(850) Stronzata

stronzata /stron’tsata/ s. f. [der. di stronzo], volg. – 1. [comportamento e azione da persona spregevole] ≈ (fam.) canagliata, (fam.) carognata, infamia, (volg.) merdata, (volg.) porcata, (volg.) vaccata. 2. (estens.) [azione, discorso, comportamento e sim., da stupido: ha fatto un’altra delle sue s.; smettila di dire s.!] ≈ [→ STUPIDAGGINE (2)].

Ogni stronzata sparata random da qualcuno è un’affascinante scalata. Io la vedo così. Se hai la voglia e il tempo di farti ‘sta scarpinata scopri sempre la meraviglia da cui è scaturita: che si tratti di un cervello atrofizzato o di uno geniale è lo stesso, sempre meraviglia rimane.

Come si riconosce una stronzata? Eh. Le migliori non le riconosci se non quando è troppo tardi e te la sei già presa in quel posto. Questa è la grande potenza insita in ogni stronzata. Parte come un niente per rivelarsi – col passaparola – letale. Al di là del giudizio (bene/male), bisognerebbe prendere in considerazione che la crescita di una ipotetica misera stronzata può subire un’impennata esponenziale fino a coinvolgere il mondo intero, ma che dico il mondo, l’universo intero. La Bullshit Power è la vera grande minaccia per l’estinzione dell’Universo. Bene saperlo, no?

Partiamo dal presupposto che chi sta dicendo una stronzata se ne renda perfettamente conto, la sta dicendo per intortare il suo interlocutore per un qualche interesse. Parte in malafede, insomma. Già lì ti verrebbe di dargli una testata, ma andiamo avanti. Lo ascolti che sta sparando una stronzata e appena te ne accorgi (ci potresti mettere un po’ più del previsto perché tu sei in buonafede e finché non scatta il campanello d’allarme abbocchi innocentemente) contrattacchi educatamente usando il buonsenso. Ok, rimani educata perché lo pensi soltanto superficiale o male informato o poco intelligente – dipende dall’interlocutore ovviamente – e pensi che riportandolo a una sorta di ragionamento la stronzata sparirà. Non è così. Bene. La discussione si fa animata perché il tizio non molla la sua stronzata, l’argomenta anche bene, la sublima a tal punto che in te un dubbio nasce. Stoooooooooooooooooooooop.

Zoommiamo per un istante su questo istante d’empasse: ti sorge il dubbio. Ok, sei una persona assennata e pure umile nel tuo porti, ma se il dubbio ti pervade e ti blocca, allora non va bene per niente e devi importi. Non serve l’educazione, non serve l’umiltà, serve presenza e assertività. 

Riprendiamo l’azione: lui argomenta, tu dubiti, lui si accorge del tuo istante di dubbio e raddoppia la dose. Tu che fai? Una testata. Ecco, questo sarebbe il finale perfetto. Fai partire una testata, lui è costretto a chiudere la fogna di bocca che si ritrova e la stronzata svanisce. Puf. 

Questo film mi piace, lo rivedrei ancora e ancora e ancora. La Giustizia trionfa, l’armata delle stronzate sta perdendo la sua forza, l’Impero delle stronzate sta barcollando, fra poco si ripiegherà su sé stesso implodendo. Tutto perfetto. 

Poi accendi la tv e finisce l’illusione.

Buonanotte Universo, perdonaci.

 

 

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(840) Nebbia

Cade in silenzio, copre tutto, ma non fa scomparire nulla. Sai che appena si alzerà tutto sarà ancora lì dove i tuoi occhi lo hanno lasciato. Può addirittura comparire qualcosa che prima non c’era o qualcosa che prima non ti era così evidente. In fin dei conti la nebbia è una possibilità che ci viene data per sorprenderci ancora del mondo. Che è lì, che non se ne va soltanto perché è stanco di noi. E credo che il mondo sia stanco di noi. Credo.

Una delle storie che per prima si è impossessata di me, quand’ero alle elementari, parla di un ragazzino che cammina nella nebbia. Non vede niente, non sa dov’è e non sa che direzione prendere. Si ferma e inizia ad ascoltare quelle goccioline sospese che lo stanno togliendo dalla vita che gli stava attorno poco prima, forse per dagli un attimo di pace. Quel ragazzino pensava e soppesava ogni pensiero, sostenuto da quel torpore misto a inquietudine. Perché quando non vedi cosa ti sta attorno non è che ti senti proprio benissimo. Poi passa, la nebbia si solleva e lui ritorna al mondo. 

Ci sono periodi nella vita di ognuno dove la nebbia cade, prima tutto chiaro e poi di botto il nulla, non ci vedi più. E l’inquietudine comincia a crescere e il torpore si intensifica. Non ti riesci a muovere e i pensieri sono più pesanti, ti schiacciano, perché in quel silenzio, in quella sospensione, in quel non essere del mondo, diventano l’unica presenza su cui fare affidamento: ti devi concentrare su te stesso su cosa senti e non su quello che vedi.

Poi passa, com’è arrivata la nebbia se ne va. Il mondo si rifà presente, le distrazioni ti portano di nuovo un po’ distante da te – che mica è una brutta cosa – e ricominci a muoverti. 

Bhé, tutto questo discorso va a parare qui: la nebbia, come la pioggia, non è per sempre. Arriva e se ne va. Non sai il perché o il percome, è lei che decide. L’unica certezza è che non scompare nulla. Il che può essere un bene o un male, dipende da come la sai prendere. Il dettaglio fondamentale? Sei tu che decidi di esserci o meno. La nebbia non c’entra un bel niente. Sappilo. 

 

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(824) Bollicine

Creano una piccola meraviglia e poi scoppiano, come gli istanti di Felicità che ci nascono dentro senza sapere – a volte – neppure il perché. Bollicine di Felicità. Pensata così non spaventa vero? Non per sempre, sarebbe innaturale se lo fosse, soltanto per alcuni istanti perché di più non potremmo sopportare, ci scoppierebbe il cuore. Allora per evitarcelo scoppia lei, la Felicità, come mille bollicine di spumante dolce (quello che preferisco).

E come si fa fatica a contare le bollicine così si fa fatica a contare le Felicità che hanno costellato un intero anno – figuriamoci un’intera vita – e anche questo ha la sua ragione: tenere presente tutte le Felicità, messe in fila una dopo l’altra, ci farebbe scordare che esiste anche tutto il resto e poi – una volta svanite – rimarremmo senza protezione, in balìa di un mondo pronto a mangiarci. Quindi le Felicità tendiamo a scordarle, a meno che non siano proprio grandi. Quelle ci danno la forza per cercarne ancora, per volerne ancora, per non lasciarci divorare dal resto.

