(688) Tastiera

Osservando oggi la mia vecchissima e pesantissima Olivetti – per pulirla un po’ – ho ricordato quei due anni di dattilografia che mi vedevano perennemente con le dita scorticate. Un fastidio! Eppure tutte le inverosimilmente noiose ore trascorse a fare esercizi di memorizzazione a ritmi diversi, mi hanno permesso di andare alla cieca e spedita come una saetta, tanto da riuscire a seguire meglio i pensieri quando vanno troppo veloci anche per la penna sul foglio.

Mi sorprende sempre vedere come le mie dita sappiano dove andare, nonostante io non badi a loro, pigiando i tasti giusti e senza tentennamenti. Una sorta di possessione.

Impariamo così, memorizzando e attuando in automatico quello che ormai già sappiamo fare. Diventa parte di noi. Scrivere, guidare, farsi un piatto di pastasciutta… una parte di noi si occupa di compiere questi gesti, l’altra parte pensa al resto. E il resto può essere piuttosto vasto.

Dove sono le chiavi? Dove ho messo il portafoglio? Ho preso il cellulare? Ho chiuso la porta di casa? Ho buttato la spazzatura? Almeno una volta al giorno me lo domando, dandomi ogni volta della cretina: ma dove diavolo ti va la testa, Babs!!! Ecchenneso!

Quando, però, appoggio le mani sulla tastiera è come se fossero loro a tirare fuori da me le cose che devono essere scritte. Lascio a loro il compito e guardo come va. Prima di postare rileggo – se il sonno non mi vince – e sistemo quello che posso sistemare. Non riscrivo mai, qui non si tratta di perfezionare, qui si tratta solo di scrivere meglio che posso e con tutta l’onestà che posso, che è già un bel casino senza impormi virtuosismi inutili, faticosi e senza senso.

Comunque ribadisco: appoggio le mani sulla tastiera e non è più affar mio. Credo che per quanto quello che so fare non rischierà di cambiare il mondo, per quanto sia cosa imperfetta, che io lo sappia fare, che le mie mani lo sappiano fare è strabiliante. Lo è davvero: strabiliante.

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(677) Velina

La carta velina si usa per avvolgere o separare qualcosa dal resto. Quasi trasparente, la tocchi e si sporca e si stropiccia e si rovina, ma la si usa come protezione. Non lo so, forse lo vedo solo io, ma è una di quelle assurdità che è così da sempre e viene data per buona senza prendersi il disturbo di metterla in discussione.

Mi piacerebbe essere avvolta dalla carta velina, in questi giorni più che mai. Come fossi un oggetto prezioso e delicato, come se con quella protezione potessi passare incolume tra i giorni e le ore e i minuti… e questa stramaledetta afa.

Sì, mi lamento anch’io del caldo soffocante e senza tregua: sono sfinita.

Essere una velina non mi ha mai interessato – una fortuna visto che poteva rivelarsi la frustrazione più grande della mia vita – ma essere protetta da una sorta di mantello magico sì, sarebbe una figata.

Sto scrivendo queste idiozie a causa di una serie di giornate pesanti, di uno stramaledetto agosto che è soltanto agli inizi e io vorrei fosse già ottobre, quindi è molto probabile che a rileggere tutto questo tra un mese me ne vergognerò e magari farò le mie scuse, ma non sottovaluto mai quello che mi esce dalla testa e si deposita sulle mie dita quando sono stanca. C’è sempre qualcosa di fastidioso, di appiccicoso, di stordente e se esce significa che deve proprio uscire. Magari me ne accorgerò tra qualche mese, magari tra un anno, magari mai. Va’ a capire come mi funziona il cervello, e in fin dei conti chi se ne frega.

Questa cosa della velina, però, è semplice e diretta, è proprio così come l’ho scritta – senza dietrologia – e così dovrebbe essere letta. Parare i colpi che arrivano senza distinzione di sorta è sfinente. Davvero, vorrei una pausa. Il più lunga possibile. Grazie.

