(900) News

Ogni tanto ci sono delle novità che mi lasciano perplessa. Novità che mi riguardano e che mi spuntano fuori come fossero belle sorprese. Sono molto sospettosa con le belle sorprese, è giusto che lo dica. Credo che le belle sorprese non siano mai al 100% belle, alcune di queste – nel passato – si sono rivelate essere marce per un buon 80%. Tipo le fragole che ti vendono al supermercato nelle vaschette vedo-non vedo: il 20% di loro è bello e – se sei fortunata – anche buono, il resto lo devi buttare. Ecco così sono le belle sorprese per me.

Tendo, quindi, ad affrontare le sorprese con estrema riluttanza. Le novità hanno su di me  un effetto simile, non proprio uguale, ma simile. Dovrei fare di secondo nome “riluttanza”, ora che ci penso.

Ok, ritorniamo alle novità: ne ho scoperte un paio nelle ultime settimane e come è facile immaginare non mi hanno fatto saltare di gioia. Riluttanza, ovvio. Un giorno magari scriverò un post con questo titolo, mi sembra doveroso a questo punto. Comunque, ho scoperto ‘ste due news che mi riguardano e, in tutta sincerità, avrei preferito evitare.

Non so che farmene di loro, davvero. Voglio dire: bello, certo, tutto molto bello, ma non sono felice, non ho la gioia che mi solleva da terra, sono soltanto preoccupata e in ansia. In poche parole anche queste due belle novità mi si presentano con un abito luccicante, ma nascondono gli orli scuciti.

Ok, lo ammetto: non so da che parte guardarle, non so se riuscirò a maneggiarle, non so dove mi porteranno. Un’ansia che non so neppure spiegare. Avrei preferito scoprirne altre, magari quella dove sono diventata una donna-Zen, o quella dove sono diventata una donna-Zen-miliardaria, o quell’altra dove sono diventata donna-Zen-miliardaria-acapodelmondo. Ecco, queste news spaccherebbero davvero. Soprattutto la mia ansia. O mi prende un infarto o inizio a vivere bene, ma l’ansia sarebbe cosa del passato.

Vabbé, tra le tante enormi idiozie che mi stanno passando per la testa in questo momento, mi sembra opportuno tranquillizzare il mondo intero che posso farne a meno. Davvero, nel caso ti avanzassero delle news – oh, mondo intero – fammi stare fuori, ignorami come non hai fatto mai e dalle in mano ad altri. Ti garantisco che te ne sarò grata e saprò ricambiare al momento opportuno. Tu ignorami. Più forte che puoi.

No news for me.

Thanks.

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(894) Riposo

Finché non è Eterno va bene. Eterno è un po’ troppo estremo, non mi va di pensarci ora, ma un giusto riposo tra un pezzo di vita e l’altra credo sia cosa da fare. Me lo continuo a ripetere: riposare non è un fermarsi per sempre. Poi si riparte, si riprende il ritmo, si va va va va finché non sei esaurita (magari anche un po’ prima) e poi ti ri-fermi un altro po’.

Perfetto. Non fa una grinza. Eppure quando lo faccio mi parte una saetta di senso di colpa che faccio fatica anche a raccontarlo. Una roba da non crederci.

Saranno i diecimila libri che mi stanno aspettando, le diecimiliardi di storie che voglio raccontare, i diecimilamilioni di posti che vorrei esplorare… non lo so. Mi urlano tutti quanti in coro: S-V-E-G-L-I-A-T-I!

Riposare così vien difficile no?

Una volta mi sono pure fatta una lista di tutte le cose che potrei fare mentre mi riposo… ci rendiamo conto? Non serve aggiungere altro.

Il punto è che davvero il corpo ha bisogno di riposo e anche la mente. Che quando sono in overdose mi sembra tutto più enorme e incombente di quel che è davvero. Mi sento debole e da buttare.

E allora perché non mi do pace? Neppure per un weekend?

