(448) Fraseggio

fraéggio s. m. [der. di fraseggiare]. – 1. Il fatto, e soprattutto il modo, di fraseggiare, di congegnare le frasi. 2. In musica, l’arte e la pratica del porre in rilievo, nell’esecuzione, gli elementi espressivi del discorso musicale (legature, coloriti, abbellimenti, ecc.) che costituiscono un periodo avente in sé un senso, cioè una frase.

La musica non è sempre quella. Non lo è mai. La musica cambia, come cambia il respiro a seconda del nostro stato emotivo. La musica modifica la propria sostanza anche quando lo spartito non ne tiene traccia. 

Ingiusto pensare che manchi di movimento, manchi di interesse alla vita. Siamo noi, spesso, che non abbiamo orecchie abbastanza sensibili da rendercene conto, che non abbiamo voglia di catturare quello che nell’aria rimane sospeso ogni volta che la musica si sposta un po’ per dare spazio al silenzio.

Se stessimo più attenti al nostro battere di cuore e al nostro pulsare di sangue, avremmo ben chiaro di quanti ricami siamo capaci. E i ricami servono, altroché se servono, per rendere migliore quel che così nudo e crudo potrebbe spaventarci e toglierci il vigore.

La musica, la nostra, è esattamente ciò che noi vogliamo che sia, solo che spesso non la vogliamo abbastanza, la diamo per scontata e pensiamo non ci costi nulla. La musica ha un costo alto, può rendere solitario il nostro viaggio, può renderci odiosa la vicinanza degli altri, può rendere ostico tornare alle abitudini che ormai non ci appartengono più – perché se sei nel flusso della tua musica, quella ti trasporta oltre, sempre uno scoglio più in là.

La musica è movimento, in battere e in levare, e non è mai la stessa, anche se la partitura sembra dirti il contrario. Leggi meglio, ascolta meglio. E vai. Vai!

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(307) Note

Le note si scrivono. Le note si suonano. Le note si intonano, come un bel maglione con il colore dei tuoi occhi. 

Quando ti impedisci di suonarle, le tue note, non la prende bene il tuo corpo e neppure la tua anima. Si crea un fraintendimento doloroso, come se il messaggio fosse sporco di un sottotesto crudele: “Non ti ascolto, non ti presto attenzione, non ti reputo importante per fermarmi un po’ con te e ascoltarti”.

Una dichiarazione di guerra, sembra, vero?

Ci sono stati giorni, lunghi anni e forse un decennio, in cui avevo smesso di notare le note, quelle che mi cadevano dalle mani, quelle che spandevo attorno a me come se le scorte non dovessero finire mai. Poi mi sono spaventata, quando anche a cercarle non riuscivo a farle risuonare dentro di me, sparite. Un corpo vuoto, senza eco, un’anima vuota senza riverbero vitale. Mi sono spaventata.

Mi auguravo che non fosse una condizione irreversibile, ho lottato affinché non lo fosse. Ora ho la sicurezza che non lo era. Ho note, nel corpo e nell’anima. E mi sto annotando tutto, tutto per bene per non dimenticarmelo la prossima volta che la realtà mi frusterà, la prossima volta che sarò schiacciata al suolo.

Note note note note note… è una questione di musica e non ce n’è per nessuno.

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(227) Long Playing

Cosa c’era di meglio di un LP, soltanto qualche anno fa? Niente. Era entrare in un mondo creato apposta per te, seguirne le note – come briciole di Pollicino – e gustarsi ogni solco chiudendo tutto il resto fuori. Succedeva quando avevo tredici anni e succede ora. Cos’è il tempo in fondo?

Long Playing significa tempo lungo, abbastanza per 12 canzoni. Un libro di note, armonie, tracce e storie raccolte in un’unica grande storia, come capitoli. Un libro rotondo, di vinile, che ci appoggi sopra la puntina e… voli!

Il CD scompare alla tua vista, ma l’LP balla girando come un Sufi davanti ai tuoi occhi e se lo fissi t’ipnotizza. Mi trovo molto LP, caratterialmente parlando, sarà per l’età o per quel legame sentimentale che mi risulta impossibile scindere. Non ci penso spesso, ma c’è.

Che roba strana che è la musica. Che benedizione.

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(215) Lettere

Sono delle porte che si aprono. Sono un invito. Sono una sicurezza. Si portano addosso enormi tesori: le parole. Dei tesori le parole? Sì, perché:

Se possiedi le parole, possiedi le cose. (“Udire tra le parole”, Guido Marchi e Alighiero Betti)

Non è così per tutti, ma quando l’incantesimo ti coglie è per sempre. Non c’è controincantesimo che tenga, le parole ti tengono legata con laccetti di seta e si rendono pelle e scudo e corazza e specchio da attraversare e… quello che vuoi tu.

Per quanto tu faccia non puoi coinvolgere qualcun altro a sentirle come tu le senti, a meno che l’incantesimo non li abbia già colpiti. Ma non sei tu a lanciarlo, sono loro: le lettere. In che modo? Non lo so. Io credo leggendo, ma sono sicura non sia l’unico modo perché anche la musica ha la sua parte.

