(912) Primavera

Una rondine non la fa. Ma la fai tu. Se non ti rendi conto che sei tu a decidere quando inizia la tua Primavera, allora, mi dispiace dirtelo, so che non la prenderai bene, eppure qualcuno te lo deve dire, insomma… non hai capito niente della vita.

La Primavera non è una stagione, è una condizione dell’Anima.

L’Anima è soggetta a dei passaggi che poco hanno a che fare con il tempo in generale e niente con il tempo atmosferico. Ha bisogno di riposo, ha bisogno di azione, ha bisogno di contemplazione, ha bisogno di rinascita. Non è che te lo dice, te lo impone. E tu, se non te ne rendi conto, subisci. Non è questo che la tua Anima vuole da te, non sei la sua vittima, sei però il suo mezzo per esplicitare la vita qui sul pianeta Terra. Che ti piaccia o no, devi cavalcare l’onda.

A questo punto, se gli alti e i bassi dell’Anima sono comunque un dato di fatto e se sei chiamato ad averne a che fare ogni tre per due, non è che soltanto mettendoti da parte risolvi la questione. Ti si chiede di partecipare e non di assistere a uno spettacolo. Perché lo spettacolo è il tuo. Che ti piaccia o no, devi gestirti il palcoscenico e tutte le menate annesse e connesse. 

In Primavera, la Natura si risveglia. Pure l’Anima. Perché? Semplicemente perché noi siamo parte della Natura e non è che possiamo schivare certe scadenze. Quando la Primavera della tua Anima si impone, non è detto che coincida con l’Equinozio sancito dalla rotazione terrestre, dovresti quanto meno darle il benvenuto. Non ti dico di festeggiare, ma almeno aprile la porta. O lo fai tu o la butterà giù a spallate. Lei fa così. 

Spuntare a nuova vita può essere un trauma, specialmente se subisci la situazione (è sempre un trauma quando subisci). Ma prima che sia finita, la tua Anima ha un sacco di Primavere da attraversare e non ti chiederà il permesso e non chiederà la tua benedizione e non ti permetterà di discuterne i modi e le condizioni e non ti chiederà di essere entusiasta. Ti chiederà di esserci. 

Vedi tu come e vedi tu con che trasporto, ma esserci non è cosa da poco. Sappilo.

 

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(906) Svago

La mia idea di svago è piuttosto bislacca. In pratica io non mi svago mai. Anche quando ci provo con tutta me stessa fallisco. Non so proprio come si faccia, non sono programmata per farlo. Non ho altre spiegazioni.

Non riesco a staccare il cervello da quello che sto facendo per fare altro, forse perché il mio cervello non fa altro che divagare e divagando attraversa tutte le galassie e, di pianeta in pianeta, buco nero in buco nero, stella cadente in stella cadente… mi svago.

Quindi la mia idea di svago è semplice: vagare nel mio Iperuranio.

Che in soldoni significa che non stacco mai. Non mi rilasso neppure quando vago con la mente a corpo fermo. Tutto ciò è inquietante. Com’è possibile che ogni Essere Vivente sulla faccia della Terra sia dotato di neuroni-svago e io no? Non sono di questo pianeta, probabilmente.

Dipenderà forse dal fatto che non sono in cerca di divertimento? [non lo so il perché, è così e basta, non mi voglio neppure immaginare il perché]

Ok, prendiamo in considerazione che sono più affezionata all’idea impiego-il-mio-tempo-progettando-e-realizzando-cose-meravigliose piuttosto che gonfio-palloncini-per-farli-volare-in-cielo e che questa è comunque una posizione estrema. Diamo anche per scontato che, molto molto molto probabilmente, il mio vagare sia decisamente più svagante di uno svago classico. Cosa potrei fare, dunque, per avvicinare la mia idea di svago a quella del resto del mondo? Fingere di essere umana? Non sono credibile, sorry. Convincere tutti che il mio svago sia di miglior fattura del loro? Non ho energie sufficienti, sorry.

Ecco, posso fregarmene. E se qualcuno oserà chiedermi se mi sono divertita nel weekend potrò con orgoglio dichiarare: ho vagato nel mio Iperuranio ed è stato fantastico. Non mentirei, in ogni caso, oggi è stato fantastico. Davvero.

 

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(903) Nervi

La tenuta dei miei nervi ha un limiti. Credo sia una cosa positiva avere dei limiti, almeno sai dove ti dovresti fermare. I limiti dei miei nervi li ho sempre un po’ sottovalutati. Sbagliando.

A questo punto della situazione, loro hanno deciso di farmelo presente. E hanno fatto bene, mi hanno fatto male, ma hanno fatto bene.

Negli ultimi due mesi ho ignorato volutamente i segnali, ho pensato che non potevo fermare le cose pertanto avrei dovuto comunque estenuarmi finché non si sarebbero sistemate. Così ho fatto. Non tutto è a posto, ma si sta sistemando. Sollievo, giusto? Ecco. No. No, perché i miei nervi mi stanno facendo presente che non è che sono elastici, che li tiri e li molli a seconda di come ti pare a te.

Mi stanno facendo sgambetti poco piacevoli che devo in qualche modo gestirmi. I primi sono stati inaspettati. E sono finita a terra. Ripetutamente. Ora, ho capito e li vedo arrivare. Quindi se finisco a terra non sono più sorpresa, soltanto rassegnata perché così dev’essere.

Qui potrei anche psicanalizzare tutto il mio operato dalla nascita all’età odierna, ma mi sembra davvero inutile. Voglio dire, interessantissimo certo, ma piuttosto fuorviante considerato che c’è ben poco di nascosto per quel che riguarda le mie magagne da tirare fuori per estrinsecare traumi e sofferenze. Evitiamo, grazie. Quello che posso fare, invece, è focalizzarmi sui limiti della mia tenuta-nervi, che è pur sempre un argomento affascinante (almeno per me).

Ho capito che li ho sottoposti a uno stretching di parecchi parecchi parecchi anni contro il loro volere. Ho capito che il loro volere è comunque da tenere in considerazione. Ho capito che a fermarmi prima magari avrei evitato quello che adesso mi ha shakerato (no, non è stato bello), ma forse non sarebbe bastato. Forse mi avrebbe soltanto shakerato meno. Forse.

