(442) Qualunque

La qualunque non è un’opzione che contemplo. Mai. Quel massì-una-qualunque non è una scelta, è un alzare le spalle e lasciare che siano gli altri a decidere (o il Destino a decidere per me). Prendi come una morsa tutta la questione del libero arbitrio e la butti nel WC. Così, come se niente fosse.

Qualunque significa che non te ne frega niente, o che te ne frega ma fingi che non te ne freghi, che è anche peggio. Molto spesso mi viene detto che io me la prendo troppo. Che la prendo troppo sul personale. Che dovrei preoccuparmi di meno.

Ok, va bene, ma alzare le spalle non mi piace. Tutto diventa personale quando ti importa, anche qualcosa che riguarda una persona che non conosci. Il discorso diventa un bel fastidio da maneggiare, me ne rendo conto, ma ribadisco che il fatto che il mio essere piuttosto ansiosa per certe cose – per me fondamentali – è sicuramente da curare eppure è – sempre – quel qualcosa che fa capire a chi mi sta di fronte che mi importa.

Mi importa perché si tratta di te e si tratta di me e si tratta di noi e si tratta di tutta l’intera Umanità, che è il nostro genere, la nostra origine, la nostra Essenza. Se ti infastidisce il fatto che mi importa, non è un mio problema ma tuo. Non ti chiedo di condividere ciò che provo, ma non ti permetto di calpestare quello che difendo.

E poi sì, vedrò di non preoccuparmi troppo e me lo ricorderò appena verrai a chiedermi qualcosa. Alzerò le spalle e con un sorriso ti risponderò: “Qualunque, cara/o, qualunque”.

Bello, neh?

 

 

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(441) Stasi

Non te ne accorgi subito, perché gli ultimi metri li hai percorsi per inerzia, ma quando ti rendi conto che qualcosa non va come dovrebbe allora non puoi che dichiarare ufficiale la tua stasi emotiva e augurarti che non sia la stasi definitiva.

Sì, sì, va bene, lo sanno tutti che i cicli della vita prevedono nascite-crescite-declini-morti-rinascite-ricrescite-rideclini-rimorti e via di questo passo, ma non è che puoi essere proprio certo che ce ne sarà un’altra di rinascita e neppure che ce ne sarà un’altra di rimorte. Darlo per scontato è da idioti, pertanto si vive l’attuale stasi come se fosse quella definitiva. In questa condizione mentale, inutile negarlo, le cose non possono che peggiorare.

Più temi che sia la fase finale della tua vita emotiva e più questa sembra scivolarti tra le dita e la senti sempre più debole, sempre più incolore, sempre più qualcosa-di-brutto e ti deprimi. La depressione non aiuta la ripresa, rafforza la stasi (è risaputo).

Qui si potrebbe tentare col defibrillatore, ma le autoanalisi, le autocritiche, le auto-qualsiasi-cosa non portano a nulla. La realtà conta e quella ti dà torto, su tutta la linea. Certo, se sei devoto ti voti a un Santo o all’altro, se pensi di essere una pia persona ti rivolgi direttamente ai piani alti, se dubiti di avere Santi in Paradiso ti attacchi alla Scienza e se anche quella ti volta le spalle ti attacchi alla bottiglia – che a suo modo è Scienza pure quella.

Però, se sei astemio e il mal di testa te lo vuoi evitare, che fai? Ti godi la Pace. E se sei abbastanza bravo da raccontartela bene, poi, ci pensi due volte a rimetterti nel marasma emotivo che ti spacca il cuore. Aspetti che ne valga veramente la pena, e speri in cuor tuo che non arrivi mai la volta buona. Ecco perché, in un certo senso, questa potrebbe essere la mia ultima e definitiva stasi emotiva. Yeah.

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(440) Partenza

Ho come l’impressione che oggi per me si sia verificata una nuova partenza. Allora, rendere chiaro un concetto che non è neppure concetto ma persistente sensazione, è illusorio, eppure sento il bisogno di scriverlo. Principalmente perché potrei dimenticarmelo, potrebbe scivolarmi via con la doccia che tra pochi minuti farà scomparire questa giornata per lasciarmi intorpidita e permettermi di dormire. Potrei non essere più certa di questa sensazione e mi dispiacerebbe perché so che qualcosa significa. Anzi, significa qualcosa di importante, che mi accompagnerà nei prossimi mesi, nel prossimo anno.