Nel 2018 ho avuto bollicine a non finire, non le ho segnate tutte, alcune manco mi sono accorta fossero Felicità perché sono state piccolissime e improvvise e della durata di un nanosecondo. Però ci sono state, sono qui a scrivere stasera per ringraziarle. Almeno una volta all’anno ci vuole un bel grazie, no?

Più che altro vorrei ringraziare tutte le persone che hanno contribuito a far nascere in me una bollicina di felicità, non le nominerò (questione di privacy), ma i loro visi e i loro nomi non sono bollicine e non scompariranno facilmente dal mio cuore, questo lo posso garantire. A molte di loro posso dire grazie con la voce ad altre solo con il pensiero, ma sono dettagli da nulla quando si parla di Felicità.

E chi dice che non esiste la Felicità si dovrebbe ricredere, dovrebbe iniziare a contare quelle bollicine silenziose che si porta dentro da tanto tempo e che ha sempre pensato che fossero lì per disturbargli il sonno. Le piccole Felicità si insinuano nei sogni per darci il tormento, per ricordarci che siamo qui per questo, per essere felici, e che se non ti svegli rischi di non accorgertene anche se te ne cadessero in mano mille al secondo. Sono piccole benedizioni che ci dobbiamo meritare. Come? Con la presenza. Sul serio, con la presenza.

Quindi stasera si brinda per augurarci un Buon 2019 e… millemila bollicine per tutti!

 

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(821) Famiglia

Dovrebbe essere il nostro rifugio, il luogo prediletto, dove poter essere noi stessi sicuri di essere accolti in ogni momento e accettati in ogni circostanza. Dovrebbe, ma non tutti sono così fortunati. Io lo sono.

In famiglia si impara a relazionarsi con la gerarchia, con le regole, fondamentali passi per inserirsi in società. In famiglia si impara a dosare il linguaggio, a mitigare il nostro comportamento, a chiedere scusa e ad accettare le scuse di chi ci ha ferito (più o meno volontariamente). In famiglia si impara la compassione, si assorbono valori come il rispetto e persino la stima. Si fa i conti con la nostra capacità di comprendere gli altri e noi stessi, di capire le situazioni, di risolvere i problemi e chiedere aiuto, oltre che dare aiuto.

In famiglia si impara a stare ognuno al proprio posto, specialmente a tavola, a sistemare le proprie cose in modo che non diano fastidio agli altri, a pulire quello che altri hanno sporcato come gli altri puliscono quello che noi sporchiamo. In famiglia si impara che a un certo punto puoi anche urlare e far valere le tue ragioni quando pensi che ti si sta facendo un torto. Non rischi l’amore di nessuno, non rischi botte né umiliazioni. Al massimo qualche broncio per qualche settimana. quando particolarmente pesante ci sta pure la punizione a tempo determinato.

In famiglia impari a ridere assieme agli altri e non alle spalle di qualcuno o a spese di qualcuno. In famiglia impari ad ascoltare e a tenere la bocca chiusa quando i grandi parlano. A volte devi dire signorsì, altre devi metterti in tasca l’orgoglio, la pigrizia, l’indolenza. Così si fa quando si vive insieme, ci si vuole bene, ci si guarda le spalle gli uni con gli altri. Si fanno tanti errori, vero, ma mai così definitivi da ritrovarsi soli.

In famiglia ci sono sorrisi e abbracci, anche non detti, e ci sono spesso perché l’amore è fatto di questo. In famiglia va così, non è sempre uguale, ci sono alti e bassi e giorni proprio storti. In famiglia si vive così, un po’ si programma e un po’ si improvvisa, e si sbattono le porte, si rompono le palle e le si riattacca per quieto vivere. In famiglia c’è sempre un mondo, composto da tanti mondi, che si trasforma cambiando colori oltre che stagioni.

Le famiglie sono così. Quando non sono così iniziano i guai.

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(787) Lei

Lei non sa più da che parte girarsi. Deve essere forte, deve essere autonoma, deve essere capace di dire-fare-baciare-lettera-testamento con coraggio, combattendo per se stessa e per tutte le Lei del mondo. Perché il mondo delle Lei ne ha bisogno visto che il mondo dei Lui non capiscono un cazzo. Proprio così.

La cosa bastarda è che ogni Lei che si rispetti è fatta anche di altro. Cose da nulla, cose che prendono in considerazione l’emotività- tanto per buttare lì una cosa da nulla. Perché sarebbe facile potersi programmare e non perdere un colpo, ma ogni giorno è un riprendersi in mano, un ricostruirsi, un cambiare idea e cambiare bisogni e cambiare. Perché la vita è cambiamento e ogni Lei lo sa.

Lei non può fidarsi, non può affidarsi. Non più. I Lui sono una minaccia, e lo sono davvero, anche quelli che sembrano innocui. Chi lo dice? Lo si capisce, se sei una Lei lo capisci fin da piccola. Quel mondo, tutti quei Lui, non sono terra sicura.

Quindi ogni Lei che viaggia nel mondo, ogni Lei che respira il mondo, ogni tanto prende una botta, ogni tanto si ritrova a terra e non sa neppure il perché, sente soltanto il dolore. Ogni Lei. Poi c’è chi se ne accorge subito e chi se ne accorge troppo tardi. C’è chi decide di agire in modo diverso e chi decide di non muoversi più. Mai più. Perché non tutte le Lei sono uguali, anche se tutti gli Esseri Umani sono uguali. Non è un controsenso? Bé, considerato che neppure tutti i Lui sono uguali nonostante siano tutti Esseri Umani, no. Non è un controsenso. Così va.

Un dubbio però ti viene guardando tutti i Lui che pensano di essere umani e invece non lo sono. Ogni Lei dovrebbe imparare a guardarli bene questi fake, ma lo si capisce sempre troppo tardi. Dopo che il danno è stato fatto. Perché ogni Lei pensa che quel Lui sia diverso, sia speciale, sia il Lui che fa la differenza. Raramente è così, bisognerebbe tenerlo presente. Eppure si spera, eppure si crede. 

Una cosa si domanda ogni Lei che alza gli occhi al cielo: perché i Lui che potrebbero alzarsi e con dignità potrebbero bloccare l’azione dei tanti fake, continuano a nascondersi, a giustificare la categoria, a far finta di niente? Forse perché non sanno cosa significa essere Lei.

