(713) Telefonare

Quando non c’era ancora internet – sì, sono piuttosto antica – il telefono era l’unico modo per mantenere i contatti con gli amici. Scrivevo moltissime lettere, giuro, ma se scrivi a chi non ti risponde perché non ama scrivere diventa piuttosto frustrante.

Passavo ore al telefono, per ascoltare e per raccontarmi, amavo il posto che avevo nella vita dei miei amici, mi sembrava fosse importante esserci anche se mi ero trasferita a quasi 500 km di distanza.

A un certo punto, però, ho scoperto che non era un posto per sempre perché la lontananza fisica aveva fatto perdere le mie tracce e la mia voce non bastava più. Facevo fatica a raccontarmi, facevo fatica a farmi capire, facevo fatica a esserci. E dopo anni mi arresi sfinita, come se tutte le energie fossero state succhiate via per sempre.

Non era una questione di pensiero, li pensavo tutti i giorni, né d’affetto perché erano sempre le persone con cui ero cresciuta e avevo condiviso tutto della mia infanzia e della mia adolescenza solo… solo che loro non riconoscevano più me e io non riconoscevo più loro. La vita ci aveva masticato e ci aveva modellato diversi. Riconoscibili solo nei dettagli.

Ora prendere il telefono per chiedere “come stai?” mi fa strano. Il telefono adesso non mi aiuterebbe a riattaccare i pezzi persi, e quei vuoti li temo se si palesano in vuoti di silenzio. Non lo so, sento che raccontarmi a loro – per come sono oggi – andrebbe solo a confondere i ricordi.

Vorrei capirne di più della vita, per fare meno errori, ma al momento tutto quello che posso fare è riconoscere le cose per quel che sono e accettare i cambiamenti per quello che devono essere. Mi fa tristezza, comunque. Da piangere.

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

(701) Ribellione

Disobbedire con criterio: quando si palesa un’ingiustizia, quando chi comanda è un despota insensato e/o crudele, quando veniamo schiacciati nei nostri diritti di Esseri Umani, e via di questo passo. Così si possono cambiare le cose.

Ribellarsi a regole disumane non è una scelta, è l’unica scelta. Perché ormai lo sappiamo che con le regole si parte bene e si può finire molto male, si possono rovesciare i concetti e si possono verificare bestialità inaudite. Questo non significa che le regole siano inutili, il Regno del Caos non prevede superstiti. 

Quindi la ribellione usata con intelligenza strategica, con uno scopo puro, con la pace nel cuore e la voglia di far avanzare il mondo verso un futuro onorevole per tutti è la pratica che tutti dovremmo adottare per sistemare le cose. Recuperi il coraggio dalla cantina, gli dai una bella rinfrescata, lo indossi e fai le scelte che sai che devi fare. Tieni botta e persegui l’obiettivo.

Il punto è: in cosa credi? Credi in qualcosa?

Quando credi, fortemente credi, ti muovi. Indossi il coraggio senza smettere di ascoltare la paura, evitando possibilmente il panico, e procedi con il piano di liberazione. Puoi osare, puoi. Puoi restare dritto davanti al sopruso e far sentire la tua voce, puoi dichiararti contrario, puoi affermare la tua posizione. Fallo in modo da poter essere ascoltato, però: non insultare, non sputare, non umiliare. Gioca pulito e ribellati. 

Prima di procedere, mi raccomando, chiediti di nuovo “in cosa credo?” e ascolta la tua risposta. Se credi che vali più degli altri, se credi di essere la vittima che ha diritto alla sua vendetta, se credi che prima tu e poi gli altri, se credi o io o gli altri, se credi di poterti ergere sopra le regole e le leggi morali, allora forse la tua non è ribellione e te la stai raccontando per accomodare la tua coscienza bucherellata. Lascia stare. Chiamati cialtrone, filibustiere, delinquente – farai una figura migliore, fidati.

Perché le parole definiscono e lucidano sia le menzogne che le verità, e usarle bene dà una grande soddisfazione, ma a reggere la ribellione sono i fatti. I fatti dimostrano chi sei, in cosa credi e cosa sei disposto a fare. Sono i fatti che contano. E non si scappa.

 

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

(661) Moltitudine

Quando è troppo è troppo. Una moltitudine per me è sempre troppo. Preferisco poche cose per volta, poche persone per volta, pochi pensieri per volta, poco insomma. Nel poco riesco a destreggiarmi meglio, riesco a fare meglio.

