(798) Apertura

Si procede a testa bassa, di solito. La testa te la fanno abbassare per forza di cose gli eventi che cadendoti addosso si fanno trasportare da una parte all’altra a tempo indeterminato. Cose che non si risolvono e che per quanto tu faccia non si risolvono e che per quanto tu t’ingegni non si risolvono e che per quanto tu ti incazzi non si risolvono e per quanto tu le gestica in modo-Zen non si risolvono. In poche parole: l’inutilità d’azione e di pensiero. L’annichilimento.

Certo, ci sono dei periodi in cui ‘ste bastarde cose che non si risolvono e che non riesci a risolvere (che non è la stessa cosa, lo sappiamo benissimo) sembrano avere meno peso, sei distratta a fare altro e smetti di proiettare la tua energia in quel punto. Bellissimo. Perfetto. Ma dura poco. 

A conti fatti rimane soltanto una cosa da fare: fottersene. Ma non è da tutti. Perché se sei una che le cose le vuole risolvere, girarti dall’altra parte come se la questione non ti riguardasse non è facile. A volte non è neppure difficile, è semplicemente impossibile. Eh. Quindi? Niente. Quindi niente.

Però.

Però se appena appena vedi una piccola apertura, basta soltanto un raggio di sole che sbuca inaspettato, allora pensi: va bene, vedrai che anche questa maledizione che sembra eterna, eterna non è. Nulla è eterno. Certo, sarebbe bello risolverla prima di tirare le cuoia, ma alla fine se non deve essere così io comunque potrò dichiararmi un fottuto osso duro che nonostante non sia riuscito a piegare gli eventi a suo favore non s’è fatto neppure spezzare da loro, mica è poco. Eh.

Quindi? Quindi valutando che ci sono aperture, ci sono sempre aperture, allora viaggiare perennemente a testa bassa potrebbe farci perdere quel raggio di sole improvviso e fugace che ci fa tirare un respiro e ci fa procedere ancora per un po’. E adottare la filosofia del sticazzi potrebbe poi non essere una cattiva idea. Se non si risolve, sticazzi. Non suona mica male.

Sticazzi potrebbe essere la soluzione. Crediamoci.

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(748) Radio

Stavi lì ad aspettare che qualcosa arrivasse per farti vibrare un po’. Sapevi quale emittente era più vicina ai tuoi gusti, riconoscevi quelle voci che a farti compagnia ci mettevano un istante e quando salutavano un po’ ti dispiaceva però il giorno dopo alla stessa ora le ritrovavi lì, per te. Questa era la radio che amavo. 

Non immaginavo che un giorno avrei finito con il tenere compagnia a qualcuno (magari molto lontano) allo stesso modo, in una situazione quasi uguale (il podcasting). Eppure l’ho fatto. Non da professionista, ma è andata bene uguale.

Non immaginavo che una volta appeso il microfono al chiodo avrei sentito questa nostalgia. Mi domando se sia ego o cos’altro. Mi manca preparare la puntata, mi manca creare qualche cosa che abbia senso per me e che sento il bisogno di condividere solo per il fatto che prima era soltanto nella mia testa e poi tocca le orecchie di qualcuno chissà dove e chissà quando. Non lo so spiegare meglio, forse non serve.

Non nascondo che avevo deciso di terminare la mia esperienza perché mi mancavano le forze, non riuscivo più a trovare il tempo per dedicarci quell’energia che mi richiedeva. Pensavo di avere detto tutto, molto probabilmente in quel momento non avevo più niente da dire. Mi dimentico spesso che le cose cambiano, e possono cambiare lentamente o meno, dentro di me possono cambiare molto velocemente – tanto che i cambiamenti esterni mi sembrano lunghi da morire.

Ho voglia di ricominciare a dire, di farlo meglio e di farlo ora. Non so dove troverò l’energia ma in qualche modo arriverà. Ogni partenza spaventa un po’, sembra quasi troppo quello che ci aspetta. Raramente è così.

Quindi l’unico modo per partire è… partire. Adelante Sancho!

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(707) Traffico

Il mio personale traffico mentale spesso sovrasta ogni cosa che mi riguarda. Mi impone l’immobilità più che estatica attonita. Guardo i pensieri che si tagliano la strada senza curarsi della segnaletica e mi domando: “Com’è possibile che ancora non si sia verificato il più grande e catastrofico crash della storia stradale planetaria all’interno del mio umile cervello?!”.

