(647) Didascalia

Chi mi conosce sa quanto io odi le didascalie. O sono utili, quindi mi dai info ulteriori, oppure lascia stare, non sono scema, ci arrivo da sola – o ci sono già arrivata – grazie.

Però.

Ci sono delle volte in cui mi trovo costretta a usarle. Non perché io ritenga chi mi sta di fronte uno scemo bisognoso di vedersi sottolineare l’ovvio, ma perché mi rendo conto che il mio modo di comunicare non sta avendo il successo che speravo. Sto parlando una lingua che risulta ostica al soggetto a cui mi sto riferendo. Tristissimo per una che fa il mio mestiere, ma una bella doccia d’umiltà ogni tanto ci vuole e la vita con me non perde un colpo in questo senso.

Se per le cose pratiche basta che mi concentri un po’ e trovo il modo di colmare il gap, per le questioni emotive la faccenda si complica. Spiegare la gentilezza a un carro armato è una perdita di tempo, pretendere empatia da una carta moschicida lo stesso, penso di essermi spiegata. Non credo di essere l’unica a riscontrare questa difficoltà nella gestione dei miei rapporti interpersonali, quindi immagino che se dovessi trovare una soluzione a questa incapacità umana avrei vinto al superenalotto.

Rimurginandoci sopra da stamattina ancora non sono arrivata a grandi illuminazioni, ma qualche timida considerazione me la sono fatta, per esempio: metti che al telegiornale intervistino uno dei nostri politici e metti che quello che sta dicendo ci risulti incomprensibile per una qualsivoglia ragione, se passasse sotto la didascalia dell’esatto pensiero che il politico sta comunicando ci potrebbe essere d’aiuto, giusto? Non sto dicendo di riportare parola per parola ciò che sta uscendo dalla sua bocca (quelli si chiamano sottotitoli per i non-udenti ed sono parecchio utili, ma è un’altra cosa), intendo dire riportare in poche parole il concetto espresso. Molto probabilmente avremmo delle sorprese interessanti.

Scopriremmo che sotto quelle frasi che sembrano sensate, logiche, giuste, si nascondono concetti che sono sciagurati, disumani, atroci. Perché, Signore e Signori, le parole possono giocarci brutti scherzi. Le parole possono mascherare, possono nascondere, possono mistificare, possono reinventare la realtà. Le parole possono suonare dolci anche quando il loro significato è terribile, possono risultare crude quando fotografano la verità – specialmente quella che non vogliamo sentire – pur essendo giuste e umane.

Io amo le parole, ma come tutto hanno un limite, hanno una portata massima, e se usate da una mente malsana possono causare sofferenze enormi. Sarò didascalica: state attente alle parole, ma soprattutto a chi le sta usando. Non c’è da fidarsi, credetemi.

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(600) Idiosincrasia

Detesto quando le persone urlano. Detesto me stessa quando perdo il controllo e mi metto a urlare. Mi succede raramente e – dal mio punto di vista – sempre per una buona ragione. Eppure, quando mi succede non me lo perdono.

Ci sono persone che urlano appena si svegliano al mattino, con chiunque capiti loro attorno, e che smettono di urlare quando si addormentano la sera. Urlano anche quando sono felici, perché un altro tono di voce non ce l’hanno o perché sono sorde e non si rendono conto di quanto stanno gridando anche solo per chiedere mi-passi-il-sale.

I miei vicini di casa fanno così e io sto, mio malgrado, ascoltando ogni dannato scambio verbale che accade in quella casa. Non sono affari miei, ma lo diventano se mi sveglio al mattino con il mal di testa (e non per un post-sbornia) e mi addormento con i tappi nelle orecchie perché di là c’è una riunione di capre urlatrici. State zitte! Zitte! Zitte! Zitteeeee!

La vostra voce a un certo punto ne avrà abbastanza e se ne andrà. Se ne andrà per non ritornare più e avrà la mia benedizione. La vostra voce se ne fotterà di voi, almeno quanto voi ve ne siete fottuti di lei. E io la benedirò.

Non si può buttare addosso agli altri la nostra rabbia, la nostra frustrazione, il nostro veleno, il nostro male di vivere, non si può! E se non si può farlo con gli estranei, figuriamoci con le persone che ci sono vicine, NON si può!