C’ho messo un bel po’ a rassegnarmi che contenevo moltitudini (grazie Walt Whitman) e che andava bene così. Temevo per la mia autenticità, eppure una cosa non va a inficiare l’altra – ho scoperto in età matura.

Man mano che accettavo la mia moltitudine riuscivo a individuare quella altrui, un po’ destabilizzante ma un cambiamento opportuno per la sopravvivenza. E a un certo punto il giudizio quello brutto cade, ci si sente persi, sembra che tutto sia lecito e tutto plausibile. L’età avanza e recuperi i filtri, riprendi in mano il tuo metro per misurare e valutare secondo altri criteri: quel che per te va bene ed è giusto e quello che non lo è. Dai per scontato che non sia un parere universale, è soltanto il tuo. Questo ti permette di ripercorrere il concetto di “moltitudine” con una certa serenità nell’anima. Segui la voce che ti rassicura: “Va tutto bene”.

A volte le credi, altre meno, ma lei non smette di restarti accanto e intanto il tempo passa.

Ci sono diversi strati dentro di me, alcuni me li sono dimenticati sotto la polvere, altri li ho archiviati perché non mi servono più. Faccio fatica a buttarli, e non lo so il perché. Un dato di fatto è che troppe cose e troppa gente mi creano ancora fastidio, troppo rimane troppo per me. Forse perché ho imparato come stare immersa nel niente. O forse me la sto soltanto raccontando, mah!

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

(640) Insulto

Non è bello, lo so. Quando insulti qualcuno è il tuo disprezzo che gli butti in faccia, non è bello. Con arroganza ti poni sopra di lui di almeno tre livelli e gli urli che è un essere inferiore, non è bello. Poi ti senti in colpa, ti rendi conto che potevi risparmiartelo, che come ti diceva tua nonna “ti metti al suo livello e perdi la ragione”, che se avessi fatto un respiro profondo, se avessi canticchiato una canzone, se ti fossi fatto un giro per smaltire il nervoso, se… se… se…

Eppure.

T’è uscito di bocca proprio perché te lo hanno tirato fuori con le pinze, proprio non c’era modo di confrontarsi, di discutere alla pari, di cercare un punto d’incontro per costruire un dialogo. Niente. Niente di niente. E dall’altra parte la tracotanza, la spavalderia, la presunzione, la spocchia, tutto troppo – veramente troppo. Perché c’è gente che non fa così, è così. C’è gente che non si è mai presa un pugno in faccia quando ha esagerato, quando ha tirato fuori la sua immondizia personale per buttarla addosso a qualcuno. Se si fosse preso almeno un pugno si sarebbe fermato a riflettere: oh, che male. Non certo: oh, che coglione che sono, me lo merito. No, quello sarebbe chiedere troppo, ma il dolore fisico ti fa fermare un attimo a riflettere su se stesso (entità, persistenza ecc. – cose tecniche che occupano una certa quantità di neuroni per essere comprese) ed è già qualcosa, no?

L’insulto, in questi casi, è catartico. Raccoglie in sé la potenza dell’esasperazione, l’esaurimento delle scorte di tolleranza, il deficit empatico che quando viene a mancare non ce n’é più per nessuno. L’insulto, quello sentito nelle viscere, quello che fa un sacco di strada prima di uscire dalla bocca perché passa anche dal cervello, insomma l’insulto vero ha bisogno di calma interiore per estrinsecarsi in tutta la sua forza. L’insulto che libera e solleva è quello che non si urla, che non si sputa, che non si involgarisce con un linguaggio becero e non va a toccare le debolezze del destinatario. L’insulto che intendo io è quello che sublima il pensiero e lo porta a un livello tale che chi lo riceve – per via dei pochi neuroni disponibili – manco se ne accorge che è stato offeso. Il tono della voce controllato, il volume impostato su frequenze medio basse, la scelta della parola che non stroppia, che non cola da nessuna parte, che non intacca minimamente la pienezza del concetto che il mittente vuole traghettare e che sente di dover farlo usufruendo di ogni sua risorsa: questo è l’insulto che innalza, innalza chi si prende l’onere di dargli voce e persino chi lo riceve.

Quindi, tutta la masnada di politicanti della domenica che affollano il nostro Parlamento sono davvero dei pivelli, neppure degni di essere presi in considerazione. Hanno zero classe e zero preparazione per quanto riguarda gli insulti, si dovrebbero vergognare. Non hanno mai preso un pugno in faccia e non hanno mai potuto riflettere su quello specifico dolore e tutto il resto.

