrugge, aggiungo, la quiete può uccidere. Vorrei non morire di quiete, sarebbe un finale davvero deprimente. Un fallimento. A volte la vita non ti dà scelta, figuriamoci la morte. Eh.

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(411) Anticipare

Se riesci ad anticipare gli eventi, e guardando con attenzione il tuo presente certe cose le cogli per forza, riesci a non esserne travolta in modo irreparabile.

Ci credo totalmente, provato sulla mia pelle per anni. Questo è il consiglio che darei a chiunque: anticipa. Anticipa la tua mossa per bloccare sul nascere ciò che senti sta preparandosi pronto a schiantarti. Gioca d’anticipo.

D’accordo, non sempre è fattibile, non sempre è evidente, non sempre. Eppure se lo fai anche soltanto per la metà delle volte è già sufficiente, fidati. Non possiamo vivere con gli occhi imbottiti di prosciutto (me lo diceva una mia vecchia prof di educazione artistica) e pensare che ciò che non vediamo sia scomparso. Non si può e basta.

Incolpare sempre agli altri, fare appello alla crudeltà della vita e del mondo e del destino, è la forma più bassa di idiozia che possiamo mettere in pratica. Guardare, registrare i dettagli, riflettere su ciò che c’è e ciò che non c’è, svelare l’enigma e agire subito! Subito, santiddddddddio, subito!

Ci vogliamo dare una svegliata o no? Subito!

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(399) Malavoglia

Se potessi trovare il modo di non fare MAI le cose di malavoglia, avrei risolto tutti i miei problemi in un colpo solo. Odio fare le cose malvolentieri. Quelle cose che sono un fastidio che non riesci a digerire e che per quanto tu possa provare a guardarle con altri occhi non cambia un tubo. Restano una spina nel fianco, a pain in the ass – come dicono perfettamente gli americani.

Mille volte al giorno, cose piccole e grandi, che mi capitano tra i piedi e mi vengono imposte: dalla situazione, da chi mi sta attorno, da-cosa-diavolo-non-so e che non posso schivare. Mille volte al giorno sono troppe per chiunque, ammettiamolo serenamente, santiddio!

Bene, mi ritrovo sempre al punto di partenza: le faccio, rosicando, quindi per forza, odiando me stessa per essere stata incastrata di nuovo e il resto del mondo che trama 24/7 contro di me (e vince pure). Che vita grama, che grama vita!

Certo che so sfoderare il mio più lucente vaffanculo, con una certa maestria lo confesso, ma non posso usarlo mille volte al giorno. Anche se non si trattasse di buonsenso o di buongusto sarebbe comunque una questione di poca intelligenza e morte sicura. Uno su mille, quello più incazzoso, c’è sempre, pronto a spaccarti il muso, eh!

Fatto sta che non ci sono festivi né feriali che tengano, mille volte al giorno per tutti i giorni dell’anno. Può darsi che la mia soglia di tolleranza con l’avanzare dell’età si sia abbassata drasticamente – non lo nego – eppure la sensazione di essere una calamita per i fastidi e le zecche mi rimane.

Di malavoglia. Lo faccio, va bene, ma di malavoglia. Sia chiaro. A tutti.

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(388) Borderline

Significa linea di confine, suona benissimo secondo me. Una linea di demarcazione per noi Esseri Viventi è la pelle. Se non ce l’avessimo non sentiremmo il mondo esterno a noi e potremmo confonderlo con il nostro mondo interno (fisico e non). Ci sono territori naturali dove le linee di confine non sono fatte per stabilire chi sia il possessore, ma per definire le diverse sostanze delle cose.

Quando hai una personalità in disordine – mi permetto un gioco di parole – vieni definito borderline, ovvero stai a un passo dalla psicosi. Diamo per scontato che lo siamo tutti, tutti a un solo passo, tutti dannatamente borderline. Vien persino da ridere a dirlo, lo sappiamo benissimo anche se ce la raccontiamo diversamente.

Quello che si può vedere dal bordo, dalla linea di confine, è interessante. Ti rendi conto che tante cose grandi ormai sono piccole, che cose vicine si son fatte lontane, che un passo di qua o uno di là a quel punto può fare la differenza e sta a te scegliere. Interessante e spaventoso. Quando stai sul bordo cadono un sacco di giudizi, te li ritrovi in briciole sparse ai tuoi piedi, e ti domandi perché diavolo te li eri impastati e modellati con tanta cura, a cosa diavolo pensavi ti servissero? Quando stai sul bordo potresti avere voglia di sederti un attimo, potresti sentire il bisogno di pensare – in generale o anche pensare a te.

Un giro lungo i bordi dei propri confini fa bene a tutti. Addirittura può rivelarsi liberatorio. Non costa nulla, se non un bel quintale di illusioni e cazzate varie, e può cambiarti la vita. Cambiarti tutto. Devi solo decidere se sei pronto a rischiare o se preferisci far finta di nulla. Sta a te.

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