(677) Velina

La carta velina si usa per avvolgere o separare qualcosa dal resto. Quasi trasparente, la tocchi e si sporca e si stropiccia e si rovina, ma la si usa come protezione. Non lo so, forse lo vedo solo io, ma è una di quelle assurdità che è così da sempre e viene data per buona senza prendersi il disturbo di metterla in discussione.

Mi piacerebbe essere avvolta dalla carta velina, in questi giorni più che mai. Come fossi un oggetto prezioso e delicato, come se con quella protezione potessi passare incolume tra i giorni e le ore e i minuti… e questa stramaledetta afa.

Sì, mi lamento anch’io del caldo soffocante e senza tregua: sono sfinita.

Essere una velina non mi ha mai interessato – una fortuna visto che poteva rivelarsi la frustrazione più grande della mia vita – ma essere protetta da una sorta di mantello magico sì, sarebbe una figata.

Sto scrivendo queste idiozie a causa di una serie di giornate pesanti, di uno stramaledetto agosto che è soltanto agli inizi e io vorrei fosse già ottobre, quindi è molto probabile che a rileggere tutto questo tra un mese me ne vergognerò e magari farò le mie scuse, ma non sottovaluto mai quello che mi esce dalla testa e si deposita sulle mie dita quando sono stanca. C’è sempre qualcosa di fastidioso, di appiccicoso, di stordente e se esce significa che deve proprio uscire. Magari me ne accorgerò tra qualche mese, magari tra un anno, magari mai. Va’ a capire come mi funziona il cervello, e in fin dei conti chi se ne frega.

Questa cosa della velina, però, è semplice e diretta, è proprio così come l’ho scritta – senza dietrologia – e così dovrebbe essere letta. Parare i colpi che arrivano senza distinzione di sorta è sfinente. Davvero, vorrei una pausa. Il più lunga possibile. Grazie.

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(664) Acquerello

Stendo il colore a veli, ecco cosa faccio. Una cosa delicata e come tale deve essere trattata. Non è così però che viene accolta. Non c’è cura in chi osserva questo mio fare, sembra che sia cosa da nulla, ma velare la realtà con i colori è il mio modo per rendere tutto più bello. Anche quando il bello si fatica a trovarlo. Questo faccio. Cosa da nulla, mi ripetono, ma io continuo a farlo perché un altro modo di vivere non l’ho ancora trovato – molto probabilmente. Il modo di vivere degli altri non mi convince, preferisco il mio. Mi auguro che funzioni per tutti così, deve funzionare così per tutti perché tutti possano abbracciare quella sottile libertà che è scelta e che è colore.

Certo che in sere come queste vengo annullata dall’idea di inutilità che è sempre lì in agguato, ma sono decisa a continuare. Stendo un velo di colore e provo a rendere concreta quella sfumatura che sfugge al controllo. Se riesco a riportarla sulla carta così come l’ho sentita forse ho ancora una speranza.

Comprendere troppo gli intrecci umani non è sempre una buona cosa, comprendere non è sempre una buona cosa. Solo che girarsi dall’altra parte non mi è possibile. Non mi è proprio possibile.

Tolgo le asprezze, spennello ombreggiature, l’acqua aiuta a non marcare troppo i contorni, toglie alcuni ostacoli. Non posso smettere di farlo, non posso smettere di comprendere, posso farlo meglio. Posso solo cercare di farlo meglio. La stanchezza, l’amarezza, l’arrabbiatura, tirano calci che mi fanno vacillare eppure intingo il pennello nel colore che sento amico con gocce che l’aiutano a scivolare sul foglio e sia quel che sia.

Dormirò il mio sonno, anche stanotte, senza timore.

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(631) Balsamo

Il buon vecchio Manzoni definiva la benevolenza un balsamo, ovvero un rimedio portentoso contro la sofferenza. Ognuno ha il suo, alcuni ne hanno più d’uno. Bisogna ammetterlo: un rimedio portentoso contro la sofferenza non è cosa di tutti i giorni. Balsami che abbiamo la potenza di rimediare a certe abominevoli ferite non sono facili da trovare. E più li cerchi e più questi ti si celano.