Ecco, bella domanda. Bella bella bella domanda. Magari un giorno troverò la risposta. Posso al momento solo valutare che questo mio bisogno di rifletterci presuppone un bisogno più profondo: cambiare strategia. Anziché annientarsi di fatica (ritrovarsi col cervello obnubilato alla fine non è una gioia), sto valutando a delle opzioni diversificate, meno estreme. Meno da Eterno Riposo, ecco.

Non le ho ancora messe tutte bene in fila davanti a me per guardarmele meglio, ma arriverò a farlo e mi farò una bella ragionata e forse, dico forse, attuerò un cambiamento. Piccolo, neh, però sempre cambiamento sarà.

Augh!

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(863) Cartoline

Oggi mi sono persa tra le cartoline. Immagini con posticci “benvenuti” – qui o là – che mi zompavano davanti agli occhi mio malgrado. Sono tante le cose che mi zompano addosso mio malgrado, prima o poi ci dovrò fare sopra una seria riflessione.

Divagazioni a parte, posso constatare serenamente che ogni cartolina presa in esame – tanto kitsch quanto una cartolina ha il dovere di essere – mi ha mostrato quali luoghi da qui in avanti eviterò. Che è già un modo intelligente di ridefinire i confini. Non lo so, tendo a non aspettarmi grande visione e lucidità prima di scegliere, arrivano sempre dopo (ma-che-lo-dico-a-fa’) e una si deve muovere anche senza illuminazione o non si muove più.

Le cartoline sono piccoli pensieri che qualcuno ti ha spedito mentre si stava divertendo. M’è venuto ‘sto pensiero mentre valutavo il mio fastidio di bambina quando le mie amichette dal mare mi scrivevano “mi manchi tanto”. Va bene, tutto molto carino, ma voi – maledette – ve la state spassando al mare e io muoio di noia a casa. Non è che il fatto che vi manchi mi è di conforto. Anzi, spero di mancarvi così tanto che la prossima volta o mi portate con voi o ve ne tornate a casa da me in fretta. Quindi: una cartolina non la scrivi quando sei infelice. Se sei infelice mandi una lettera, così puoi analizzare tutta la tua infelicità nei dettagli per buttarla addosso al destinatario come se gli stessi facendo un regalo. Ribadisco: le cartoline le scrivi quando vivi un attimo di spensieratezza gioiosa, poi vieni preso dai sensi di colpa, ti ricordi di chi hai lasciato a casa a morire di noia e in un istante di nostalgia (fittizia) prendi una cartolina e scrivi: ti penso/mi manchi/vorrei fossi qui. Sì e no. Permettimi l’attimo di scetticismo. Sì e no.

Va da sé che le cartoline da cui oggi sono stata assalita mi hanno fatto perdere un po’. Certo, con me basta poco. Ma poi quando ritorno dal mio viaggio qualcosa mi porto sempre dietro. A casa.

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(859) Excursus

Ieri sera ci sono cascata. Ho aperto il bauletto delle foto d’epoca. Quello che raccoglie la me bambina, la me adolescente, la me giovane donna fino a qualche anno fa (poi è arrivata la fotografia digitale e non ne ho stampate più). All’inizio l’ho fatto per uno scopo, me ne serviva una in particolare, non sapevo dove fosse finita e immaginavo fosse lì dentro. Immaginavo bene. Solo che lì dentro c’era anche il resto della mia vita, che mi ha inchiodata, e ho finito per sfogliare ogni album che avevo riposto in archivio. Maledizione.

Mentre guardavo ricordavo. Cercavo soprattutto di ricordare come stavo, come mi sentivo quando quella foto fu scattata. Solitamente stavo bene. Sollievo (ricordo sempre i momenti in cui sono stata male, ho questa perversa deviazione della memoria che alimenta la mia latente autocommiserazione). Ripeto: stavo bene.

Me ne sono andata a letto con una sensazione strana, ma l’ho messa da parte, non avevo voglia delle mie solite menate.

Stamattina senza accorgermene ho ricominciato a pensarci e mi sono scoperta – con sorpresa, lo ammetto – contenta. Ho iniziato a pensare a tutte le cose che ho fatto, a tutte le persone che ho vissuto, a tutti i posti che ho visto e le situazioni che ne sono scaturite. Diamine, ne ho fatte di cose! Ecco, mentre le facevo non è che era tutta una gioia, ma ero presente con tutta me stessa e quelle cose – al di là delle foto – sono rimaste attaccate al mio DNA, supportandolo quando i gap tradivano le aspettative. 