E qui mi fermo perché non so più da che parte girarmi.

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(773) Equilibrio

In punta di piedi. No, non è per tutti. Devi essere fermo dentro per restare lì immobile e in silenzio. Devi appoggiare tutto te stesso sullo sterno, ma devi farlo con leggerezza o sprofondi.

Un esercizio estenutante, rischi di dimenticarti che c’è il resto del corpo se ti concentri solo lì, ma se non ti concentri allora il resto del corpo ti si ribella e ti fa rotolare al suolo.

Il respiro conta, ma non devi contare i respiri altrimenti il tempo non ti passa più. Devi guardare il luogo a cui aspiri, senza lasciarti distrarre dalla fatica e dalla paura di scivolare.

Quando inizi a sentire la musica, quello è il segnale che stai andando bene. Non che sta diventando più facile, sia mai!, ma che hai trovato il segreto per stare in equilibrio. Non per sempre, forse, ma intanto ci sei e non devi far altro che impegnarti a restare lì sospesa eppure ancora a terra.

Questo è l’unico modo che conosco per stare al mondo. E non è una questione che si risolve e basta, è sempre un cedere di gambe e di cuore, ogni volta che questo mondo mi viene addosso. E vorrei essere come il mondo, vorrei essere più stabile, vorrei essere più capace di sospendermi e godermi lo spettacolo, ma ormai ci ho rinunciato. La mia fatica, che conosco, è quella che io posso sopportare. Niente di più, niente di meno.

Oplà!

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(771) Fessura

Solitamente il mondo non mi appartiene. Questa affermazione risulta più precisa della solita “io non appartengo a ‘sto mondo” perché è ovvio che se il mondo non ti vuole è facile non appartenergli. La questione, invece, che è il mondo a non appartenermi è già meno ovvia. Mi piacerebbe non fosse così, ma è un dato di fatto che ben poco al mondo mi appartiene, tutto intero mi riesce del tutto impossibile.

Guardo quindi dalla fessura ciò che vorrei fosse mio. Mio mio mio. Proprio il significato che un bimbo dà al possessivo di prima persona: mio.

Una cosa quando è tua te la vivi meglio, specialmente se te la sei guadagnata perché apprezzandola non la vai a sprecare. Non si pretende di averle gratis le cose, soltanto di averle prima o poi. Certo che si cambia idea, certo che le cose che non hai sembrano più luccicanti di quelle che hai già, certo che l’avidità è una brutta bestia, certo che chi troppo ha nulla stringe, certo che c’è chi non ha nulla eppure è felice, certo certo certo. Non sto qui a discutere l’ovvio, sto solo valutando questa prima frase che mi è uscita e che non sapevo di avere:

“Solitamente il mondo non mi appartiene… “

Perché sto sempre fuori assetto, in un modo o nell’altro, perché anche quando sono presente è come se fossi altrove in una parte seppur remota del mio cervello, perché c’è sempre un qui o un lì che mi sfugge e che alla fine lascio andare senza ripensamenti o struggimenti sparsi. Lo so, sono alla frutta. Mi sto lamentando di che cosa? Cosa diavolo sto dicendo?

Sto solo dicendo che solitamente il mondo non mi appartiene, solitamente. Eppure nei due/tre nanosecondi in cui invece lo fa, consegnandosi senza combattermi… ecco, io me ne accorgo. Me ne accorgo ogni volta, ogni volta. Sempre con meraviglia, sempre grata. Come oggi.

Alleluja!

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(753) Origine

Ci sono dettagli di mondi che ti porti dentro da quando nasci. Ti vengono passati dritti dritti nel DNA dal luogo che ti dà origine. Non è che fanno parte di te, troppo facili da eliminarli sarebbero, sei tu che fai parte di loro e loro non ci pensano neppure a lasciarti andare pertanto ci nasci e ci muori insieme. Spaventoso.

Anni e anni di terapia non bastano a liberarti, noi lo speriamo perché ci piace essere i soggetti (protagonisti) della nostra vita e non oggetti della vita di qualcun’altro o qualcos’altro, ma prima ci rassegniamo e meglio è. Per questo particolare da nulla, se nasci tra le montagne loro ti seguiranno ovunque anche se ti trasferisci a vivere in una spiaggia su un atollo sperduto in mezzo all’Oceano Pacifico. Stessa cosa se sei nato in quell’atollo e ti trasferisci sulle Dolomiti, sei fatto d’acqua (più del 99% oserei dire, senza voler togliere lo scettro dell’idiozia a nessuno) e non ci puoi fare nulla.

Non si tratta solo di un’immagine che ti porti dentro, magari fosse così, è proprio un preciso codice strutturale che ti tiene non solo in piedi ma anche insieme. Non ti permette di scollarti, di frantumarti in pezzettini e volare via. Se vogliamo allargare un po’ la prospettiva possiamo tirare fuori la questione de “italiani-mafia-pizza-e-mandolino” che ho toccato con mano quando vivevo all’estero. Perché se a noi dà fastidio, giustamente, dà fastidio perché siamo proprio questa cosa qui. Urticante, sì, ma questa cosa qui. Altrimenti odieremmo la mafia, odieremmo la pizza, odieremmo il mandolino. Invece noi cadiamo perennemente in atteggiamenti omertosi (in ogni settore in cui agiamo incontriamo questa dinamica malata e violenta), ci nutriamo di pizza pure tutti i giorni (potendolo fare) e amiamo la musica melodica (anche quella che ti rendi conto che è inascoltabile, ma tu ci ricadi e canticchi quella roba lì appena sei sovrappensiero anche se sei un batterista thrash-metal).

Ci fa schifo questo quadro vero? Eh. Quindi cerchiamo di cambiarlo, ci allontaniamo da questo concetto maledetto quando siamo qui al sicuro nella nostra bella, e sottolineo bella, Italia. Appena ci allontaniamo, però, ci struggiamo per poter mangiare una vera pizza napoletana, e ci vengono i capelli dritti quando ascoltiamo musica melodica del luogo che ci accoglie perché non sono i nostri suoni (anche se siamo ancora batteristi thrash-metal) e non riusciamo ad accettare altri meccanismi mafiosi gestiti diversamente dal nostro, che conosciamo bene e con cui abbiamo imparato a scendere a patti. Cosa facciamo quindi? Creiamo in giro per il mondo una piccola Italia: Little Italy everywhere!