Sei giustificato a urlare solo se tra te e gli altri ci sono chilometri di distanza, solo se si tratta di vita o di morte. Le persone devono essere trattate con gentilezza e la gentilezza non alza mai la voce. Le persone per ascoltarti devono avvicinarsi a te, devono prestare attenzione alle tue parole e ai suoni che le accompagnano e per far sì che accada tu devi permetterglielo mantenendo il volume della tua voce in modalità normal, a volte persino soft. Non puoi sbattere in faccia frasi a 1.000 decibel aspettandoti che vengano ascoltate. La gente, sì, può fare quello che tu le ordini di fare quando glielo urli in faccia – chi non ha il coraggio di darti una testata, almeno – ma l’ascolto è un’altra cosa.

L’ascolto è il risultato di una dinamica delicata che ha origine nella fiducia, cresce nell’interesse, e si espande con l’attenzione.

Vabbé, fiato sprecato. Buonanotte.

 

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(539) Osanna

osanna /o’zan:a/ [dal lat. tardo hosanna, gr. ōsanná, adattam. dell’ebr. hōs-hī’ah-nnā “salva!”]. – ■ interiez. (relig.) [voce ebraica di acclamazione e di preghiera, passata nella liturgia cristiana] ≈ alleluia. ■ s. m., invar. [spec. al plur., grido di esultanza e di esaltazione: gli o.della folla] ≈ evviva, urrà, viva. ‖ acclamazione, giubilo. ↔ abbasso. ‖ contestazione, disapprovazione. ⇓ fischio, pernacchia.

Mi piaceva fare le prove con il coro della chiesa del mio paese quando ero ragazzina. Facevo finta di cantare, ma mi piaceva stare lì. Per inciso: io amo cantare, ma in quel coro facevo finta di cantare. Perché? Semplice: le altre voci mi entravano nella testa come una siringata di adrenalina in pieno petto e la mia voce mi scompariva dentro. Temendo di stonare e fare brutta figura mimavo il canto senza emettere suono. L’ho fatto per anni, nessuno se n’è mai curato.

Le cose che mi infastidiscono solitamente me le gestisco così. So che è assurdo, ma raramente mi impunto per far finire il fastidio. Me lo gestisco come posso.

Che io ancora non abbia sbroccato mollando un pugno sul naso a qualcuno ha dell’incredibile, me ne rendo conto. Conscia di questa mia condizione borderline qualche tempo fa decisi di iniziare a far presente al mio prossimo che NO non mi va tutto bene e NO non ho più intenzione di sopportare/tollerare cose che superano la mia soglia di sopportazione/tollerabilità. Così ho iniziato a fare cose e dire cose che non ho mai fatto/detto e le persone hanno iniziato a reagire. Prima lo stupore, poi il contrattacco con dimostrazione palese di un sentimento di offesa profonda e poi l’affermazione della propria posizione. Questo in generale. In alcuni casi, la reazione ha stupito me per il passo indietro e per le scuse che mi sono state offerte senza per altro averle pretese.

In altre parole: ho smesso di fingere di cantare e mi sono unita al coro. Primo step nella giusta direzione.

In questi ultimi mesi, però, ho dovuto fare un ulteriore passo per una presa di posizione più decisa. Ho iniziato a cantare con forza, per farmi sentire. Dopo il putiferio iniziale, durato qualche mese, le cose si stanno sistemando. Nel senso che si stanno sistemando a mio favore. Niente di eclatante, piccoli spostamenti, ma importanti.

No, non dico che sia finita qui, anzi. Mi aspetto il colpo di coda, ovvio, ma per il momento posso cantare a squarciagola il mio Osanna! senza temere di stonare.

No, sembra cosa da nulla, ma è cosa da far tremare le ginocchia. Fidatevi. Provate.

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(531) Scandalo

scandalo /’skandalo/ s. m. [dal lat. tardo scandălum, gr. skándalon “ostacolo, insidia”]. – 1. [offesa della coscienza e della serenità altrui, provocata da azione, fatto o parola che offra esempio di colpa, malizia e sim.: dare, suscitare s.; essere causa, motivo di s.] ≈ ‖ disgusto, sconcerto, turbamento. ● Espressioni: dare scandalo ≈ scandalizzare; pietra dello scandalo → □. 2. (estens.) [parola, azione o fatto che offende o turba la coscienza, che presenta un’esagerazione intollerabile rispetto a una norma e sim.: sorprende che le autorità permettano un simile s.] ≈ indecenza, oscenità, sconcezza, vergogna. □ pietra dello scandalo [espressione di origine biblica con cui ci si riferisce a chi per primo dà motivo di scandalo] ≈ cattivo esempio, mela marcia, pecora nera.