Andando oltre la voglia di tornare ai miei diciotto anni, che festa spettacolare!, e alle persone che mi mancano (ma indietro non si torna), non posso che guardare a quanto è stato come a un’avventura bellissima. Davvero. Non dico che rifarei tutto perché certe stronzate se le evitavo era anche meglio, ma ormai che le ho fatte è bene che rimangano lì e che di tanto in tanto le ricordi.

“Quant’eri folle, Babsie?”, un bel po’.

“Quanto lo sei ancora?”, bhé, guarda, sotto sotto… anche di più.

Ma questa è materia per un altro post, molto probabilmente. Forse.

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(844) Aggiornamento

Mi si aggiorna qualcosa e mi si inceppa qualcos’altro. Random. Inutile che mi incazzi, succede ogni sacrosanta volta. E non sto parlando solo a livello tecnologico, intendo coprire con questa mia esternazione l’intero mondo terracqueo che mi riguarda. Fuori e dentro. Lo so, impressionante.

Fatto sta che gli aggiornamenti ci devono essere, si devono fare. Occorre attrezzarsi con un paio di confezioni di Maalox plus, ovviamente. Minimo.

Perché in fin dei conti lo sappiamo che non c’è luce senza oscurità, non c’è bene senza male, non c’è giustizia senza ingiustizia, non c’è aggiornamento senza casini correlati. Amen. Quindi parliamo di cosa significa aggiornarsi: fondamentalmente significa stare al passo coi tempi. Quali tempi? Quelli che stiamo vivendo, ovvero questi. Questi tempi.

Di questi tempi c’è chi fa finta di essere ancora nel Neozoico, e non c’è verso di farlo rinsavire. Allora eccolo che tira fuori la terra piatta, l’inferiorità della donna e che l’Apocalisse sta arrivando. Non c’è niente da ridere, questi dinosauri si riuniscono in gruppi – anche belli numerosi – per autoalimentarsi con teorie ridicole che li infuoca come se fossero carbonelle. Insomma, imbarazzante e alienante. Sarebbe necessario un bell’aggiornamento forzato – stile windows o android – dove anche se tieni spento pc e cellulare non hai scampo. Al riavvio potresti scoprire che sulla schermata di blocco è scomparsa la data e l’ora (m’è successo stamattina, ma non voglio soffermarmi su questo dettaglio da nulla che mi sta facendo ribollire il sangue) o che il tuo desktop sembra non appartenerti più perché si è ordinato con logica venusiana e lo stai fissando da un’ora senza trovare nulla di nulla di nulla.

Ecco, invece no. Gli aggiornamenti indispensabili non sono applicabili, gli altri sì. Mai una gioia.

Quello che voglio dire, lo so suono piuttosto confusa stasera (ve l’ho già detto che mi è scomparsa l’ora e la data dalla schermata del mio cellulare?), ma vediamo se riesco a spiegarmi meglio: il mondo va avanti, perché così è stato pensato, per andare avanti. Non va avanti e poi indietro e poi avanti e poi indietro. Va avanti e NON va indietro. Magari ti sembra, per certi versi, che lo faccia, che stia ritornando sui suoi passi, ma va sempre avanti. E quando vai avanti per forza di cose ti tiri dietro tutto. Ecco, tutto tutto tutto non lo si può portare sul groppone per molto (è troppo, oggettivamente parlando è troppo) quindi alcuni pezzi rimangono sparsi per strada. Tutto normale, no panic. Sarebbe meglio disfarsi delle cose inutili – per esempio i terrapiattisti, i misogini, gli apocalittici – sono d’accordo, ma la prendiamo sottogamba ‘sta sottigliezza. Rimango dell’idea che pensare che ogni cianfrusaglia possa entrare dentro la valigia sia la vera follia. Quindi si fa così: ci si aggiorna i neuroni, si fanno girare meglio, un po’ più leggeri, e si aggiusta l’assetto per procedere e progredire.