Fa schifo tutto questo? Eh. Eppure è così che funziona. Funziona per noi, funziona per i francesi, per gli inglesi, per i tedeschi, per gli spagnoli, per gli americani, per i giapponesi, per i cinesi, per gli indiani… devo continuare? Non riusciamo a lasciare nella nostra terra d’origine le tradizioni, la cultura, la mentalità perché siamo una parte di quel mondo e non possiamo staccarci da lui che è – in tutto e per tutto – noi. Neppure se ci facessimo monaci tibetani. NON funziona. Semplice.

Mi piacerebbe moltissimo che questo semplice concetto venisse preso per buono quando si parla di integrazione perché non si tratta di cambiare le radici di un Essere Umano, di snaturarlo, di farlo diventare altro. Si tratta di inserire pezzetti di altri mondi in un contesto che è chiaramente un’altra cosa, un altro mondo. E siamo ben poco evoluti per saperlo fare, siamo davvero ancora come preistorici che usano la clava per risolvere le situazioni fastidiose e pensiamo, totalmente privi di senso pratico, di essere aperti al mondo. Prova a mangiare un piatto di pasta al ragù preparato da un pakistano e vedrai se non ti viene un nervoso che glielo tireresti in faccia il piatto. Non siamo pronti. Possiamo però cucinare noi un piatto di pasta al ragù al nostro ospite pakistano e, secondo me, si leccherà i baffi e ce ne chiederà ancora (rispettando noi e la nostra cucina).

Ho spinto al limiti ogni elemento di questo post perché eufemizzare fa parte del raccontare, ma sotto sotto sotto – pensiamoci bene – è quello che stiamo vivendo: un gran caos di etnie diverse che portano in giro i loro mondi sperando di non perdersi. Se togli a un Essere Umano le sue radici volerà via con l’Anima in lacrime. Lo sanno bene i Nativi Americani, gli Aborigeni, gli Innuit e tutti i popoli che ora stanno ritornando a casa per non morire nel vento. Abbiamo ucciso tanto, vediamo di non uccidere tutto. Per favore.

 

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(737) Soddisfazioni

Oggi ne ho contate almeno tre, un record. Non ne parlo mai perché le incamero e ci passo oltre velocemente, troppe cose da fare e situazioni da risolvere, sfide da affrontare… tutto troppo per fermarsi e gongolare. Non va bene, non va bene perché sembra che ci siano solo le lamentele e le rogne, ma non è così. Sarei scema a fare quello che faccio se fosse solo così. 

Quindi eccomi al dunque: le soddisfazioni. Sono per lo più legate alla sfera umana, quando la comunicazione si compie senza fraintendimenti e con l’intenzione di incontrarsi e di trovare soluzioni creative e intelligenti insieme. Certo che scrivere un testo convincente ed efficace è un gran bel gol, ma non basta. La cosa migliore di tutte è attuare una dinamica di condivisione che va oltre il lavoro che si sta affrontando. 

L’intesa con i colleghi (basta uno sguardo e già sai), il confronto con i dirigenti (la stima che ricevi te la sei guadagnata ma non è mai scontata), l’incontro con i clienti (che ha nell’ascolto l’arma vincente), la collaborazione con professionisti che sanno portare la loro esperienza fino da te e che accolgono la tua in modo naturale… sembra un’utopia, vero? Non lo è.

Se lavori con questi intenti, questo può diventare il campo che ogni mattina ti vede entrare in gioco. Non lo trovi già pronto, lo devi costruire zolla dopo zolla, e devi crederci anche quando le tensioni e gli attriti si fanno pesanti. Perché un lavoro senza scazzi, casini e rotture proprio non esiste. Neppure se è il più bel lavoro del mondo e se non lo cambieresti con nessun altro. Bisogna farsi acqua, bisogna affidarsi allo spirito d’avventura, bisogna rinunciare a un po’ di comodità per azzardare dove non sei mai stato, bisogna rinunciare a metterci un punto perché si procede per virgole, bisogna rassegnarsi a ricominciare anche se non è mai daccapo è sempre un passo più in là rispetto a dove sei partito.

Bisogna. Se non te la senti, se ti chiami fuori, se pensi che non sia importante, se pensi di poterne fare a meno, se pensi che non ne vale la pena, se credi che le cose belle della vita siano altrove, allora siediti e aspetta di arrivare alla pensione sperando che il tuo inferno non abbia la meglio su di te.

Oppure: svegliati e muoviti. Non ci sono alternative, tu cambi e il mondo attorno a te cambia assecondando le tue decisioni. Il mondo non è uno solo, il mondo è personale. Sono due cose piuttosto diverse, ci hai mai pensato?

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(731) Funghi

Il mondo dei funghi viene stimato essere popolato da oltre 3.000.000 di specie diverse. Impressionante vero? L’altra cosa impressionante è che soltanto digitando su google la parola “funghi” si aprirà una pagina con almeno altrettanti link a siti/blog/ecc. che si occupano appunto di funghi. Un universo fungino di cui si ignora l’esistenza se non ci si mette d’impegno a indagare. E lo si indaga se proviamo interesse o meno per l’argomento. Così per i funghi, così per tutto.

Per tutto. Proprio tutto tutto tutto tutto.

Persino gli spilli hanno il loro universo spillifero che contiene milioni di informazioni per lo più ignorate dai comuni mortali. Un vero peccato perché chissà quante cose ci potrebbero insegnare gli spilli – ora che ci penso me lo segno e vado ad approfondire la questione più tardi.

Questa banale riflessione parte da un dato di fatto: tutto ciò che non conosciamo non è che non esiste. Esiste, solo che noi non ne sappiamo nulla. Non ci passa neppure per la testa che ci potrebbero essere universi paralleli e perpendicolari a noi sconosciuti che varrebbe la pena conoscere. Pensiamo che tutto quello che stiamo vivendo sia tutto quello che c’è. Ci piacerebbe fosse così e ce la raccontiamo per non farci prendere da un coccolone. Se capita che esce fuori qualcosa che prima per noi non c’era ci sorprendiamo. Quasi ci scandalizziamo (come osa?!?). Siamo per lo meno infastiditi, ma non dalla nostra esplicita ignoranza – sia mai – bensì dal fatto stesso che quella cosa c’è e in qualche modo bisogna farci i conti. Ora che ci è comparsa dinnanzi dobbiamo decidere se negarla, se continuare a ignorarla, se indagarla e/o se farne la nostra ragione d’essere da qui alla fine dei nostri giorni. Un bel dilemma.

