(1004) Modellare

È difficile immaginarci come sarebbe andata se non avessimo detto o non avessimo fatto, o se avessimo detto e fatto anziché starcene immobili o andarcene nel momento in cui dovevamo restare. Si prende la via di Sliding Doors e si viaggia di fantasia. Poteva succedere di tutto, ci diciamo, per giustificarci (scampato pericolo) o per scusarci (mancanza di coraggio). Poteva.

Quel che facciamo è una manipolazione della nostra esistenza che perpetriamo con una certa nonchalance, come se non contasse nulla. Anziché prendere coscienza di come stiamo modellando il nostro oggi e il nostro domani ci rendiamo autori di un ieri che non volevamo e non vogliamo. E lo trattiamo come se non fossimo stati noi a decidere, a fare o non fare, dire o non dire.

Eravamo noi. Magari diversi da quello che siamo oggi, ma eravamo noi. Noi lì a modellare incoscientemente quel che poi sarebbe restato a testimonianza del nostro passaggio nel tempo.

Modellare significa dare forma. Dare una forma ci permette di riconoscere quel che stiamo creando come un’espressione del nostro volere e della nostra capacità di rendere concrete certe idee, certi pensieri.

Modellare quel che abbiamo tra le mani significa avere un’idea su quello che sarà il suo scopo, la sua utilità, foss’anche soltanto qualcosa di bello da guardare. Perché la Bellezza fino ad ora non è riuscita a salvare il mondo, ma lo tiene a galla. Onorevolmente, considerato che è rimasta sola a combattere la battaglia, lei sola a crederci.

Modellare è nelle nostre possibilità, è nelle nostre corde, sappiamo come fare e sappiamo anche farlo bene quando ci impegniamo. Dovremmo forse impegnarci più spesso. Se fossimo concentrati sul nostro modellare la nostra esistenza saremmo meno focalizzati sul disturbare o distruggere il lavoro di chi lo sta facendo, magari anche bene, magari anche meglio di noi.

Ma si sa, siamo qui per crearci fastidio l’un l’altro, siamo qui per rovinare quello che di bello ci è stato dato in dotazione nell’istante in cui abbiamo fatto il primo respiro. E pensiamo di averne il diritto, siamo tutti così annoiati dal nostro vivere.

Qualcuno, poco tempo fa, mi ha detto: meritiamo di estinguerci. E ho sentito una stretta allo stomaco rendendomi conto che è quello che ci meritiamo davvero. Poi ho continuato il pensiero per vedere dove mi stava portando e il pensiero si è preso cura di me ricordandomi che a molti sbagli si può porre rimedio e che a modellare un po’ meglio si fa sempre in tempo.

Bisogna soltanto credere che ne valga la pena.

Ne vale la pena?

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(906) Svago

La mia idea di svago è piuttosto bislacca. In pratica io non mi svago mai. Anche quando ci provo con tutta me stessa fallisco. Non so proprio come si faccia, non sono programmata per farlo. Non ho altre spiegazioni.

Non riesco a staccare il cervello da quello che sto facendo per fare altro, forse perché il mio cervello non fa altro che divagare e divagando attraversa tutte le galassie e, di pianeta in pianeta, buco nero in buco nero, stella cadente in stella cadente… mi svago.

Quindi la mia idea di svago è semplice: vagare nel mio Iperuranio.

Che in soldoni significa che non stacco mai. Non mi rilasso neppure quando vago con la mente a corpo fermo. Tutto ciò è inquietante. Com’è possibile che ogni Essere Vivente sulla faccia della Terra sia dotato di neuroni-svago e io no? Non sono di questo pianeta, probabilmente.

Dipenderà forse dal fatto che non sono in cerca di divertimento? [non lo so il perché, è così e basta, non mi voglio neppure immaginare il perché]

Ok, prendiamo in considerazione che sono più affezionata all’idea impiego-il-mio-tempo-progettando-e-realizzando-cose-meravigliose piuttosto che gonfio-palloncini-per-farli-volare-in-cielo e che questa è comunque una posizione estrema. Diamo anche per scontato che, molto molto molto probabilmente, il mio vagare sia decisamente più svagante di uno svago classico. Cosa potrei fare, dunque, per avvicinare la mia idea di svago a quella del resto del mondo? Fingere di essere umana? Non sono credibile, sorry. Convincere tutti che il mio svago sia di miglior fattura del loro? Non ho energie sufficienti, sorry.

Ecco, posso fregarmene. E se qualcuno oserà chiedermi se mi sono divertita nel weekend potrò con orgoglio dichiarare: ho vagato nel mio Iperuranio ed è stato fantastico. Non mentirei, in ogni caso, oggi è stato fantastico. Davvero.

 

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(887) Partire

Ammetto che, a volte e sottolineo a volte, partire per la tangente mi viene facile. Me ne accorgo tardi, quando già sono in viaggio, e tirare il freno a mano diventa pericoloso. Un testacoda letale.

Devo quindi monitorarmi quando i primi sintomi si fanno sentire. Io li riconosco, ma non sempre ho voglia di fermarli. Un maledetto diavolo me lo impedisce. Mi sussurra: “Dai, vediamo dove ti andrà a far sbattere la testa questa volta!”. Lui si diverte, io un po’ meno, ma la curiosità mi rimane. Quindi due volte su tre parto.

Pessima idea. Ma parto.

Durante il viaggio può davvero succedere di tutto, ma una cosa è certa: che io abbia torto o ragione il risultato non cambia. Per rimettermi in piedi mi ci vogliono almeno due/tre settimane buone. Non sto scherzando. La ripresa si è allungata a dismisura con l’età avanzata. Un dato che dovrebbe obbligarmi a usare un po’ di discernimento e a tirare quel dannato freno a mano. Sì, consapevolezza onorevole e del tutto fuori luogo con me. Sono senza speranze.