Mi rendo conto che sto scrivendo un sacco di banalità, ma ve l’ho già detto che mi è sparita ora e data dalla schermata del mio cellulare? No, son cose da pazzi, davvero… come faccio ora?

 

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(809) Spensieratezza

Quando è stata l’ultima volta che ho fatto qualcosa in spensieratezza? Sarà stato nei primi anni ottanta, immagino. Un giro in bici, forse. Che ne so. Non ricordo. Non è terrificante? Non ricordare cosa si prova facendo qualcosa in spensieratezza è terrificante. Sotto ogni aspetto.

Ne faccio mille al giorno di cose mentre sono distratta da un pensiero o l’altro, non è questo il significato che voglio dare a spensieratezza, mi riferisco piuttosto al fare qualcosa con leggerezza, con gioia pura. Ebbene… ho la sensazione di aver perso un potere magico che mai più riavrò. Peggio del mantello dell’invisibilità che mai è stato mio, tra l’altro. Peggio.

Come diavolo è potuto succedere? Non è una cosa che puoi fingere, mica funziona se fingi. Non è qualcosa che riproduci a memoria, contando pure che non ne ho proprio memoria sarebbe ben difficile. Non è qualcosa che t’inventi nuovamente, che anche se non è la stessa precisa sensazione almeno ci assomiglia. No. No. No!

Devo proprio rassegnarmi, devo mettermela via, devo far finta che ne ho avuta tanta di spensieratezza in tenera età da aver dato fondo a tutta la scorta e ora non posso che continuare a esistere senza. Già il pensiero è deprimente, figuriamoci la consapevolezza che sia davvero così.

E se l’avessi soltanto messa da parte, dimenticata in un angolo e lei è ancora lì che mi aspetta? E se ci fosse una fonte magica da cui attingerla e io non dovessi far altro che trovarla? E se me ne fossi messa da parte un po’ per i tempi bui e mi comparisse davanti appena il buio arriverà? Eh. E se. Sarebbe bello, ma mi faccio poche illusioni al riguardo.

Se solo ricordassi l’ultima cosa spensierata che ho fatto nella vita, forse il ricordo mi basterebbe a colmarne la mancanza. Sarebbe bello. Eh.

 

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(768) Vetrina

Si mette in mostra il meglio di sé sperando di vendersi. Questa dovrebbe essere la regola. Se lo fosse sarebbe tutto chiaro. Compri non solo quello che vedi – presumibilmente il meglio – ma anche quello che ci sta sotto e sopra, dentro e dietro.

Non funziona così, però, perché non sempre oltre quello che vedi c’è dell’altro. E se fosse solo un bene o solo un male sarebbe tutto molto più semplice. Eppure, se compri soltanto quello che vedi e c’è potrebbe non bastarti, se compri anche tutto quello che non vedi – nove volte su dieci – ti maledici per non averci pensato almeno mille volte prima di portartelo via. Tirando le somme: mai una gioia.

Poi ci sono quelli come me, e qui – modestamente – si aprono le voragini dell’inferno. Chi non ci ha mai puntato nulla su quello che stava mettendo in vetrina: per insicurezza, per incapacità strategica, per impossibilità reale o immaginata, per pigrizia, per indolenza e per qualsiasi altra ragione. In ogni caso, alla fine dei conti, sempre uno sbaglio. Enorme.

Concentrarsi su tutto quello che sta sotto, sopra, dietro, in parte, probabilmente per chi è fatto della mia stessa pasta, è prioritario rispetto a ciò che sta mettendo in vetrina. Per la serie: non capire un cazzo. Lo dico ora, ora che è tardi per mettere in mostra il meglio perché – evidenza dei fatti – è svanito con il passare dei troppi anni e delle vicissitudini maledette della vita. Infatti, ci ho riflettuto solo ultimamente. Voglio dire, ero così impegnata con le millemila idiozie che mi riempiono il cervello che la cosa più ovvia m’è passata sotto il naso e io… niente. Girata dall’altra parte.