Credo che – considerato tutto – dovremmo pretendere il giusto da noi stessi e partire con un minimo di discernimento, per esempio: a meno che l’universo degli spilli non diventi indispensabile per la mia vita e/o per la vita di chi mi sta attorno è pur plausibile che io non lo conosca fin nelle viscere. Un’infarinatura generale può essere sufficiente. Però, se a un tratto questo spilloso universo diventasse vitale sarebbe mio dovere impararmelo a memoria per trovare il modo di salvare il mondo. 

Ecco, più o meno questo criterio dovrebbe domare il caos in cui siamo immersi. Ci metterei una bella chiusa, ora, tanto per gradire: se non sai di cosa stai parlando stai zitto. Se non sai di cosa si sta parlando stai zitto e ascolta. Se non sai di cosa stanno parlando, stai zitto, ascolta, fatti un’idea, studia una soluzione e poi con educazione parla e condividi. E chi non fa così è un troglodita. Amen.

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(717) Uva

Quand’ero piccola, nel mio paese, il periodo della vendemmia era piuttosto movimentato. L’uva della vite di casa mia si limitava a due specie: l’uva bianca di Sant’Anna, la prima a maturare, e l’uva fragola nera. Io ovviamente preferivo l’uva cabernet del mio vicino di casa. Era piccola, con la buccia dura, ma era buonissima. Certo, mangiavo anche la mia, era buona pure quella, ma barattavo la mia con l’altra ben volentieri appena possibile.

L’uva del vicino è sempre più buona, si direbbe.

La questione è che, spesso, abbiamo cose buone eppure ne preferiamo delle altre. Non so il perché, non penso capiti solo a me, ma so che appena mi accorgo di esserci ricascata mi vien voglia di prendermi a sciabolate. E cresci una buona volta, Babs!

Sono certa di essere cambiata anche in questo, ma forse non abbastanza, ma il fatto è che l’uva è buona a prescindere e che ora, nel mio giardino, ho uva fragola bianca e uva fragola nera e ogni anno le mangio volentieri e con gratitudine. Ogni tanto però mi farei una scorpacciata con vagonate di uva spagnola. Eh, diciamo che ho gusti internazionali.

Ecco, la questione del gusto e delle preferenze mi tocca particolarmente perché per quanto mi riguarda sono cambiate parecchio da quando ero giovane e penso cambieranno ancora, eppure io sono sempre io. Per fortuna e purtroppo. Mi domando perché è un problema per le persone il fatto che abbiamo gusti diversi, non è assurdo? Ovvio che sono diversi, sarebbe da pazzi il contrario!

So di una persona – che ora mi sta leggendo di sicuro – che la pensa esattamente come me e dimostra ogni giorno con le sue scelte quanto avere dei gusti personali e viverli in toto senza paranoie, soltanto per essere felici, sia un gran bel modo di vivere. A volte per nulla semplice, ma ciò che si conquista con fatica viene trattenuto con le unghie e con i denti. Avrei voluto avere la stessa anima libera che ha lui quand’avevo la sua età, mi avrebbe evitato un sacco di paranoie. Ho dovuto vivere molto per rendermene conto, lui è nato già con questa consapevolezza e la sta utilizzando talmente bene che tra poco conquisterà il suo mondo e sarà un mondo bellissimo perché ci sarà lui dentro e non vedo l’ora che sia così.

Ecco, Capitano, non ti ho mai chiesto che uva preferisci, ma sono sicura che mi risponderesti: tutta quella che c’è. E so che avresti ragione, so che hai ragione e questo mi riempie il cuore di sollievo perché quando me lo dimenticherò di nuovo potrò sempre chiamarti per farmelo ricordare. Grazie Aldo 🙂

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(699) Mappamondo

L’impressione che il mondo stia andando un po’ a farsi benedire è supportata fortemente da tutto quello che del mondo oggi vediamo – più che da quello che sappiamo. Sapere è una parola grossa, vedere è più appropriato perché dalla televisione siamo passati a internet e le immagini e i video ci tengono gli occhi in ostaggio. No, il cuore no, al cuore succede una cosa strana: viene avviluppato nel cellofan. Attutisce i colpi e dimezza la sensibilità. 

Negli occhi si impressiona una gallery spropositata di immagini più o meno in movimento, il nostro cuore non sente come dovrebbe sentire, il cervello si dimentica di funzionare perché è distratto dalle informazioni visive che deve in qualche modo archiviare e… e il mondo seppur vicino, seppure intero, seppur variegato, ci scappa di mano. Rotola via. Non lo sentiamo più, non lo capiamo più, non lo valutiamo più come l’organo che ci permette di vivere. 

Il mondo è fatto di cose e di persone. Cose vive e persone vive. Ricordarlo sarebbe utile e saggio.

Quando smettiamo di considerarlo vivo, il mondo inizia a farci paura. Tutto quello che contiene è come se fosse lì per avere la meglio su di noi. Per difenderci pensiamo che dovremmo sentire meno per assicurarci l’invulnerabilità. E se non ci riusciamo? Ci dobbiamo armare e combattere, ovvio. Combattere chi? Chiunque ci capiti davanti, chiunque ci risultasse pericoloso, minaccioso. Faticoso, logorante e davvero tanto inutile e poco saggio. 

Dovremmo, a volte, evitare di affidarci alla vista e imporci un ascolto minuzioso di tutto ciò che di vivo ci ruota attorno. Dovremmo togliere il cellofan dal cuore e monitorarlo con attenzione per capire quanto può sopportare e di quanto supporto ha bisogno per funzionare meglio. Dovremmo rispolverare le sinapsi e rimetterle in azione, dovremmo rafforzarle per riuscire a sostenere l’ammasso di immondizia che ci viene buttato addosso quotidianamente.

Dovremmo. Ci farebbe male eppure bene. Talmente bene che poi il mondo smetterebbe di farci paura. Inizieremmo a rispettarlo. Bello no?

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(686) Eco

Ci sono dei passi che hai fatto di cui ti porti ancora l’eco dentro, te ne sei accorto? Sono quelli che non finiranno mai, non importa quanto ci stai provando e da quanto tempo, non finiranno mai. Te li porterai dentro per sempre.

Non ho ancora capito se è perché dovevo fare altre scelte e il reminder diventa una sorta di punizione, o se è perché la scelta è giusta ma ancora non l’ho digerita. L’ho fatta, ma soltanto perché andava fatta nonostante il dolore che mi poteva causare. Soltanto che l’ho scoperto troppo tardi che l’eco del dolore non passa mai. Neppure quando non c’è più ferita, neppure se non c’è nemmeno una cicatrice. Mai. Rimane tatuato nel cervello e ti si ripresenta intatto anche a ricordarlo dopo un secolo. Questa è la vera maledizione del vivere.