L’aver tolto alle parole il potere originale è un gesto scellerato. Abbiamo svuotato di colpo le parole dalla loro purezza. Era questa purezza a farci vibrare la coscienza, a farci pungere l’amor proprio, a farci muovere per la vergogna in direzione salvezza. Uno scempio. Lo ripeto: uno scempio scellerato.

L’offesa della coscienza altrui, della serenità altrui, è uno scandalo. Il significato di scandalo è questo. Un’esagerazione intollerabile rispetto a una norma, questo è uno scandalo. Ma se la parola scandalo viene utilizzata in modo improprio e sposata a idiozie di vario genere, senza arte né parte, a martello, le nostre orecchie ci slittano sopra. Non se ne curano affatto, la ignorano bellamente, e il danno è fatto.

Il mordente di una parola sulla nostra coscienza è l’unica arma che la parola ha. Quando si dice che “ne uccide più la lingua che la spada”, è vero. Allora cosa hanno fatto quelli che preferiscono la spada perché temono la parola? L’hanno neutralizzata. L’hanno brualizzata enfatizzandola a sproposito, spingendola oltre ogni limite, l’hanno sbattuta in faccia a chiunque senza alcun discernimento per renderla inoffensiva.

Ma hanno sbagliato a sottovalutare la forza intrinseca di una parola, che è anche suono e non solo significato. La vibrazione di una parola – anche quando è muta – entra in risonanza con il nostro sangue e lì agisce. In segreto agisce. In silenzio agisce. E fa muovere qualcosa che sembra non avere nome, finché un nome se lo prende perché si è fatta forte e può uscire allo scoperto.

Non si soffocano le parole che sanno parlare al nostro subconscio per muoverci al buonsenso, alla ragione. Non si fa e basta. Perché? Perché anche le parole si incazzano, e che noi ancora non ce ne vogliamo rendere conto è – sotto tutti i punti di vista – uno scandalo.

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(378) Carote

Non immaginavo che carota avesse tanti sinonimi e addirittura in diversi ambiti:

carota /ka’rɔta/ [lat. tardo carōta, dal gr. karōtón]. – ■ s. f. 1. (bot.) [radice ingrossata della pianta omonima] ≈ Ⓖ (region.) pastinaca, Ⓖ (region.) radica gialla. ● Espressioni: fig., pel di carota [persona dai capelli rossi] ≈ fulvo, (region.) roscio, rosso. 2. (fig., pop.) [affermazione non vera] ≈ bugia, fandonia, frottola. 3. (geol.) [cilindro di roccia o di terreno estratto dal sottosuolo] ≈ campione, saggio, sezione. ‖ tasto. ■ agg. invar. [di colore rosso arancio] ≈ (non com.) aranciato, arancione. ‖ giallo.

Questo è uno dei tanti casi in cui benedico la mia curiosità. Una questione che ha a che vedere con la serendipità – tanto per fare un esempio – e che mi permette di scoprire. Tonnellate di cose inutili, è vero, ma tra tutte ci sono quelle che mi fanno fare un giro e mezzo torcendomi i pensieri. Non è cosa da sottovalutare.

Sapere che una carota non è solo quella che mi mangio sentendomi Bugs Bunny, ma è anche una bugia… bè… mangiarsi una bugia non è cosa da poco, no? Se ingoi, invece, un campione di roccia è tutta un’altra faccenda, giusto? Ok, sembra idiota, ma andiamo oltre alle parole, rendiamole vive, estraiamo dalle parole che conosciamo i significati che abbiamo sempre ignorato e riporteremo a galla anche pezzetti di noi che ci eravamo persi per strada.

Amo la mia lingua, amo tutte le lingue del mondo, anche quelle che si sono smaterializzate nel tempo portandosi dietro mondi difficilmente duplicabili. Le parole sono delle traduzioni, soltanto traduzioni dei pensieri, ma a volte possono essere così intense, piene, belle… da farci ammutolire. Scrivere una parola e darle voce sono due azioni che vivono autonome, ma quando si sposano rafforzano l’impatto e acquistano densità.

Tutte le carote che mi sono mangiata durante la mia vita non sono tutte frutto della terra, e dalla terra non è mai uscita una bugia che mi abbia ferito come succede troppo spesso dalla bocca degli uomini. Le parole nutrono, le parole uccidono. Le carote fanno bene alla vista, ma solo quelle che mangia Bugs Bunny.

