(771) Fessura

Solitamente il mondo non mi appartiene. Questa affermazione risulta più precisa della solita “io non appartengo a ‘sto mondo” perché è ovvio che se il mondo non ti vuole è facile non appartenergli. La questione, invece, che è il mondo a non appartenermi è già meno ovvia. Mi piacerebbe non fosse così, ma è un dato di fatto che ben poco al mondo mi appartiene, tutto intero mi riesce del tutto impossibile.

Guardo quindi dalla fessura ciò che vorrei fosse mio. Mio mio mio. Proprio il significato che un bimbo dà al possessivo di prima persona: mio.

Una cosa quando è tua te la vivi meglio, specialmente se te la sei guadagnata perché apprezzandola non la vai a sprecare. Non si pretende di averle gratis le cose, soltanto di averle prima o poi. Certo che si cambia idea, certo che le cose che non hai sembrano più luccicanti di quelle che hai già, certo che l’avidità è una brutta bestia, certo che chi troppo ha nulla stringe, certo che c’è chi non ha nulla eppure è felice, certo certo certo. Non sto qui a discutere l’ovvio, sto solo valutando questa prima frase che mi è uscita e che non sapevo di avere:

“Solitamente il mondo non mi appartiene… “

Perché sto sempre fuori assetto, in un modo o nell’altro, perché anche quando sono presente è come se fossi altrove in una parte seppur remota del mio cervello, perché c’è sempre un qui o un lì che mi sfugge e che alla fine lascio andare senza ripensamenti o struggimenti sparsi. Lo so, sono alla frutta. Mi sto lamentando di che cosa? Cosa diavolo sto dicendo?

Sto solo dicendo che solitamente il mondo non mi appartiene, solitamente. Eppure nei due/tre nanosecondi in cui invece lo fa, consegnandosi senza combattermi… ecco, io me ne accorgo. Me ne accorgo ogni volta, ogni volta. Sempre con meraviglia, sempre grata. Come oggi.

Alleluja!

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(635) Calcio

Ci sono stati giorni in cui il calcio lo subivo allegramente, piaceva a tutti quelli che mi stavano attorno (ero bambina) e mi sembrava che piacesse anche a me. Magari anche mi piaceva perché ascoltando i commenti deliranti di mio padre e dei suoi amici, piano piano, iniziai a capire le cose principali: fallo, punizione, fuori gioco, calcio d’angolo, rimessa in gioco, arbitro cornuto… cose così.

Verso i vent’anni mi accorsi che non me ne poteva fregare di meno di quel gioco sopravvalutato e smisi di seguirlo. Senza ripensamenti.

Una volta che capisci che lo puoi fare, che puoi mollare le cose che non ti interessano più, è fatta. Non ritorni sui tuoi passi perché ormai sei andata oltre, ti sei resa conto che sei cambiata, che quella cosa non esercita più alcuna attrattiva su di te e va bene così. Mi sono lasciata alle spalle un milione di cose che ormai non mi interessano più, ma senza mai rinnegarle: sono state divertenti, sono state utili, mi hanno lasciato bei ricordi (e anche brutti), tornassi indietro massì le rifarei, ma basta grazie.

Quello che voglio dire è che pensare che qualcosa che adesso ti piace ti piacerà per sempre può diventare una gabbia scomoda per viverci. Funziona anche con le persone, in realtà. Non è una brutta cosa cambiare gusti, cambiare idea, cambiare interessi, cambiare in generale. Certo, sarebbe bene che il cambiamento comportasse un miglioramento, ma al di là di tutto è una valutazione che si può fare solo a posteriori. Col senno di poi son bravi tutti a sputare sentenze.

Il calcio di adesso non mi piace, è una baracconata. Non ha la purezza del 1982, quando mio padre dalla felicità diede un pugno d’entusiasmo sulla piccola televisione in bianco e nero facendo saltare via la maschera… ma chi se ne frega, abbiamo vinto i mondiali! Campioni del mondo!

Certe volte, per non rovinare quelli che saranno ricordi inestimabili, bisogna allontanarsi altrimenti ti incattivisci. L’ho fatto con il calcio e l’ho fatto con altre cose ben più importanti.

In fin dei conti, ho un cuore da preservare, e ne ho uno soltanto.

 

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(373) Mentore

La fortuna più grande è poter incontrare sulla tua strada un Maestro. Siamo d’accordo, chiunque incontri ti può insegnare qualcosa, ma la Visione di un Maestro può salvarti la vita.

A me è successo.

Forse è successo perché lo desideravo più di ogni altra cosa al mondo, avevo bisogno di una luce che mi facesse indovinare un sentiero, un luogo aperto e sconfinato dove il vento ti si oppone solo quel tanto che serve per testare la tua capacità di essere – nonostante – e resistere – nonostante. Forse è successo perché c’era una sorta di consapevolezza in qualche cellula urlante del mio corpo che non mi faceva stare in pace. Forse è successo perché da sola non avrei potuto fare ed era scritto che l’avrei trovato e che avrei saputo riconoscerlo e seguirlo e magari raggiungerlo, anche solo per un sorriso e un grazie.

Il fatto è che da quell’incontro ho iniziato a mutare forma interiore e si sono fatti vivi bisogni che pensavo fossero solo bizzarri e ridicoli fastidi. Non lo erano. E non so se ringraziare o maledire il mio DNA, perché non è ancora finita.

La cosa certa è che quando incontri un Maestro e te lo sai dichiarare, quando lo sai far fermare e lo sai ascoltare e poi lui prosegue – senza di te – sei meno fragile anche se sei la stessa. Vale la pena patire, per ogni grano di conoscenza che raccogli.

Non ho mai abbandonato il mio Maestro, lo seguo senza occhi e senza passi, lo sento senza bisogno della sua voce. Eppure, quando ritorna presente e i suoi pensieri mi si poggiano davanti come gradini da salire, non ho mai dubbi, mai ripensamenti, mai scollamenti. Lui rimane il mio Maestro, io rimango grata debitrice. Non solo di una vita, ma di tutte quelle che a me sono state destinate. Ovunque, in ogni tempo.

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