Mi sorprendo sempre di quanto il mio “vedermi” fuorvia il 99% del mio “vivermi”. Considerato che la mia vista s’è ridotta – notizia fresca fresca e alquanto traumatizzante – e che nuovi occhiali stanno per posarsi sul mio naso, mi posso solo augurare che con le nuove lenti io possa scoprire ciò che ancora di me non ho saputo vedere. Così, tanto per approfittare del tempo che mi separa dalla cataratta senile. Perché se dice male dice male, e girarsi dall’altra parte non serve mica. Eh.

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(630) Occupazione

Occupare non è un verbo che mi piace, ma avere un’occupazione mi piace. Mi piace pensare che avere un’occupazione – inteso come avere qualcosa che ti occupi il tempo per sollevarti dai pensieri – sia un grande privilegio. Avere niente da fare tutto il giorno sarebbe per me la galera. Durerei due giorni due, poi mi butterei dalla Rupe Tarpea.

Ho impegnato ogni giorno della mia vita tentando di occupare le mie giornate in modo che mi fossero di giovamento. Per questo ho fatto parecchi lavori diversi da ragazza, appena quell’occupazione diventava noiosa routine mi davo da fare per trovarmi un’altra situazione. Continuavo a scrivere, è vero, ed era la cosa migliore che potessi fare. Quindi mi sono tatuata nel cuore le parole di Italo Calvino:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Così ho fatto. Inseguendo il bene, attraversando l’Inferno di tutti.

Quello a cui pensavo stasera è che avere qualcosa che ti occupi la mente, qualcosa che ti doni gioia, per poi magari metterlo in atto e renderlo concreto, è un diritto di tutti. Chi lo scansa pensando che il fare-niente, il pensare-a-niente, sia la grande libertà, la liberazione da tutti i mali, si sta ingannando. E non lo so perché tanti si vogliono rifugiare in questo inganno, non so se sia per paura o per pigrizia, so soltanto che si tolgono il sale della vita. Stai sognando il niente, mentre potresti sognare di fare tutto. Tutto. Fare tutte quelle cose che la vita ti offre affinché tu possa superare ostacoli e limiti superabili, per stare bene. Soltanto per stare bene. Stare meglio.

Fare niente, non suona brutto? Il niente chiama il niente, è un dato di fatto. Il niente non ti riempie, non ti soddisfa, non ti fa arrivare prima al Nirvana. Il niente ti annienta. E mi domando: come puoi pretendere che persone che affrontano l’ignoto perché hanno fame di vita, una volta superato ogni limite possano resistere nel niente assoluto in attesa che qualcuno decida per loro? Tu lo faresti? Quel tipo di persone nel niente non ci stanno. Lo hanno dimostrato affrontando l’Inferno più atroce, non c’è bisogno di chiedere loro alcuna ulteriore prova. Si sono guadagnati la vita, definitivamente.

Oltre le apparenze, quella loro fame vale molto più del niente anelato da chi ha tanto, fin troppo. Molto di più di chi sogna quel niente lamentandosi di quel troppo che ha.

Occupare la tua mente, le tue mani, le tue gambe con i desideri che alimentano la tua vita: non pensi che debba essere e che sia una benedizione dal Cielo? Io sì.

 

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(515) Inarrivabile

Le stupidate che riesco a fare io darebbero filo da torcere a chiunque, ho raggiunto un livello tale da ritenersi a pieno diritto inarrivabile. Sul serio.

Oggi, per dirne una, ho trascorso il tempo a lamentarmi per un appuntamento serale che avrei voluto evitare con tutte le mie forze e che invece mi ha vista arrivare puntuale nel posto giusto ma nel giorno sbagliato –  un paio di mesi in anticipo, sigh – parcheggiando a casadidio sotto la minaccia di un diluvio imminente.

Ecco, cose così… ma ho fatto anche di peggio, altroché.

Un’altra caratteristica inarrivabile che porto avanti con orgoglio (giusto per non dovermi buttare a lago) è la mia ostinazione nel fidarmi delle persone. A prescindere io mi fido, poi me ne pento, anche subito, anche solo un nanosecondo dopo (e rimedio), ma intanto mi fido. Non lo so il perché. Sarebbe semplice vedere la causa nel mio essere istintivamente in buonafede, credo invece che abbia a che fare con il fatto che non vedo motivo per cui qualcuno dovrebbe raccontarmi una bugia. A che scopo?