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(361) W.T.F.

Cosa diavolo mi sta succedendo? Me lo chiedo da un paio di mesi, ancora non l’ho scoperto. Mi domando anche se succede soltanto a me di guardarmi e non ritrovarmi. Robe da farmi cadere le braccia. Potrei far partire un sondaggio social.

Sto valutando la questione delle mutazioni, quei processi che una volta attraversati ti rendono pianeta nuovo. Nuovo, non come novità, ma come cosa che fa capo a ben poco su quel c’era prima. Non s’inventa nulla di questi tempi, va bene, ma ci si ritrova in situazioni dove è cambiato tutto nonostante non sia cambiato niente. Una mutazione silenziosa, sotterranea, ma non oscura e perversa, anzi: illuminante e di disarmante logica.

Ecco, ancora non sono arrivata alla fase illuminante, forse per questo la domanda mi resta fatalmente in sospeso, ma voglio pensare che prima o poi la luce arriverà. Nel frattempo sono stordita, scontenta, scoordinata. In doppia curva da esse, appunto. Tanto per dire: mi sono accorta che le mie parole piene possono venire svuotate in mezzo nanosecondo da chiunque senza che io sia in grado di impedirlo. Oppure, mi sono resa conto che vivere con il freno a mano tirato è stato il leit-motiv della mia esistenza e che la cosa non è destinata a finire. O ancora: ho capito che il mio scollamento pensiero-realtà non è affatto sano perché si è trasformato in una tomba per la mia squilibrata sensibilità.

Tutto questo ha ribaltato il mio oggi senza garanzie che il mio domani possa farci i conti senza sacrificare una certa dose di amor proprio. Sentimento di cui sono già e da tempo in forte scarsità e di cui dovrei fare economia.

Cosa diavolo mi sta succedendo? Forse sto solo invecchiando. Precocemente.

 

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(262) Cerotto

Serve a unire i lembi della ferita per farli cicatrizzare dalle fide piastrine. Un’idea geniale. Fa quello che le parole possono fare quando le ferite non sono visibili, ma sanguinano nell’Anima. Quando le parole non sono sufficienti, forse, gli abbracci possono aiutare. Dipende.

Se smetto di credere a questo ho la sensazione che mi gioco gran parte di quel che sono oggi. Mettere parole-cerotti qua e là per permettere al tempo di sanare le ferite dell’Anima è un’occupazione no-stop che mi ha tenuta impegnata per gran parte della mia vita.

A volte, quando mi rendo conto su che filo sottile è sorretta la mia essenza di Essere Umano mi viene da ridere. Altre volte muoio di paura.

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(215) Lettere

Sono delle porte che si aprono. Sono un invito. Sono una sicurezza. Si portano addosso enormi tesori: le parole. Dei tesori le parole? Sì, perché:

Se possiedi le parole, possiedi le cose. (“Udire tra le parole”, Guido Marchi e Alighiero Betti)

Non è così per tutti, ma quando l’incantesimo ti coglie è per sempre. Non c’è controincantesimo che tenga, le parole ti tengono legata con laccetti di seta e si rendono pelle e scudo e corazza e specchio da attraversare e… quello che vuoi tu.

Per quanto tu faccia non puoi coinvolgere qualcun altro a sentirle come tu le senti, a meno che l’incantesimo non li abbia già colpiti. Ma non sei tu a lanciarlo, sono loro: le lettere. In che modo? Non lo so. Io credo leggendo, ma sono sicura non sia l’unico modo perché anche la musica ha la sua parte.

Le sto studiando, lettere come portali e parole come perle da indossare. Ci metterò una vita, ma non credo ci sia nulla di più bello per far passare questi miei anni – che tanto passerebbero né più né meno e magari inutilmente.

Allons donc!

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(193) Universo

Ognuno ha diritto a crearsi il suo personale universo e di essere, per questo, lasciato in pace. Un universo è cosa delicata, cosa privata che deve essere protetta altrimenti si sciupa.

Non dico che dev’essere un segreto, ma quasi. Dentro all’universo succedono cose che non si possono dire perché non ci sono parole abbastanza lucenti per farlo bene. E se non lo puoi fare bene allora lascia perdere, non farlo e basta. Pensalo, sognalo, guardatelo in silenzio come se fosse una preghiera. Ma tienitelo per te.