Le sto studiando, lettere come portali e parole come perle da indossare. Ci metterò una vita, ma non credo ci sia nulla di più bello per far passare questi miei anni – che tanto passerebbero né più né meno e magari inutilmente.

Allons donc!

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(81) Fortuna

E’ un’abitudine che ho preso secoli fa e che ormai fa parte di me. Quando mi rendo conto di essere nel posto in cui vorrei essere, o di essere con la persona/le persone con cui vorrei essere, allora fermo i pensieri e mi dico: che fortuna essere qui.

Non è che io creda troppo nella fortuna, non in quella casuale comunque. Credo che la fortuna uno se la costruisce piano piano, col tempo. Almeno il tipo di fortuna che non svanisce con un colpo di tosse.

Ecco, questo pomeriggio ero dentro a un bellissimo teatro. Vedevo gente di ogni età intenta ad ascoltare musica non così semplice da comprendere, ma assolutamente magica nella sua presenza e nel suo espandersi. Insomma, assistevo a tutto questo fluido benessere, tra sconosciuti (almeno, io lo ero per tutti loro) e mi son detta: che fortuna essere qui.

Non è facile da riportare a parole, rischio di appiattire tutto, ma mi piace stare a spremermi le meningi per recuperare quella magia senza riuscirci completamente. Significa che se non mi fossi fermata su quel pensiero, ora non avrei nulla su cui riflettere e mi sarei persa un’occasione d’oro.

Niente, era tanto per condividerlo, perché sono fortunata a essere qui.

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(57) Tasti

Avessimo davanti a noi la tastiera di un pianoforte sarebbe più facile: bianchi e neri. Distanziati con un certo criterio che rimane invariato benché tu possa usare i tasti come più ti garba. Decidi tu la melodia, decidi tu il ritmo, decidi tu il tempo.

Trovare i tasti della mia vita mi comporta un sacco di energia spesa, ancora non so se bene o male perché ancora non so se i tasti che mi sembra di aver trovato siano reali o solo il frutto della mia bizzarra immaginazione.

A volte è davvero tutto così confuso che mi verrebbe voglia di spaccare questo pianoforte del diavolo, ma poi, a un certo punto, quando mi calmo e mi siedo davanti alla mia tastiera… toh! Ecco comparire i bianchi e i neri!

Allora mi concentro su quello che c’è, su quello che posso fare, a volte addirittura su quello che voglio fare e viene ancora meglio.

Sì, la musica che racconta il mio voglio è davvero potente. L’ho vista abbattere muri di ostracismo ostinato quanto insulso, l’ho vista rimbalzare tra i giudizi velenosi e le piccole miserie, l’ho vista trasformare le mie relative virtù in qualcosa di bello da offrire a chi mi sta accanto.

Il mio desiderio più grande di bambina era imparare a suonare il pianoforte. Tutta quella magia solo a sfiorare i bianchi e i neri… no, non ho mai potuto prendere lezioni e non ho mai imparato.

Eppure, proprio ora, sto qui davanti al mio pianoforte e sto suonando la musica che voglio io.

Tasto dopo tasto, con una melodia, un tempo, un ritmo, un tono, un colore.

Che magia!

b__

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(28) Ritmo

Credo che la vita sia una questione di ritmo. Non è che si parte con un boogie e si finisce con un boogie, il ritmo non è per forza un andare a manetta. Il ritmo può cambiare, è sano che il ritmo cambi. Soprattutto se la musica cambia, perché il ritmo è una questione complicata:

Il ritmo è una successione di eventi sonori con inerenti durate ed eventuali pause, intervallate nel dominio del tempo (da pochi decimi di secondo a qualche secondo), che seguono, di solito, (ma non obbligatoriamente) uno o più modelli ciclici.

Gestisco il ritmo all’interno delle mie giornate abbastanza bene, molto meglio da quando sono il boss di me stessa. Che qualcun altro decretasse il ritmo delle mie giornate mi faceva prudere le mani. Ero obbligata a fare brutte pieghe, e alla lunga le brutte pieghe si pagano. Ovvio che autogestirsi ritmi e melodie non è automatico, non è che ti programmi corpo e cervello e non ci pensi più. Ci pensi tutto il giorno, tutti i giorni e non ci sono vacanze e non ci sono tentennamenti.

Se ci sono dubbi e ripensamenti, allora perdi il ritmo e sembra che sia la fine del mondo.

No, non lo è.

Sono ancora qui e il mondo sta andandosene in giro-girotondo senza calcolarmi di striscio. Da una parte mi sento sollevata, dall’altro sono infastidita. Direi quasi offesa: ma come? Io perdo il passo e tu manco ti giri a guardare dove sto, come sto e perché?

Va bene, fa niente, non ti preoccupare. Adesso recupero.

Puf puf pant pant… [gergo disneyano]

b__

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