Non è che ‘sto pensiero mi stia portando molto lontano, credo di essere troppo stanca perfino per riflettere – anche se le dita sulla tastiera vanno dove sanno andare perché hanno ormai vita propria. In momenti come questo, a fine giornata, quando la giornata è stata intensa come quella di oggi ho solo voglia di buttarmi a letto e dormire tutte le ore che posso. Potrebbe essere che in questo periodo il mio balsamo sia il sonno?

Allora ben venga! Ci sono montagne di sonno perso che mi devo scalare, un mese non basterebbe. Le cose più ovvie sembrano quelle meno importanti, non ho mai capito il perché. L’ottusità umana – che appartiene anche a me – è un mistero, oltre che una vergogna. Ci vorrebbe un balsamo per guarire la vergogna o l’ottusità? No, non ora, non riesco neppure a tenere gli occhi aperti, figurati se riesco a tenere collegate le sinapsi.

Buonanotte a chiunque si sia fermato qui per leggermi, mi scuso, ma stasera meglio di così proprio non riesco a fare. Davvero.

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(610) Verosimiglianza

Il massimo a cui si può ambire, il massimo che ci si può augurare, è una vita il più possibile verosimile. Punto.

Dopo una giornata estenuante, in procinto di buttarmi a letto sperando che l’insonnia mi ignori, m’è venuto in mente ‘sto concetto che sembra un aforisma e che molto probabilmente è il risultato del mio vissuto nelle ultime diciasette vite – tutte debitamente archiviate ma ancora simultaneamente presenti nel mio sub-subconscio (con tutta probabilità).

Sì, a volte stupisco pure me stessa per queste uscite che stanno a metà tra il genio e l’insensatezza – un limbo battezzato: IdiozieSopraffine. Cose come questa mi escono perché in qualche modo sono state pensate e digerite, quindi non posso che ripercorrerle a ritroso finché ne scopro l’origine. Stasera non je la posso fa’, quindi azzardo un’ipotesi tanto per non mancare di coraggio.

Sono quello che faccio e che non faccio. E quello che faccio e non faccio è il risultato di un pensiero che mi nasce, che seguo e che supporto fino a farlo diventare realtà. Mi conviene essere plausibile/credibile/attendibile o il castello di fandonie mi cadrà addosso, seppellendomi, al minimo cedimento strutturale.

Avere l’apparenza di vero non significa bluffare, se è vero che il Vero è condizione puramente soggettiva. L’apparenza verosimile se poggia sul nulla si sgretola. Una verosimiglianza onorevole è un’ambizione non perfezionata che parte da buone intenzioni. Questo basta, secondo me. Basta per gli altri ai miei occhi e basta per me agli occhi degli altri. Deve bastare.

Però, santiddio, se non sei bravo a costruire verosimiglianze solide meriti ti essere seppellito dal tuo stesso inganno. Ognuno ha il guadagno che si merita, o così dovrebbe essere.

Meglio di così non so fare. Ho dato il meglio di me (sigh) tra parole e pause. Verosimilmente lo posso imputare alla stanchezza, ma vi permetto di dubitarne. Questo sì. Sempre.

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(581) Distinguersi

Credo ci sia stato un fraintendimento e alla base di questo fraintendimento non ci sia il Male Oscuro, bensì un mero tentativo di dare una mano a chi si sentiva senza speranze – nei riguardi di se stesso. Il consiglio è: distinguiti. Sii meglio di tutti, o sii il più strano di tutti, o sii il più intelligente, il più furbo, il più… insomma, distinguiti!

Diamo per scontato che se ti senti senza speranze il problema è molto probabile che abbia origine proprio lì: non pensi di poterti distinguere dal resto della popolazione mondiale. Pensi di non aver nulla di diverso dagli altri per poter prendere in mano questa tua caratteristica e farne qualcosa di meraviglioso. Ecco: siamo al primo controsenso. Perché ti senti diverso dagli altri, allora? Non hai nulla che ti aiuti a distinguerti dagli altri, ma sei diverso dagli altri. Ok, questo significa che chiunque incontri è diverso da te e diverso da un qualsiasi altro? No, non credo. Credo che tu valuti gli altri come diversi da te e pertanto tutti uguali, a meno che non compaiano in tv o sulle riviste, o abbiano milionate di followers su Instagram o Facebook o Tumblr.

