(899) Vecchiaia

Pensavo sarei invecchiata meglio. M’immaginavo sarei invecchiata meglio. Sorridente. Cos’è andato storto? 

Un paio di ipotesi magari le posso anche azzardare e non mirerei troppo lontano dal bersaglio, ma in realtà non sta lì il problema. Il punto focale della questione è capire cosa posso fare per porci rimedio.

Lo ignoro bellamente.

Non si tratta di fare una cosa piuttosto che l’altra, non si tratta di fare. E quando non si tratta di fare, la sottoscritta va in palla. Fare mi viene bene, pensare mi incasina. Penso tanto e male. Questo non posso cambiarlo. Posso cambiare l’azione del mio pensare male, ovvero penso-male e poi faccio il contrario (così funziona di solito), ma è il pensiero che condiziona l’invecchiamento.

Dovrei trovare il modo di invertire il senso, di provocare un cortocircuito alla rete neuronale in modo che qualcosa si sconvolga e la dinamica mia solita cambi. Si chiama elettroshock, ma mi spaventa. E se poi non mi riconoscessi più?

Rimane il fatto che questa amarezza mi spegne il sorriso e invecchiare così non va affatto bene. La mia ingenuità? Pensare che quell’essere giovane, quella voglia di abbracciare il mondo e conquistarlo, sarebbe durata in eterno. Non ero io a sentire, era la giovinezza a provare l’infuocarsi del sangue e la felicità che fa scoppiare il cuore soltanto perché ci sei e vivi.

Non ero io. Io sono quella che ne è rimasto. E a dirla tutta non è granché. Di questo mi dispiaccio. E con questo devo farci i conti, tutti i giorni. Soltanto perché ci sono e vivo.

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(878) Genio

Non sono nata genio, ma lo so riconoscere quando lo incontro. Anche per questo ci vuole un certo genio, concedetemelo.

Mi va a genio, generalmente, chi mi guarda negli occhi riconoscendomi come essere pensante – no non è cosa ovvia – e sa ascoltare anche quando dico cose noiose (succede raramente, ma succede) (detto con una certa ironia, ovviamente).

Mi vanno a genio i libri che mi fanno scoprire il mondo – no non lo fanno tutti – e quelli che mi fanno scoprire piccoli pezzettini di me che ancora non avevo focalizzato per bene.

Mi va a genio chi sorride per darti il benvenuto, chi ti offre da bere solo per poter trascorrere del tempo con te e nient’altro. 

Mi vanno a genio le mug perché non sono tutte uguali, anche se tutte nascono con la stessa funzione. Caffè, tè, me? (cit. Una donna in carriera – film)

Mi vanno a genio le noci brasiliane, i frutti rossi, le candele e gli incensi, lo smalto per unghie, il chinotto, le mappe mentali, gli abbracci sinceri, le corse in bicicletta nella mia pianura/campagna natìa, il mare…

Mi piacciono le persone geniali, ma solo quelle che non sanno di esserlo. L’umiltà colma certi vuoti d’anima delle menti troppo illuminate. Perché anche essere troppo illuminati non è che sia proprio il massimo (secondo me, e non parlo per invidia). Mi piacciono di più, però, le persone di cuore. Quelle superano il genio perché hanno capito cosa significa amare.

In tutto questo vorrei che ci fosse un senso, ma non sono giorni sensati questi per me, sono giorni scoperti, dove gli appigli scivolano via e il rotolare mi fa cadere la testa. Vorrei essere più forte. Più saggia. Anzi, geniale. Magari riuscirei a risolvere questa vita-rebus che mi supplica di essere risolta.

Eh. Mica è cattiveria. Sono soltanto limitata. Maledizione.

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(817) Natale

Sto cercando di farmi venire idee natalizie, così da non stonare con l’atmosfera. Niente da fare. Fingere non mi riesce neppure a fin di bene. Il bene di chi? Della massa che sta festeggiando il Natale. Noi, Grandi Italiani, che abbiamo rifiutato di dare approvvigionamento a quasi 350 anime che stanno da giorni in mezzo al mare senza poter approdare in nessun porto. Buon Natale a tutti noi, noi che non ci pensiamo perché siamo al caldo e a pancia piena.