La curiosità di dove andrò a sbattere, di volta in volta, il naso è troppa. E non mi chiedo mai se ne valga la pena, se non sia uno spreco di tempo ed energia, se non sarebbe forse il caso di trovarmi un innocuo hobby su cui concentrarmi. Mai. Partire rimane sempre la cosa più interessante a cui riesco a pensare. E la tangente, bé, quella non è mai la stessa pertanto il panorama cambia. A volte è una superstrada, altre un vicoletto chiuso, ma la sorpresa qui e là la trovo sempre.

Sì, l’ho già detto, sono senza speranze di rinsavimento prima dei novant’anni.

E poi si vedrà.

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(849) Fuoco

Il fuoco ci insegna la giusta misura: riscalda e brucia. Il giusto fa bene, il troppo stroppia. Per l’acqua è lo stesso, per l’aria pure. Di terra, invece, sembra non ce ne sia mai abbastanza… quella ti sparisce sotto i piedi che è una meraviglia appena ti distrai un attimo. Gli elementi della natura cercano di riportarci a quelle leggi che ci governano – nonostante quello che ci raccontiamo – e che noi puntualmente sfanculiamo [il termine potrebbe risultare volgare, ma nel contesto non saprei infilarci uno migliore, il concetto rimane: ce ne fottiamo allegramente di quello che dovremmo invece mai dimenticare]

Il fuoco è associato alla passione. Avere il fuoco dentro è un’espressione che rende bene, no? Ti dà proprio l’idea che quel fuoco ti nutre, ti motiva, ti emoziona… ti infiamma (giustamente, che altro potrebbe fare?). L’idea è sbagliata. O per lo meno è parziale. 

Il fuoco deve essere alimentato, deve essere monitorato, deve essere convogliato. Non lo fa da solo, ha bisogno di una mente pensante che lo gestisce in modo che faccia quel bene che sa fare e non finisca col distruggere tutto. Questo metterci il discernimento in un concetto che d’istinto lo si sente come selvaggio, puro, esaltante, abbassa la temperatura drasticamente. Sauna finlandese. Eh. Allora facciamo così: mettiamo il cervello in salamoia e bruciamo tutto. Alé.

E lo si fa bene se hai quindici anni, ma se ne hai cinquanta le cose cambiano. La ricerca spasmodica del fuoco bruciante, tanto per sentire qualcosa, è profondamente grottesca. Uno scempio di possibilità, di potenzialità, di visione. Fammi capire: sei sopravvissuto per cinquant’anni e ora pensi di bruciare selvaggiamente di passione come non hai mai fatto neppure da adolescente? Se non l’hai fatto quand’era il tempo giusto, parti male, sei destinato al fallimento. Se l’hai fatto già, per quanto tu faccia non sarà mai la stessa cosa. Ti salirà l’amarezza e sarà lei a seppellirti.

Il fuoco.

Se ce l’hai, usalo bene santiddddddio!  [se non ce l’hai… vedi tu]

 

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(771) Fessura

Solitamente il mondo non mi appartiene. Questa affermazione risulta più precisa della solita “io non appartengo a ‘sto mondo” perché è ovvio che se il mondo non ti vuole è facile non appartenergli. La questione, invece, che è il mondo a non appartenermi è già meno ovvia. Mi piacerebbe non fosse così, ma è un dato di fatto che ben poco al mondo mi appartiene, tutto intero mi riesce del tutto impossibile.

Guardo quindi dalla fessura ciò che vorrei fosse mio. Mio mio mio. Proprio il significato che un bimbo dà al possessivo di prima persona: mio.

Una cosa quando è tua te la vivi meglio, specialmente se te la sei guadagnata perché apprezzandola non la vai a sprecare. Non si pretende di averle gratis le cose, soltanto di averle prima o poi. Certo che si cambia idea, certo che le cose che non hai sembrano più luccicanti di quelle che hai già, certo che l’avidità è una brutta bestia, certo che chi troppo ha nulla stringe, certo che c’è chi non ha nulla eppure è felice, certo certo certo. Non sto qui a discutere l’ovvio, sto solo valutando questa prima frase che mi è uscita e che non sapevo di avere:

“Solitamente il mondo non mi appartiene… “

Perché sto sempre fuori assetto, in un modo o nell’altro, perché anche quando sono presente è come se fossi altrove in una parte seppur remota del mio cervello, perché c’è sempre un qui o un lì che mi sfugge e che alla fine lascio andare senza ripensamenti o struggimenti sparsi. Lo so, sono alla frutta. Mi sto lamentando di che cosa? Cosa diavolo sto dicendo?

Sto solo dicendo che solitamente il mondo non mi appartiene, solitamente. Eppure nei due/tre nanosecondi in cui invece lo fa, consegnandosi senza combattermi… ecco, io me ne accorgo. Me ne accorgo ogni volta, ogni volta. Sempre con meraviglia, sempre grata. Come oggi.

Alleluja!

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(755) Intermittenza

Andiamo a intermittenza. Andiamo a intermittenza e ci stupiamo che gli altri non stiano ai nostri luce/buio come vorremmo. E che devi fa’ della tua vita se non star dietro al mio umore? Cosa? Lo shampoo?

E finché è l’umore va ancora bene, pensiamo a cosa succede quando ad andare a intermittenza sono i nostri sentimenti. Ti amo/non ti amo, ti odio/non ti odio, ti voglio/non ti voglio, ti penso/non ti penso… delirio costante.