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(591) Brivido

Quelli che preferisco, quelli positivi, ormai non li provo più da millenni. Bah, sarò diventata cinica. Sarà che a forza di tirar su muri protettivi alla fine te ne freghi anche dei brividi. Basta che non ci siano casini, il resto va tutto bene.

Non mi passano, invece, quelli negativi, quelli legati a degli eventi allucinanti che non potevi neppure immaginare potessero accadere. Quelli non passano, nonostante il bombardamento mediatico ci metta il carico da cento per costringerti all’assuefazione. No, non mi farete addormentare prima della mia fine estrema, non ci riuscirete per quanto vi potrete impegnare. Omicidi, eccidi, assoluzioni, indifferenza, assurdità inenarrabili… una lista infinita.

Quando la realtà fa schifo, e tu te ne rendi conto che fa schifo, puoi fare due cose: o te la racconti in modo da fartela piacere oppure fai del tuo meglio per cambiarla affinché non ti faccia più tanto schifo. Si possono contare sulle dita di una mano le persone che scelgono la seconda opzione, lo sappiamo bene. Perché sono così pochi? Perché è faticoso e può essere anche frustrante e snervante. Potresti non arrivare mai a ottenere neppure la metà di quello che speri, nonostante i tuoi sforzi e la tua fede. Cosa da pochi, da chi c’è nato così e non riesce a inventarsi un modo di essere diverso da questo. Quando non hai scelta, il libero arbitrio è dettaglio ininfluente.

Raccontarsela per farsela piacere, invece, è lo sport nazionale. Noi italiani siamo dei maestri in questo e possiamo fare scuola a chiunque. Mi vengono davvero i brividi quando incontro storie deliranti, facilmente demolibili, che vengono portate avanti con prepotenza, e contro tutti, soltanto per non ammettere la realtà delle cose. Perché la realtà delle cose non si fa insabbiare facilmente, ritorna in superficie appena può. La codardia, la furberia, la castroneria – anche quando condivisa dai più – rimangono lì a far mostra di sé. Non si cancellano.

Sono brividi brutti e non passano. Ecco, questa realtà delle cose non riesco a raccontarmela in modo che mi piaccia. Non ci riesco proprio.

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(356) Punte

Vivere in punta di piedi, non è un bel vivere. Hai paura di fare troppo rumore, paura di rompere qualcosa, paura che qualcuno potrebbe notarti e infastidirsi per la tua presenza. Paura che qualcuno potrebbe accorgersi che sei di troppo, che lì non sei desiderata.

Significa non respirare bene, restare sempre un po’ a metà. Significa mettersi da parte quando capti che qualcuno se n’è accorto, che ci sei e che occupi uno spazio intendo. Significa sentirsi dire che sei ingombrante, che hai manie di protagonismo, che sei in cerca di lusinghe e di clamori, anche quando vorresti che ti si aprisse una voragine sotto i piedi per inghiottirti.

Però. Vivere in punta di piedi ti permette di sollevarti un po’, quel tanto che basta da cogliere il vento nuovo che profuma diverso. Vivere in punta di piedi ti fa resistere al risucchio della forza di gravità, la terra non la calpesti, ti posi più leggera che puoi e non lasci tracce indelebili. Vivere in punta di piedi ti rende silenziosa, nel silenzio puoi ascoltare, puoi imparare, puoi crescere.

Le punte su cui traballo sono ormai consumate. Mi fanno male le dita, le gambe non reggono più il peso. Credo sia tempo di poggiare i piedi a terra, dalle punte ai talloni, e sperare che la terra sopporti i miei chili di troppo. Non so come andrà, so che è stata una scuola dura, quella del vivere in punta di piedi, e che sono abbastanza stanca e adulta da appendere le paure al chiodo. E che la musica continui!

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