In pratica ho camminato sopra un lago ghiacciato, con la pretesa di non farlo crepare, e seppur io ce l’abbia fatta a raggiungere l’altra sponda, la superficie del mio lago è decisamente crepata. Di brutto. Che fare quindi? Non lo so. So che sta entrando la primavera e comunque ci sarà il disgelo e comunque io sono ormai sulla riva e comunque è andata bene anche stavolta.

Ma, comunque, sono esausta.

Eh.

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(882) Gente

Tanta, ovunque, sempre. Trovare un luogo dove non ce ne sia almeno una manciata è un’utopia. Siamo in tanti. Tantissimi. 

Facciamo di tutto per ritagliarci il nostro piccolo spazio nel mondo e va a finire che non è mai solo nostro, c’è sempre qualcuno tra i piedi. Ovvio che ti viene il nervoso e inizi a sbottare sul fatto che ti senti invaso. C’è un’invasione di Esseri Umani! 

Allora ti verrebbe voglia di prendere il primo treno per casa-di-dio e fermarti lì a goderti… il nulla. Il nulla. Certo, ci potrà essere la Natura attorno a te, e il nulla. Ci potranno essere animali attorno a te, e il nulla. Il nulla ci sarà sempre. A meno che tu non accogli nel tuo spazio un altro Essere Umano. Il nulla si riempirebbe di un significato che solo tra simili è possibile cogliere. Il nulla scompare se un Essere Umano si connette con un altro Essere Umano. 

Come si fa per crearsi una connessione con Madre Natura? Si entra in una dimensione che non è la nostra, è la sua. Perfetto. Entri nel suo mondo, dominato da una logica che non riuscirai mai a comprendere davvero fino in fondo, e ti lasci trasportare. Come ci si connette con gli altri Esseri Viventi  (animali, insetti ecc.)? Dimenticandoci di chi siamo, della nostra modalità di pensiero e d’azione. Ci modelliamo seguendo la loro natura per azzardare un contatto. Perfetto. Ci dimentichiamo per qualche istante di noi perdendoci in un transfert che riteniamo utile affinché si possa creare una sorta di empatia simpatica, sperando vada dritta. D’altro canto sono sempre Esseri Altri rispetto a noi. 

Come si fa, invece, tra noi Esseri Umani? Si va in presa diretta, il confronto non ha altre strade se non quelle che il nostro pensiero ci propone solitamente. E il feedback che riceviamo percorre le stesse vie. Sembra che non ci sia fatica in questo darsi senza filtri. Ci guardiamo negli occhi e ci diciamo silenziosamente: “Certo che sei tu, sei come me, ti riconosco”. Perfetto. 

Eppure è faticoso, è pericoloso, è una lotta. Eppure abbiamo bisogno di staccarci, di allontanarci, di renderci estraneo qualsiasi umano sulla faccia della Terra per ritrovarci e smettere di confonderci con i nostri simili. Ci allontaniamo per cercare Madre Natura, e il suo sostegno, in poche parole. Eh.

Giro giro tondo, casca il mondo, casca la Terra… e tutti giù per terra.

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(880) Shuttle

Che significa “navicella spaziale”, ma non posso metterci due parole nel titolo (è una regola dei ***Giorni Così***, ve ne siete accorti?), quindi userò per l’ennesima volta un termine inglese. Rischio la galera, sappiatelo (sto ridendo, certe notizie sono davvero esilaranti se non uscissero dalla bocca dei nostri politici potrebbero stare tranquillamente sul palco di Zelig).

Fatto sta che oggi stavo pensando a com’è guardare dallo Spazio Infinito il nostro Pianeta Terra. Stavo guardando una delle foto che vengono postate su certe affascinanti pagine Facebook (quelle belle davvero) che ritraeva la Terra vista da lassù. Se non fosse per le orecchie che si tappano e il dover mangiare cibo liofilizzato, fare l’astronauta mi piacerebbe. Nella prossima vita magari.

Il mio pensiero si è spinto un po’ oltre: ma quante cose ancora non conosciamo?, mi sono chiesta. E poi: ma c’è proprio bisogno di conoscere tutto?, e mi sono risposta no. No. Non c’è alcun bisogno di conoscere tutto lo scibile extra-umano. Anche perché tutto quello che conosciamo finiamo per distruggerlo, quindi ignorare l’esistenza di qualche parte (più o meno rilevante) dell’ambiente terrestre e spaziale, potrebbe far bene al nostro pianeta e allo Spazio Infinito in generale. Siamo peggio della peste bubbonica noi Esseri Umani. 

Credo che guardare le stelle e pensarle vive e felici mentre brillano, solo per il piacere di brillare, sia un bel pensiero. Ignorante, ma bello.

Credo anche che immaginare che la Luna abbia occhi, bocca e naso, sia un modo carino per rendercela amica seppur distante. Idiota, ma bello.

Credo che sognare un pianeta (Marte?) vivibile e vivace quanto la Terra sia innocuo e divertente. Inutile, ma bello.

Non sono fautrice del “ignorante è meglio” per la maggior parte delle cose che ci riguardano, il Sapere e la Conoscenza sono sacri per me, ma certi particolari ci rendono la vita migliore. Sciocca, certo, ma bella. Come quando sei innamorato e vedi solo i lati positivi della persona che ti fa sbelinare il cervello. Così. Non dura molto, lo sappiamo, ma goderci quell’intorpidimento dell’intelligenza è piacevole. Bello addirittura, no?

Temo che non sappiamo più goderci questi nostri spazi di illusione pura e sberluccicante. Un vero peccato perché da lassù la Terra sembra un gioiello. Quei colori mordono la nostra coscienza e ci lasciano il segno. Siamo qui per poco e ci agitiamo come se dovesse essere per sempre. Pensando di dover sapere tutto perché così saremo noi i possessori dell’Universo, mica l’Universo che può fare di noi quel diavolo che gli pare.

Poveri noi.

 

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(877) Confini

Non sono segnati da una mappa, da una cartina geografica, dove diventa preciso il punto in cui poggi il piede in terra non tua. Perché è tua la terra in cui nasci, le altre le fai tue – se vuoi – e sono sempre scelte, anche quando obbligatorie. 

I confini tra me e te quando si oltrepassa il corpo, perché il corpo è un confine che puoi varcare solo se alla dogana te lo permettono, non sono visibili. Bisogna starci attenti.