Se ce lo tenessimo per noi non sarebbe poi un gran difetto, ma onorandone il culto lo imponiamo a chi ci sta accanto. Lo facciamo andare su e giù come uno yo-yo, lo facciamo girare e pirlare come se fosse un burattino, lo facciamo parlare o lo zittiamo come se il suo esserci dipendesse da noi. Aguzzini spudorati, ecco cosa siamo.

Eppure pretendiamo sicurezza, solidità, coerenza, fedeltà, da chi abbiamo vicino. Se mi ami ora mi amerai per sempre. Anche se ti prendessi a calci in culo, ormai hai promesso e son cazzi tuoi. Belle cose, davvero. Facciamo della scostanza la nostra religione e calpestiamo il diritto a cambiare idea, cambiare il proprio sentire, cambiare opinione, cambiare pelle – se serve e certe volte serve proprio – di chi ci sta attorno. Tutti traditori, ma noi no.

Accendi e spegni la luce facendomi girare nella stanza e sbatto contro tutto e mi sto facendo male, ma tu accendi e spegni la luce finché mi scoppiano gli occhi e non riesco a vedere più niente. Chiamala crudeltà mentale, tesoro, non amore.

Se qualcuno avesse il coraggi di dirlo, se qualcuno avesse il coraggio di staccarsi dall’interruttore nel sentirsi rivolgere queste parole, forse – dico forse – le cose potrebbero migliorare. Voglio essere ottimista, stasera, voglio accendere la luce.

 

 

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(690) Catene

Una catena è un mezzo per cavarsi fuori da un bisogno. Non so chi l’abbia inventata, ma ritengo sia stata una trovata geniale. Che una catena serva, tra l’altro, a tenere legate le persone è una cosa che non si può neppure sentire. Un Essere Vivente non è fatto per essere legato, in nessun modo. Quindi una trovata geniale può trasformarsi in una cosa disumana. Colpa di chi? Nostra, ovviamente.

La catena rimane comunque geniale come concetto, e se vogliamo allargare quel concetto e farne un discorso simbolico possiamo anche spingersi fino alla considerazione che l’Essere Umano è agganciato al suo prossimo come ordine naturale delle cose. Se un anello difetta, la catena si spezza. I singoli anelli possono niente, quelli legati tra loro hanno diversi modi per essere utilizzati. Eh.

Riprendiamo il significato di “mettere la catena al collo” e teniamo ben presente l’immagine orrenda a cui ci riporta. Com’è possibile che ci infiliamo volontariamente la catena al collo per farci trasportare di qua e di là, tirati dal guinzaglio del primo che passa, pensando oltretutto di essere liberi di agire? Deve trattarsi per forza di demenza, non c’è altra spiegazione.

Siamo schiavi di noi stessi, ci ripetono i Saggi, e noi manco la capiamo questa affermazione… se la comprendessimo sul serio ci metteremmo a piangere. Le catene che usiamo per tenere legati a noi altri Esseri Viventi sono umilianti non solo per gli altri, ma anche per noi stessi. Abbiamo paura della solitudine e vigliacca la miseria se siamo disposti ad ammetterlo. Non siamo giustificati ad usare le catene, però. Vigliacca la miseria se siamo disposti a smetterla di decidere per gli altri come se fosse nostro diritto.

No, non è solo la miseria ad essere vigliacca. Lo siamo anche noi.

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(689) Sete

Si dice “avere sete di sapere”. Non fame, sete. Il sapere disseta. Non sfama, disseta. Una bibita ghiacciata, una schiumosa birra, un vinello frizzante? No, acqua. Ecco, il sapere è come l’acqua. Indispensabile alla sopravvivenza. Si muore prima di sete che di fame, dicono. Non ho motivo di dubitarne.

Stavo pensando a questo oggi, mentre mi toglievo la sete pagina dopo pagina di un libro iniziato da poche ore e quasi terminato. L’unico modo in cui riesco davvero a godermi una lettura: inizio e tutto un tiro fino alla fine nel più breve tempo possibile. Così non dimentico nulla, non mi perdo alcun passaggio. Semplice e un po’ faticoso, ma funzionale.

Detto questo, mi rendo conto che la mia sete di sapere mi fa accumulare litri e litri di pagine e faccio fatica a starci dentro. Eppure non demordo. Sono sempre convinta che quello che sai nessuno te lo può più togliere e che più sai e più sei attrezzato per affrontare quel che la vita ha in serbo per te. Forse sono solo un’illusa, ci sono state situazioni in cui quello che sapevo non mi è servito a un tubo di niente, ma piuttosto di navigare nell’ignoranza più torbida preferisco una quasi limpida conoscenza di argomenti random. Per la serie va’-dove-ti-porta-la-curiosità. Male che vada, poni che non ti serve a nulla, almeno hai trascorso qualche ora piacevole dentro universi interessanti.

Non mi voglio raccontare di essere una che sa, ma una che vorrebbe sempre sapere un po’ di più sì. Questa è la verità. La cosa più sorprendente è che più approfondisco il mio modesto sapere e meno mi vien voglia di parlare di cose che non conosco bene. Le questioni sono sempre più complicate di quel che sembrano e appena te ne accorgi ti rendi anche conto che farti un’idea del mondo non è cosa subitanea, ci metti un po’ ed è sacrosanto che sia così.

Parlare solo di quello che so può essere abbastanza? Bé, se non lo è allora significa che dovrò cercare di saperne di più. Semplice, no?

