(770) Murales

Che gli artisti raccontano la vita attraverso un linguaggio visivo di una certa portata, per me, sono un valore aggiunto per i muri delle nostre tristi città. Non sto parlando degli edifici storici, ma di quelli fatiscenti, quelli che avrebbero bisogno di una tinteggiatura di cui nessuno si prenderà mai carico e che, trasformate in tele, prendono vita con colori e immagini strepitose.

Perché non pagarli per farlo? Perché quel tipo di bellezza deve ridursi a gesto da fuorilegge che se ti beccano ti fanno pentire di essere capace di tenere una bomboletta spray in mano? Se paghi quelli bravi, quelli che sanno arricchire ciò che toccano, gli imbrattatori li prendi per un orecchio e li punisci come si deve. No?

Questo per dire che amo i murales – quelli belli – e anche chi è capace di realizzarli. Questo anche per dire che togliere la bellezza dai luoghi in cui viviamo significa toglierci pezzi di gioia, pezzi di vita. Tagli il verde, togli la musica, tarpi le ali agli artisti: in nome della pulizia e della pace. No, in nome della morte cerebrale, porcamiserialadra!

Ci sono molti modi per spegnere la vita dentro a un Essere Vivente, sono più quelli silenti e sotterranei che quelli che ti vengono sparati in faccia. Sottrai al mondo il bello e cosa rimane? Esatto. Il brutto.

In nome del bello si spazza via la violenza dai muri per sostituirla con l’arte. L’arte può essere estrema, ma non è mai violenta. Se la differenza ci è chiara ci è chiara anche la strada da percorrere. Il degrado chiama degrado, è una legge fisica, e il bello chiama il bello perché funziona anche con l’opposto. Allargando un po’ il concetto: se nel tuo ambiente lavorativo il bello regna sovrano, perché è sparso un po’ ovunque (nelle persone, nelle cose, nel lavoro stesso), si appiana tutto meglio: ogni conflitto, ogni divergenza, ogni ostacolo. Funziona così, giuro.

Mi sono dilungata su un concetto che molto probabilmente ho già trattato in uno dei miei precedenti post (vado in loop ormai, perdonatemi), ma oggi il bello mi ha colpito in diversi modi e non potevo far finta di niente. Non potevo proprio.

Buonanotte.

 

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(602) Rallentare

Si fa presto a dirlo, ma mi è difficile anche solo concepirlo. Non ho tempo per fare tutto e non posso fare meno di così altrimenti non ci sto dentro. Così, in loop. C’è da domandarsi come io ancora non mi sia totalmente fusa. Mi lamento di come son messi i miei neuroni, ma a vederla bene son fin troppo gajardi per come li ho sfruttati in questi anni. Senza ritegno, davvero.

E allora come si fa a rallentare? Cosa devo mollare per poter occuparmi semplicemente di me?

Non lo so, non ho ancora trovato la risposta. So che ci sono vicina, però. Non so quanto ci metterò per fare i metri che mi mancano. So che non posso accelerare e so che devo per forza rallentare. Ma tutto ciò non mi aiuta.

Certo cadere distrutta a letto come se non avessi un domani è piuttosto ridicolo. Non si può neppure sentire che io già alle 22.00 stia cascando dal sonno, che io riesca a malapena a digitare qui due pensieri – per altro patetici al 90% – e che appena toccato il cuscino manco il tempo di spegnere le luce che già non esisto più. Che ne è di quella che stava in piedi tutta notte a scrivere e che carburava a meraviglia appena la luce del sole calava al tramonto? Sparita. Sembra incredibile.

Fatto sta che ho una pila di libri da leggere, libri belli-interessanti-utili, che non accenna a consumarsi perché dopo due pagine devo chiudere e buonanotte. Ma se continuo così non ce la farò mai a leggerli tutti! Sarebbe un disastro! Uno spreco disumano! Noooooooooooooooooooooooooooooooooooo!

Ok, vado a letto, non ce la faccio più.

Domani ci ripenserò a mente fresca. Tra una corsa e l’altra, ovviamente.

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(586) Introspezione

Tutto sommato, questo mio diario è sotto ogni aspetto una potente autoterapia. In primo luogo mi permette di rendere evidente i miei spaventosi loop mentali – cosa da non sottovalutare (per la serie: focalizza il problema e trova una soluzione). In secondo luogo mi impone un limite nella lamentela, così tanto per mantenere un certo decoro – importante per non cadere nell’eccessivamente ridicolo. In terzo luogo mi esplicita con una certa enfasi il livello di insofferenza a cui sono arrivata – che è spaventoso, lo ammetto.

Non ricordo di certo tutto quello che ho scritto in questi mesi, figuriamoci!, e non ho alcuna intenzione di rileggere tutto quello che ho scritto in questi mesi, perlamordelcielo!, ma da quel che mi ricordo penso di aver toccato sì e no una decina di temi importanti, il resto è ripetizione.

