(516) Ukulele

Ho sempre pensato che avrei dovuto imparare a suonare l’ukulele, per diversi motivi e nessuno di questi trascurabile.

Il primo è che sembra più facile di una chitarra e iniziare con lui poteva darmi fiducia per passare alla Stratocaster (tanto per dirne una).

Il secondo è che appena ne sento vibrare uno mi viene in mente (uno dopo l’altro): Elvis Presley in “Blue Hawaii”, la prima moglie di Marlon Brando (Tarita Teriipia) che quand’ero piccola mi sembrava splendida e molto Hawaiiana anche se non lo è (è di Bora Bora) e volevo assomigliarle – tanto che la mia Barbie preferita, quella che non lasciavo toccare a nessuno, e proprio per questo ha fatto una brutta fine (la ferita brucia ancora) era proprio la mia Barbie Hawaiana (capelli castano scuro, occhi grandi marroni dorati, le labbra color pesca e la pelle abbronzata) – e infine il grande e pacioccoso con voce d’angelo  Israel “IZ” Kamakawiwoʻole che canta “Somewhere over the rainbow”. 

Il terzo motivo è che sono convinta che suonare l’ukulele alleggerisca la fatica e scoraggi la forza di gravità dallo schiacciarti come fossi un moscerino. Quel vibrato – bello e ripetitivo – è come una serie di pacchette sul coppino che ricevi per risvegliarti un po’ dal torpore. Non lo so, mi fa questo effetto.

L’ultimo motivo per cui mi piacerebbe suonare l’ukulele è per dare il tormento a tutti, ma in modo piacevole. Sì, arrivare proprio al limite dello schiaffone ma evitarlo per un soffio grazie al… all’ukulele, ovviamente!

Ci sono strumenti più nobili, è vero, ma nessuno è più gioioso (anche quando lo usi per un lamento). Forse perché porta con sé il Paradiso delle sue terre (quella portoghese e quella Hawaiiana, ovviamente), forse perché è stato pensato per dare sollievo a chi lo suona e a chi lo ascolta, forse perché è solo tutto nella mia testa… va a capirlo… comunque ho deciso: nella prossima vita rinasco Hawaiiana per suonare l’ukulele.

 

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(417) Dopo

Dopo c’è il calo d’adrenalina, il crollo della resistenza, la lobotomia. Ti sembra quasi che non riuscirai mai più a pensare di nuovo. Ti domandi come potrai cavartela, ma non ti interessa la risposta. Vuoi solo fare armi e bagagli e andartene in Tibet dove nessuno ti conosce. Sette anni? Di più.

Dopo c’è il feedback, che è sempre un tasto dolente e andare in Tibet sembra sempre più una buona idea.

Dopo c’è la presa di coscienza che poteva andare anche peggio, che hai dato il meglio di te e che alla fine l’hai spuntata tu. Ancora una volta. Non sono salti di gioia, perché la gioia è un’altra cosa, ma è sollievo. E il sollievo può essere una cosa ancora più rara e preziosa della gioia. Almeno in certi casi. Almeno in questo mio caso.

Dopo gli applausi e dopo che le luci si sono spente, ti aspetti un po’ di riposo. Nel senso che lo avevi proprio programmato, che è tuo per diritto, e lo sai tu  e lo sanno tutti, ma la notte dormi poco e male e al mattino inzia il nuovo giorno.

Dopo pensi che ne valeva la pena, dopo pensi che ne valeva la pena, dopo pensi che ne valeva la pena.

Allora ti accorgi che hai ricominciato a pensare e anche se non ti sai ancora spiegare come te la caverai, almeno saluti i tuoi due neuroni con una pacca amichevole perché sempre da lì devi ricominciare. Sempre da te.

Qui o in Tibet non fa differenza. Sette anni o mille, neppure. Rassegnati.

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(398) Cariatide

Lavoro con le parole perché sono l’ambiente mentale che mi permette di delineare al meglio l’essenza di ogni cosa. Attraverso le parole arrivo al nocciolo della questione. Appena riesco a trovare la parola giusta per dirlo, per esprimere il mio pensiero, allora so che la mia possibilità di toccare un altro Essere Umano si può concretizzare.

Credo fermamente che il far crescere il pensiero passi attraverso la parola, che contiene e che scopre, che amplifica e solidifica sfumature che soltanto immaginare non può essere abbastanza.

Per quanto io ami le arti visive non posso pensare a un mondo fatto di uomini che hanno dimenticato il potere delle parole. Mi vengono i brividi se ci penso.  Gli stessi brividi quando mi si consegnano in mano parole svuotate, sbranate dall’uso senza criterio e dal cattivo gusto.