Questi sono i pensieri che mi ribollono in corpo in questi giorni. Non ci posso fare niente, il Natale per me rimane una bufala. La sagra dell’ipocrisia.

Certo, certo, c’è chi il Natale lo sente in modo sincero, c’è chi fa del bene, c’è chi ha fede e prega col cuore. Queste persone, però, lo fanno sempre, non solo a Natale. Queste persone sono sempre in linea con il proprio sentire, non fingono. Quindi non è con loro che me la sto prendendo. Con gli altri. E gli altri sono tanti.

Natale è quella cosa che, al di là del bambinello e del bue e l’asinello nella stalla, ti riporta a una nascita, a una rinascita anche. E non è facile nascere, figuriamoci rinascere dopo che la vita la si è conosciuta e la si è strapazzata per bene. Figuriamoci. Dovremmo prendere certe cose più seriamente, lasciare gli sketch da Zelig ai commedianti che abbiamo al governo. A loro viene bene la battuta e la menzogna, hanno sorrisi da spendere perché a loro non costano nulla. Plastica a perdere.

E a dirla tutta, io sono al caldo e a pancia piena, non sono in mezzo al mare a prestare aiuto, sto solo pensandoci qui al sicuro tra le quattro mura di casa. Quindi non è che mi senta proprio a mio agio a festeggiare, sono un’ipocrita almeno quanto quelli là, anche se in modo diverso. Io mi sento una merda, loro si sentono splendidi. Ma quel tipo di splendore non lo vorrei neppure gratis, figuriamoci se costa la vita a persone che hanno soltanto la colpa di voler vivere, vivere meglio intendo, e che invece se qualcuno non li aiuta moriranno atrocemente.

Sì, stanno ricevendo aiuto, ma non da noi italiani. Questa è una vergogna per tutti noi. Tutti, tutti, tutti. Noi non abbiamo concesso loro neppure coperte e un po’ di cibo per affrontare il Natale in mare, col meteo che non promette bene. Non ne parliamo, non ci pensiamo. Come se tutto fosse normale, tutto fosse a posto. Italiani brava gente. Certo.

Auguri, quindi, alla nostra anima di plexiglass. Ne abbiamo bisogno.

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(813) Educare

Ci si può educare alla generosità come all’avidità, alla comprensione come al rifiuto. Ci si educa giorno dopo giorno, perseverando in un certo punto di vista, in un certo modo di considerare sé stessi e gli altri. Lo facciamo spontaneamente quando l’ambiente ci preme e la vita ci dà un feedback deludente, se non peggio. 

Ci si può educare al cambiamento, perché non possiamo fare altrimenti o perché valutiamo che quel cambiamento vorrà dire per noi miglioramento.

Puoi educare qualcuno a una giusta condotta, ci vuole pazienza e dedizione, ma può portare buoni frutti. Certo bisogna mettere in conto il fallimento, ma se non molli si possono verificare miracoli importanti. Credo valga sempre la pena provarci, vada come vada.

Puoi educare il tuo sguardo a riconoscere il bello o il brutto, puoi educare il tuo corpo a seguire la musica o educarlo all’immobilità. Puoi educare il tuo orecchio all’ascolto o puoi educarlo a non far conto dei rumori fastidiosi. A tuo piacere. La questione dell’educare ha risvolti interessanti perché prende in considerazione un potere personale che viene affermato senza violenza, con la fermezza e costanza, e prende in considerazione un periodo medio-lungo per poter garantire un risultato visibile.

Educare, venire educati. Quando qualcuno cerca di educarti, se il oggetto della questione stride con il tuo sentire, lo puoi anche vivere come costrizione e umiliazione. Sarebbe utile affidarsi a chi quell’educare lo sa tradurre in accompagnamento e non cede all’impulso dell’imposizione.

Credo che il verbo educare abbia molto a che fare con la dolcezza e l’equilibrio, con la calma e il sorriso. Con queste premesse essere educati prende il senso pieno del vivere bene e del crescere felice.