L’eco stordisce, non sai da dove è partito il suono originale, non sei in grado di contare tutti i rimbalzi che ha fatto per arrivare a te, non sei nella condizione di poterlo schivare. Sei semplicemente sulla sua traiettoria e ti porterà con sé ovunque voglia andare. Mi piacerebbe poterlo prendere al volo, tenerlo in mano per guardare che faccia ha. Sono quasi certa che abbia la mia faccia, sì, non può essere altrimenti.

Penso anche all’eco di quel che ho fatto e ho detto in questi anni, sarà rimasto dentro a qualcuno? Non come una sottile vendetta per chissà quale peccato, no. Sarebbe terribile, non me lo perdonerei. Piuttosto come un’esortazione gioiosa, una richiesta al poter Essere-Presente, alla sostanza delle cose, dei fatti, delle persone, degli incontri. Questo sarebbe bello, fosse anche soltanto in una persona, sarebbe bello.

Chissà se l’eco di me, in qualche modo, riesce ad essere utile al mondo. Chissà.

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(681) Mondo

Una volta era più piccolo, poi ha deciso di farsi tondo anziché piatto, di farsi dettagliato anziché blandamente abbozzato e noi abbiamo perso la bussola.

Colpa degli avventurieri, degli esploratori, dei conquistatori. Colpa delle mappe, colpa delle sonde spaziali, colpa di Google Maps. Ora il mondo è enorme. Enorme e pieno di cose, oltre che di persone, talmente pieno che ne hai abbastanza di un paio di documetari per sentirti padrone di terre lontane, prima sconosciute e ora decisamente alla tua portata – oplà! Colpa del National Geographic e anche di Piero e di Alberto Angela, perché quando è troppo, è troppo.

E ‘sto fatto di andarsene in giro, di usare i piedi, le bici, le moto, le auto, gli aerei, le barchette, le canoe, le navi, i transatlantici… che abitudini sono queste? Dovremmo essere ancorati al suolo con radici massicce, come quelle di un baobab, altroché! Almeno così si eviterebbe di andare a rompere le scatole a casa degli altri. Si nasce, si vive e si muore nello stesso posto. Niente incroci di razze, di tradizioni, di usi e costumi. Niente di niente.

Alla fine internet va bene, ti puoi guardare le cose che ti interessano senza muoverti di un passo e capire tutto. C’è Wikipedia e ci sono i Social, no?

Quando il mondo è troppo, davvero troppo, non possiamo far altro che rimpicciolirlo. Lo facciamo diventare piatto. Da qui a lì. Lo si può percorrere con lo sguardo, a spanne, e togliere tutto il superfluo. Togli quello che non ti interessa, togli quello che ti disturba. Fai pulizia. Spazzi gli angoli del tuo mondo piatto e ci pattini sopra senza impedimenti. Semplice.

Ma se ami i tuoi piedi perché ti portano gagliardi da una parte e dall’altra, se non soffri il mal d’auto o il mal di mare o il mal d’aria, se non ti spaventano gli incroci e le contaminazioni, se sei una persona rispettosa dei luoghi che non ti appartengono e degli usi e costumi di chi è diverso da te… allora l’enormità del mondo la vorresti abbracciare ad ogni respiro, la vorresti percorrere con la mente e con il corpo senza perderti neppure un passo, e scivolare sulla sfera come un acrobata diventerà la tua filosofia e la tua sola ambizione. Le radici te le porterai dentro, ringraziando ogni baobab che incontrerai sulla tua strada perché le scelte degli Esseri Viventi sono sacre, anche quelle che non capisci.

Il mondo era piccolo, ora è enorme. Un’enorme benedizione. Svegliamoci!

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(680) Dimostrare

Mettersi qui ogni sera per cercare di salvare un pensiero, uno soltanto, che sia frutto di riflessione meramente intelligente non è facile, lo confesso. Lo può essere per un mese, forse per due mesi, ma il gioco diventa sempre più duro con il tempo. Mano a mano che scavi dentro di te per trovare quel pensiero capace di trasformarsi in qualche riga di post, ti accorgi che o ti scopri un po’ o il gioco finisce e perdi la sfida. Dimostrare che posso farcela fa parte di quel solido know-how che mi sono costruita nei miei oltre 40 anni di vita, e non si scappa.

Dimostrare: che esisti, che vali, che sai pensare, che puoi fare, che sai fare, che vuoi fare, che concretizzi, che non molli, che ci tieni, che non ti tiri indietro, che sei all’altezza, che sai rimetterti in piedi, che sai dove guardare, che sai come fare per arrivare alla meta… che…

La lista è lunghissima, la lista non finisce mai, la lista non si completa: né con il tempo, né con le competenze acquisite, né con le sfide vinte, né con i progetti realizzati. Mai.

Sto cercando di capire, però, se può esserci un altro modo di vivere questa condizione, se c’è un modo per mantenere il respiro regolare e mantenere salda l’opinione che ho di me. Senza cadere e farmi calpestare. Perché non è tanto al resto del mondo che io voglio dimostrare qualcosa, ma a me stessa. Sono io quella che mette in dubbio le mie capacità, le mie possibilità, le mie qualità. Sono io. Devo dimostrarmi continuamente che ho una ragione per essere qui – nel mondo – e che è mio diritto esserci.

Dimostrare al mondo che ci sono e che è mio diritto esserci non è lo scopo, il mondo non mi sta chiedendo niente e – grazie al cielo – ignora tutto di me, persino la mia esistenza. Ed è un sollievo, ed è giusto così. Ma io? Cosa potrò mai fare, cosa potrò mai conquistare, cosa potrò mai ottenere per sentirmi nel posto giusto? Lo ignoro bellamente.

Quando prendo in mano un libro, pretendo che mi si dimostri che il mio tempo e la mia energia sono spese bene lì dentro. Se non è così, non perdono. Ecco, vorrei essere un libro che mantiene la promessa, vorrei essere un libro che si guadagna ad ogni pagina lo sguardo che cattura. Vorrei essere un libro non solo di parola, ma di sostanza. Quel libro che tieni sul comodino e non vorresti mai arrivare all’ultima pagina perché sai già che ti mancherà, ma che sei pronta a ricominciare dalla prima pagina perché sai che c’è ancora molto da scoprire ad ogni rilettura.