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(650) Compromessi

Decisamente vero. A forza di compromessi si perde la bussola. E io sono sempre stata molto attenta a non cedere in situazioni in cui sentivo che sarebbe stato solo l’inizio e che poi sarebbero stati dolori a ritornare sulla mia strada. La mia strada, sì, perché ognuno di noi ne ha una sua e questa potrebbe anche non incrociare altre strade già troppo battute e bisogna pensarci bene a quello che si lascia o si può guadagnare ad ogni passo che compi. 

Alla mia non più verde età posso dire di aver fatto bene, ho fatto bene perché sono ancora sulla mia strada ed è la mia e io mi ci trovo in equilibrio con dignità intatta. Eppure non è che i compromessi ora non siano più un rischio, lo sono sempre. La mia visione è però cambiata, questo un po’ mi impensierisce. Mi sono accorta che certi compromessi non sono lì per portarti fuori strada, ma per farti guardare meglio la strada. Sembra complicato, ma non lo è, anzi è piuttosto semplice: le cose non sono mai soltanto quelle che vediamo dal punto in cui ci troviamo, sono sempre molto di più. Quel molto di più lo si può vedere spostandoci un po’ di qua e un po’ di là, a volte per farlo bisogna fare un passo laterale un po’ più ampio e quello potrebbe essere considerato un compromesso.

Per avanzare, diciamo nove volte su dieci, spostarsi e abbracciare un piccolo compromesso è quasi la regola perché le cose esattamente come le vogliamo noi non esistono. Non esistono proprio. Nella nostra testa ci costruiamo la situazione ideale senza prendere in considerazione la realtà e le sue dinamiche, eppure ci intestardiamo a rimanere lì ancorati mentre la vita ci sorpassa a destra e via. In questo delirio guardiamo ai compromessi come tentazioni del Diavolo e se abbiamo questa fame di purezza interiore elevata all’ennesima smettiamo di imparare per radicarci nella nostra safe zone

Quindi parliamo dell’entità dei compromessi, così diamo il giusto peso ai pro e ai contro. Piccoli compromessi: sono quelli che ci permettono di agire senza rinunciare a noi stessi – al nostro credo – e allo stesso tempo avanzare in conoscenza, in esperienza, in comprensione. Grossi compromessi: sono quelli che ci invitano – dietro lauto compenso, stile “L’Avvocato del Diavolo” – a snaturare la nostra indole, ad abbracciare una visione distorta di noi stessi e di ciò che vogliamo, a svenderci in cambio di un qualcosa che potrebbe non arrivare mai. Eccomi infine al punto: raccontarsi che certi compromessi son piccolezze soltanto per argomentare il nostro cambio di rotta e crearci degli alibi, non è una buona idea.

Quindi fuori la bilancina, Babs, e vediamo di capire da che parte pende e dove ti vuoi mettere tu. Occhio alla strada, però!

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(634) Aculei

Aver cosparso il mio corpo di aculei – energeticamente parlando – mi ha permesso di sopravvivere, il che è già un bel risultato. Dotare di aculei la mia mente e il mio cuore – inteso come sfera emotiva – è stato ben più difficile, ma necessario. Talmente necessario che ormai mi sta bene così.

Lo so, c’è chi ancora proclama “va’ dove ti porta il cuore”, ma in tutta sincerità è uno slogan che poteva funzionare negli anni 90, non certo ora. O comunque può funzionare a 20 anni, ma una volta che superi la soglia della maturità ti conviene usare più il cervello che il cuore. Almeno questa è la lezione che la vita mi ha dato, non piacevole, ma è meglio sapere come vanno le cose, s’impara a desiderare meglio, a sognare meglio.

Tenere una certa distanza con il mondo che ti sta attorno, non significa che te ne freghi, ma che ti cauteli. Il mondo che ti sta attorno, spesso, ti si stringe addosso tanto da toglierti il respiro e bisogna respirare per campare, questo rimane un dato di fatto. Lasciamo stare se il mondo lo fa perché è cattivo o perché non è pienamente consapevole, non è importante. Non a livello di respiro. Quando ti manca, ti manca, a prescindere dai motivi per cui ti manca.

La questione buonafede o cattiveria, invece, diventa importante quando analizzi il tipo di mondo che ti sta addosso: tieni il buono e cerca di eliminare ciò che ti nuoce. Oltre che respirare c’è bisogno di un certo agio di movimento per poter vivere dignitosamente. Lo spazio bisogna farselo, bisogna proprio farselo. Ecco a cosa mi sono serviti gli aculei, non ho trovato alternativa valida. Sì, mi rendo conto che avrei potuto fare di meglio, ma non ho genialità nel mio sangue, al massimo posso avere qualche buona idea ogni tanto. Le buone idee sono spinte, il più delle volte, dalla massima: a mali estremi, estremi rimedi. Che contiene molta molta molta verità, non si discute.

Ritornando agli aculei, e dando per scontato che non me ne voglio disfare perché mi saranno sempre più utili, bisogna che io trovi il modo di renderli retrattili come riesce bene a Wolverine. Un miglioramento necessario, e quando è necessario si fa e basta. Mi serve però un lampo di genio, so che la tecnica c’è, devo solo scovarla.

Amen.

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(595) Luce

Troppa luce mi mette a disagio, va’ a capire il perché. O meglio: so anche il perché, ma ora che sono sulla via dell’anzianità potrei anche mettermela via ‘sta cosa e vivere più serena. Ma niente. Non ci riesco.

Ribadisco: troppa luce mi infastidisce, mi fa sentire spudoratamente evidente, mi fa venire voglia di scavarmi una buca e buttarmici dentro. D’altro canto, dall’ultimo test super idiota trovato su facebook sono risultata essere una civetta. Mi ci ritrovo proprio – questo mette un po’ di pace tra le mie diverse ansie, lo ammetto.