Non sono d’accordo con questa visione dell’Essere Umano, in generale, ma vediamo di partire da qui. Si parte sempre da una domanda, solitamente la domanda è: perché? Quindi, perché ti senti diverso? Pensi che nessuno si senta come ti senti tu? Lo credi o lo speri? Lo speri per te o per gli altri? Non è che vuoi essere speciale, ma han già inventato tutto e essere speciale ormai costa troppo?

Distinguersi dagli altri è semplice, il nostro corpo non è uguale a quello di qualcun altro, neppure se ti trovassi davanti a uno dei tuoi sette sosia sparsi nel mondo. Distinguersi, allora, cosa significa? Fare una cazzata dietro l’altra per far notare al mondo che sei pessimo? O sacrificare la tua vita per una causa nobile e dimostrare al mondo che San Francesco è stato niente al tuo confronto?

Distinguersi come scopo nella vita. Che fatica e che stanchezza.

Ogni giorno, con ogni scelta che facciamo ci palesiamo come diversi dagli altri. Anche quando scegliamo le stesse cose, molto probabilmente il motivo che ci anima è soltanto nostro – il frutto della nostra storia, del nostro sentire.

Diverso e Distinto. D’istinto ho scritto che distinguersi sia stato all’inizio magari un buon consiglio che qualcuno ha frainteso, ora penso che il fraintendimento risieda nell’imperativo più che nell’asserzione in sé. Distinguersi significa anche farsi onore e, in questo senso, con un po’ di onesto lavoro, potremmo salvare la situazione. Lasciando da parte gli imperativi, per favore.

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(497) Oro

Mantenere la tua posizione quando senti che è giusta, vale oro. Fare un passo indietro quando ti accorgi che ti sei sbagliato, vale oro. 

Guardare negli occhi chi ti sta di fronte mentre affermi il tuo essere libero, vale oro. Fermarti e riconoscere che stai abusando della tua libertà per mortificare quella di chi ti sta di fronte, vale oro.

Ma quale oro? Non quello che si gratta dalle viscere della Terra, quello vale poco, non quanto le vite di chi consuma i suoi giorni affondato laggiù. L’oro è quel filo che ci percorre dai piedi alla testa e che ci tiene su, ci sorregge. Non si mescola al sangue, non lo puoi confondere con nient’altro. Lo vedi brillare in superficie in un bimbo che sbatte i pugnetti sul pavimento quando piomba giù al suo primo passo. Una bella culata, parata dal pannolone, non fa altro che rinvigorire il bagliore. Tempo due secondi ed è in piedi, quel nuovo tentativo non vale oro, è oro.

Mi sconvolge vedere che qualcuno lo ignora, che c’è chi non prende in considerazione quel filo d’oro che lo attraversa. Mi chiedo il perché. Forse non lo vede? Forse lo vuole negare? Forse pensa di averlo perso?

Se sto su, se sono in piedi, è per quel filo d’oro che sorregge ogni osso del mio corpo. Quel filo è sottile, sta facendo una fatica della miseria, ma ancora non si spezza. Sono sbalordita dalla sua forza. Riconoscerla ora, con la stanchezza che è sparsa ovunque, vale oro. Questa volta il mio.

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(370) Nero

Adoro il nero. Lo porto addosso sempre. Capelli, abiti, scarpe, a volte anche sulle unghie. Morticia Addams (quella di Carolyn Jones, ovviamente) è l’icona che mi affascina da una vita. Venivo spesso presa in giro per questa fissa del dark da ragazza, me ne sono sempre fregata. Ovviamente, anche se ci rimanevo male – di solito perché venivo presa alla sprovvista, la cattiveria gratuita non me l’aspetto mai – me la facevo passare persistendo nella mia posizione. Finché non cambio gusti o cambio idea per convinzione intima, persisto. Sono così.