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(721) Lettering

letteringlètëri› s. ingl. [der. di (to) letter «segnare con lettere; imprimere il titolo su …»], usato in ital. al masch. – Nel linguaggio della pubblicità e della grafica, operazione consistente nello scegliere, secondo opportuni criterî, i caratteri (anche scritti a mano) con cui far comporre il testo che accompagna un annuncio pubblicitario, o che in genere serve di commento e integrazione a un’immagine, a un disegno o serie di disegni (per es., un racconto a fumetti). Anche, il risultato di tale operazione.

La forma delle lettere parla. Lo stile con cui le lettere sono graficamente presentate parla. Che tu lo voglia o no, ti parlano al cervello prima ancora che agli occhi. Che tu lo voglia o no la tua risposta, la tua reazione, è influenzata da quello che il tuo cervello ha ricevuto come impressione.

Detto questo, se funziona per la parola scritta, funziona ancora meglio, e in modo più dirompente che mai, per la parola parlata. Lo chiamano tono, riferito alla voce, intonazione se riferito alle parole e alle frasi. Poi c’è la cadenza, che ci portiamo dietro come retaggio culturale, e anche quella serve e si impone un bel po’ nel nostro modo di presentarci e/o rapportargli con gli altri.

Tutto questo si traduce come modo. Il modo che abbiamo di esprimerci ci rende più o meno piacevoli al nostro prossimo. Sto molto molto molto molto attenta al mio modo, molto attenta. Quando scrivo e quando parlo. Più quando scrivo che quando parlo – non mi scappano parolacce quando scrivo, se le scrivo le voglio proprio scrivere, non sono soltanto un fastidioso intercalare – e sto molto molto dannatamente molto attenta al modo degli altri. Chi è sincero e chi finge, per esempio. Chi se la tira e chi no, un altro esempio.

La mia attenzione è focalizzata sul modo perché anche se ne esistono miliardi di varianti, sono solo due le dinamiche possibili: quella rispettosa e quella irrispettosa. Non c’è pericolo di confonderle, non sono interscambiabili, sono limpidamente evidenti perché prendono direzioni opposte. Certo, bisogna farci caso, bisogna che tu lo ritenga importante per riuscire a captarlo immediatamente e reagire di conseguenza.

Io ci faccio caso sempre. Proprio sempre. Vado oltre il sorriso, punto al lettering. Deformazione professionale, chiamiamola così, assolutamente precisa e affidabile.

Non mi piace avere sempre ragione riguardo alla lettura dei modi di chi mi sta attorno, ma non sono io quella infallibile, è il lettering. Mi affido a lui e lui non sbaglia. Ora, ce la possiamo anche raccontare, la prima impressione può essere sbagliata, ma se sai dove guardare non è un’impressione è studio istantaneo. E quando ho ragione, solitamente, mi siedo al centro del mio silenzio e aspetto. Non c’è bisogno di fare altro. Il tempo dirà meglio di me. E anche questa è una certezza.

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(626) Scomodità

Nomina una scomodità (mi sono detta oggi). Una sola? (mi sono risposta). Già, anche se sono diventata una specialista dei telegrammi, una sola è davvero poco. Posso scriverne cento di scomodità che ho abbracciato fin da piccola senza neppure accorgermene. Mi sembrava fosse normale, fosse una cosa da tutti. Crescendo ho capito che non era così.

Però anche alle scomodità ci si può affezionare, pensi che alla fine non è proprio ‘sta gran cosa e vabbé, va bene così. Sbagliato.

Mantenere salde certe scomodità non va bene, non va bene affatto. Metti che hai un materasso che ti spacca la schiena. Cambialo, subito! Metti che hai le scarpe strette. Ma sei matto? Buttale, ora! Ecco, siamo tutti d’accordo che bisogna disfarsi di certe scomodità, giusto?

Non è così in effetti, ci sono delle situazioni estremamente scomode che teniamo strette e queste maledette ci rosicchiano i nervi, fino a staccarceli come corde di violino spezzate dal logorio dell’archetto. Non siamo qui per soffrire, ce lo dicono a messa, ma è una balla. Siamo qui per vivere, fare in modo che il vivere non sia un fastidio è compito nostro.