Ho raggiunto una condizione psicologica (provvisoria, ovviamente) che mi introdurrà in una dimensione diversa. Come faccio a spiegarlo?

Comincia tutto con uno sguardo interiore, continua con una percezione del mondo leggermente diverso, e si finalizza con un “ah” (senza punto esclamativo, né altro) che si pone come presa di coscienza istantanea – senza un prima né un dopo, senza un se o un ma, senza un motivo apparente.

Partenza significa che hai preparato i bagagli, ti porterai poche cose perché sai che se la valigia pesa troppo diventa un tormento e ti rallenta il passo. Partenza significa anche affidamento a ciò che sarà, che sai non potrai comunque pilotare e controllare e che va bene così. Partenza signfica anche che non lasci nulla dietro a te, quello che ami lo porti con te – e si va al di là della pura questione fisica, ovviamente. Partenza che presuppone un Arrivo, anche questo fa la differenza, non c’è bisogno di fingere sia altrimenti.

Non mi sposterò granché con il corpo, ma la mente già sta andando. Ora la doccia farà il suo dovere e magari me lo dimenticherò, ma non importa, ormai l’ho scritto e qui rimarrà ad aspettare il mio arrivo.

 

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(439) Krapfen

Il krapfen è quella cosa che devi andare in pasticceria a comprare e che devi chiedere rigorosamente alla crema, perché se non ci pensi e ti infilano quello alla marmellata lo devi passare alla tua sorellina e tu resti senza. 

Il krapfen non te lo fai in casa, non verrebbe come quello della pasticceria. Il krapfen non esiste al cioccolato, anche se ami il cioccolato, perché il krapfen alla crema è l’unico krapfen esistente che ti dà gioia.

Il krapfen non lo prendi senza farcitura, perché a quel punto è meglio che ti mangi una ciambella e qui si apre il capitolo sul perché la ciambella con la glassa non si deve neppure prendere in considerazione. Solo con lo zucchero spruzzato sopra e che non sia zucchero a velo! Sul krapfen lo zucchero a velo, invece, è perfetto. Non troppo (o lo si soffia via) e non troppo poco, mi raccomando.

Chiarito questi concetti basilari, è ovvio che se cerchi di farmi cambiare idea rispetto alle opzioni possibili riferite al krapfen (o anche alla ciambella), io – senza colpo ferire – ti rimbalzo perché la tua idea non è neppure contemplata nella mia visione nitidissima, pura e gioiosa di krapfen (o di ciambella). Dovrei cambiare la mia storia, i miei ricordi, farmi sostituire ogni ossa del corpo, bruciarmi ogni papilla gustativa. Impossibile.

Perché il krapfen non è quello che tu conosci, è quello che io conosco. E se, nel pieno rispetto della tua visione, evito di convincerti che il mio krapfen è meglio del tuo è perché so esattamente, ripeto SO ESATTAMENTE, il fastidio disumano che ti provocherei nel perpretare il mio intento – non richiesto – di persuasione.

Indi per cui: se ti dico che voglio un krapfen alla crema puoi metterti in pace il cuore che è quello che avrò. Se sono disponibili soltanto quelli alla marmellata, alla cioccolata, al capuccino, al mascarpone, al dio-sa-solo-che-cosa, allora significa che io non mangerò un krapfen, ma sceglierò una ciambella. Come? Non ci sono le ciambelle senza glassa? Pazienza, ripasso domani.