Difendere i propri confini intimi è un casino, in certi casi è un disastro. Faccio un sacco di disastri in quei casi, riesco davvero sempre a fare un sacco di disastri. Patologico, direi. 

Quando entri in territorio non tuo ti devi imporre delle regole e devi importi una disciplina ferrea nel rispettarle, stai camminando dove non dovresti neppure esserci, non puoi dimenticarlo. Mai.

Eppure. Eppure. Eppure. Si sconfina e si fa un po’ come cazzo ci pare. Così. 

I confini che l’uomo ha imposto alla Terra dapprima erano un modo per prendere le misure – dove sono, fin dove posso spingermi, dove finisce il cammino, cosa c’è qui e cosa c’è là – e poi è stato un modo per difendere le terre addomesticate. E poi è diventato un modo per respingere chi stava fuori, in altre terre, e si spostava. Per ispirazione o per necessità. E oggi è un modo per schiavizzare chi ha meno, perché derubato da chi ha di più. 

Non portando più rispetto per i confini della nostra Terra, quelli segnati dai fiumi, dalle montagne, dal mare, dalle foreste e anche dal cielo, abbiamo pensato di poterci spingere ovunque. Di poter conquistare, conquistare qualsiasi cosa. Si dice anche “conquistare il cuore di una donna/uomo”, vero? Per noi, nel nostro cervello malato, conquista ha il significato di “appropriazione indebita”. Terribile, no?

Vabbé, dirò l’ovvio: dove troviamo un confine ci si ferma. Un attimo almeno. Ci si ferma per valutare quanto sia appropriato varcarlo. Opportuno. Giusto. Ci si pensa un po’ su. Si pesano le proprie intenzioni. Questa è la prima regola. E le altre fanno capo al rispetto, all’ascolto, alla cura. Ma che ve lo dico a fa’? 

Un minimo di disciplina, perdio!

 

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(855) Indigeno

Significa: che è originario del luogo. Certi luoghi possono essere selvaggi, primitivi, non necessariamente per ragioni di vegetazione maestosa e fauna esotica. Ognuno di noi appartiene a un luogo, indipendentemente dalla terra che li ha generati. Indigeno è l’unico aggettivo che vorrei fosse preso in considerazione quando si tratta di Esseri Umani. Renderebbe tutto più semplice.

Essendo per battezzo forzato una straniera, mi sono ritrovata spesso a soppesare la sostanza della terra che mi porto dentro. Senza mai venirne a capo.

Ho cercato quindi, per ovviare al gap, di compattare quella terra per crearne un’altra, una che mi assomigliasse il più possibile. Tutto sommato ci sono riuscita. Non era ovvio. Non lo è mai. Ne scrivo perché non temo di perderla ormai, è con me da tanto e si è solidificata per bene, respira come un pianeta e ha cielo stellato quando il sole riposa, nuvole sparse e giornate di vento, qualche precipitazione sparsa, temporali da paura e limpide e tiepide giornate dove tutto scorre e non si fa caso ai dettagli. 

Ritrovo la stessa energia, che è stata scelta strategica, in diverse persone che incontro. Sono quelle dove trovo conforto naturale, senza forzature di contatto.

Lo consiglierei a tutti. Quando hai la tua terra dentro, non hai paura che qualcuno te la rubi, rimane tua. Sai che devi curarla e questo impegno ti può occupare parecchio tempo, tempo che altri impiegano per togliere il diritto alla terra a qualcun altro pensando che gli spetti (perché poi?). Se sei impegnato nella cura, nella costruzione, tutto quello che è distruzione perde di attrattiva. Se arriva qualcuno che ti dice “qui è tutto sbagliato, buttiamo giù tutto” gli molli un pugno sul naso senza neppure il bisogno di chiedere ulteriori informazioni sul suo piano di devastazione. Ti suona male. Ti suona ingiusto. La distruzione non è mai così motivata da giustificare il niente che ne consegue. Si può sistemare, aggiustare. Si può. La vita è una questione di aggiustamenti degli squilibri, sistemazione delle falle, non è un ricominciamo daccapo no-stop perché daccapo si può cominciare soltanto una volta, la prima. Poi basta. Ricominci ma già da una base di partenza. E poi non puoi far altro che aggiustare. E sistemare. 

La terra che ti porti dentro non la spazzoli via, neppure quando è solo un mucchietto di granelli. Lei non va da nessuna parte, non può che accumularsi e crescere. Sta a te darle una forma, quella che ti sembra più bella, e renderla il pianeta con cui respirare. Credo sia questo che qualcuno chiama pace dell’anima. O è soltanto qualcosa che le assomiglia molto.

Lo consiglierei a tutti.

 

 

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(849) Fuoco

Il fuoco ci insegna la giusta misura: riscalda e brucia. Il giusto fa bene, il troppo stroppia. Per l’acqua è lo stesso, per l’aria pure. Di terra, invece, sembra non ce ne sia mai abbastanza… quella ti sparisce sotto i piedi che è una meraviglia appena ti distrai un attimo. Gli elementi della natura cercano di riportarci a quelle leggi che ci governano – nonostante quello che ci raccontiamo – e che noi puntualmente sfanculiamo [il termine potrebbe risultare volgare, ma nel contesto non saprei infilarci uno migliore, il concetto rimane: ce ne fottiamo allegramente di quello che dovremmo invece mai dimenticare]

Il fuoco è associato alla passione. Avere il fuoco dentro è un’espressione che rende bene, no? Ti dà proprio l’idea che quel fuoco ti nutre, ti motiva, ti emoziona… ti infiamma (giustamente, che altro potrebbe fare?). L’idea è sbagliata. O per lo meno è parziale. 

Il fuoco deve essere alimentato, deve essere monitorato, deve essere convogliato. Non lo fa da solo, ha bisogno di una mente pensante che lo gestisce in modo che faccia quel bene che sa fare e non finisca col distruggere tutto. Questo metterci il discernimento in un concetto che d’istinto lo si sente come selvaggio, puro, esaltante, abbassa la temperatura drasticamente. Sauna finlandese. Eh. Allora facciamo così: mettiamo il cervello in salamoia e bruciamo tutto. Alé.