Poveri loro. Poveri noi.

 

 

 

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

(604) Competenze

Ne hanno tutti. Diverse e diversificate, molto probabilmente. Basic o Pro, ovviamente. Sarebbe bello andare oltre, però. Oggettivamente parlando qualsiasi persona portatrice sana di buona volontà può imparare, può imparare anche con una certa continuità, può imparare abbastanza bene da poter affermare tranquillamente di aver acquisito una competenza. Una qualsiasi. Just name it…

Quindi fare giù una lista delle proprie competenze potrebbe essere un buon modo per recuperare la stima di noi stessi, quando questa è stata grattata via – pezzo dopo pezzo – con cura encomabile dal mondo che ci circonda.

In tutta sincerità, sono in grado di affermare serenamente che la sfera delle mie competenze è consistente: posso andare dalla preparazione di un toast vegano super delizioso al brusca e striglia di un’auto di superlusso con grande agilità. Sì, non mi ha mai spaventato lo spauracchio del sai-fare-tutto-ma-niente-bene. No, non mi tocca proprio. Dirò di più, posso anche spingermi oltre: per esempio posso ascoltare ore di lagne e lamenti da parte di chiunque trovando sempre parole consolatorie e lasciando in chi si trovasse sull’orlo del baratro un ragionevole dubbio per rimandare il salto dal ponte. Mi viene proprio bene, quasi una dote naturale. Posso anche – a richiesta – prodigarmi in discorsi comparati su svariate tematiche interessanti (dal pedigree di un criceto delle Ande  al colore adatto per una parete rivolta a nord-est-sud-ovest di una cascina vietnamita del primo novecento) con grande dispiegamento di Ars Retorica e compagnia bella. Riuscirei a convincere un orso polare a togliersi la pelliccia argomentando lo scioglimento dei ghiacci come se ne fossi io la causa primaria. Senza che all’orsa venga in mente di sbranarmi. Mi ringrazierebbe anche, garantito.

Se la necessità fosse impellente, potrei imparare a domare un diavolo della Tasmania in una sola notte o surfare su un tappeto persiano nel Deserto di Atacama o, addirittura, misurare con adeguata precisione la velocità tenuta da un picchio canterino mentre attraversa le cascate del Niagara fischiando la sigla dei Muppets senza muovere il becco. Se la necessità lo impone, mi adeguo. Non c’è problema.

Il punto focale di tutte queste grandissime stronzate è che avere le competenze sbagliate quando ci si trova in un contesto o in un altro è un attimo. Puoi mandare a puttane la tua intera esistenza se non sfoderi la competenza giusta per l’occasione. Bisogna pensarci. Bisogna proprio far attenzione ai dettagli, ai segnali che ti possono avvisare in tempo utile che ti stai mettendo in un vicolo cieco e quindi potrebbe essere il caso di cambiare direzione. Andare altrove. Via, lontano.

E non basta essere proprio una brava persona – come mi hanno insegnato per tutta la prima parte della mia vita – aiuta te e chi ti sta attorno, ma potrebbe anche essere un boomerang che se non lo prendi al volo ti fa lo scalpo.

Eppure essere una brava persona ti permette di presentarti a testa alta – sguardo senza cedimenti, voce ferma – davanti a qualsiasi altro Essere Umano e in qualsiasi situazione si debba affrontare. Una brava persona ha competenze eccezionali, che riguardano la cura, l’ascolto, la capacità di esserci, la generosità di dare e darsi soltanto perché così si fa e così va bene. Competenze eccezionali, ripeto, che non metti in mostra nel tuo patetico CV, che non indossi soltanto quando vuoi fare buona impressione, che non ostenti per suscitare ammirazione e invidia, che non butti in faccia a nessuno per un misero tornaconto personale.

Non me ne frega niente se sei migliore di me, metto volentieri da parte le mie competenze per farti spazio, onore al merito – ci mancherebbe altro. Ma ho acquisito una competenza piuttosto interessante negli ultimi tempi: so mandare al diavolo una persona con una gentilezza e un’eleganza notevole, tanto che manco riesce ad accorgersene. Sono pronta a ogni evenienza, se la necessità intensifica la sua presenza, nessun problema.