Sì, sono un’ambiziosa. Per fortuna, purtroppo.

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(668) Ruolo

Sapere in che ruolo stai giocando è importante. Se vuoi giocare bene, specialmente se vuoi magari pure vincere. Un ruolo ti legittima a fare quello che stai facendo, oppure ti fa presente che non sei legittimato a fare quello che stai facendo. Un ruolo ti fa stare al tuo posto, ma ti fa anche sentire al posto giusto. Sai che hai dei doveri e dei diritti che sono diretta conseguenza di quel ruolo. Se le responsabilità annesse non ti piacciono, sai che devi abbandonare quel ruolo per adottarne un altro. In poche parole, ti permette di ordinare la tua vita e di gestirtela come vuoi e puoi. 

Me lo chiedo spesso quale sia il mio ruolo nelle situazioni che affronto quotidianamente e quando riesco a focalizzare per bene quello che dovrebbe essere il mio posto e dove in realtà mi trovo – spesso non per mia volontà – il mio disagio trova una spiegazione. Limpida, tangibile, inequivocabile. Se riesco a sistemare quel dettaglio – che dettaglio non è – ho speranza di recuperare il mio fantomatico equilibrio mentale.

Spesso ci troviamo fuori posto. Fuori ruolo. Spessissimo. Soltanto che non lo vediamo perché non focalizziamo lì la nostra attenzione. Quando il peso è troppo, la responsabilità è soffocante, pensiamo di non essere abbastanza forti/bravi per poterla sostenere, ci facciamo mangiare dai sensi di colpa e dalle nostre insicurezze senza mettere in discussione la nostra posizione. La verità è che per la maggior parte del nostro tempo viviamo senza domandarci quale sia il nostro posto. Assumiamo ruoli che non ci competono o che non ci interessano o che non vogliamo o che detestiamo e non sappiamo neppure il perché.

Non ci chiediamo perché siamo dove siamo e stiamo facendo quello che stiamo facendo. Non stiamo giocando, in realtà, stiamo fingendo di conoscere un gioco che ci è estraneo e non osiamo neppure verificare il regolamento per capire da che parte girarci. Ma perché? Perché diamo in mano agli altri i nostri diritti e ci facciamo soffocare da doveri che non dovrebbero neppure toccarci?

In ogni branco c’è una gerarchia di ruoli, chi non si adegua sceglie la via della solitudine. Si combatte per il ruolo a cui si aspira, se non si dimostra di meritarlo ci si apposta diversamente, con umiltà. Noi Esseri Umani preferiamo non pensarci, lasciare che siano gli altri a decidere per noi, e covare rabbia e vendetta, e quando facciamo il botto diamo la colpa al resto del mondo.

Prima chiediti in che ruolo vuoi giocare, poi dai tutto quello che hai per meritartelo e vedrai che le cose cambieranno, la tua vita sarà migliore. Con me ha funzionato.

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(655) Ritorno

Il bisogno di spostarmi da un luogo all’altro è sempre stata la spinta che mi ha permesso di bypassare la mia pigrizia e anche alcune mie paure. Proprio queste paure, non ricevendo da me nutrimento, si sono andate ridimensionando e alcune sono del tutto sparite. Ho sperimentato chi sono quando viaggio, quando mi tolgo dalla mia comfort zone e, mano a mano che crescevo, sono venuta a patti con certe mie idiosincrasie e le tremende ansie – massì, mettiamoci dentro anche loro. 

Mi piace tornare a casa e ricomporre i pensieri, al sicuro nel mio ambiente, dove trovo le persone che amo e gli oggetti che parlano di me. Sto bene dove sto, ma…

Prendere l’auto e andare, è una delle cose più belle che posso immaginare per me. Guidare, la libertà più cara. Anche prendere un aereo e oltrepassare confini territoriali che l’uomo ha deciso per sé e i suoi simili è un privilegio enorme. Andare, anche lontano, e poi ritornare.

Se rimani troppo attaccato al tuo luogo, se non alzi lo sguardo, se non ti apri e se non ti rendi vulnerabile, come puoi incontrare il mondo? No, non sto dicendo che se non ti muovi non capisci il mondo, perché menti sopraffine hanno capito bene il mondo anche quando il mondo sembrava essere grande come un fazzoletto. La comprensione del mondo la si fa scavando e proiettandosi in cielo.

L’incontro con il mondo è un’altra cosa. Magari mentre lo incontri non ci capisci un’acca, ti si incasinano le sinapsi, ti vien voglia di scappare via, ma… poi, quello che hai assorbito inconsapevolmente ti ritorna, riaffiora in superficie per farsi guardare meglio, farsi gustare meglio. Questo accade a ogni mio ritorno a casa, sempre.

Per me ogni viaggio non ha mai un solo ritorno e neppure una sola andata. Sarà che sono nata strana, ma questa cosa la vivo come una delle mie caratteristiche migliori.

[Sì, ne ho altre e non lo dico per vantarmi, è proprio un dato di fatto. Così io, così ogni Essere Umano, ovviamente]

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(648) Panorama

Cosa vedi fuori dalla tua finestra? 

Questa domanda mi ha accompagnato per oltre trent’anni, mi ha guidata e mi ha dato la forza di non fermarmi in luoghi dove non c’erano finestre o dove il mio sguardo non potesse spingersi oltre. Difficile da spiegare, ma è esattamente così che ho vissuto in questi anni.

Non l’ho mai detto a nessuno, non l’ho mai usato per giustificare certe mie decisioni e certe mie partenze, non l’ho mai sottovalutato e non l’ho mai zittito: ho lasciato che mi facesse strada, che si prendesse cura di me. Lo ha fatto.

Ci sono stati momenti di finestre sbarrate, di pareti cieche, di panorami squallidi e cieli bui, ma sono stati momenti perché ho agito e mi sono spostata, ho preso in mano la situazione e ho cercato un cielo meno cupo, un panorama più vasto, aprendo la mia finestra per respirare. Non sono mai ritornata indietro, sempre avanti. Senza rimpianti per di più.

Credo sia importante chiederci cosa riusciamo a vedere dalla finestra, quanta vita riesce a passare da lì per incontrarci? Credo sia fondamentale. E cercare il panorama che fa per noi, quello che ci mette in pace con le nostre storture e le nostre tristezze è un dovere oltre che un nostro diritto. Comporta un po’ di sbattimento, sì, certamente sì. E un po’ di disagio interiore, sì lo posso confermare. Ma non importa. Non importa. Non. Importa. Tutto questo serve.