E lo si fa bene se hai quindici anni, ma se ne hai cinquanta le cose cambiano. La ricerca spasmodica del fuoco bruciante, tanto per sentire qualcosa, è profondamente grottesca. Uno scempio di possibilità, di potenzialità, di visione. Fammi capire: sei sopravvissuto per cinquant’anni e ora pensi di bruciare selvaggiamente di passione come non hai mai fatto neppure da adolescente? Se non l’hai fatto quand’era il tempo giusto, parti male, sei destinato al fallimento. Se l’hai fatto già, per quanto tu faccia non sarà mai la stessa cosa. Ti salirà l’amarezza e sarà lei a seppellirti.

Il fuoco.

Se ce l’hai, usalo bene santiddddddio!  [se non ce l’hai… vedi tu]

 

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(836) Determinazione

Bisogna calibrarla per bene, ma se riesci a maneggiarla con destrezza puoi fare della tua vita un capolavoro. Ad alcuni vien facile, nascono con questo dono, ad altri ci vuole anche un’intera esistenza per prenderne possesso e i risultati tardano ad arrivare. Eh, questione di culo.

Comunque, si può imparare a tenere botta e perseverare se ci tieni davvero. Più è solida la tua motivazione e più ti viene la forza per andare fino in fondo. Una questione di allenamento, suppongo, un po’ come tutto nella vita.

La cosa difficile è usarla il giusto, non superare certi limiti, non usare violenza né contro sé stessi né contro gli altri né contro gli eventi e il tempo. Non puoi assoggettare l’universo ai tuoi voleri, puoi invece aiutare l’universo affinché ti sostenga per raggiungere i tuoi obiettivi.

Decidi cosa vuoi e muoviti di conseguenza.

Sembra facile. Soltanto che ogni giorno te lo devi ricordare e ogni giorno te lo devi ripetere e ogni giorno devi fare in modo di crederci. Devi esserci. Devi evitare distrazioni. Devi mantenere solidamente il tuo intento. No, il raggiungimento dell’obiettivo non è mai gratis. Non è così che funzionano le cose. Nessuno può fare il lavoro per te. E nessuno può chiarirti le idee quando sei confuso, e più sei confuso e più le cose vanno in malora.

La determinazione viene svilita, molto spesso, viene etichettata come caparbietà, ma si sta parlando di due posizioni mentali e d’anima molto diversi. La persona caparbia non sente ragioni, la persona determinata non si arrende davanti agli ostacoli. La persona caparbia se ne frega di quello che gli sta attorno, la persona determinata si muove in accordo con l’ambiente – senza obbligatoriamente scendere a troppi compromessi – per proseguire. La persona caparbia sbatte la testa contro il muro finché il muro non si spacca, la persona determinata se quello che sta facendo non ha più senso, non è più motivante, non va più bene allora si ferma. Si ferma e cambia obiettivo.

Il mondo vegetale ce lo insegna: se vuoi vivere non c’è nulla che ti possa fermare. Hai a tua disposizione la terra, l’acqua, il vento, il fuoco, non puoi fare altro se non crescere. Credo che sia questo il vero miracolo: mantenere forte la nostra determinazione nell’amare la vita, nonostante tutto e sempre.

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(835) Perfetto

Perché uno pensa che può essere felice solo se tutto è perfetto, si danna l’anima per far sì che tutto sia perfetto senza mai riuscirci, senza mai essere felice neppure per un istante. Il tempo passa, però. Perfettamente.

Stasera non sono stanca, di più. La prima settimana di rientro dopo la pausa natalizia è stata come essere sollevata da un tornado e provare a ballare la macarena senza ribaltarmi. Impegnativo.

No, non solo a livello professionale, anche a livello emotivo, perché il mio cuore e il mio cervello sono ormai talmente mescolati che non si distinguono più. Fatto sta che sono così e che funziono così e che non c’è niente che non mi tocchi e – molto spesso – quello che mi tocca finisce con il lasciare il segno. Impegnativo anche questo.

Eppure, tra tutto questo ho notato dei momenti perfetti che mi attraversavano da parte a parte e avrei voluto dire tanto e invece sono stata zitta, in contemplazione estatica. Come un incantamento. Perfetto. Sentivo una voce che mi riempiva con delicatezza ogni sbandamento per aiutarmi a restare in equilibrio. Non posso spiegarlo meglio, è tutto quello che so scrivere.

Eppure, in modo perfetto sentivo e mi ritrovavo fatalmente in accordo con quel sottile filo lucente che si dipanava da me all’ovunque che mi stava intorno. E allora posso affermare che perfetto è ogni istante in cui in presenza di me stessa so testimoniare della vita e di quel sentimento che a nominarlo fa paura eppure c’è. Eppure c’è. A occhi aperti e a occhi chiusi. Giorno e notte. Eppure c’è.

Mi sento quasi male a pensarci, la perfezione così com’è davvero (sottile e lucente) mi schianta il petto e le parole non sanno più che fare di sé stesse, se non posarsi qua e là con cautela, come se la terra bruciasse e tutta l’acqua del mondo non fosse sufficiente per chetare l’anima.

Perfetto.

Vero?

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(812) Nido

Non è ovvio, il tuo nido potresti averlo ben lontano dalla tua terra d’origine – quella che ti porti dentro intendo, non necessariamente quella reale – e ritornarci per trovare riparo potrebbe non essere così facile. Ci si può far stritolare da una struggente nostalgia che non sempre trova ragioni nella ragione. Siamo esseri strani noi umani, mente e cuore seguono logiche diverse e contrastanti spesso.

Credo di essere fortunata per aver un nido, credo questa fortuna dovrebbe appartenere e chiunque. Ci sarebbe meno rabbia in giro, più comprensione.

In queste ultime ventiquattro ore ho attraversato talmente tanti stati d’animo diversi che mi sento ubriaca. Eppure lucida. Com’è possibile? Eh, il contrasto è parte integrante di tutto quello che faccio, figuriamoci di quello che penso. E quando dico ubriaca e quando dico lucida, semplicemente, dico di me. Perché le affermazioni autoreferenziali, le asserzioni ego-riferite, mi divertono parecchio. Fanno scatenare reazioni interessanti in chi mi sta attorno. Ormai, però, non le condivido volentieri, mi sono stancata anche di suscitare reazioni interessanti. Mi viene l’istinto di affermare/asserire, ma mi censuro.

Sembra folle, ma se si entra in questa logica si scoprono molti angoli interessanti del nostro cerebro che non credevamo di avere. Sorpresa!

