(741) Smarrimento

Nel caos di tutto quello che in una giornata può accadere, e accade sempre tanto anche se non ce ne rendiamo conto perfettamente, ci sono istanti di completo smarrimento in cui mi sembra di essere immersa in una pozzanghera che non ha confini. Magari l’acqua non è torbida, anzi, ma è comunque tanta tanta tanta. Troppa per poterla affrontare. Lo so che è solo nella mia testa, è acqua che c’è soltanto nella mia testa e che non ha alcuna valenza nel reale, lo so, ma mi impensierisce lo stesso.

Mi guardo attorno attonita e resto lì in ammollo, inerme. Non me ne capacito, non so perché cado in questa catatonia assurda, eppure mi succede quotidianamente. Una volta al giorno, senza perdere un colpo, arriva lo smarrimento.

Mi ripiglio in fretta – spesso, non sempre – ma non riesco a evitarlo. Tutta quest’acqua mi toglie le forze. Sì, poi respiro e razionalizzo, ovvio, ma ci cado dentro e non c’è modo di scansarla. Neppure con la programmazione, con il controllo rigido della lista di cose da fare e da completare riesco a tenere a bada l’annichilimento di quell’istante. Neppure se le scadenze non sono così prossime, se il lavoro è da condividere e spartire con i colleghi, neppure se sono io stessa a pormi obiettivi e obblighi… 

Credo sia una patologia seria, incurabile. Lo smarrimento ha sempre la meglio su di me, una volta al giorno. Punto e basta.

E se fosse una pausa mentale – tipo un richiamo neuronale per un caffè che io non decido ma subisco – che mi obbliga a guardare, senza pensieri e senza azioni, per procedere più lucidamente? Uno smarrimento strategico per non andare in overstress, qualcosa del genere. Una misura di protezione, tipo salvavita, che scatta nonostante me e che mi sospende dalla vita per qualche secondo prima di risbattermi giù a lavorare a testa bassa fino a fine giornata. Perché è così che funziona, a vederla bene. C’è lo smarrimento e c’è la ripresa. Non sono mai stata persa per più di qualche minuto, in ogni frangente io mi sia trovata non ho mai perso il contatto con le cose del mondo – se in stato di veglia – troppo a lungo. Questo dovrebbe mettermi tranquilla, giusto? 

Sì.

Giusto.

Ok.

Tutto perfetto.

Buonanotte.

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(734) Rugiada

Ho dovuto imparare a scrollarmi la rugiada di dosso al mattino presto perché il lavoro lo devi andare a incontrare e non ti viene a svegliare a letto come faceva la mamma quando andavi a scuola. Sono un animale notturno, una civetta direi, e questo fa di me lo strazio che sono: comincio a carburare leeeeeeeeeeeentamente e non andrei mai a dormire perché durante le ore tarde il mio cervello – quando non troppo devastato dalla giornata – inizia a funzionare alla grande.

Il mattino, un tempo, lo detestavo. Dovevo alzarmi per fare quello che odiavo fare. L’indolenza adolescenziale me la sono lasciata alle spalle, ma mi è comunque ostico il pensiero che la sveglia puntata alle 6.00 sta suonando e io non posso far finta di niente. Dentro di me l’imperitura lotta fra il chissenefrega e il fai-il-tuo-dovere è sempre cruenta come allora. Stoicamente mi alzo, stoicamente mi butto in doccia, stoicamente arrivo all’auto e affronto la solita coda in tangenziale. Tutto peeeeerfetto.

Mentre percorro gli oltre 30 chilometri per recarmi in ufficio butto lo sguardo sui prati e sul ciglio della strada e quella rugiada che luccica pare un po’ la mia, quella che mi sgocciola dentro. Alla fine sono uguale a un filo d’erba. Considerazione illuminante, vero?

Senza crogiolarmi troppo in quest’ultima immagine, faccio presente che comunque preferirei essere a Bali e godermi il paradiso terrestre, che comunque penso che il mio mattino non abbia l’oro in bocca ma a malapena un ettolitro di caffè da ingurgitare, che comunque ‘sta cosa del viviamo di giorno e dormiamo di notte dovrebbe essere un’opzione e non un’imposizione, che comunque avrei preferito fare la rockstar che qualsiasi altro lavoro al mondo… ma.