Va bene, ho capito che la gente mente anche senza scopo alcuno, solo perché le va o perché non può farne a meno o perché ignora quale sia la realtà delle cose, eppure non riesco a partire scettica, è più forte di me.

Onestamente parlando, mi piacerebbe potermi vantare di essere inarrivabile per peculiarità più edificanti, purtroppo non ne ho. Le so riconoscere negli altri però e questo credo sia un buon modo per mantenere allertata la mia curiosità, nonostante la massa di trogloditi con cui ci troviamo a lottare ogni giorno.

Per me inarrivabile è la condizione di gioia intima anche quando tutto va al rovescio, mi piacerebbe incontrare un Essere Umano portatore sano di gioia… resterebbe dentro di me per sempre.

 

 

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(498) Inferiore

Ci sono gli arti superiori e gli arti inferiori, entrambi utili per un Essere Umano, ma non indispensabili – l’esistenza di alcuni Esseri Umani lo provano ed è sempre un bel miracolo.

Ci sono i piani superiori e i piani inferiori, a rigor di logica senza piani inferiori non ci sarebbero i piani superiori – ma, certo, potrei anche sbagliarmi – e i piani superiori non guardano dall’alto in basso quelli inferiori, non ci pensano neppure.

Ci sono Esseri Superiori e Esseri Inferiori, così ci hanno insegnato, ma non so se crederci.

So che gli Esseri Superiori hanno accesso a una sapienza gioiosa, sono portatori di Luce e di pura compassione per tutto ciò che vive (e qui sul nostro Pianeta Terra, tutto vive, proprio tutto). Quando incontrano altri Esseri Viventi si fanno piccoli, quasi insignificanti. In silenzio contemplano la vita che sta loro innanzi con la meraviglia di un neonato, grati per l’ennesimo magnifico spettacolo. Gli altri, quelli che li incontrano, se non troppo evoluti, rischiano di neppure riconoscerli a meno che non prestino seria attenzione ai dettagli. C’è da dire, però, che appena l’incontro si scioglie, il benessere che li pervade qualcosa racconta, rimane il ricordo e un pizzico di nostalgia a sottolinearne i tratti.

Gli Esseri Inferiori? Di quelli non so dire i contorni. A volte ho avuto la tentazione di disegnarli, ma non ci sono mai riuscita, ho sempre la sensazione di non aver visto bene, di non aver visto tutto, di non aver capito quello che avrei dovuto capire. Eppure qualcosa, nei miei anni, l’ho capita, qualcosa so.

So con estrema certezza che se guardi un Essere Vivente negli occhi pensandolo inferiore, quello davvero inferiore sei tu. E non hai scampo, la vita te ne darà prova prima o poi. Io spero avvenga prima che tu riesca a causare sofferenza a qualcuno, spero fortemente che la tua possibilità di salvezza diventi al contempo salvezza immediata per il resto del pianeta. E così per sempre.

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(490) Giostra

Da ragazzina amavo le giostre, soprattutto il calci-in-culo e il tagadà. Quando ero proprio piccola andavo sul brucomela con mia sorella e nostra nonna, quella che rideva più forti di tutti era proprio la nonna (uno dei ricordi più belli che ho). Ora girare intorno mi dà sui nervi, non ci trovo uno scopo e senza un fine la mia capacità di divertimento si riduce a zero. Lo trovo orribile, ho perso la capacità di divertirmi soltanto per il gusto di divertirmi. Che brutta cosa, cavoli.

Il punto di questo mio Giorno Così, però, è un altro: fare le cose tanto per fare è una grandissima e stupidissima perdita di tempo. Fallo perché ti diverte, fallo perché ti interessa, fallo perché ti piace, fallo perché ti fa guadagnare soldi, fallo perché ti fa sentire vivo, fallo perché ti fa arrivare a qualcosa di meglio… insomma, fallo per un motivo, non così ad minchiam. Se devi occupare il tempo e basta, dormi… che di ore di sonno difettiamo tutti, santiddddddio!