Per farla breve, avendo un nido, tutto lo stordimento va a combaciare con la lucidità quando si ritorna al proprio rifugio. Credo che un rifugio serva a questo. A cos’altro sennò? Valuterò tra qualche tempo (fra un anno), se il rifugio che mi sono costruita è stato abbastanza solido da sapermi riparare dal maltempo e dalle bufere della vita. Valuterò dopo, evitando di fasciarmi la testa anzitempo. Cosa piuttosto insolita per me – ovvio sono ubriaca – e bella sfida da affrontare. Se poi mi si chiedesse cosa diavolo significa questo sproloquio di stasera… dovrei appellarmi al mio senso del pudore e rassicurarvi sul fatto che – nonostante tutto, l’apparenza soprattutto – va tutto bene.

Appena il mio cervello se ne accorge lo dirà al cuore e in men che non si dica le cose andranno a posto. Ognuna al proprio posto. Crediamoci.

 

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(787) Lei

Lei non sa più da che parte girarsi. Deve essere forte, deve essere autonoma, deve essere capace di dire-fare-baciare-lettera-testamento con coraggio, combattendo per se stessa e per tutte le Lei del mondo. Perché il mondo delle Lei ne ha bisogno visto che il mondo dei Lui non capiscono un cazzo. Proprio così.

La cosa bastarda è che ogni Lei che si rispetti è fatta anche di altro. Cose da nulla, cose che prendono in considerazione l’emotività- tanto per buttare lì una cosa da nulla. Perché sarebbe facile potersi programmare e non perdere un colpo, ma ogni giorno è un riprendersi in mano, un ricostruirsi, un cambiare idea e cambiare bisogni e cambiare. Perché la vita è cambiamento e ogni Lei lo sa.

Lei non può fidarsi, non può affidarsi. Non più. I Lui sono una minaccia, e lo sono davvero, anche quelli che sembrano innocui. Chi lo dice? Lo si capisce, se sei una Lei lo capisci fin da piccola. Quel mondo, tutti quei Lui, non sono terra sicura.

Quindi ogni Lei che viaggia nel mondo, ogni Lei che respira il mondo, ogni tanto prende una botta, ogni tanto si ritrova a terra e non sa neppure il perché, sente soltanto il dolore. Ogni Lei. Poi c’è chi se ne accorge subito e chi se ne accorge troppo tardi. C’è chi decide di agire in modo diverso e chi decide di non muoversi più. Mai più. Perché non tutte le Lei sono uguali, anche se tutti gli Esseri Umani sono uguali. Non è un controsenso? Bé, considerato che neppure tutti i Lui sono uguali nonostante siano tutti Esseri Umani, no. Non è un controsenso. Così va.

Un dubbio però ti viene guardando tutti i Lui che pensano di essere umani e invece non lo sono. Ogni Lei dovrebbe imparare a guardarli bene questi fake, ma lo si capisce sempre troppo tardi. Dopo che il danno è stato fatto. Perché ogni Lei pensa che quel Lui sia diverso, sia speciale, sia il Lui che fa la differenza. Raramente è così, bisognerebbe tenerlo presente. Eppure si spera, eppure si crede. 

Una cosa si domanda ogni Lei che alza gli occhi al cielo: perché i Lui che potrebbero alzarsi e con dignità potrebbero bloccare l’azione dei tanti fake, continuano a nascondersi, a giustificare la categoria, a far finta di niente? Forse perché non sanno cosa significa essere Lei.

E qui mi fermo perché non so più da che parte girarmi.

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(762) Strano

Pare strano che il Pianeta Terra stia cambiando le sue priorità. Dove c’era caldo da secoli ora sta diventando più freddo e viceversa. I ghiacci si sciolgono, il suolo si spacca, i tifoni imperversano, le piogge sono come secchiate, il vento si è uniformato sulla velocità-Bora ovunque. Pare strano, ci stupiamo, ci preoccupiamo, ci facciamo venire il mal di testa pensando al da farsi. No, non tutti, solo chi ha a cuore le sorti del pianeta e dell’Umanità che contiene, ovvio.

Diamo per scontato che siamo responsabili dell’accelerazione impressionante degli ultimi trent’anni almeno, diamo per scontato lo scagli-la-prima-pietra-chi-è-senza-peccato e diamo per scontato che i danni ci sono e non sono pochi e anche che questo è solo l’inizio. Ora: perché non considerare che Gaia sta cambiando per forza di cose e che noi non ci possiamo fare nulla?

Cosa fai, fermi un terremoto? Un maremoto? Un tifone? Un uragano? Non puoi. Al massimo puoi costruire argini migliori per evitare le esondazioni, puoi prenderti cura dei boschi affinché non vadano a fuoco, puoi tenere puliti gli Oceani, i mari, i fiumi, i laghi. Puoi, certo che puoi, e devi, certo che devi. Però… il cambiamento della Terra, molto probabilmente risente anche dei movimenti dell’Universo e la questione dei cicli e degli spostamenti planetari ci accompagna dagli inizi – anche se i presenti non erano presenti, le notizie sono arrivate fino a qui e un po’ ne dovremo tenere conto, no?

Fa paura? Altroché. Dovremmo diventare più accorti, più responsabili, più accurati nel nostro pensare e nel nostro agire? Ossì! Lo faremo? Ni. A fasi alterne, costruendo e distruggendo, imprecando e benedicendo, un passo avanti e due indietro. Come abbiamo sempre fatto. Posso anche ammettere di essere una pessimista della malora, ma lo abbiamo già ampiamente dimostrato che preferiamo esclamare “strano” piuttosto che attaccarci con coerenza a un pensiero di salvaguardia del nostro meraviglioso pianeta con il suo ecosistema delicato e noi che ci sguazziamo dentro in modo sconsiderato e non meritiamo niente di niente. Eh.

Siamo proprio delle teste di cazzo.

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(753) Origine

Ci sono dettagli di mondi che ti porti dentro da quando nasci. Ti vengono passati dritti dritti nel DNA dal luogo che ti dà origine. Non è che fanno parte di te, troppo facili da eliminarli sarebbero, sei tu che fai parte di loro e loro non ci pensano neppure a lasciarti andare pertanto ci nasci e ci muori insieme. Spaventoso.