Curare i pensieri, nominando ciò che è più intimo, aiuta a sconfiggere i mostri-del-non-detto che possono schiacciarci facilmente se li lasciamo agire nel buio. Poter accrescere in una giovane mente la capacità di maneggiare le parole che sanno sorreggere, soppesare, scandagliare, sorprendere, rassicurare, spronare, stratificare, ampliare – e chissà cos’altro ancora – il nostro possesso del mondo (solo in senso metaforico e mai in modo definitivo o definito) credo sia il dono più bello che possiamo farle.

Per tutti questi motivi, in questi ultimi mesi, mi sono sentita una cariatide. Eppure oggi, con le parole giuste, calibrandone l’intensità, la magia si è compiuta di nuovo e il pensiero di una mente ha trovato soluzione e sollievo. Una strada che le si è aperta non grazie alla cariatide, ma soltanto grazie al potere della parola. Non smetterò mai di crederci, mai mai mai. Sì, ho detto mai.

 

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(394) Stranire

Non so come ci riesco, ma è il mio potere magico. Appena possibile, quando meno me l’aspetto, scatta l’incantesimo e rendo nervosa la persona che mi sta di fronte. Quasi mai è per quello che dico, piuttosto per un qualcosa che succede a livello energetico. Quel qualcosa scatta e la persona che mi sta vicino mi vorrebbe prendere a pugni.

Non è mai successo, ma questo soltanto perché sono solita frequentare persone di buonsenso e ben poco violente – se per fortuna o per astuzia non saprei dirlo – eppure la mia presenza riesce a mettere a disagio chiunque. Random.

Mi piacerebbe poterlo pilotare, farlo solo con chi non mi piace, sarebbe un bel modo di evitarmi seccature, invece è un potere indomato e temo indomabile. La cosa che poi rende tutto ancora più interessante è che riesco a fare anche il contrario con la stessa dinamica: riesco a tirare fuori il meglio dalle persone. E non per interessi egoistici, altrimenti sarebbe un gioco sporco del quale sarebbe meglio non vantarsi, soltanto perché quello che faccio o quello che dico o puramente per un fatto di energia buona produce benessere che si propaga.

Non voglio, però, togliere peso a quel mio lato oscuro che riesce a far girare le palle al mio prossimo, tutt’altro. Sto semplicemente valutando che questi mie superpoteri sono talmente allineati l’uno all’opposto dell’altro che alla fine si annullano. Non c’è colpa e non c’è vanto. Sono come tutti gli altri: insopportabile e irresistibile assecondando la luna del momento.

Che sollievo!

 

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(374) Tattoo

Farsi attraversare dal dolore non perché accidentale – e quindi inevitabile – ma perché volontario. Un dolore che vuoi, che ti sei cercato, si assorbe con una rapidità impressionante. Come se non dovesse lasciare tracce, anche se la lascia, anche se la traccia è più visibile delle altre, anche se la traccia ti ha cambiato – inevitabilmente.

La cosa più insopportabile è cadere dentro un dolore che non ti immaginavi volesse proprio te. Ti viene da chiedergli: ma che cosa ti ho fatto? Perché io?

Ogni tanto l’occhio mi cade sui tatuaggi che ormai sono la mia pelle da tanto tempo e non ricordo il dolore, ricordo il perché del dolore. Ricordo il perché di quei segni, ricordo il come e il quando. Di solito il dolore che ti arriva all’improvviso non si porta appresso un motivo e se il motivo lo trovi a posteriori è soltanto per giustificarlo, per renderlo meno inutile.

L’inutilità dei segni che il dolore ti lascia – e del dolore stesso – è un’altra cosa insopportabile. Si può passare tutta una vita a cercare i motivi dei segni che non volevi, che non ti sei cercato, che non vorresti e che non augureresti a nessuno, senza trovarli.

Oggi per me un nuovo tatuaggio che, anziché un dolore, segna un sollievo. Quasi una rinascita, anzi migliore perché non poggia sulle ceneri ma è radicata alla terra con solida tenacia. Tutto questo di certo non ha senso per il resto del mondo, e non mi dispiace. Dieci anni sono abbastanza per chiunque, dieci anni possono bastare per altre dieci vite. Capire il dolore non è affatto necessario, spesso è meglio trovare il modo di farlo scivolare via. Bisognerebbe saperlo fare, ma io non ne sono capace. Di questo mi dispiace. Davvero.

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(338) Offerta

Mi sconvolge sempre quando davanti a un’offerta senza alcun doppio fine le persone reagiscono con sospetto. Specialmente se l’offerta viene fatta a persone conosciute (non estranei).

Partendo dal presupposto che non si offre qualcosa che ritieni essere una fregatura – mai, neppure agli sconosciuti – mi offende parecchio il pensiero che mi vuole in malafede mentre propongo qualcosa a qualcuno.