Non è che questa cosa della luce sia un pensiero particolarmente opprimente, vivo maluccio d’estate – lo so – ma ormai senza grandi sconvolgimenti. All’arrivo dell’autunno riprendo possesso dei miei poteri e mi vivo più serenamente – questo è un dato di fatto – e resisto bene fino alla fine della primavera. Arriva il 21 giugno, solstizio d’estate, e inizia l’agonia. Non voglio ancora pensarci, ho più di un mese per vivere con dignità, ma la “luce” come argomento da affrontare mi si è ripresentata in queste settimane per questioni di lavoro. Non per mia scelta – ovviamente, scema ok ma fino a un certo punto – e proprio per questo motivo l’ho vissuto con un fastidio di misura epica e  andamento trasversale, ovvero: odio tutti e tutto il giorno. Son già contenta che nessuno mi abbia ancora fatto fuori perché so essere decisamente indisponente quando sto così.

Oggi, comunque, sono ancora qui a rimurginarci sopra perché ancora la questione non l’ho risolta. Non sono ancora riuscita a concretizzare in una dannata frase (non troppo lunga, mi raccomando) il concetto di luce come mi è stato chiesto. No, non è una cosa da niente, perché non si tratta di dire la mia in proposito – figuriamoci chi mi potrebbe impedire di dire la mia – no no no, devo tradurre un pensiero abbozzato da qualcun altro da trasformare in qualcosa di memorabile, tipo aforisma alla Oscar Wilde. Fulminante, luce saettante sparata in testa a qualcuno da Zeus in persona: questo l’effetto che deve fare. Nient’altro da aggiungere.

Ritornando a me, visto che sono un mirabile esemplare di Essere Umano finemente egoriferito, son sempre e sempre di più dell’idea che la troppa luce sia irritante. Sono ancora e sempre dell’idea che non dev’essere esagerata, solo quel tanto che basta per non sciupare la magia dei luoghi, delle cose, delle persone, dei sentimenti. Se mi spari un faro navale da 50.000 kW addosso mi ammazzi, non posso affrontare tanta crudeltà, sono pur sempre un clone di Morticia Addams!

Ok, ora devo rimettermi al lavoro. Dov’ero rimasta? Ah, sì: luce…

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(575) Doccia

Sono sempre stata un tipo da doccia, bollente per la precisione. Se mi immergo in una vasca d’acqua bollente e magari profumata, dieci secondi e mi addormento. Con la doccia è diverso. L’acqua che scorre si porta via il peso dei pensieri e fa aprire porte e finestre mentali da cui l’aria può circolare.

Sembra un dettaglio ma non lo è. I tipi da bagno sono diversi dai tipi da doccia. Non meglio né peggio, ma diversi sì.

Fosse per me mi butterei in doccia ogni due ore, sono certa che il mio stato mentale ne trarrebbe un giovamento pazzesco. Ringiovanirei di almeno dieci anni in pochi giorni, ne sono certa. Comunque, la questione si pone ogni volta che mi trovo nella condizione scomoda di dovermi inventare qualcosa per togliermi dai guai. Posso passare ore alla forsennata ricerca dell’appiglio giusto, ma non succede nulla finché non mi butto in doccia. Dopo mezz’ora (almeno) devo uscirne alla velocità della luce prima che l’Illuminazione mi sparisca del tutto. A volte mi porto carta e penna perché arriva tutto insieme ed è un casino ricordare ogni dettaglio, specialmente per me che mi dimentico cosa sto facendo mentre lo sto facendo.

Le idee migliori mi sono arrivate tramite l’acqua bollente della doccia, sì, come se stessero appollaiate dentro i tubi e aspettassero pazientemente che io mi decida ad aprire il rubinetto. Impressionante, davvero. Vorrei, però, riuscire a controllare meglio la dinamica che si scatena perché se mi arrivassero i numeri della prossima estrazione del superenalotto potrei sistemare una doccia in ogni stanza e nessuna spesa sarebbe più utile e salvifica, poco ma sicuro.

Eh.

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(568) Praticamente

Preferisco ragionare in termini pratici, anche quando sogno. Lo so, potrebbe sembrare un ossimoro, ma mi ci trovo bene perché in questo modo i miei sogni vestono l’abito della progettualità e sono più alla mia portata. Una questione di gestione oculata delle aspettative, mettiamola così.

Praticamente succede che quello che io tratto come idea da realizzare, procede esattamente su quella strada, per quello che è, per quello che l’ho convinta a essere. Non ci sono dubbi né ripensamenti. Praticamente non devo far altro che schiacciare a terra le aspettative e farmi bastare quello che resta dell’idea: il lavoro forsennato. Il segreto per tenere botta sta nel fare del tuo lavoro forsennato un buon motivo per alzarsi dal letto ogni mattino.

Ricordo una circostanza, che mi vedeva protagonista di un’interrogazione, in cui il mio intercalare praticamente mise di cattivo umore l’insegnante che a un certo punto sbottò: “Non c’è niente di pratico in un romanzo, signorina Favaro!”. Ecco, questa cosa da quel momento in poi ha girato tra i miei neuroni e con nessun tipo di ragionamento c’ho visto del giusto. No, Prof, in un romanzo tutto è pratico, altrimenti sarebbe rimasta aria fritta. A quel tempo non avrei saputo dirlo, neppure pensarlo, ma ora sì e saprei argomentarlo per ore.