Ma il mio cervello in parallelo pensa già a come affrontare ogni punto della lunga lista di cose da fare, a come risolvere quel tal problema, a che idea aggiungere alla presentazione che sto lavorando e via di questo passo. Il mio cervello, la parte che funziona e che non si piange addosso, si formatta autonomamente per permettermi di funzionare – nonostante tutto, nonostante me – fino a notte inoltrata quando appoggio la testa sul cuscino e mi arrendo all’oblio.

Il mio cervello asciuga la rugiada senza neppure il bisogno di un fòn. E io dovrei essergliene grata. Molto anche.

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(619) Questionario

Fare domande è una cosa seria, delicata direi. L’ho sempre pensato e, di conseguenza, mi sono sempre presa l’onere del fare domande dandogli il giusto peso. In poche parole: so fare domande micidiali. Davvero.

Mi vengono proprio spontanee, domande talmente precise e apparentemente banali che se non le filtro un po’ rischiano di causare reazioni estreme: la totale afasia del mio interlocutore o un bel pugno sul naso da parte dello stesso a mio esclusivo beneficio. L’ho detto, sono domande micidiali.

Non è cattiveria, ma se voglio conoscere una persona non sparo domande a caso per ottenere risposte vaghe, miro meglio che posso, vado sul particolare, sperando di non fare disastri. Così facendo scopro me stessa, mi metto onestamente davanti alla persona che voglio conoscere rendendogli evidente il mio pensiero. Pericoloso? Sì e no, gioco lealmente, non mi spingo mai oltre il limite del buongusto, e non ficco mai il naso nei fatti degli altri. Infatti, qui sta il bello, non sono mai domande invadenti, non sono volte a incamerare informazioni, sono piuttosto una porta da aprire per condividere un pensiero che neppure sapevi di avere. Pericoloso? Sì e no, dipende se mi trovo davanti a un buon diavolo o a un serial killer.

Cosa interessante, però, è stato constatare che nessuno si è mai rifiutato di rispondere, al massimo qualcuno ha ammesso di non averci mai pensato accompagnando la frase con un mezzo sorriso. La parte del sorriso è fondamentale anche nella fase che mi riguarda: non è un interrogatorio, è uno scambio e come tale deve risultare rassicurante – siamo insieme in questo gioco – e quindi sorrido. Se non ho voglia di sorridere significa che le risposte le so già e mi evito di perdere tempo. Succede quando incontro persone che non mi ispirano granché di buono, tanto per essere chiari.

Proprio per evitare situazioni noiose, sto pensando da qualche tempo che potrei creare un breve questionario con risposte a faccette/emoji per velocizzare i tempi. Formulare le domande adatte è più impegnativo di quel che mi ero immaginata, sono molte le varianti da prendere in considerazione. Un’attività che se voglio che mi porti qualcosa di utile mi occuperà giorni interi…

Ne varrà la pena? Ecco, domande come questa sono perfette. Aperte, addirittura vaghe, ma assolutamente rivelatrici.

Mi comprerò un paradenti, comunque. Non si sa mai.

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(148) Vittoria

Non mi è mai importato niente di vincere, quando mi ci metto d’impegno e sono soddisfatta di me è già una bella vittoria personale e mi basta. Se, per caso, mi capita di vincere l’euforia mi dura poco, perché già un’altra sfida mi compare davanti e via… si corre di nuovo. Non per la vittoria, ma per misurarmi con la nuova sfida e capire come sono messa. Affronto tutto così, punto a un risultato di qualità anche se è una qualità valutata da me e non dalla giuria che mi vuole perdente. Giusto o sbagliato che sia, faccio così.

Ammetto che se vinco a Monopoli o al Gratta e Vinci mi sento per un attimo felice, ma se perdo va bene uguale. Non è importante.

Detto questo, però, oggi ho vinto una sfida a tutto tondo: io soddisfatta, ma anche la controparte perché mi ha chiamata al telefono per dirmi “Perfetto così, sei bravissima”. Solitamente non do molto peso ai bravissima, ma oggi sento che è diverso. Oggi quel bravissima mi ha sistemato in una posizione decisamente felice, una rivincita nei confronti del passato.

Domani altre sfide, ok, ma stasera lo scrivo: so essere anche bravissima. Eh!

 

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