Credo sia il sospetto uno dei mali peggiori di questi tempi. Non dico sia ingiustificato, visto i costumi e gli usi che si sono sistemati piuttosto male negli ultimi trent’anni, ma adottarlo a prescindere e usarlo random penso sia incauto e possa creare danni quanto o più del procedere innocentemente dando per scontata la buonafede del nostro prossimo.

Saper accettare un’offerta non è cosa da poco, forse non ci viene insegnato, ma bisognerebbe impararlo. Sono certa sia un’occasione per farci umili e per provare quel sentimento illuminante che è la gratitudine.

Nutro profonda gratitudine per tutte le persone – benedette – che mi hanno offerto il loro aiuto, il loro sostegno, la loro stima, il loro rispetto in tutti questi miei anni di vita. Quando ho avuto bisogno di aiuto ho ricevuto un’offerta che mi ha sollevato e dato speranza. Anche se all’inizio mi risultava difficile per il mio spiccato orgoglio friulano, ho iniziato a capire davvero molte cose di me e della vita quando mi sono aperta ad accogliere le offerte, i doni.

Se ci penso mi commuovo.

 

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(317) Sbaglio

Si fa fatica ad accettare il nostro essere indotti immancabilmente all’errore. Si passa gran parte della nostra giovinezza a negare di aver preso decisioni sbagliate, finché quelle non ci seppelliscono, trovando sempre e testardamente le giustificazioni del caso. Raramente è colpa nostra, sempre degli altri.

Me misero, Me tapino, Destino Crudele! (cit. Paperon de’ Paperoni)

Eppure, quando la maturità sopraggiunge, anche palesandosi con un gran colpo in testa, e si riportano le cose al buonsenso e a una certa misura di saggezza… ecco che ammettere di sbagliare, di aver sbagliato, di potersi sbagliare ancora e ancora e ancora… è un autentico sollievo!

Non faccio più fatica a dire: “Cavolo, mi sono sbagliata!”.

E questo cambia tutto. Non mi aggrappo ad una scelta fatta solo per non ammettere con me stessa di aver preso un abbaglio. Mollo e me ne vado. Non mi intigno ad aver ragione discutendo e filosofeggiando, arrampicandomi sugli specchi, solo per una questione di orgoglio (cit. “ne ha uccisi più lui che il petrolio” – Vasco Rossi).

No. Stai serena, ti sei soltanto sbagliata. Prenditi le conseguenze del caso e scegli ora di stoppare la valanga che hai messo in moto. Chiedi scusa, se è il caso, e cambia strada.

Al prossimo sbaglio sarà più semplice fermarsi, sarà più veloce rendersene conto, sarà più agile il cambio di direzione, sarà più lieve la botta all’orgoglio. E sarai più libero. Garantito.

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(185) DNA

C’è un modo strano, spesso, che la vita usa per metterti davanti a un dato di fatto che tu hai fino a un istante prima ignorato (volutamente o meno non fa differenza). Incontri nel reale quella cosa e ti devi fermare per registrarla una volta per tutte.

Mi è capitato stasera, mi sono dovuta fermare e l’ho finalmente registrata.

Scendere in particolari diventerebbe noioso, ma è più la sostanza di quello che sto sentendo in questo momento che voglio sia scritta una volta per tutte, ovvero: sollievo.

Il mio DNA non è senza criterio. Non è uno sbaglio della natura. Non è un caso fortuito. Non è senza ragione. Davvero è il risultato di una mescolanza, di una formula il cui dosaggio può non essere riconducibile con precisione a un’origine o all’altra, ma è comunque il frutto di un calcolo che va oltre me.

Può non avere senso, detto così in generale, ma a togliere tutto il superfluo resta il sollievo. Che ha a che fare con uno strano e ridicolo sentimento di riconoscimento, uno strano e ridicolo sentirsi meno sola, uno strano e ridicolo ricondurmi a un perché senza che il perché sia costrizione, ma semplice presenza.

Sollievo. Non cambia nulla del mio reale, forse, ma cambia qualcosa dentro dentro dentro in fondo a me.

Come scoprire che quel qualcosa che avevi perso e di cui ti eri obbligata a fare a meno, perché non sostituibile, ti comparisse davanti per rientrare nuovamente nella tua vita. Sai che ne potresti ancora fare a meno, ma benedici il fatto che sia lì ad arricchire la tua esistenza, ancora.

Esattamente così.

 

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(159) Pioggia

I giorni di pioggia non sono lontani e tu sei ancora qui con me. Il sole che mi scalda è quello di una primavera ritrosa e tu sei ancora qui con me. Non serve che io ti cerchi, neppure che ti pensi. Sei qui con me. Ancora.