Niente, sembra che tutto abbia un suo senso che viaggia in concerto con il senso degli altri e anche se alcuni sensi unici si risolvono in nulla, ad un certo punto, come se niente fosse, arriva l’Epifania. Mi appare l’immagine o il concetto o l’idea che non solo è soluzione, è addirittura soluzione efficace e definitiva. Con una logica, con una solidità, con una ricchezza di contenuto che mi lascia senza parole… come se fossi una piccola Einstein che si ridesta dopo secoli di pensiero obnubilato. Non so se rendo: è una sensazione particolarmente vicina a quella che si può provare quando ti chiudi un dito nella portiera dell’auto. Stelle e cosmogonia in un istante ti si palesano come fossero sempre state lì – solo per te – ad aspettare quel momento con la tua stessa trepidazione. Commovente.

Al di là di tutto questo, riprendendo il concetto di traffico mentale, voglio precisare che anche se le mie non sono in realtà delle genialate, il fatto che prima sia un casino e ad un tratto tutto sia chiaro, lucido, cristallino, rimane. Ripeto: prima un casino – che ti viene voglia di sbattere la testa contro il muro tanto per sincerarti che ci sei ancora – poi il Nirvana. Non è un episodio che sto sintetizzando, è la prassi. Cioè io vado da momenti in cui non so neppure come mi chiamo a istanti in cui il senso del tutto prende forma manifestandosi nella sua giustezza – senza fare una grinza – e mi permette di avanzare. Sarà pure solo un passo, ma intanto è un passo avanti e non indietro. Mica poco, no?

Arrivata alla fine della scorta di energia della giornata, posso concludere con un’affermazione pregna di significato (almeno per me): so solo io quanto sia impegnativo e snervante essere me stessa. Non lo auguro a nessuno.

Buonanotte.

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(691) Rinfrescare

Credo sia un verbo pieno di positività: mi rinnovo, mi rivitalizzo, mi ridipingo! Significa che ho perso freschezza, manco d’energia, mi si sono sbiaditi i colori… è necessario metterci mano e rinfrescare tutto. Ecco: mi sento così.

Facile a dirsi, meno a farsi. Se mi sono ridotta così ci sono motivi che non basterebbe un mese a scriverli tutti, ma alla fine non è poi così importante intignarsi nei perché. Oppure sì? Avendo presente i perché e non potendo farci nulla ormai, bisogna solo correre ai ripari. Seh, si fa presto a dirlo, ma da che parte cominciare? Rinfrescare il cervello che in questi mesi di temperature allucinanti si è bollito? Oppure rinfrescare il corpo che in questi ultimi anni si è rammollito? O basta rinfrescare il cuore che in questa vita si è sbrindellato mica da ridere? 

Non lo so, mi sembra tutto molto faticoso. Ricordiamoci che io sono una pigra conclamata pertanto già il solo pensare di mettermici d’impegno mi costa fatica. E poi tutta la questione del bisogna-volersi-bene che continua a tormentarmi in sottofondo… mica sono una fan del bisogna-volersi-male, ma neppure del ci-sono-io-e-il-resto-non-conta. Devo pur sempre fare i conti con i miei limiti, e questo aggiunge fatica alla fatica.

Bastasse una doccia a rinfrescarsi sarei a bolla, vivrei sotto la doccia. Le cose però non sono mai facili né troppo piacevoli per chi deve percorrere certe strade, sarà che bisogna essere tagliati per godersi la vita? Non lo so. Forse già la fine dell’estate potrebbe bastare, almeno a farmi passare un terzo della pigrizia e iniziare una mini-programmazione per il recupero delle forze.

Va bene, appena rinfresca, mi rinfresco, ho deciso!

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(653) Jazz

Un ricamo, un volo con ritorno e nuovo volo, un dare per raccogliere altrove, un passo e poi un altro in direzione arzigogolata, ma efficace. Tenere il ritmo a suon di Jazz è un’impresa. Ma si può fare.

Devi solo essere disposto a rischiare un po’. Ti affidi al Cielo e a quel che verrà.