Detto questo, il vedere nero mi dura pochissimo. Ci sono momenti in cui cado nel black hole della mia anima in pena, ma poi l’altra metà d’anima – che è guerriera – mi dà una botta intercostale e mi ributta su. Vedo nero quando sono stanca. Essere stanchi è normale, ma quando si è stanchi bisognerebbe dormire o andarsene per un po’, lontano, e respirare aria diversa. Mi piacerebbe poterlo fare, ma non me lo concedo più da molto tempo e non so più come si fa – forse.

La questione del nero, però, è una cosa sottile ed è salutare riconoscere la natura del nero in cui si sta affondando. C’è un nero senza ritorno e da lui bisogna proteggersi, non cadergli in braccio. Lo vedo spesso in chi incontro e annuso il pericolo. Vorrei soffiarglielo via perché so quanto bastardo sa essere, ma che diritto ho di interferire con le scelte del mio prossimo? Nessuno, questo è pacifico.

So solo che il nero va dosato, va monitorato, va gestito.

Io, per esempio, odio gli spaghetti al nero di seppia – anche se non ho nulla contro le seppie, beninteso – e cerco di evitarli sistematicamente.

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(252) Capolavoro

Per molti anni ho preso sul serio la fine del mondo. Nel senso che ogni volta che mi capitava qualcosa di spiacevole e doloroso io pensavo fosse destinato a durare per sempre e che la fine del mio mondo sarebbe sopraggiunta di lì a subito per stroncarmi definitivamente.

Mi sbagliavo.

Sopravvivere ai dolori è una stramberia perché ti passa piano piano la paura e diventi un po’ spavaldo e un po’ sborone. Quasi arrogante. Certamente supponente. Guardi chi si dichiara felice e privo di patemi con un certo distacco, come fosse un essere inferiore. Oppure il contrario: tutto il dolore che hai attraversato ti rimane addosso come una maledizione e muori un po’ ogni giorno, perché non vedi più niente se non quel buio che ti inghiotte.

Dove sono finita io? Ho vagato da un evento all’altro cercando di capire di cosa mi importava e di cosa potevo fare a meno, per molto molto molto tempo. Non mi sono persa, mi sono spesa, temo troppo. E quando sei esausto ti stacchi da tutto e vuoi solo dormire. Il distacco è la chiave.

Vedi un’altra piccola fine del tuo mondo, ma la distanza ti permette di non crogiolarti nel dolore o nella nostalgia. A distanza scorgi la rete intricata della tua ragnatela e ti sembra un capolavoro. Allora aspetti che la stanchezza passi perché sai che sarai di nuovo pronta a camminare. Non correre, no. Camminare.

 

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(85) Assertività

Ho preso coscienza della mia voce da quando ho iniziato con il podcasting. Non significa che prima la ignoravo, ma che prima la temevo. E’ successo qualcosa in questi anni, ora la mia voce mi appartiene di più.

Ho notato che in parallelo anche io mi appartengo di più. Non a fasi alterne, non con alti e bassi, non in positivo o negativo. Mi appartengo con costanza, con pieno riconoscimento, con assertività. Mi appartengo e basta.

E allora tutte le scelte fatte e tutte le esperienze che mi hanno attraversato non mi hanno portato via qualcosa, mi hanno soltanto lasciato scoperta la voce.

In giornate come ieri è difficile gestirla, ma il fatto che c’è mi rassicura.

Ho incontrato tante voci sussurrate che non hanno mai saputo della loro potenza, avrei voluto dire loro tutto quello che avevo scoperto ma loro non avrebbero saputo trattenerlo. Non era tempo. Chissà se ora sanno cantare.

Non ho mai smesso di cantare, io. Anche quando stonata, anche quando stanca, anche quando avrei preferito starmene in silenzio. E’ che quando la tua voce ti si presenta davanti e tu sai che è lì per te, voltarsi alzando le spalle è stupido.

No, non sono una stupida. Anche se a un primo sguardo non si direbbe.

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