(779) Privato

privare [dal lat. privare, der. di privus “privo”]. – ■ v. tr. 1. [rendere qualcuno sprovvisto di qualcosa che possedeva o a cui aveva diritto, con la prep. di del secondo arg.: p. qualcuno di una carica] ≈ defraudare, spogliare. 2. (estens.) [rendere qualcosa sprovvisto di cosa che possedeva, con la prep. di del secondo arg.: p. un ramo della corteccia; p. un libro della copertina] ≈ (non com.) deprivare, (lett.) orbare, spogliare, togliere. ■ privarsi v. rifl. (con la prep. di) 1. [fare volentieri a meno di un oggetto e sim., che non ci serve più, che c’è venuto a noia, ecc.: p. di un vecchio abito] ≈ liberarsi, sbarazzarsi, spogliarsi. ↔ conservare (ø), tenere (ø). 2. (fig.) [non fare deliberatamente qualcosa che si avrebbe il diritto o la possibilità di fare: p. di una soddisfazione] ≈ fare a meno, rinunciare (a).

Il vero privare non dà scampo, non per me. La sottrazione, la mancanza, ha lo stesso valore sia se la subisci sia che te la autoinfliggi. Privarsi di qualcosa è togliersi un bene – sempre – non ci si priva di un male, ci si libera da un male casomai. Quando qualcuno ci priva di qualcosa non ci toglie una sofferenza, ce ne infligge una, facciamoci caso.

Quando ci si sente privati di qualcosa che era nostro e in un istante non lo è più ci ritroviamo nello stesso sconcerto bambino della prima volta che ci è capitato. Ci chiediamo: perché? E non è mai una domanda scema, è lecita e sacrosanta. Dobbiamo in quel momento andare a fondo, dobbiamo trovare una ragione per farci una ragione nostra, una che riusciamo a capire e a giustificare e a digerire. Se la domanda resta in sospeso ci risuonerà dentro per secoli, facendoci impazzire. Perché? Perché me lo hai tolto, era mio. Quel bene era il mio. Non dovevi toccarlo, non dovevi prendermelo, non dovevi portarmelo via. Era mio e rimarrà mio anche se ora non ce l’ho più. E non ce l’ho più per colpa tua.

Fin dalla nascita veniamo privati di tante tante piccole cose che sono soltanto nostre e che nessuno si dovrebbe permettere di toccare. Sono cose delicate, cose che spesso non possiamo neppure nominare per non sporcarle. Sono cose che suonano come noi, che hanno il nostro stesso odore. Sono cose che senza di noi non servono a nulla, sono pezzetti del nostro daimon che, se si allontanano, si perdono per sempre e scompaiono.

Quello di cui siamo stati privati è un dolore che non finisce mai. La cosa peggiore è che per quanto ci mettiamo d’impegno a trovare quel perché maledetto, quel perché maledetto non sarà mai abbastanza per giustificare la violenza, l’oltraggio, lo scempio che ci hanno procurato, per il tempo infinito che sappiamo essere solo nostro e che nessuno potrà aiutarci ad alleviare.

Ognuno di noi ha una sua lista, ma sono sicura che le nostre liste se le confrontassimo sarebbero molto simili, paurosamente simili. E quando le guardiamo ci sentiamo tutti allo stesso modo: bambini violati e traditi. Come si può guarire da tutto questo? Come?

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(531) Scandalo

scandalo /’skandalo/ s. m. [dal lat. tardo scandălum, gr. skándalon “ostacolo, insidia”]. – 1. [offesa della coscienza e della serenità altrui, provocata da azione, fatto o parola che offra esempio di colpa, malizia e sim.: dare, suscitare s.; essere causa, motivo di s.] ≈ ‖ disgusto, sconcerto, turbamento. ● Espressioni: dare scandalo ≈ scandalizzare; pietra dello scandalo → □. 2. (estens.) [parola, azione o fatto che offende o turba la coscienza, che presenta un’esagerazione intollerabile rispetto a una norma e sim.: sorprende che le autorità permettano un simile s.] ≈ indecenza, oscenità, sconcezza, vergogna. □ pietra dello scandalo [espressione di origine biblica con cui ci si riferisce a chi per primo dà motivo di scandalo] ≈ cattivo esempio, mela marcia, pecora nera.

L’aver tolto alle parole il potere originale è un gesto scellerato. Abbiamo svuotato di colpo le parole dalla loro purezza. Era questa purezza a farci vibrare la coscienza, a farci pungere l’amor proprio, a farci muovere per la vergogna in direzione salvezza. Uno scempio. Lo ripeto: uno scempio scellerato.

L’offesa della coscienza altrui, della serenità altrui, è uno scandalo. Il significato di scandalo è questo. Un’esagerazione intollerabile rispetto a una norma, questo è uno scandalo. Ma se la parola scandalo viene utilizzata in modo improprio e sposata a idiozie di vario genere, senza arte né parte, a martello, le nostre orecchie ci slittano sopra. Non se ne curano affatto, la ignorano bellamente, e il danno è fatto.

Il mordente di una parola sulla nostra coscienza è l’unica arma che la parola ha. Quando si dice che “ne uccide più la lingua che la spada”, è vero. Allora cosa hanno fatto quelli che preferiscono la spada perché temono la parola? L’hanno neutralizzata. L’hanno brualizzata enfatizzandola a sproposito, spingendola oltre ogni limite, l’hanno sbattuta in faccia a chiunque senza alcun discernimento per renderla inoffensiva.

Ma hanno sbagliato a sottovalutare la forza intrinseca di una parola, che è anche suono e non solo significato. La vibrazione di una parola – anche quando è muta – entra in risonanza con il nostro sangue e lì agisce. In segreto agisce. In silenzio agisce. E fa muovere qualcosa che sembra non avere nome, finché un nome se lo prende perché si è fatta forte e può uscire allo scoperto.

Non si soffocano le parole che sanno parlare al nostro subconscio per muoverci al buonsenso, alla ragione. Non si fa e basta. Perché? Perché anche le parole si incazzano, e che noi ancora non ce ne vogliamo rendere conto è – sotto tutti i punti di vista – uno scandalo.

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