In questi giorni sto vivendo un’avventura Jazz che non mi sarei manco mai immaginata, a raccontarla ora mi vien difficile perché ne sono immersa fino oltre il collo e le parole vanno dove vogliono senza chiedermi il permesso. Non ho voglia di fermare i pensieri, non ancora. Allora perché sono qui a scrivere? Perché il mio impegno l’ho preso sul serio, mi ero promessa che nonostante tutto lo avrei fatto, anche quando completamente incapace di tenere le briglie in mano – nonostante non abbia bevuto un solo goccio d’alcool. Eccomi qui, allora.

Avere la festa nel sangue, le orecchie alla Dumbo che sventolano seguendo note e voci. Così mi sento.

E mi rendo conto che si tratta di uno stato d’animo benedetto che dovrei metterlo al sicuro per tirarlo fuori quando l’energia scarseggia, quando il grigio sale al trono usurpando il potere, quando le risorse mancano così come manca l’aria. Dovrei pensarci ora, ma come si fa?

Rincorrere il cuore che saltella? Domare i neuroni che sfrigolano? Ma perché? Lascia che il caos faccia il suo lavoro, ci sarà altro tempo per rimettere in ordine.

And all that jazz!

Come on babe, why don’t we paint the town, and all that Jazz
I’m gonna rouge my knees and roll my stockin’s down
And all that Jazz
Start the car, I know a whoopee spot
Where the gin is cold but the piano’s hot
It’s just a noisy hall, where there’s a nightly brawl
And all – a-that – Ja-yazz
Slick your hair and wear your buckle shoes, and all that jazz
I hear that Father Dip is gonna blow the blues, and all that jazz
Hold on hon, we’re gonna bunny-hug
I bought some aspirin down at United Drug
In case we shake apart and want a brand new start
To do – a-that – Ja-yazz
No I’m no-one’s wife, but oh I love my life
And all… that… Ja-yazz… that Jazz!

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(518) WC

Non c’è niente che mi faccia più incazzare del prendere un lavoro fatto per buttarlo nel cesso. Non ho bisogno di riempire le mie giornate con cose da fare, ne ho sempre tante e anche troppe, per cui se impiego il mio tempo e la mia energia per fare qualcosa non posso pensare che non serva a niente. No!

[Non sto sclerando, tutt’altro, il tono che sto usando dentro la mia testa è a-norma e il mio stato d’animo è distaccato, glaciale. Il “No!”, invece, è proprio un’esclamazione incazzata.]

Altre cose butterei volentieri nel cesso, ma non il mio tempo, anche quando giro per casa con lo sguardo perso sbattendo addosso a cose che non ho visto o che compaiono dal nulla solo per farmi inciampare… anche in questi casi non sto buttando il mio tempo, ma lo sto impiegando come meglio posso. 

Ci sono persone, invece, che di tempo da buttare ne hanno troppo e pensano che farne buttare anche agli altri sia un compito di cui si possono e devono far carico. Ci pensano loro al tuo tempo, tu non ti preoccupare.

Ti danno appuntamenti che cancellano all’ultimo secondo, oppure insistono per vederti perché hanno bisogno di un favore, tanto tu quanto ci metterai a farlo, un niente, e quel niente impiegato per cause altrui sono per te un divertimento e anche un onore perché hanno scelto proprio te tra tanti… non sei contenta? No, non lo sono. Sono infastidita, sono irritata, sono anche basita dal fatto che tu mi stia mancando di rispetto in modo così gretto pensando vada bene così, tanto io non me ne accorgerò mai. 

Non sempre, non sempre, è vero. Però qualche volta, qualche volta sì, credimi. Qualche volta me ne accorgo, qualche volta me ne accorgo e decido che non te lo faccio capire, così tanto per vedere fin dove ti spingerai. Certa che ti spingerai ben oltre del lecito. Così è, nove volte su dieci.

Ebbene: se ci fermassimo a pensare quanto il nostro tempo sia prezioso forse ci renderemmo conto che  anche il tempo degli altri lo è. Se poi voglio buttare il mio tempo nel cesso, non è detto che lo stesso vogliano fare quelli a cui andiamo a rompere le palle. E tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, recita il proverbio. E all’origine di ogni proverbio c’è spesso una tagliola che scatta. Attenzione.

 

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(474) Bingo

In un Universo parallelo io sono fortunatissima. Davvero, cose da urlare Bingo! ogni tre per due, giuro. Cose che la meritocrazia diventa limite, giuro. Cose che sogni e desideri sono accessori di poco conto e talmente poco conto che smettono di infilarsi tra le cellule perché depressi causa inutilità. Giuro.