Lo voglio dire, però: quando incontro qualcuno, per prima cosa tolgo le mie competenze e le metto in un angolo, poi nella mia testa tolgo le competenze della persona che mi sta di fronte e ripongo tutto nell’angolo opposto. Le dimentico lì per un po’, per quando saranno più utili. Quando incontro qualcuno è la persona che devo incontrare, è lì che mi concentro. Il resto viene dopo. Per il resto c’è sempre tempo, no?

 

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

(600) Idiosincrasia

Detesto quando le persone urlano. Detesto me stessa quando perdo il controllo e mi metto a urlare. Mi succede raramente e – dal mio punto di vista – sempre per una buona ragione. Eppure, quando mi succede non me lo perdono.

Ci sono persone che urlano appena si svegliano al mattino, con chiunque capiti loro attorno, e che smettono di urlare quando si addormentano la sera. Urlano anche quando sono felici, perché un altro tono di voce non ce l’hanno o perché sono sorde e non si rendono conto di quanto stanno gridando anche solo per chiedere mi-passi-il-sale.

I miei vicini di casa fanno così e io sto, mio malgrado, ascoltando ogni dannato scambio verbale che accade in quella casa. Non sono affari miei, ma lo diventano se mi sveglio al mattino con il mal di testa (e non per un post-sbornia) e mi addormento con i tappi nelle orecchie perché di là c’è una riunione di capre urlatrici. State zitte! Zitte! Zitte! Zitteeeee!

La vostra voce a un certo punto ne avrà abbastanza e se ne andrà. Se ne andrà per non ritornare più e avrà la mia benedizione. La vostra voce se ne fotterà di voi, almeno quanto voi ve ne siete fottuti di lei. E io la benedirò.

Non si può buttare addosso agli altri la nostra rabbia, la nostra frustrazione, il nostro veleno, il nostro male di vivere, non si può! E se non si può farlo con gli estranei, figuriamoci con le persone che ci sono vicine, NON si può!

Sei giustificato a urlare solo se tra te e gli altri ci sono chilometri di distanza, solo se si tratta di vita o di morte. Le persone devono essere trattate con gentilezza e la gentilezza non alza mai la voce. Le persone per ascoltarti devono avvicinarsi a te, devono prestare attenzione alle tue parole e ai suoni che le accompagnano e per far sì che accada tu devi permetterglielo mantenendo il volume della tua voce in modalità normal, a volte persino soft. Non puoi sbattere in faccia frasi a 1.000 decibel aspettandoti che vengano ascoltate. La gente, sì, può fare quello che tu le ordini di fare quando glielo urli in faccia – chi non ha il coraggio di darti una testata, almeno – ma l’ascolto è un’altra cosa.

L’ascolto è il risultato di una dinamica delicata che ha origine nella fiducia, cresce nell’interesse, e si espande con l’attenzione.

Vabbé, fiato sprecato. Buonanotte.

 

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

(255) Zitta

Ogni tanto me ne sto zitta. Cerco di dimenticare un po’ il suono della mia voce. Uso molto la voce e quando si stanca se ne va.

La seconda volta che se ne è andata era pieno inverno scozzese, non era affatto facile lavorare afona, ma mi sono rimessa al suo volere. Ero sorpresa, non usciva un suono dalla mia bocca per la prima volta dopo anni e non ero costretta a ribattere, non ero obbligata a interloquire, potevo evitare di dire la mia – una volta tanto. Una pausa benedetta.

La prima volta che è successo mi erano state tolte le tonsille. Una settimana di bigliettini su cui appoggiavo le parole con l’inchiostro blu, nero, rosso o viola – assecondando l’umore. Dapprima irritata, poi compiaciuta: nessuno si aspettava nulla da me, potevo pensare e basta.

Dare modo alla mia voce di riprendersi il sacrosanto diritto al silenzio è un dovere che mi sono negata per troppo tempo. Spesso sono stata zittita malamente da qualcuno, ma ha funzionato soltanto per il tempo dello stupore. La reazione ha sovrastato ogni aspettativa. Se resto parlo, e posso dire troppo, se me ne vado ti consegno il mio silenzio imposto e quello urla a più non posso.

Ecco, ogni tanto me ne sto zitta. Non tutto il giorno e non per sempre, ma mi prendo lunghe ore per lasciare libera la mia voce di viversi silente. È quando la sento in affanno, furiosa o confusa. Le lascio il tempo di riprendersi, d’altro canto è lei il mio sostegno.

E, zitta zitta, osservo e ascolto. Osservo e ascolto. Qualche volta scrivo. Anzi, spesso scrivo.