E il nostro diritto alla comodità è il diritto di tutti. Ovunque.

Non significa calpestare le comodità degli altri per stare più larghi, neppure togliere di mano le comodità altrui per averne di più. Ci vuole misura, come sempre, ci vuole misura e rispetto, come sempre deve essere.

Ho deciso che toglierò di mezzo alcuni fastidi, il primo fra tutti è il silenzio obbligato, poi verrà il turno del sorriso forzato, poi penserò al sì stretto tra i denti. Uno dopo l’altro cadranno da me per farsi seppellire come meritano.

È tempo di prendersi la comodità di essere soltanto quella che sono. Adesso.

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(557) Finto

Lo sgami subito quello che è finto, ti piomba giù nello stomaco come la biglia del flipper che passa in mezzo senza toccare le palette. Presente? Non ci puoi fare niente, sblang e stop.

Un sorriso finto, un grazie finto, un “chiama quando vuoi” finto – e si potrebbe continuare per altri dieci post. Finto perché non sentito, perché obbligato da convenzioni, perché così vanno le cose, perché di quello che pensi di me non me ne frega niente, perché di te non me ne frega niente. Molto semplice, molto vero.

Se è finto non vale nulla, è vero, ma la questione è: perché diamo agli altri qualcosa che non vale nulla? Perché non ci fermiamo un po’ prima? Forse perché siamo ancora legati a quelle buone maniere convenzionali che ci hanno insegnato da bambini? Forse.

Fatto sta, però, che ormai la nuova generazione non ci fa più caso. Noi li chiamiamo maleducati, ma forse ignorano le regole delle buone maniere convenzionali di cui noi siamo stati infarciti per i primi dieci anni della nostra vita. I ragazzi di oggi pensano che un sorriso finto lo fai solo quando è palesemente finto e quindi diventa una sorta di insulto silenzioso. Tecnica interessante, perché semplice e diretta. E funziona.

Il punto non è che dobbiamo insegnare loro le stesse regole di buona convenzionale educazione che forse abbiamo rinnegato una volta adulti (altrimenti le avremmo insegnate ai nostri figli in modo naturale, no?), ma l’educazione civile, quella della gentilezza come qualità dell’anima, magari sì.

Salutare quando si entra in un luogo (o quando si esce) è una cosa che si fa per educazione, un atto di civiltà, qualcosa che fa piacere a prescindere. Se uno ti saluta fai fatica a non ricambiare, no? Se non ricambi sei un cafone, punto e basta. Ecco, essere cafoni non è un valore aggiunto, bisognerebbe dirlo a tutti, anche ai vecchietti che pensano di averne passate troppe per dover ancora sottostare alle sacrosante regole della buona educazione.

Voglio dire che le cose finte hanno zero valore, le cose autentiche contano perché costruite nel tempo con una certa logica e per una certa funzione. Si fa capo a una buona intenzione, la si prende come buona abitudine, la si fa crescere come buona educAZIONE e la si trasmette agli altri in modo naturale, con l’esempio.

Il buon esempio fa nascere il sorriso. Senza sforzo, senza costrizione. Semplice.

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(479) Nascondere

I pensieri sono nascosti, questo la dice lunga su tutto. Fossero scoperti sarebbe un disastro, sono invece dentro di noi e lì dovrebbero essere al sicuro. Se non fosse per quegli specchi pericolosi che sono i nostri occhi, attraverso loro i pensieri corrono il rischio di essere indovinati. Basta poco, mezza luce riflessa, e dal nascondiglio esce un indizio che ci frega.

Anni fa vivevo convinta di essere un libro aperto. La realtà dei fatti m’ha fatto cambiare idea, sono piuttosto brava a nascondere i miei pensieri. Devo dire che in certe occasioni sono stata fin troppo brava, e non so ancora dire se sia stato un bene o un male. Comunque sia, quando mi girano le palle divento davvero un libro aperto, leggibile da chiunque. Questo, è cosa certa, non è sempre un bene.