Ecco, in questo Universo invece le cose vanno diversamente.

Non che la fortuna mi voglia male, perlamoredelcielo, ma che ignori totalmente il mio esistere, esserci, far parte del mondo, sì. Senza malizia, perlamordelcielo, senza cattiveria, perlamordelcielo, senza… delicatezza, questo sì. Voglio dire: una volta ogni tanto fa’ finta che per te conto qualcosa. Non ti dico cioccolatini e fiori a ogni occasione, ma una pacchetta sulla spalla, un buffetto sulla guancia, anche un flebile sorriso lanciato nella mia direzione da molto lontano, questo sarebbe solo buona educazione e la buona educazione fa bene a tutti, non ti pare?

Va bene, poniamo anche il caso che ti stia sulle palle. Poniamo il caso che io ti abbia maltrattata in una vita precedente, che io sia stata sgarbata o anche cattiva, ma si tratta pur sempre di una vita andata, passata, dimenticata! Un grammo di compassione la si usa anche per un moscerino, vuoi dirmi davvero che con me sarebbe tempo sprecato? Energia sprecata? Buon cuore sprecato? Eddai!

Ritornando all’origine del pensiero filosofico di oggi, dichiaro che se urlare Bingo! in questo Universo mi viene negato, ne stanno pagando le conseguenze nell’Universo parallelo dove l’altra me – tronfia di binghi che piovono a secchiate – sta usando la sua fortuna per rendere la vita impossibile a tutti. Ma proprio tutti, senza compassione, senza delicatezza, senza senso. Perché, Fortuna bella, essere ciechi e darsi via senza accertarsi di dove ci si va a posare, non è proprio un’idea geniale. Sappilo.

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(425) Inutile

Muoversi nel terreno dell’inutile è la cosa peggiore che si possa fare. Quando sai, quando senti, quando prevedi, quando anche solo immagini che quello che stai facendo si rivelerà inutile, molla tutto.

Diamo per scontato che se fai, se proponi, se ti ingegni, se ti muovi per far accadere qualcosa è perché in un certo qual modo ci tieni. Potrebbe essere anche soltanto un discorso di interesse personale, magari niente di cui vantarsi sui Social, qualcosa che ti farà stare bene e basta. In un modo o nell’altro. Senza cadere in nessun tipo di giudizio, senza nessun ipocrita moralità, facciamo un discorso in generale: quando fai impegni energia. L’energia costa, ce lo insegna l’Enel. La questione è che con il tempo non è detto che l’energia che impieghi poi tu possa anche recuperarla in qualche modo – a meno che tu non ti cosparga di pannelli solari (in questo caso Elon Musk potrebbe darti una mano).

Se mentre fai ti accorgi che è inutile, che non arriverai a niente, che stai solo perdendo tempo, cosa fai? Ti fermi e fai altro. Giusto? Ecco, no, non è sempre così. Non è sempre ovvio, non è sempre fattibile. Perché? Perché ci sono degli impedimenti morali – più o meno sani e più o meno forti – che spesso ti impediscono di andartene.

Devo dire che con gli anni mi sono specializzata nell’andarmene appena mi è evidente che le cose che sto facendo si riveleranno inutili. Sia in situazioni professionali, che in quelle personali. Sia riguardo alle cose che alle persone. Me ne vado, senza neppure guardarmi indietro. Per farlo ho dovuto frantumare muri di cemento armato – costruiti con impegno da altri per me – che m’impedivano di vedere la grande, immensa, Bellezza della scelta di mollare anche senza aspettare che la cosa sia finita.

Alzarsi dalla poltrona quando il film – per cui hai pagato un biglietto (perché un biglietto lo si paga sempre) – non ti piace, anche solo dopo qualche scena è un tuo sacrosanto diritto. Prendi e te ne vai.

Ho assistito con grande fastidio e sofferenza a film orrendi. Ero lì, immobilizzata dalla paura che se me ne fossi andata sarebbe finito tutto. Tutta la mia vita sarebbe andata in frantumi. Riconoscevo l’inutilità di quella situazione, per me, per la mia anima, ma pensavo che se fossi rimasta avrei comunque potuto fare qualcosa, avrei potuto essere utile. Essere utile a qualcosa/qualcuno, era il punto di vista malato da cui guardavo. L’utilità di quel qualcosa/qualcuno nella mia vita non era neppure contemplata. Pazzesco.