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

(188) Volto

Sinonimi di volto sono anche: animo, carattere, indole, natura. La dice lunga, vero?

Sono affascinata dai volti umani, leggerli è diventata un’abitudine intrigante. Funziona soprattutto con le persone che non conosco, in questo modo non vengo influenzata da ciò che penso di loro o da ciò che so di loro.

C’è una sorta di magia che lega il nostro mondo interiore al nostro volto. Se stiamo male i segni possono alterare non solo la nostra espressione, ma anche le sue stesse fattezze. La felicità fa del nostro volto una tela su cui posare sberluccicanti cristalli che lo illuminano come una passata di glitter.

Se è vero (e lo è) che il volto si modella assecondando il sentire, l’odio ti sfigura i lineamenti  mentre l’amore abbraccia i cambiamenti del tempo e solleva il peso degli eventi.

Il volto, la voce, gli occhi, le mani. Siamo biblioteche affascinanti, e pressocché infinite, in movimento perpetuo. Quanta ricchezza ci portiamo addosso senza neppure accorgercene!

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

(85) Assertività

Ho preso coscienza della mia voce da quando ho iniziato con il podcasting. Non significa che prima la ignoravo, ma che prima la temevo. E’ successo qualcosa in questi anni, ora la mia voce mi appartiene di più.

Ho notato che in parallelo anche io mi appartengo di più. Non a fasi alterne, non con alti e bassi, non in positivo o negativo. Mi appartengo con costanza, con pieno riconoscimento, con assertività. Mi appartengo e basta.

E allora tutte le scelte fatte e tutte le esperienze che mi hanno attraversato non mi hanno portato via qualcosa, mi hanno soltanto lasciato scoperta la voce.

In giornate come ieri è difficile gestirla, ma il fatto che c’è mi rassicura.

Ho incontrato tante voci sussurrate che non hanno mai saputo della loro potenza, avrei voluto dire loro tutto quello che avevo scoperto ma loro non avrebbero saputo trattenerlo. Non era tempo. Chissà se ora sanno cantare.

Non ho mai smesso di cantare, io. Anche quando stonata, anche quando stanca, anche quando avrei preferito starmene in silenzio. E’ che quando la tua voce ti si presenta davanti e tu sai che è lì per te, voltarsi alzando le spalle è stupido.

No, non sono una stupida. Anche se a un primo sguardo non si direbbe.

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF   

(23) Voce

Riconduce a te, svela al mondo chi sei. Nella voce ci sono le tue origini, i posti in cui hai vissuto, la gente con cui sei venuto in contatto. Ci sono movimenti fluidi o sgraziati di pensieri. Cadenze difficili da smantellare, toni difficili da confondere. Nella voce ci sono i tuoi colori.

Ho usato molto la mia voce, in modo sconsiderato per lo più. La usavo perché ce l’avevo e anche se non mi soffermavo sui dettagli (come veniva percepita, per esempio) la usavo perché volevo farmi ascoltare.

Bambina introversa, ragazzina con troppe cose da dire.

La voce va usata. Certo, va usata bene, va usata con criterio. Direi addirittura “con maestria”, sì. Non va bene lasciarla a riposo, non va bene far finta che non ci sia, non va bene buttarla fuori per offendere, ferire.

La nostra voce è la chiave per aprire le porte all’incontro o per crearci un nemico. È sensibile agli sbalzi di temperatura, è sensibile agli sbalzi d’umore, è sensibile agli sbalzi emotivi. Ci insegna a farci caso: freddo/caldo, giososo/incazzato, commosso/insofferente.

Se ami la voce ti si fa gentile. Se odi diventa tagliente.

Puoi darle forza riempiendoti i polmoni, puoi sollevarla piano con un soffio impercettibile. Lei può rassicurare tanto da far passare la paura. Lei può affermare la tua posizione per indurre al rispetto. Lei può far nascere un sorriso per rendere le parole meno dure.

Certo, può anche minacciare, mortificare, sobillare, inveire, ferire a morte. Sta a noi scegliere come usarla, ma puoi scegliere se ne sei consapevole. Pertanto, l’educazione alla voce credo sia una delle arti più importanti da coltivare.

La tua voce, se l’ascolti, accorcia le distanze tra te e l’immagine che hai di te. Ti rende più vero anche agli occhi di te stesso. Devi solo ascoltarti.

b__

Share
www.pdf24.org    Invia l'articolo in formato PDF