Partendo da questo presupposto, è facile spiegare la mia idiosincrasia per l’aria fritta. Tutto ciò che è privo di contenuti mi appare inutile. Mi rendo conto che forse sono fuorviata da alcuni pregiudizi sparsi sulla via del mio ragionare, ma davvero i contenitori vuoti sono inutili finché non li riempi e se esiste una teoria che dice il contrario… bé, fa niente, non cambierò idea soltanto perché una teoria si sa esprimere meglio di me.

Il contenuto di questo mio post lo trovo sostanzioso e nella pratica è stato tutto dimostrato, da ogni passo fatto sul mio cammino. Che è reale, non aria fritta.

Amen.

 

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(554) Pianificare

Eh! Una bella cosa, bella davvero. Avere un piano, un piano che hai studiato nei dettagli, che hai curato, che hai lavorato fino a renderlo perfetto. Un piano che è frutto del tuo saper sognare e saper rendere concreto quello che per molti è soltanto un’ambizione senza speranze. Bellissimo.

Il punto è che pianificare in questo modo è un suicidio. Un fallimento certo. Una totale catastrofe. Più dettagli ci hai messo e più la realtà ti calcerà lontano con biglietto di sola andata. Non si pianifica, mai. La vita te lo insegna fin da subito, se non ti sei tolto il vezzo già prima della pubertà sei destinato al peggio. Anzi, al peggio del peggio.

L’unica cosa che puoi fare per scamparla è pensare sommariamente a quello che ti piacerebbe fare/realizzare, farlo en passant, senza troppo coinvolgimento, senza caricarlo di emotività, senza renderlo punto focale di ogni tua azione. Se saprai giocarti in questo modo, allora quello che NON è un piano – manco per niente – può avvicinarsi a te, timidamente, per farsi domare.

L’importante è crederci ma non troppo. Volerlo ma non troppo. Sognarlo ma non proprio così. Insomma, bisogna nutrire una vaga idea del tutto senza MAI MAI MAI scendere in dettagli. MAI. Tassativo. MAI.

Basta che ti distrai un attimo, che ti crogioli nell’idea della pianificazione e tutto salta per aria. Il calcio ti arriverà così diretto, puntuale, potente che non farai neppure in tempo ad afferrare lo zainetto che già sarai stato sparato su Marte.

Il segreto c’è ed è semplice, ovvero: NON distrarsi. NON farsi prendere in castagna. NON illudersi neanche nei momenti di stanchezza più profonda che l’Universo ti stia ignorando. Lo fa soltanto mentre non stai pianificando nulla, quando ti affidi a ciò che arriva e ti auguri che il pacco non sia esplosivo. Appena ci tieni, appena ti ci metti d’impegno, l’Universo reagisce.

Lui schifa la pianificazione degli umani, dovremmo averlo capito tutti già da tempo, scombussola i suoi piani. E questo non si fa.

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(546) Brand

M’è capitato di tanto in tanto – e va bene, lo ammetto, spesso – di non sapere cosa fossi. Il cosa ha a che fare con l’abito da indossare per muoversi e agire in società. Non era un cruccio, era una rottura di scatole. Il mio cos’ero in quel momento era provvisorio, poteva cambiare da un giorno all’altro, dipendeva dal vento e dalla mia pazienza. Il cosa non mi ha mai preoccupata, oggi meno di sempre.

Quand’ero adolescente, invece, mi sono infognata sulla questione dell’essere, ovvero: chi sono? Questo non è affatto un dettaglio, è uno stato che per poterlo modificato ti ci vuole un po’. Peggiorarlo si fa relativamente presto, migliorarlo potrebbe non bastare una vita. Siccome volevo fare un miliardo di cose, e se non ti ci metti determinata e focalizzata non combini nulla, decisi che volevo essere me. L’ideale sarebbe stato essere il meglio di me, ovvio, ma non è che ti puoi vivere al 10% senza poi pagarne le conseguenze e le conseguenze le si paga sempre. Già allora lo avevo capito.

Fatti due conti, sono trent’anni che curo il mio personal branding, che ha a che fare con una certa idea e un certo intento, e non penso più da molti anni se sia la cosa più furba o quella più comoda, quella più idiota o quella più impegnativa. Non ci penso perché non mi piace perdere tempo. Non serve a niente capire quanto io sia intelligente o scema, importa solo dove sto andando e quali sono i miei attuali mezzi per sperare di raggiungere la meta.

Il brand è questione di pancia, non di calcolo. Le forme che il brand può prendere sono frutto di tecnica – bilanciamento degli elementi e armonia – e scegliere la forma che parla davvero di te può non essere la cosa più semplice del mondo, ma ce la si può fare. La menzogna, invece, quella può avere forme stratosferiche, ma una volta che la indossi ti divora.

Il pubblico lo sa, lo sente. L’anima del brand attira anime affini, questo bisognerebbe ricordarlo e bisognerebbe dargli il giusto peso perché le conseguenze arrivano sempre. Puntuali e spietate.

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(474) Bingo

In un Universo parallelo io sono fortunatissima. Davvero, cose da urlare Bingo! ogni tre per due, giuro. Cose che la meritocrazia diventa limite, giuro. Cose che sogni e desideri sono accessori di poco conto e talmente poco conto che smettono di infilarsi tra le cellule perché depressi causa inutilità. Giuro.

Ecco, in questo Universo invece le cose vanno diversamente.

Non che la fortuna mi voglia male, perlamoredelcielo, ma che ignori totalmente il mio esistere, esserci, far parte del mondo, sì. Senza malizia, perlamordelcielo, senza cattiveria, perlamordelcielo, senza… delicatezza, questo sì. Voglio dire: una volta ogni tanto fa’ finta che per te conto qualcosa. Non ti dico cioccolatini e fiori a ogni occasione, ma una pacchetta sulla spalla, un buffetto sulla guancia, anche un flebile sorriso lanciato nella mia direzione da molto lontano, questo sarebbe solo buona educazione e la buona educazione fa bene a tutti, non ti pare?