Non sto dicendo che tutto quello che non ci è utile ci è dannoso, ma quasi. Quasi. Davvero quasi. Non pensavo di arrivare a questo punto, ma sono certa che rendersi conto di questa cosa può salvarci la vita. Ostinarci a essere utili a qualcosa/qualcuno non ci garantisce il successo. Spesso ci rende pesanti, ci rende troppo presenti. Troppo presenti. E troppo non è mai bene.

Le cose inutili rallentano gli eventi, ci impediscono di dedicare la nostra energia alle cose utili. Le persone inutili danneggiano il nostro amore per la vita, ci derubano delle speranze e dei sogni e impoveriscono le nostre risorse. Dove c’è scritto che siamo qui per questo? Non c’è scritto da nessuna parte e se qualcuno osa affermare una castroneria del genere ricordiamoci che è solo la sua interpretazione del mondo e come tale non corrisponde a Verità.

Possiamo andarcene di fronte all’inutilità. Sempre. Proprio sempre.

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(253) Chimica

È quella cosa che anche se non la conosci, anche se la eviteresti, anche se non ne vuoi sapere… c’è. È parte di te, funziona a prescindere da tutto. Ti sorregge o ti sotterra, ti asseconda o ti si oppone, ti fa spaccare tutto o ti fa in pezzi. Dipende da come funziona e dipende da te controllare che funzioni bene.

A un certo punto della mia vita ho deciso che dovevo saperne di più. Ho iniziato a leggere e ad approfondire il discorso, pensando che una volta capito avrei gestito meglio le cose. Ecco, mi sbagliavo.

Non è che capisci come funziona la chimica del tuo corpo e lo gestisci meglio. Funziona, invece, che riesci appena appena a capire cosa ti sta succedendo riconoscendone certe dinamiche, e prendendo atto delle conseguenze dirette scatenatesi nella tua mente e nel tuo corpo.

Io, maniaca del controllo, mi sono arresa. Non voglio più controllare nulla. Mi arrendo alla chimica, mi arrendo alla vita, mi arrendo al flusso d’energia che comunque mi sovrasta.

Anzi, no: mi affido. Meglio.

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(244) Quadro

Avere il quadro della situazione non è cosa ovvia né immediata. Mi ci vuole tempo. Anche troppo, spesso. Probabilmente non sono così arguta come dovrei, oppure sono troppo pedante riguardo i dettagli e mi ci perdo.

Dipingere un quadro non è cosa da un giorno, i quadri migliori sono il risultato di ore e ore di lavoro-energia-tormentonellaricerca. Faccio così anch’io quando una situazione ha bisogno di essere analizzata per farsi capire: ore e ore di energia-tormento-lavoro. Ne vale la pena.

Appena il quadro si può dire completato lo si fa asciugare. Si sceglie una cornice e lo si appende a una parete: eccola lì la situazione, decidi tu se tenerla o buttarla. Io non butto via, metto da parte.

Devo trovare il modo di alleggerire le mie pareti. La confusione non mi aiuta a pensare.

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(50) Energia

Quando non ti senti a bolla è meglio che te ne resti in disparte. Quando non funziona qualcosa nei tuoi pensieri e ti si inceppa il respiro e ti trovi sofferente, indolente, incazzato… ecco, restatene in disparte. Fai come sei il mondo non ci fosse e prenditi cura di te.

Sta succedendo qualcosa in quel momento, dentro di te, si sta mettendo apposto qualcosa, perché vedi? Sta uscendo qualcosa. Non bello, non piacevole, non caro. Sta uscendo il peggio per far posto a quello che è sicuramente meglio. Tienine conto, son cose tue, cose personali, cose di cui gli altri non devono sapere e non vogliono sapere. Quelle cose non sono fatte per essere buttate addosso a qualcuno, quelle cose sono fatte per essere buttate fuori, lontano da te e lontano da tutti.

Seguo questa regola da sempre e non me ne sono mai pentita. Va sempre bene, per me e per gli altri.

L’energia che siamo è energia sacra. Anche quando non ci piace, non ci fa comodo, non ci fa onore. Basta saperlo e ci si gestisce. Come?

Con pudore.

b__

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