Se tornasse la pioggia non sarebbe più per colpa tua, così mi dico e ti rassicuro. Puoi restare ora, sarai più comodo, più tranquillo, non sarà per discutere ma solo per farci compagnia.

I giorni di pioggia sono stati lunghi, le ossa ancora mi scricchiolano a protestare su tutto quello che nel frattempo è andato marcio e che ho dovuto buttare via. Faccio fatica a buttare e a lasciare andare e tu, che sei ancora qui con me, lo sai bene. Forse un po’ ci speravi, ecco perché ci sei ancora.

Se questo sole, questa luce, che fin qui è arrivata è partita da luoghi antichi – come sospetto che sia – allora lavare via tutto era l’unico modo per farle spazio. Certo che non pensavo che a questo punto della mia vita io mi potessi trovare inzuppata e stremata, ma più che altro non pensavo che a questo punto io mi potessi trovare ancora qui con te. Nonostante tutto.

Che sollievo. Non ti ho perso. Nonostante tutto, sei qui con me. Per restare.

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(142) Nodi

Dieci anni fa scrissi un romanzo dedicato ai nodi: a come si fanno e a come si sciolgono. Se si sciolgono.

Avevo ben chiaro come si fanno, essendone io piena zeppa, e anche a come si sciolgono – avendone sciolti parecchi, ma una cosa che mi accorgo solo ora di non avere degnamente messo in scena è il sollievo.

Quando un nodo rilascia la corda, questa, se il nodo è di antica data, non ritorna come prima, ne porta i segni in modo evidente. La fibra della corda stressata dalla tensione non naturale per lei, non potrebbe far finta di nulla. Mi chiedo se sia normale sentire il dolore appena il sollievo si fa spazio, appena dopo la liberazione.

Stretto con il nodo, oltre la fibra, c’è anche un carico emotivo a cui viene imposto di rimanere lì immobile e silente. Una volta liberatosi dall’imposizione come si comporta? Rimane inebetito, lì ancora immobile e silente, ma privo del nodo su cui aveva imparato ad appoggiarsi, tutto ritorto e quasi senza equilibrio.

Dovrei parlare di questo in un nuovo romanzo. Perché ora lo conosco, ora so com’è.

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(82) Rompicapo

Lo sono stata per molti, lo sono stata per me stessa per molto tempo. Non sapevo come prendermi in mano, non sapevo come perché non sapevo cosa e quanto ero. Nel bene e nel male. Nel male e nel bene. Intera (o quasi). Non lo sei mai, intera, finché non arrivi alla fine.

Stasera l’incontro con la scrittura, per parlarne e per capirne di più assieme a quelli che chiamo miei allievi, ma che non lo sono davvero. Né miei, né allievi. Sono persone con cui faccio un pezzetto di strada, alla fine siamo pari. Loro sono allievi miei quanto io sono loro allieva. Equilibrio perfetto.

Dicevo che stasera, come ogni sera di scrittura condivisa, mi sono ritrovata a scoprirmi (di nuovo e ancora) molto più semplice di quel che mi penso di solito. Pecco sicuramente di presunzione, di solito. Non sono un rompicapo, mi penso un rompicapo, ma non lo sono. Sono, in verità, molto semplice.

Ho un inizio, ho una fine e in mezzo c’è la storia. Può essere un po’ intrecciata strana, questo sì, ma non è una trama così barocca né così preziosa. E’ un motivo piuttosto semplice, piuttosto lineare. Chi non se ne accorge è perché mi guarda da troppo lontano. Non mi sto lamentando di questo, no, va bene così, avere tutti vicino mi farebbe dare di matto (sono pur sempre un’introversa convinta, ricordiamocelo) sto soltanto valutando il fatto che non sono complessa come di solito mi penso. Sono più presuntuosa di quello che mi penso, invece. Ali basse, Babsie.

E un bel sospiro di sollievo, anche.

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(65) Sollievo

Credo che la cosa che più vorrei donare a chiunque si trovi in una brutta situazione sia: sollievo. Sollevare da un peso, da una sofferenza. Sollevare il velo della disperazione per far indovinare che al di là c’è aria pura da respirare a pieni polmoni.

Libero da una preoccupazione, da un’ansia, da un timore. Ogni volta è un rinascere.

Il mio sollievo di oggi è immenso, ha profonde radici, ha ampi orizzonti. Guardo la fonte del mio sollievo e non posso che provare una profonda gratitudine. Si apre in me ancora la capacità di credere che è solo l’inizio e che il peggio è passato.

Ogni volta è un rinascere.

Poter essere di sollievo a qualcuno che ne ha profondo bisogno, credo sia la cosa più preziosa che si possa donare. Durasse anche solo un secondo, non importa. Quel secondo può espandersi in eternità e creare nuova vita.

b__

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