Ripetizione = Loop

Se ognuno di noi si guardasse dentro per benino, scoprirebbe che gira sempre sulle stesse tracce. Metti che siamo dei 33 giri, i cari LP tanto per intenderci: abbiamo a disposizione 10 tracce che vanno a comporre la nostra identità e la nostra storia. Ok, il pick up – benedetto lui! – una volta partito arriva alla fine della nostra decima traccia e si alza, ritorna alla prima traccia e ricomincia a farla suonare e via fino alla decima. Così, finché abbiamo giorni a disposizione.

Voglio dire: anche il più tonto di noi all’ennesimo giro di pick up si saprà a memoria, no? Lo facciamo con i dischi dei nostri musicisti preferiti, figuriamoci se non lo possiamo fare con noi  (di saperci a memoria, intendo). Inutile far finta di niente, inutile trovarsi sorpresi. Inutile e falso. Davvero. Sappiamo benissimo che dopo quel passaggio arriva il ritornello e poi il bridge e poi il finale, lo sappiamo. Sappiamo che giriamo in loop e facciamo e diciamo e pensiamo sempre le stesse dieci fottute cose, forse con piccole varianti se siamo abbastanza intelligenti, ma non è mica detto. Lo sappiamo. Fingiamo di no, ma lo sappiamo.

Allora io mi domando: perché fingere? Perché raccontarsela diversamente? Bé, è presto detto: o siamo codardi o siamo superficiali o siamo scemi. Semplice.

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(541) Topico

Arriva il momento in cui sei chiamato all’azione: il momento topico. Raramente il momento dura un momento, molto più spesso si tratta di giorni o settimane o mesi o anni, ma sempre di periodo topico si tratta. Te lo senti dentro, nelle ossa scricchiolanti, nel sangue reumatico, nelle sinapsi stressate, che non puoi far finta di nulla. 

Un tempo pensavo – che patetica ingenua! – che quel topic-moment si potesse verificare un paio di volte nella vita (se eri fortunato, se eri sfigato qualche volta in più), mai avrei immaginato – patetica ingenua dell’ostrega! – che fosse stato per me programmato un dannatissimo loop capace di accompagnarmi forever

No, non starò qui a lamentarmi perché non serve a nulla, ma faccio solo presente che ancora non me ne so capacitare. Voglio dire: ma siamo matti?! Quanti momenti topici un cuore può sopportare? Eh? Quanti? No, non voglio sentire la risposta, era una domanda retorica santiddddio!

Dovrebbe esserci un limite dettato da Madre Natura o da Dio in persona. Qualcosa che somigliasse a un salvavita del cavolo, appena raggiungi il limite… tac, scatta e te la sfanghi. Perché se non ti uccide il fattore topico, ti uccide l’ansia. Quella non ti passa. Non è che si prende una vacanza solo perché ci tiene alla tua salute, no. L’ansia rimane lì. Anzi, l’ansia è lì per sopravvivere a te stessa. Il suo compito preciso e di osservarti mentre ti disintegri e ridere di te. L’ansia, capito?

Ok, chiarito questo concetto, credo, temo, prevedo con assoluta certezza che sto per entrare nell’ennesimo momento topico. Non so dire quanto durerà, so solo che l’ansia è già qui, mi sta guardando sorniona e vincerà. Sì, lei vincerà perché lei vince sempre.

Addio.

 

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(529) Photoshop

Si fa presto a dire “bello!”, ma forse così bello non è. L’ideale sarebbe poter photoshoppare tutto quello che nella realtà non è bello così come lo vorremmo. Potrebbe essere questo il segreto per la felicità?

L’amarezza più grande è quella lasciataci addosso dalla delusione, la delusione è la conseguenza di un potenziale “bello!” che davanti ai nostri occhi si trasforma in un “carino” quando non gira proprio male e diventa un “bleah!”. E spesso non son sfumature, son veramente salti quantici da paura.

Succede con le persone, con i luoghi, con gli eventi, con le situazioni che ci eravamo immaginati, con i desideri che si concretizzano, con i sogni che si frantumano. E non c’è photoshop che tenga, in quel caso. Di amarezza in amarezza il carico si fa pesante, le pieghe della bocca vanno in giù, le palpebre cadono perché gli occhi non vogliono più saperne di guardare la realtà (ad occhi chiusi si sogna meglio) e via di questo passo. Il cuore? Il cuore si crepa, inesorabilmente, a volte lo schiocco arriva fino alle orecchie, altre volte è silenzioso e non fa di certo meno male.

Fotoritocco prêt à porter: la soluzione per la realtà che ci delude. Eh.