Va bene, poniamo anche il caso che ti stia sulle palle. Poniamo il caso che io ti abbia maltrattata in una vita precedente, che io sia stata sgarbata o anche cattiva, ma si tratta pur sempre di una vita andata, passata, dimenticata! Un grammo di compassione la si usa anche per un moscerino, vuoi dirmi davvero che con me sarebbe tempo sprecato? Energia sprecata? Buon cuore sprecato? Eddai!

Ritornando all’origine del pensiero filosofico di oggi, dichiaro che se urlare Bingo! in questo Universo mi viene negato, ne stanno pagando le conseguenze nell’Universo parallelo dove l’altra me – tronfia di binghi che piovono a secchiate – sta usando la sua fortuna per rendere la vita impossibile a tutti. Ma proprio tutti, senza compassione, senza delicatezza, senza senso. Perché, Fortuna bella, essere ciechi e darsi via senza accertarsi di dove ci si va a posare, non è proprio un’idea geniale. Sappilo.

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(427) Mancanza

La velocità d’abituarsi al lusso (fosse anche un piccolo lusso) è immensamente più alta rispetto a quella d’abituarsi ad una mancanza (anche piccola). Sembra ovvio, ma può non esserlo nella pratica, soprattutto quando è il nostro benessere a crescere e assieme a lui la nostra noncuranza.

Una cosa, però, ho imparato in questi miei anni ed è qualcosa che mi ha messo fortemente in crisi, ovvero: quando per lungo tempo vivi con una mancanza, quando l’hai addomesticata, quando le hai tolto potere, quando l’hai tradotta in un semplice e piccolo vuoto… a quel punto capisci che puoi farne a meno.

Se puoi farne a meno, ed è un dato di fatto visto che sei sopravvissuta, allora significa che forse quella mancanza non pregiudica la tua esistenza (e questo è un bene), ma piuttosto pregiudica la tua felicità (e questo è anche un bene, perché la felicità è sempre un bene) e se reputi che quella felicità sia giusta per te allora sarebbe bene che tu la recuperassi.

Dato per scontato che ogni Essere Vivente ha il diritto sacrosanto alla felicità, allora bisogna anche valutare che la felicità può assumere diverse forme e un numero smisurato di colori. Ci sono felicità sane e felicità meno sane, altre proprio avariate, e la cosa che dovremmo fare – quella più intelligente – sarebbe prenderci cura della nostra idea di felicità.

Cos’è che ci rende felici? Perché? Già rispondere a queste due domande potrebbe risolverci la vita.

La pienezza della felicità non tiene conto delle mancanze, ma delle presenze. Ecco cosa voglio ricordarmi ogni giorno finché avrò respiro: le presenze, non le mancanze.

Ce la farò?

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(390) Dicotomia

dicotomia /dikoto’mia/ s. f. [dal gr. dikhotomía “divisione in due parti”]. – 1. (filos.) [divisione logica di un concetto in due nuovi concetti distinti e contrapposti: la d. cartesiana mente-corpo] ≈ bipartizione, polarizzazione. ↓ divisione, separazione, suddivisione. ‖ antinomia, dualismo, dualità. 2. (estens.) [netta opposizione tra due entità, due punti di vista e sim.: una d. insanabile nella sinistra] ≈ contrapposizione, frattura, spaccatura. ↓ divisione, separazione.

Vediamo di fare il punto della situazione: non sempre so cosa voglio e non sempre quello che voglio è coerente con quello che sono. Di fronte a bivio di questo tipo prediligo la via che mi fa dormire sonni sereni.

Giusto precisare, però, che le cose che voglio e che non metto in atto sono pessime. Davvero pessime. Pessime non significa necessariamente oltraggiose, spregiudicate e bastarde (anche se non le escludo mai dalle opzioni), ma sicuramente da evitare perché inutili o dannose. Spesso mi immagino le scene in cui agirei in modo pessimo e me le costruisco nei dettagli, come se le stessi vivendo. A volte mi riesce talmente bene che mi sembra di averle vissute davvero, se arrivo a quel punto le archivio e non ci penso più. In questo modo ho evitato il carcere quando volevo menare a sangue una tipa o di finire sfracellata in un dirupo. Dico questo non per vantarmi, ma per far presente che se fino a ora non ho mai fatto cose di quel genere è perché ho scelto di non farlo. Per i miei motivi – né buoni né virtuosi – e questi motivi non è detto che siano a tenuta stagna. Non è detto che prima o poi non si frantumino lasciando il campo libero alla follia.

Bisogna far bene i conti con i sentimenti e l’emotività delle persone, giocare sul filo del rasoio non è cosa intelligente. La tolleranza ha un limite, la pazienza idem e il buonsenso non parliamone neppure. La stanchezza ti fa alzare le spalle e la noncuranza è cattiva consigliera. Il fastidio può portarti a sbroccare, la paura può trasformarti in un drago sputa fuoco. Ho reso l’idea?

Siamo tutti appesi a un filo, smettiamola di mettere alla prova la resistenza del nostro filo e quella degli altri, smettiamola di tormentarci e tormentare. Smettiamola di sputare sentenze, di sguainare il fioretto per infilzare il malcapitato di turno. Smettiamola.