Anni e anni di terapia non bastano a liberarti, noi lo speriamo perché ci piace essere i soggetti (protagonisti) della nostra vita e non oggetti della vita di qualcun’altro o qualcos’altro, ma prima ci rassegniamo e meglio è. Per questo particolare da nulla, se nasci tra le montagne loro ti seguiranno ovunque anche se ti trasferisci a vivere in una spiaggia su un atollo sperduto in mezzo all’Oceano Pacifico. Stessa cosa se sei nato in quell’atollo e ti trasferisci sulle Dolomiti, sei fatto d’acqua (più del 99% oserei dire, senza voler togliere lo scettro dell’idiozia a nessuno) e non ci puoi fare nulla.

Non si tratta solo di un’immagine che ti porti dentro, magari fosse così, è proprio un preciso codice strutturale che ti tiene non solo in piedi ma anche insieme. Non ti permette di scollarti, di frantumarti in pezzettini e volare via. Se vogliamo allargare un po’ la prospettiva possiamo tirare fuori la questione de “italiani-mafia-pizza-e-mandolino” che ho toccato con mano quando vivevo all’estero. Perché se a noi dà fastidio, giustamente, dà fastidio perché siamo proprio questa cosa qui. Urticante, sì, ma questa cosa qui. Altrimenti odieremmo la mafia, odieremmo la pizza, odieremmo il mandolino. Invece noi cadiamo perennemente in atteggiamenti omertosi (in ogni settore in cui agiamo incontriamo questa dinamica malata e violenta), ci nutriamo di pizza pure tutti i giorni (potendolo fare) e amiamo la musica melodica (anche quella che ti rendi conto che è inascoltabile, ma tu ci ricadi e canticchi quella roba lì appena sei sovrappensiero anche se sei un batterista thrash-metal).

Ci fa schifo questo quadro vero? Eh. Quindi cerchiamo di cambiarlo, ci allontaniamo da questo concetto maledetto quando siamo qui al sicuro nella nostra bella, e sottolineo bella, Italia. Appena ci allontaniamo, però, ci struggiamo per poter mangiare una vera pizza napoletana, e ci vengono i capelli dritti quando ascoltiamo musica melodica del luogo che ci accoglie perché non sono i nostri suoni (anche se siamo ancora batteristi thrash-metal) e non riusciamo ad accettare altri meccanismi mafiosi gestiti diversamente dal nostro, che conosciamo bene e con cui abbiamo imparato a scendere a patti. Cosa facciamo quindi? Creiamo in giro per il mondo una piccola Italia: Little Italy everywhere!

Fa schifo tutto questo? Eh. Eppure è così che funziona. Funziona per noi, funziona per i francesi, per gli inglesi, per i tedeschi, per gli spagnoli, per gli americani, per i giapponesi, per i cinesi, per gli indiani… devo continuare? Non riusciamo a lasciare nella nostra terra d’origine le tradizioni, la cultura, la mentalità perché siamo una parte di quel mondo e non possiamo staccarci da lui che è – in tutto e per tutto – noi. Neppure se ci facessimo monaci tibetani. NON funziona. Semplice.

Mi piacerebbe moltissimo che questo semplice concetto venisse preso per buono quando si parla di integrazione perché non si tratta di cambiare le radici di un Essere Umano, di snaturarlo, di farlo diventare altro. Si tratta di inserire pezzetti di altri mondi in un contesto che è chiaramente un’altra cosa, un altro mondo. E siamo ben poco evoluti per saperlo fare, siamo davvero ancora come preistorici che usano la clava per risolvere le situazioni fastidiose e pensiamo, totalmente privi di senso pratico, di essere aperti al mondo. Prova a mangiare un piatto di pasta al ragù preparato da un pakistano e vedrai se non ti viene un nervoso che glielo tireresti in faccia il piatto. Non siamo pronti. Possiamo però cucinare noi un piatto di pasta al ragù al nostro ospite pakistano e, secondo me, si leccherà i baffi e ce ne chiederà ancora (rispettando noi e la nostra cucina).

Ho spinto al limiti ogni elemento di questo post perché eufemizzare fa parte del raccontare, ma sotto sotto sotto – pensiamoci bene – è quello che stiamo vivendo: un gran caos di etnie diverse che portano in giro i loro mondi sperando di non perdersi. Se togli a un Essere Umano le sue radici volerà via con l’Anima in lacrime. Lo sanno bene i Nativi Americani, gli Aborigeni, gli Innuit e tutti i popoli che ora stanno ritornando a casa per non morire nel vento. Abbiamo ucciso tanto, vediamo di non uccidere tutto. Per favore.

 

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(750) Barca

Durante la mia giornata le cose si ribaltano ogni mezz’ora. Come stare in barca, praticamente. Ci sono momenti in cui vorrei urlare “fatemi scendere subito!”, ma mi rendo conto che scendere se ti trovi in mezzo all’oceano non è proprio un’idea brillante. Ecco, io sto in mezzo all’oceano (tanto per rendere il quadro della situazione), quindi di scendere non se ne parla, l’unica cosa che posso fare è imparare a mantenere più che posso l’equilibrio. Questo posso e questo cerco di fare.

E se è pur vero che “finché la barca va, tu lasciala andare”, è anche vero che se la barca la lasci andare e basta – cioé di lei te ne freghi – non puoi neppure pretendere che ti porti dove vuoi tu. Quindi bisogna se non remare per lo meno approfittare del vento più che si può. Questo posso e questo faccio.

Non è che so sempre dove voglio andare, ma mi sono sempre imposta una meta perché girare a vuoto mi rende nervosa. Non pretendo di domare il Destino, ma voglio comunque dire la mia anche se per la maggior parte del tempo vengo bellamente ignorata. A volte essere ignorati è una benedizione, puoi farti i cavoli tuoi senza che nessuno ci metta il naso perché a nessuno frega niente di quello che stai facendo. Se diventa la norma, però, ti rende alieno nella tua terra e una o due domande bisogna pur farsele.

Si è notato che stasera non so bene dove voglio andare a parare con questo post? Bene, è la prova che andare così a naso può farti girare in tondo e se la testa ti gira una buona ragione c’è. Sono comunque partita da una parola, barca, e tutto sommato di barche so ben poco, conosco soltanto la mia ma forse la mia è, in fondo, un po’ come quella di tutti. Tutte le barche hanno un paio di funzioni da assolvere, restare a galla e trasportare qualcuno – spesso con qualcosa, tutte hanno una prua e una poppa, tutte si nutrono di acqua e vento, tutte sognano oceani blu e cieli azzurri spazzati di fresco. In fin dei conti cosa c’è da sapere di una barca se non questo? Il resto son dettagli.