Non dare accesso a chiunque alla sostanza dei miei pensieri è l’unico modo per proteggerli. Ho pensieri delicati, si stropicciano facilmente e dopo è un casino ridare loro la giusta piega. Mio dovere è cercare, meglio che posso, di garantirgli il luogo sicuro di cui hanno bisogno – ovvero dentro di me.

Eppure qualcosa, di tanto in tanto, mi sfugge e se non sono gli occhi a tradirmi è un sorriso o una smorfia, nei casi peggiori le mie gambe che mi impongono di andarmene – senza voltarmi indietro. Sono fatta così.

Se in passato ho cercato di gestire questa mia indole contraddittoria con fastidio, ora mi trovo nella condizione di dovermela maneggiare con sapienza. Alzo il livello di difficoltà a +5 per non ritrovarmi nei guai. Le cose non hanno più il sapore di prima, non mostrano più gli stessi colori, non portano in sé odori definiti, devo pertanto riprogrammare i sensi e ricominciare daccapo.

Non dallo stesso Via di anni fa, certo, dal livello +5 e qui le cose le riconosco, ma non per questo significa che siano esattamente le stesse. Devo per forza di cose trovare nuove soluzioni a problemi già affrontati che però portano a dinamiche con effetti leggermente più devastanti.

Suonerà pure melodrammatico – il dramma è una delle mie corde migliori – ma dopo una certa soglia tutto quello che potrebbe scoppiarti in mano diventa devastante. Quindi per iniziare nei migliori dei modi questo nuovo percorso di livello +5 indosserò un cappello. Lo sceglierò assecondando il mio umore, le mie nuove esigenze, e lo cambierò spesso. Lo calerò leggermente sulla fronte, la tesa sfiorerà i miei occhi, e guarderò meglio, nasconderò meglio, svelerò meglio quello che dev’essere guardato, nascosto e svelato.

Sotto il sole o sotto la pioggia,  con il vento avverso o amico, non farà differenza. Ho deciso, anzi: è deciso.

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(134) Passione

In questi giorni mi ritrovo di nuovo a confrontarmi con aule piene di ragazzi della scuola superiore. Un’esperienza che non finisce mai di stupirmi, ho desiderato farlo per molto tempo ed è uno di quei desideri rischiosi che vale la pena concretizzare. Sono assolutamente grata per quello che sto vivendo (che si va ad aggiungere all’esperienza triennale in un liceo della mia zona che si è conclusa da poco).

Questa la premessa, ora veniamo al sodo: sono lì davanti a loro (chi incuriosito, chi infastidito, chi indifferente alla mia presenza) per parlare delle mie passioni (la lettura, la scrittura, la comunicazione, la creatività) scrutando i loro visi per capire se quello che sto dicendo va a segno oppure no.

In alcuni ragazzi sì, in altri no. Com’è ovvio che sia.

La cosa, però, che mi turba è che passione per loro è sinonimo di mi piace. Sono davvero pochissimi i ragazzi che sanno cosa vuol dire appassionarsi a qualcosa tanto da trovarci dentro la felicità. Io vorrei fosse ovvio per tutti, è assolutamente utopistico – me ne rendo conto – eppure non demordo. Parto sempre dal significato di passione per raccontare la mia storia e far arrivare a loro il messaggio: se non ce l’hai ancora una passione, è arrivato il momento di metterti alla ricerca, con il cuore aperto pronto ad abbracciare un pezzetto di felicità.

Sorridono, tutti, quando lo dico. Come se volessero davvero crederci, ma non ci riescono. Rimangono scettici. Un dubbio, però, rimane loro appiccicato addosso ed è lì che inizia il mio lavoro.

Sono pronta.

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(121) Gentilezza

Quando puoi fare qualcosa, anche mettendo a rischio la tua faccia, per aiutare qualcun altro raggiungi in un colpo solo il livello massimo di gentilezza a cui sia possibile ambire. Quella che ti rende indimenticabile al cuore di chi ha potuto godere del tuo gesto.

Essere ricordato con un sorriso e un intimo grazie (eterno) credo sia il premio più dolce e gratificante che uno possa desiderare.

Oggi ho ricevuto una di queste gentilezze.

Non lo dimenticherò mai.

(sorriso——–grazie)

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