(813) Educare

Ci si può educare alla generosità come all’avidità, alla comprensione come al rifiuto. Ci si educa giorno dopo giorno, perseverando in un certo punto di vista, in un certo modo di considerare sé stessi e gli altri. Lo facciamo spontaneamente quando l’ambiente ci preme e la vita ci dà un feedback deludente, se non peggio. 

Ci si può educare al cambiamento, perché non possiamo fare altrimenti o perché valutiamo che quel cambiamento vorrà dire per noi miglioramento.

Puoi educare qualcuno a una giusta condotta, ci vuole pazienza e dedizione, ma può portare buoni frutti. Certo bisogna mettere in conto il fallimento, ma se non molli si possono verificare miracoli importanti. Credo valga sempre la pena provarci, vada come vada.

Puoi educare il tuo sguardo a riconoscere il bello o il brutto, puoi educare il tuo corpo a seguire la musica o educarlo all’immobilità. Puoi educare il tuo orecchio all’ascolto o puoi educarlo a non far conto dei rumori fastidiosi. A tuo piacere. La questione dell’educare ha risvolti interessanti perché prende in considerazione un potere personale che viene affermato senza violenza, con la fermezza e costanza, e prende in considerazione un periodo medio-lungo per poter garantire un risultato visibile.

Educare, venire educati. Quando qualcuno cerca di educarti, se il oggetto della questione stride con il tuo sentire, lo puoi anche vivere come costrizione e umiliazione. Sarebbe utile affidarsi a chi quell’educare lo sa tradurre in accompagnamento e non cede all’impulso dell’imposizione.

Credo che il verbo educare abbia molto a che fare con la dolcezza e l’equilibrio, con la calma e il sorriso. Con queste premesse essere educati prende il senso pieno del vivere bene e del crescere felice.

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(784) Ricaduta

La ricaduta è quella cosa che ti capita il giorno dopo che hai scritto un post intitolato “Ripresa”. In pratica è la vendetta del karma, che ti fa presente che non è mai detta l’ultima parola, che chi ride bene ride ultimo [ed è sempre il karma quello che ride per ultimo] e che mai dire gatto se non ce l’hai nel sacco. Conclusione: ben mi sta.

Il raffreddore oggi s’è fatto protagonista, con grande gioia dei colleghi che dribblavano i miei starnuti con grande stile. Li ho amati tanto oggi per non avermi defenestrata. Davvero tanto. Io stessa non mi sopportavo più.

Riprendendo la saggezza popolare di qualche riga più sopra, succede che quando pensi di aver raggiunto il top del minimo zaaaaaaaaaaaaaaak t’arriva la prova che mancava ancora un pezzetto. Non moralmente, stavolta, ma fisicamente sento la botta. La parte positiva è che posso riderci sopra perché i pensieri cupi sono passati, nella sfiga la fortuna. Eh.

Sembrerà stucchevole, ma quando sei nel baratro, anche il minimo miglioramento fa la differenza. Per questo motivo chi ha sofferto apprezza con più intensità gli attimi felici. Quando non hai nulla, ogni cosa bella che ti arriva è una festa. E non lo dico io, è proprio Legge dell’Universo.

Per questa logica, dal mio punto di vista, augurare a certa gente gretta, avida e meschina una secchiata di sana miseria significa aprire loro le porte della felicità. Sì, la mia compassione sa arrivare a tanto.

Ok, naso tappato, post pieno di stronzate, penso di essere arrivata anche per stasera al capolinea. Auguro a tutti la buonanotte e vado ad affrontare col vicks vaporub la mia oscurità che so mi sta aspettando pronta per divorarmi. Amen.

 

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(771) Fessura

Solitamente il mondo non mi appartiene. Questa affermazione risulta più precisa della solita “io non appartengo a ‘sto mondo” perché è ovvio che se il mondo non ti vuole è facile non appartenergli. La questione, invece, che è il mondo a non appartenermi è già meno ovvia. Mi piacerebbe non fosse così, ma è un dato di fatto che ben poco al mondo mi appartiene, tutto intero mi riesce del tutto impossibile.

Guardo quindi dalla fessura ciò che vorrei fosse mio. Mio mio mio. Proprio il significato che un bimbo dà al possessivo di prima persona: mio.

Una cosa quando è tua te la vivi meglio, specialmente se te la sei guadagnata perché apprezzandola non la vai a sprecare. Non si pretende di averle gratis le cose, soltanto di averle prima o poi. Certo che si cambia idea, certo che le cose che non hai sembrano più luccicanti di quelle che hai già, certo che l’avidità è una brutta bestia, certo che chi troppo ha nulla stringe, certo che c’è chi non ha nulla eppure è felice, certo certo certo. Non sto qui a discutere l’ovvio, sto solo valutando questa prima frase che mi è uscita e che non sapevo di avere:

“Solitamente il mondo non mi appartiene… “

Perché sto sempre fuori assetto, in un modo o nell’altro, perché anche quando sono presente è come se fossi altrove in una parte seppur remota del mio cervello, perché c’è sempre un qui o un lì che mi sfugge e che alla fine lascio andare senza ripensamenti o struggimenti sparsi. Lo so, sono alla frutta. Mi sto lamentando di che cosa? Cosa diavolo sto dicendo?

Sto solo dicendo che solitamente il mondo non mi appartiene, solitamente. Eppure nei due/tre nanosecondi in cui invece lo fa, consegnandosi senza combattermi… ecco, io me ne accorgo. Me ne accorgo ogni volta, ogni volta. Sempre con meraviglia, sempre grata. Come oggi.

Alleluja!

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