E si fa presto a dire “non farti aspettative”… si può per caso vivere pensando sempre che tutto andrà a puttane? Il disfattismo è roba per cervelli dozzinali. Si può mirare più in alto, si può ambire ad una schiena dritta, lo sguardo all’orizzonte, immaginando che andrà meglio. Ecco, questo crea aspettative, quelle stesse che verranno deluse. Il maledetto loop che s’impone a chi vuole vivere malgrado sappia che di amarezza si può morire.

Evvabbé, in fin dei conti di qualcosa si dovrà pur morire e farlo con la schiena dritta e lo sguardo sognante mi sembra un buon modo. Sì, è un buon modo.

 

 

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(311) Carousel

Girare in loop. Come si fa a fermare il loop? Non lo so. La nostra mente rimane ancorata a memorie ormai logore che ti urlano di farle morire in pace e tu niente. Le fai girare con te, come se avessero colpe da espiare, come se potessero a un certo punto cambiare tutto e cambiarti in meglio.

Mi mancano i mezzi, emotivamente parlando, per fermare la giostra. E, forse, credere che qualcuno la possa fermare è l’apice dell’assurdo a cui oso arrivare. Sono io a non voler scendere, lo so bene. Perché? Questo non lo so. Mi piacerebbe saperlo, ma non lo so.

Come se avessi pagato un biglietto e ancora non si fosse esaurito, ridicolmente giro e ridicolmente faccio girare nella testa tutto quello che si è già da tempo decomposto e che nemmeno riconosco più.

Ammiro questa follia, dopo tutto e nonostante tutto. E non va per niente bene, ma proprio per niente.

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(230) Nutrimento

Riuscire a bastare a noi stessi è una bella sfida. Il nutrimento che possiamo ricevere da un altro Essere Umano/Essere Vivente può dissolversi in un istante. Anche senza ragione, anche senza colpe o responsabilità. Succede. E quello che fino a un minuto prima ti ha nutrito ora ti lascia il vuoto.

Il vuoto non è che sta lì in silenzio e si fa i fatti suoi, no. Il vuoto inizia a divorarti e lo fa a suo piacimento. Può durare molto a lungo, tu non lo puoi sapere quando si fermerà, quando sarà finalmente sazio. Non solo ti manca il nutrimento, ti manca la tranquillità per correre ai ripari, per iniziare a guarire. Crudele.

Allora decidi che devi imparare a bastare a te stesso, per evitare che succeda ancora e ancora e ancora. Un loop maledetto, inarrestabile. Maledetto. Maledetto. Maledetto.

Ci ho pensato molto negli anni, nei miei alti e bassi, nei miei pieni e nei miei vuoti, e mi sono chiesta cos’è che mi manca per riuscire a ottenere quell’equilibrio che mi permetterebbe di bastare a me stessa. Cosa?

Non lo so. Proprio non lo so.

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(140) Risalita

Un ritornare in superficie dagli abissi, lentamente, a rischio embolia. Troppo lentamente, spendendo ogni risorsa soltanto per rivedere la luce. Il respiro che ti è mancato così a lungo fa fatica a riprendere il suo posto, si spezza e ci riprova come se non ci credesse ancora.

Così è, in effetti.

La risalita è cosa lunga, ci si fa i conti un po’ per volta e sembra non finire mai quel tratto di strada che davanti a te piano piano si consuma.

I pensieri hanno modo di farsi presenti, in loop, e se non fosse che stai risalendo ti fermeresti un attimo a discuterci. Fatemi godere la risalita! Non statemi addosso, già mi manca l’aria, già faccio fatica a riabituarmi alla luce, già ho l’ansia per quello che succederà là fuori, già me le sto immaginando tutte e non tutte sono belle… basta!

E poi. Poi la raggiungi la superficie. E ricominci.

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(61) Nemico

Ci dicono che sono dappertutto. Nemici ovunque. Ci vogliono schiacciare, ci vogliono eliminare. E sono i più forti, lo stanno dimostrando.

La paranoia cresce cresce cresce, perché quando il cervello va in loop può combinarti dei casini devastanti. E quando te ne accorgi è troppo tardi.

Chi è il nemico che sta per avere la meglio su di noi? Bah! Non ha un nome, è una lobby, è un organismo tentacolare, è grande, enorme, ma invisibile.

Non abbiamo scampo.

La nostra mente può ingoiarci se glielo lasciamo fare. Buonsenso e logica perdono forza e argomentazioni, perché non li stiamo più ad ascoltare. La paura ci sta divorando e siamo noi a permetterglielo.

No, non dico che al mondo non ci siano minacce. Dico soltanto che possiamo essere noi ad avere la meglio, di tanto in tanto.

Consapevolezza e non smarrimento autodistruttivo.

La paura? Può essere messa da parte. Deve essere messa da parte se ha intenzione di smantellare, pezzo dopo pezzo, la tua esistenza.

b__

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