 

 

 

 

 

 

 

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(381) Incubatrice

Il mio cervello – ma penso quello di tutti – è un’affascinante incubatrice. Anche se non me ne accorgo, le idee che nascono senza sosta vengono supportate da quel nutrimento costante e termoregolazione adeguata che permettono loro di crescere e svilupparsi. Le idee meno forti non ce la fanno. Quelle, però, che anche se graciline perché nate premature hanno in sé tenacia e visione lunga, quelle sopravvivono. E poi sono cavoli miei.

Le idee non nascono per rendermi la vita facile, mai. Sono lì proprio per farmi vedere i sorci verdi, ma mi prendo la responsabilità di questo: se anelassi a una vita priva di mordente le ignorerei bellamente, non lo faccio mai – masochismo? Bah! – ma lo fa un buon 50% della popolazione mondiale, mentre il restante 50% è come me. Credo che in questo nostro 50% ci sia chi riesce a farle fruttare bene e chi, invece, boccheggia – io sono tra questi – ma è importante provarci. Non perché si voglia salvare il mondo dai lobotomizzati – perlamordelcielono – soltanto per non vivere da zecche.

Ritornando al tema di oggi, la questione che il nostro cervello sia una bella incubatrice di potenziali elettrizzanti salti quantici me lo fa apprezzare ancora di più. Me lo fa studiare con più interesse. Me lo fa maneggiare con più cura. Tutto parte da lì, da lui e da quello che lui sa fare di noi, minimizzare il suo potere è giocare contro di noi. Stupido e letale.

Fatto sta che se lo dico a un lobotomizzato quello mi ride in faccia. Io non glielo dico, ma userò la mia piccola e umile incubatrice per farlo ridere di meno e renderlo potenzialmente meno dannoso. Come? Non lo so, ci sono un paio di piccole e delicate idee che stanno lottando per sopravvivere e so che il mio cervello le sta accudendo per permettere loro di crescere. Tempo al tempo.

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(325) Spammare

C’è una logica sotto, in tutto, anche quando la logica si rivela essere illogica e – soprattutto – fastidiosa. Perché ricordiamocelo: il fastidio è lo scopo. Sì, provocare fastidio. Quella cosa che ti punge e poi ti fa grattare: fastidio.

Ora, che io sia di mio una persona piuttosto fastidiosa – mio malgrado – è un dato di fatto che si è andato ad esplicitare in più di un’occasione e non di rado – ok, diciamo spesso. Lo sono per un sacco di ragioni, tutte buone, ma tutte piuttosto indegne della mia considerazione perché risalgono a un’origine – la mia – che non posso cambiare – neanche volendo e sia ben chiaro che non voglio.

Detto questo, però, mi preme precisare che con gli anni il mio essere suscettibile ai pungolamenti e pungolature e alle conseguenze pruriginose è andato via via aumentando fino a raggiungere vette inaspettate. In certi periodi mi dà fastidio tutto. Tutto. Tutti. Senza distinzione, random, senza logica se non quella del fastidio che si basta, si compiace e si autoalimenta.

In siffatti periodi ambisco ad un eremo.

Sto attraversando uno di questi periodi (da due settimane) e so il perché, so esattamente il motivo e anche l’iter che si va a ripetere ormai da decenni. A differenza di un tempo, me lo vivo con un certo distacco. Il fastidio in alcuni momenti rasenta la follia, ma non per questo mi lascio andare, no! Ci parlo con il fastidio, ci discuto, ci trovo del buono nel suo spammarsi a destra e a manca e apprezzo l’opera che compie su di me. Questa esasperazione autoindotta, lo so che è così perché ormai mi conosco, dipende da quel maledetto meccanismo che si mette in atto ogni volta che devo sfornare un’idea e che… non c’ho voglia.

Non ne ho voglia, solitamente, perché mi credo incapace di farlo. No, non veramente, per finta… quasi per scaramanzia. Cioé, mi dico che non ce la farò mai e me lo ripeto per giorni e giorni così il fastidio si sparge in me e io lo spargo ovunque e lo esaspero finché non avviene l’implosione. Mi metto lì, butto giù l’idea, mi rendo conto che ce l’ho fatta, mi compiaccio, ammetto che lo sapevo che ce l’avrei fatta, mi faccio una bella dormita (finalmente) e poi… il fastidio sparisce.

O meglio: il fastidio non è più ovunque, è localizzato, è sotto controllo, è innocuo ormai. E ogni volta la stessa storia. Essere me? Bell’affare!

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(297) Lesinare

Non sono una che risparmia, più che altro non sono una persona che si risparmia e questo in nessuna delle cose che fa. Non va bene, me ne sono resa conto negli ultimi tempi che proprio non va bene.

Bisognerebbe farsi accorti e risparmiare un po’: in energia, in buonafede, in passione, in entusiasmo, in generosità. Non tanto, ma un po’ sì.

Il punto è che non lo so fare, nessuno me lo ha insegnato, e le lezioni ricevute non sono riuscite a farmi cambiare atteggiamento, sono soltanto riuscite a mortificare il mio scialacquarmi per un breve periodo. Sono una che impara con una lentezza esasperante.

La questione, però, ha anche il suo bel rovescio della medaglia: non vivo di rimpianti. Investendo tutto quello di cui sono capace, non posso rimproverarmi di non aver fatto abbastanza, detto abbastanza, dato abbastanza. Anche se non è stato sufficiente, era tutto quello che potevo fare, dire, dare. Aggrapparmi a questo, probabilmente, significa ostacolare il cambiamento – tipico di un toro cazzuto come sono io – e forse entra in ballo la paura di snaturarmi.

Rimango dell’idea, comunque, che lesinare su certe cose della vita me la renderebbe meno faticosa. Eppure insisto e persisto. Mah.

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