Girare in tondo in giostra lo fai quando hai tanto tanto tempo davanti a te, quando ti sembra che vivrai per sempre, oppure quando quella gioia non la troveresti da nessun’altra parte. Insomma, bisognerebbe pensarci, farci caso, domandarsi davvero il perché delle cose. Si rischia di girare in giostra convinti di volerlo fare, di divertirsi e alla fine non combinare nulla di meglio soltanto perché non ci siamo mai chiesti un semplice e stramaledetto perché.

Va bene, sto diventando vecchia e acida, me ne rendo conto, ma i perché danno profondità al nostro vivere le poche ore che abbiamo a disposizione… perché toglierci questo privilegio vivendo zombizzati? Perché?

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(453) Lustrini

Sono una di quelle cose con cui combatto: ne sono attratta e respinta allo stesso tempo. So che sotto i lustrini solitamente non c’è niente di che, ma i lustrini sberluccicano che sembrano piccole stelle di luce… e così mi brilla un po’  il cuore, come se fossi ancora una cinquenne capace di sognare bei sogni.

Vabbé, vediamo di astrarre il concetto luce-che-sberluccica per sistemarlo dentro un discorso sensato non solo alla portata di una patetica cinquenne di mezza età. La realtà non è sberluccicante, per nulla, ma Madre Natura lo è. Madre Natura fa parte della realtà? Sì e no, non è parte della realtà, bensì è la realtà che ci si palesa per farci capire che dovremmo assomigliarle almeno un po’. Altro passettino al ragionamento: l’Essere Umano è sberluccicante? A volte, a intermittenza, spesso a sua insaputa. L’Essere Umano fa parte della realtà? Sì e no, dipende da quanto e cosa si è fatto (era una battuta).

Tirando le somme, non riesco a capire perché la realtà non sia sberluccicante se in potenziale comprende ben due condizioni che glielo potrebbero garantire: l’Ambiente e l’Essere Vivente. Cosa accade quindi? 

Credo che l’intermittenza psicopatica dell’Essere Umano vada a invalidare lo sberluccichio naturale della Vita sul Pianeta Terra, il che rende tutta la faccenda piuttosto schizzata. Non me ne capacito. Vogliamo davvero vivere in una realtà che non ha neppure un luccichio stellato? Vogliamo davvero opacizzare tutto per darci alla nebbia e alla tristezza? Vogliamo davvero spegnere ogni lustrino, ogni lucetta che riesce ad accendersi mentre noi brancoliamo stupidamente al buio?

Ma cosa abbiamo nel cervello? Le scimmie urlatrici? Come possiamo permettere che gli haters dei lustrini ci tolgano impunemente la gioia? Come pensiamo di sopravvivere se ci mancano i sogni quelli belli, quelli che a cinque anni ci riempivano il cuore di felicità?

Siamo degli idioti.

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(417) Dopo

Dopo c’è il calo d’adrenalina, il crollo della resistenza, la lobotomia. Ti sembra quasi che non riuscirai mai più a pensare di nuovo. Ti domandi come potrai cavartela, ma non ti interessa la risposta. Vuoi solo fare armi e bagagli e andartene in Tibet dove nessuno ti conosce. Sette anni? Di più.

Dopo c’è il feedback, che è sempre un tasto dolente e andare in Tibet sembra sempre più una buona idea.

Dopo c’è la presa di coscienza che poteva andare anche peggio, che hai dato il meglio di te e che alla fine l’hai spuntata tu. Ancora una volta. Non sono salti di gioia, perché la gioia è un’altra cosa, ma è sollievo. E il sollievo può essere una cosa ancora più rara e preziosa della gioia. Almeno in certi casi. Almeno in questo mio caso.

Dopo gli applausi e dopo che le luci si sono spente, ti aspetti un po’ di riposo. Nel senso che lo avevi proprio programmato, che è tuo per diritto, e lo sai tu  e lo sanno tutti, ma la notte dormi poco e male e al mattino inzia il nuovo giorno.

Dopo pensi che ne valeva la pena, dopo pensi che ne valeva la pena, dopo pensi che ne valeva la pena.