Quando non ci sono finestre non c’è luce, non c’è respiro. Se chiudiamo le nostre finestre smettiamo di sentire il mondo per finire ad occuparci soltanto di noi stessi mettendo in pericolo la nostra mente, il nostro equilibrio. Se poi c’è chi trova l’Illuminazione ritirandosi a vita monastica, buon per lui. Per chi è come me non funziona. Quando sono in un luogo senza finestre so che quel luogo non è il mio. Non funziono senza poter spingere il mio sguardo oltre la finestra, mi si blocca tutto. Non so spiegarlo, ma così è. E così mi basta.

Amen.

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(558) Cronometro

Che il tempo esista, inteso come lo intendiamo noi umani, lo si deve imparare da bambini. Impari a leggere l’ora, impari a rispettare gli orari (non tutti e non sempre, specialmente se ami essere un ritardatario), impari che i giorni passano e anche le settimane e i mesi e anche gli anni. Amen.

Che il tuo tempo, però, sia gestito dalle scadenze a cronometro è ben più difficile da digerire. Almeno lo è per me. Il cronometro non tiene conto di niente, non si cura di niente, non gliene frega niente di te. Il cronometro è uno strumento disumano. Il cronometro è un aggeggio diabolico. Abbasso il cronometro!

Già quando parte mi prende l’ansia. I miei pensieri hanno bisogno di immaginarsi liberi dal tempo per respirare e ossigenarsi. Come posso misurare tutto questo? Come?

La messa in opera dei miei pensieri non prevede l’imprevedibile e l’imprevedibile non si preannuncia e non si evita e non si può fermare. Come potrebbe? Come?

L’imprevedibile non arriva soltanto dall’esterno, può nascere dentro la mia testa e può influire anche sul mio corpo che risponde come vuole lui. Come posso pretendere di mantenere il controllo? Come?

Il cronometro questo non lo sa, non è compito suo tenerne conto, quindi va e va veloce e calpesta tutto quello che deve calpestare perché dell’umano lui non sa nulla. E non ne ha colpa. E allora io con chi diavolo me la devo prendere?

Tictictictictictictictic…

Il tempo del mondo non deve essere per forza anche il mio tempo. Posso perdermi e posso riposarmi e posso fregarmene del cronometro. Posso rallentare per ascoltarmi meglio e posso fermarmi per cambiare direzione e posso accelerare quando le cose mi sono chiare e accessibili. Posso.

Quello che non posso proprio fare è imparare che qualcosa di così disumano sia utile al mio agire. Non posso accettare di essere costretta a questa maledetta ansia perenne. Non posso. Non posso proprio.

Quindi: abbasso il cronometro!

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(495) Trespolo

Stai sul trespolo e aspetti. Non sai neppure tu che cosa stai aspettando, ma intanto, aspettando, ti guardi un po’ in giro e ti riposi. Catturi situazioni che potrebbero esserti utili prima o poi, non ne sei sicura, ma intanto che sei lì incameri tutto quello che puoi. La memoria si occuperà di buttare quello che non ti serve, lasciala fare.

Osservare è il presupposto principe per garantirti la sopravvivenza. Osservare non è un’occupazione così tanto per far passare il tempo, è una missione. Non una mission impossible, bensì una molto possible. Io, che ho ben poche qualità da 007, riesco però a osservare anche quando sono sovrappensiero. Una parte di me, registra le cose e soprattutto i suoni, gli odori, i colori, i sapori. Come se i miei sensi viaggiassero in autonomia e si smazzassero il grosso del lavoro per me. Quando scrivo le cose escono – sembra magicamente – e mi stupisco di quanto siano dettagliate. 

Il mio trespolo è comodo, ma a volte ho bisogno di farmi un voletto attorno, così tanto per cambiare prospettiva, perché vedere le cose dall’alto è spettacolare e concedermi un po’ d’aria fresca mi ristabilizza l’umore.

Osservo e rifletto. Non troppo scientificamente come fa Sherlock Holmes, ovviamente, ma lo studio che mi sono imposta in questi anni mi ha permesso di costruirmi una certa mappa emotiva che risulta alla luce dei fatti piuttosto affidabile. La riflessione parte sempre da un punto di vista soggettivo – il mio, ovvio – ma ho imparato a spingerlo oltre, con l’intenzione di raggiungere soggettività anche lontane dalla mia. Una bella sfida, a volte stordente, ma utile.

Mi viene difficile osservare me stessa dall’esterno, ancora dopo tutti questi anni, mi stanco facilmente, il resto del mondo è ben più interessante di me. Dovrei farlo di più, forse, perché capirei un po’ meglio le reazioni che il resto del mondo ha nei miei confronti, ma – come dicevo – non mi è facile, mi annoio alla vista di me stessa. Ci sarà un escamotage capace di aiutare questo processo?

Mi metterò alla ricerca.

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(489) Estrosità

La mia estrosità è subdola, è poco evidente… perfino a me stessa. Non me ne accorgo finché non mi confronto con il resto del mondo, allora sì che diventa chiara e spiazzante.

Non c’è da stupirsi, un punto di vista soggettivo è sempre parziale, ma adottarne uno oggettivo a prescindere è faticoso fuor di misura e lo fai soltanto quando ce n’è davvero bisogno. Ecco perché tendo a essere stramaledettamente soggettiva e mi vivo la mia estrosità senza troppe menate. Non ci do peso e spero sempre che anche gli altri facciano altrettanto – non sono pericolosa, sono solo stramba!

Ovviamente, non avviene spesso, prima o poi me lo si fa notare. Cosa fastidiosa, perché io con le eccentricità degli altri mica lo faccio, è perlomeno ineducato, è segno di mancata delicatezza!

Eppure sto lì e mi becco quel che mi devo beccare, a volte sorrido – perché l’autoironia è sempre LA salvezza, altre volte arrossisco, altre impallidisco, altre rispondo per le rime. Mi sento meglio quando rispondo con sarcasmo, ho più soddisfazione, ma raramente me lo permetto ed è un peccato.

Tutto questo per dire che l’essere estrosa è una caratteristica che giace in me senza bisogno di estrinsecarsi in fuochi d’artificio, eppure non viene perdonata da chi mi percepisce come un pericolo, un destabilizzatore minaccioso per il loro equilibrio mentale. Mi fa piuttosto ridere, ma per quanto assurdo possa essere – e lo è eccome, se lo considerassi un mio ennesimo superpotere sarei pronta a conquistare il mondo!

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