Esattamente come ogni Essere Umano.

 

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(723) Autunno

Chi mi conosce lo sa: per me l’autunno entra tassativamente il 1° di settembre. Tassativamente, ripeto. Non me ne frega nulla cosa dice il calendario e l’equinozio e tutti gli studi fatti sulla Terra e quel che le compete. L’Autunno per me arriva con il 1° di settembre, ergo: è in fottuto ritardo!

‘Sto caldo che non passa, ma cosa aspetti a toglierti di torno? Vogliamo proprio ridurci all’ultimo minuto come al solito? Eh?!

Perché l’Autunno è uno stato mentale più che una stagione. Significa iniziare un lento e progressivo ritiro in se stessi. Ricominciare a concentrarsi su quello che abbiamo dentro anziché quello che c’è fuori. Ecco, questa condizione mentale è la mia preferita. Poi se ci metti che le giornate si fanno tiepide (tiepide non torride!) e che le passeggiate diventano più dolci, cos’altro mi serve per anelare a un anticipo d’entrata della mia attrice preferita? Nulla. 

Va da sé che io non sia proprio una persona particolarmente legata al calendario e ai suoi ritmi (ho usato un tono eufemistico, si percepisce?). Se non fosse che il resto del mondo ci tiene tanto a ricordarmi l’arrivo del Natale, Capodanno, Pasqua, Ferragosto, io glisserei serenamente sopra ogni evento deciso da umani che non sono io. Mi danno fastidio pure i sabati e le domeniche, tanto per fare un esempio. Dirò di più: tollero a malapena le stagioni. Certo, tutto bello, per l’amor del cielo, ma il cambio armadio è la perdita di tempo più esagerata che si sia mai vista – anche più del guardarsi il telegiornale. Rimango legata affettivamente alla primavera, perché è l’eterno stupore della rinascita che si mostra ovunque ed è come un incantesimo, ma gli estremi stanno diventando troppo estremi (estati torride e inverni polari) e, specialmente dopo gli ultimi infernali mesi, l’Autunno anticipato è diventato a tutti gli effetti un diritto mica un vezzo!

Ok, credo di essermi sfogata a sufficienza. Mi rimetto in attesa.

Tic-Toc-Tic-Toc-Tic-Toc…

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(675) Pizza

Credo che la nostra lingua sia la più bella in assoluto, credo anche che sia la più pazza in assoluto. Mettiamo il caso della pizza: è una delle meraviglie culinarie di cui tutti vanno matti eppure se dici di qualcosa o di qualcuno che è una pizza significa che ti annoia e quando molli una pizza a un cafone lo fai per tenerlo al suo posto. Follia.

Mi domando come possiamo pretendere che arrivino da noi persone di altri continenti e che possano capirci o capire come far funzionare l’italiano tanto da destreggiarsi nel loro quotidiano senza tentennamenti. Follia.

Diamo per scontato che è molto probabile che il giapponese o l’hindi o il senegalese o l’innuit sia altrettanto complicato che l’italiano, se andassimo da loro adottando la loro lingua ci ritroveremmo come dei bambini balbettanti.

E la lingua che parli significa chi sei, da dove vieni, che cosa hai imparato e come lo hai imparato, significa un suono diverso e un respiro diverso, significa costruire pensieri con una logica che è il frutto della tua terra e dei geni che ti hanno lasciato in eredità. Significa tanto, significa tutto.

E noi, noi che abbiamo questi suoni e il lascito di bellezza e arte che ci invade ogni cellula, noi ci permettiamo di manomettere e sbeffeggiare la nostra lingua. Ci permettiamo di ridurla a rumore, a verso animalesco, a immondezzaio dove svuotare la pochezza dei nostri neuroni. Lo facciamo parlando e lo facciamo scrivendo. Pensiamo che quello che abbiamo ricevuto sia roba da poco, che si possa buttare o reinventare soltanto perché la pensiamo una pizza.

Bhé, comunque sia la pizza va bene in ogni stagione e in qualsiasi versione e soprattutto la pizza mangiata nel nostro Bel Paese è la Regina. E con questo ho finito di delirare anche per stasera. Buonanotte.

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(670) Quotidiani

Il quotidiano non è una passeggiata. Non intendo soltanto il mio, quello di tutti. Come siamo riusciti a complicarci l’esistenza in questo modo lo sa solo il Cielo – e forse pure lui s’è perso qualche pezzo qua e là. Ci rendiamo conto a malapena del tempo scandito dai nostri orologi con le ore che si intrecciano perché ci si sposta spesso e ci si sposta in fretta e ci si sposta sovrappensiero. Siamo sempre sovrappensiero, il corpo qui o lì e la mente sempre un po’ più in là. Dove non lo sa bene neppure lei, ma non si dà pace.

Le notizie che escono sui quotidiani sono come petardi che ti scoppiano in testa, non hanno mai effetti benefici, piuttosto provocano piccoli danni che una volta sommati ti sbattono giù a terra. Non riesco ad assorbire una tale valanga di informazioni e far finta di niente. Scelgo gli articoli che sono scritti meglio, dalle penne capaci di muoversi tra realtà e pensiero costruttivo. Non sono molte, ma quelle poche sanno dare sollievo.

Perché nella baraonda dei crucci quotidiani un po’ di sollievo ci è dovuto, parliamoci chiaro. Anche a sapere nei dettagli le motivazioni per cui il mondo sta andando a scatafascio come sembra, non è che ti vien voglia di salvarlo donandogli tutto te stesso, ma soltanto di alzare le spalle e girarti dall’altra parte. Perché? Perché è tutto troppo. Troppo, troppo, troppotroppotroppooooooo. Davvero troppo. 

Come fa il mio cervello a sopportare tutto questo troppo? Si estranea, se ne va, si fa giri interstellari per respirare un po’ meglio. Il ritorno è sempre obbligato e di malavoglia, si va in apnea e poi si riparte. Quando tutto è troppo non sai neppure da che parte prenderlo il problema, non hai mani abbastanza grandi, non hai braccia abbastanza forti, non hai pensieri abbastanza strutturati per farlo. Il troppo non ha limiti, noi sì.