Insegnare alla gente che un universo si deve rispettare – di qualsiasi universo si tratti – è una partita persa. Non è neppure colpa loro, non riescono a guardarli e basta gli universi degli altri, devono per forza metterci il naso e il giudizio e tutto viene sporcato e gli universi, si sa, sono permalosi, possono anche decidere che implodono e boom. Più niente. Niente universo, niente luccicchii, niente di niente.

Buco nero, si chiama. Un buco nero non è la fine, è solo un condensato di universo che è imploso e che per ri-uscire allo scoperto deve essere convinto. Ci vuole una pazienza santa e tanto amore per riuscirci.

Teniamo lontana la gente dal nostro universo o il buco nero risucchierà anche noi. E non è per niente bello. Fidatevi.

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(86) Parole

Lo so che attaccarsi alle parole può sembrare una sciocchezza, ma io faccio così. Una parola contiene e libera. Contiene significato quando la scegli, libera significato quando la porgi al mondo.

Sono dannatamente attaccata alle parole, a quelle che dico e a quelle che ricevo. Non è granché assennato, me ne rendo conto, ma uso le parole per tradurre le immagini che ho dentro e se voglio che risultino altrettanto splendide devo curare le parole. Non ho altra scelta.

Una cosa, però, ho imparato: sono le azioni e sono i gesti che ti danno conto della realtà, non le parole.

Non è stata una lezione facile da digerire, partendo dal presupposto che parola corrisponda a intenzione che si traduce in azione. Era solo un mio presupposto, non il presupposto del resto dell’umanità. Appena mi sono resa conto di non essere al centro dell’universo è stato più facile adattarmi. Questione di età, certamente.

Perdono le parole approssimative, assurde, malevole che ricevo molto più facilmente di quelle che nascono da me. Quando me ne accorgo, la ricerca della loro origine mi ferisce e mi mortifica. Non mi piace scoprirmi cattiva.

Col tempo sono migliorata, ho grandi aspettative nei confronti di me stessa per quanto riguarda il futuro. Farò attenzione a non deludermi, sarebbe dura da ingoiare dopo aver tanto faticato per crescere.

Vedremo.

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(45) Oltre

La fatica viene ricompensata. La fatica di andare oltre viene ricompensata. La fatica di andare oltre la superficie viene ricompensata. Viene ricompensata con una visione più dettagliata della realtà. Realtà che può giocare contro di te se si accorge che la stai sottovalutando o, addirittura, disconoscendo.

La realtà ha sempre la meglio su ciò che noi vogliamo vedere, capire. La realtà va oltre le parole, se ne frega delle nostre parole. Lei urla a modo suo ed è un modo che non si fa dimenticare.

Le parole si staccano, lettera dopo lettera, dalla realtà e la mostrano nuda. Così si vuol far vedere di solito e specialmente quando ci ostiniamo a coprirla con le parole che non attaccano più e ci franano ai piedi.

Noi dovremmo aver voglia di capire anche quando vedere comporta fatica o dolore, paura o scoramento. Poi verremo ricompensati, appena scorgeremo una pallida strada alternativa per sanare la realtà che noi stessi abbiamo creato.

C’è tanto da curare in questo mondo, ma ti devi raccontare la storia giusta per fare del buono. Se te la racconti male, vai a peggiorare la situazione. Non c’è bisogno di peggiorarla ulteriormente, conviene mettersi a fare del buono.

Andare oltre. Subito.

b__

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(1) Silenzio

Preferisco il silenzio. Non lo pratico abbastanza, ma dovrei. Funziono meglio quando sto in silenzio, quando non ho l’illusione di essere capita. Lasciamo stare l’essere compresa, quella è faccenda utopica, ma l’essere capita quando uso le parole è cosa che do (spesso e stupidamente) per scontato.

Tempo fa mi arrabbiavo (ma sono tutti stupidi!), poi ho creduto di capire (ma sono io la stupida!) e ora raccolgo tutto nel silenzio, in sospensione di giudizio. Rimane il dato di fatto: l’incomunicabilità non riguarda il resto del mondo. Riguarda me, riguarda tutti.

Ora do per scontato che le parole abbiano più vite contemporanee, più livelli d’esistenza, più facce e diverse intensità. Se guardo la cosa da questo punto di vista, sorrido.

Quante possibilità mi si aprono davanti. Quante!

b__

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