Allora ti accorgi che hai ricominciato a pensare e anche se non ti sai ancora spiegare come te la caverai, almeno saluti i tuoi due neuroni con una pacca amichevole perché sempre da lì devi ricominciare. Sempre da te.

Qui o in Tibet non fa differenza. Sette anni o mille, neppure. Rassegnati.

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(264) Ritrovare

Quando ritrovi un oggetto che temevi sparito per sempre è una gioia. Quando ritrovi una persona a cui tenevi molto e pensavi che il tempo ormai avesse cancellato le tracce del legame d’amicizia è proprio felicità. Capita raramente, a me è capitato un paio di volte. Oggi la seconda.

Non è vero che scrivo solo quando sono misera e infelice, voglio scrivere anche quando sto proprio bene. Infatti sono qui per condividere questo piccolo miracolo che oggi mi è accaduto.

Non è stato un caso fortuito, l’ho cercata io e lei si è fatta trovare. Come se non fosse trascorso neppure un mese, anche se in realtà si tratta di anni, molti anni. Lei sempre la persona cristallina e autentica che amavo, questo è il vero miracolo in realtà. La sua capacità di rimanere fedele a se stessa, riconoscibile a occhi chiusi, così bella.

In quest’ultima settimana dove son volate cose pesanti, oggi è stato come se mi avessero ridato le ali. Ho intenzione di tenermele strette, queste ali, si affronta meglio il cammino quando puoi sollevarti un po’ e dare pace ai piedi.

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(251) Gioia

Provo gioia, quella autentica, tutti i giorni. Dura qualche secondo o qualche minuto, raramente tutto il giorno. In realtà, non lo pretendo. La durata della gioia non mi riguarda, è la variabile che me la fa apprezzare ancora di più.

L’ho sempre riconosciuta e l’ho sempre cercata come prima cosa. Non me la sono mai fatta mancare, anche quando ero a pezzi. Un istante di gioia. La salvezza.

Se qualcuno mi chiedesse cosa vorrei donare agli abitanti della Terra, tra le tante benedizioni ne sceglierei una, questa: la gioia. La capacità di provare una profonda e autentica, pura e splendente gioia una volta al giorno. Sarebbe la cura di tutto.

A chi verrebbe in mente di farsi esplodere e di far esplodere qualcuno, quando ha conosciuto, toccato, assaporato, assimilato in ogni sua cellula la gioia? Io lo so: a nessuno.

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(225) Omaggio

Oggi, avevo evidentemente del tempo che mi avanzava, perché mi sono persa in un pensiero in apparenza stupido. Mentre me lo rigiravo per bene come si fa con una cotoletta che dev’essere impanata, ho scoperto che era lì per dirmi un paio di cose. Non so se le ho intese bene, ma se lo scrivo magari non me le dimentico.

Sono partita dal fatto che il rendere omaggio sia di per sé un gesto bello. Assolutamente inflazionato, d’accordo, ma se lo si prende alla radice rimane un gesto che veicola Bellezza. Infatti si scelgono spesso i fiori per farlo. I fiori non possono che essere belli, i fiori sono la Bellezza pura. Omaggi con la Bellezza, ovvio, con niente di meno che la Bellezza altrimenti sarebbe un oltraggio.

Bene, procedendo col pensiero sono arrivata alla domanda: ma tu, Babsie, chi omaggeresti ora se ne avessi l’occasione? Ero partita con pochi nomi, persone che ritengo meritevoli di tutta la Bellezza del mondo per svariate ragioni, ma poi la lista si è allungata. Di un bel po’. Per farla breve ho scoperto che nel mio mondo ci sono state (e ci sono) persone che hanno saputo darmi tanta Bellezza. Persone che magari neppure mi conoscono o che non si sono manco accorte che esistevo o che si sono totalmente dimenticate di me, non ha importanza. Il segno che mi hanno lasciato è la sola cosa importante.

Omaggiare con sentimento di sincera gratitudine queste persone potrebbe diventare la mia missione per i prossimi anni. Il pensiero mi fa sorridere, significa che è proprio una buona idea. Yep!

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