Quindi scelgo quel tanto che basta a non trasformarmi in un alieno in visita sulla Terra, quel tanto che basta per non farmi asciugare ogni grammo di energia rimasta. Sì, perché il quotidiano non è mica una passeggiata. Per nessuno, neppure per me.

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(636) Spiga

Spiga ha come sinonimi: conseguenza, effetto, esito, frutto, risultato. L’ho scoperto oggi. Cavoli, non lo sapevo. Mi si è aperto un mondo.

Se a frutto ci si può arrivare facilmente, con conseguenza-effetto-esito-risultato è già meno ovvio. Almeno per me. Ed eccomi qui a elucubrare su come poter utilizzare questa nuova risorsa in contesti che mi sono famigliari… che lingua pazzesca abbiamo!

Parliamo allora delle spighe con cui mi trovo a combattere in questi giorni, derivate da brutte abitudini di pensiero: quando ci si accorge che il proprio pensiero è calibrato per distruggerci bisogna cambiarlo. Farlo virare verso felici scappatoie. Detto così son bravi tutti, a mettere in pratica certe acrobazie, però, neppure il Barone Rosso. Mi piacerebbe si potesse fare come con il gesso sulla lavagna: passi il cancellino e correggi. Coreggi il pensiero, gli rendi l’equilibrio, la dignità. Senza accuse né giustificazioni, non servono. Basta correggere la disfunzione, farlo in silenzio va bene uguale. Può essere un gesto privato, non da nascondere, ma da viversi nella propria intimità. Cosa d’altri tempi? Forse, ma il tempo è una questione di percezioni e certi magheggi vengono facili.

Non ho mai fatto nulla pensando di schivarne le conseguenze, non m’è proprio mai venuto in mente di poterlo farlo – va’ a capire il perché! – ma ci sono state conseguenze un po’ esagerate in certi frangenti – va’ a capire il perché!

E ti viene da chiedere: ma quelli che mi sorpassano in tangenziale ai 110 Km/h si prendono la multa o vengono calcolati illegali soltanto i miei 96,5 Km/h anche se il limite è per tutti di 90 Km/h?

Ecco, stessa cosa per gli effetti esagerati di certe azioni da nulla: ma quelli che la fanno ben più pesante di me si sciroppano conseguenze adeguate o la loro parte rimbalza su di me e tanti saluti?

Se stai lì a farti due calcoli ti parte il veleno, meglio glissare. Le spighe più belle sono i frutti della terra, in ogni caso, specialmente quando sono mature e hanno il giallo del sole che le fa brillare. Le più belle, non ce n’è per nessuno.

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(603) Cromatico

La storia delle sfumature è stata ufficialmente sputtanata da un qualcuno senza rispetto per il buongusto (50 + 50 + 50 = 150 stronzate in 1000 pagine è davvero un record, gliene do atto), quindi inevitabilmente se parlo di colori devo evitare di far riferimenti fuorvianti, ci proverò.

Ogni cosa che mi riguarda è questione cromatica, io che viaggio di bianchi-neri-grigi,  e spesso di neri-e-basta, mi sono scoperta essere piuttosto sensibile ai colori. In certi momenti avere davanti agli occhi un verde acido o un giallo (giallo? GIALLO? Giallo!) mi comporta uno svarione emotivo imbarazzante. 

La percezione visiva dei colori, per me, è un barcamenarmi tra nausee e vertigini che mi offende. Davvero. Cavoli, ma perché? Perché ogni volta che vedo una persona con una t-shirt giallo canarino mi manca l’equilibrio? Una gonna rossa a pois viola, una camicia blu a righe verdi, un cappellino fucsia con elefanti azzurri… non lo so, mi parte l’embolo.

E mi rendo conto di essere un caso patologico, mi rendo conto che non tutti possono girare in stile Morticia Addams, mi rendo conto di tutto, ma…

Il Cielo è azzurro in tutte le varianti possibili ed è sempre una meraviglia…

I boschi, i prati, gli alberi, le piante sanno essere verdi in modo spettacolare e inimitabile…

I fiori, cosa si può dire dei fiori? Ogni gradazione di qualsiasi colore è una gioia e un piccolo stupore per gli occhi e il cuore di chiunque…

I marroni e i beige della terra sanno essere perfetti in ogni luogo del pianeta… 

E l’arcobaleno? Devo proprio commentarlo?

E vogliamo passare alla fauna? I giochi cromatici delle piume degli uccelli e dei loro becchi, i rettili, gli insetti, i mammiferi e gli ovipari… ma dai, siamo seri, non c’è competizione!

Siamo più morigerati nell’uso dei colori, fratelli e sorelle… ve ne prego.

Sigh.

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(517) Karate

karatè s. m. [dal giapp. karate, propr. “a mano (te) vuota (kara)”, cioè disarmata]. – (sport.) [tecnica di lotta e arte marziale, sviluppatasi in Giappone nel 16° sec., praticata come mezzo di difesa, in cui i colpi sono portati con la mano aperta a coltello o col piede] ≈ ⇑ lotta giapponese.

Il concetto di mano vuota e quindi disarmata mi piace, mi fa pensare a quanto una mano vuota può fare. Praticamente tutto. Questo concetto trasportato in una tecnica di lotta fa ribaltare la situazione per renderla arma. Cosa può fare una mano armata? Può colpire, per bloccare provvisoriamente o per sempre, ovvio. Non è molto, vero? Non è che la mano armata possa fare altro se non usare l’arma di cui dispone. Siamo d’accordo che se ti può salvare la vita è la benvenuta, eh!

Certo, nel karate c’è una risposta all’offesa, quindi una reazione a una aggressione, e questo sistema le cose. Va bene.

Se, però, ritorno al concetto di mano vuota allora mi vengono in mente immagini che possono e sanno riempire il cuore: la mano vuota che stringe un’altra mano vuota, per esempio. La mano vuota che si riempie di acqua per dissetare qualcuno, oppure la mano vuota che accarezza la terra o il viso di una persona cara, oppure la mano vuota che tasta la consistenza di un tessuto o un alimento… la mano vuota si può riempire, ma non per questo risulta armata, e come si riempie si può svuotare. Semplice. 

Se la mano armata decide di svuotarsi, non può che provar sollievo, sarà libera di fare molte molte molte buone cose, per sé e per gli altri. E se lei è libera non ha motivo per covare odio verso nessuno, una vera rivoluzione! Glielo diciamo?

 

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