[dinamica applicabile a qualsiasi cosa che mi riguardi a cui sono devota]

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(438) Viola

La mia fissa, lo ammetto. Sono ormai anni – tantissimi anni – che tutto ciò che è viola ha su di me un effetto calamita. Più che altro ipnotico, se devo proprio trovare il termine giusto. Se l’oggetto in questione è inutile, o non mi interessa per nulla, non importa, gli do sempre un’occhiata o due perché non si sa mai. Se per scegliere qualcosa che mi serve ho diverse opzioni di colori (anche tutto il Pantone) io scelgo il colore che si avvicina di più al viola. E ci sono tonalità pazzesche, ci sono tinte incredibili che proprio dal viola prendono il volo… tutte bellissime.

Non lo so il perché, non me lo sono neppure mai chiesto – credo sia fondamentalmente idiota chiedermelo, c’avrò pure i miei motivi inconsci no? – eppure oggi guardandomi il nuovo Ultra Violet del Pantone (che trovo adorabile, ça va sans dire) mi sono chiesta: dove ti sta portando?

Ecco, la storia sta tutta lì. Dove mi sta portando questo Ultra Violet? Che viaggio mi sta facendo fare? Cosa mi fa immaginare? Cosa mi fa toccare anche se le mie mani restano vuote? Cosa?

E per ogni sfumatura di viola sono approdata in luoghi di pace, di ispirazione, di profonda vicinanza con l’Universo. Luoghi che mi parlano di creazione e di movimento senza sosta, di stelle e di ametiste, di Lune perse chissà dove e di pezzettini che riconosco come miei anche se non ho attestati di possesso.

Non mi succede con il bianco, il nero, il blu (colori che amo), mi succede con il viola. E se un prato viola mi darebbe un po’ il capogiro (poi mi ci abituerei volentieri, temo), è chiaro che le sfumature incredibili del verde che Madre Natura offre mi sanno togliere il respiro. Ovvio. E cosa dire del rosso, del giallo, del marrone… Ovvio.

Ma se devo proiettarmi senza peso e senza vincoli in un luogo e trovare in me la pace, allora deve essere viola. Ultra Violet andrà benissimo. Grazie.

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(437) Trappola

Questione di un attimo e quando scatta sei finito. La trappola mortale del dovresti-ma-non-sei, oppure del dovresti-ma-non-hai, che sono ovunque e che si attivano a ogni pie’ sospinto e ti vedono saltare come un pazzo per non essere preso, ma ogni sforzo è in vano.

Chi le attiva? Tutti. Non sei al sicuro da nessuna parte, ti trovano sempre e… zak!

Avere la tua strada da seguire, i tuoi pensieri, le tue visioni, dà fastidio. Fa niente se non vai a sbandierarlo ai quattro venti e vivi la tua esistenza senza fuochi d’artificio e via discorrendo, dai comunque fastidio. Perché dovresti essere questo o quello, dovresti avere questo o quello, dovresti pensare questo o quello, dovresti volere questo o quello e invece tu che fai? Continui imperterrito come se niente fosse e allora non lamentarti di quello che non sei, che non hai, che non ottieni. Eh!

La trappola del tutti-lo-dicono-e-dev’essere-pur-vero non risparmia nessuno e siamo tutti, beninteso, vittime di qualcuno e al contempo carnefici di qualcun altro. Sono i nostri giudizi, le nostre limitate strutture mentali, a renderci costruttori di trappole mortali. Soprattutto per noi stessi, anche se nessuno si azzarda a un umile mea culpa per iniziare a far pulizia dentro di sé.

La disinfestazione è un’arma a doppio taglio, dovremmo trovare altri modi per convivere con le nostre mancanze d’umanità. Dovremmo in qualche modo domarle, farle ragionare, mitigare i loro eccessi e renderle meno devastanti. Dovremmo farlo. Subito.

 

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(436) Organizzare

Che si tratti di pensieri, eventi o che-ne-so-io, quando sei lì che cerchi di far combinare tutto al meglio e qualcuno si intromette… parte l’embolo. Dovrebbe partire, deve partire. A me parte di brutto e ormai non lo nascondo più.

Ma santiddddio, son qui col cervello che mi fuma e ti intrometti per dirmi la tua perché sicuramente mi sarà d’aiuto… ma come ti viene in mente? Ma chi pensi di essere? Ma te l’ho chiesto io?

Ecco. L’embolo parte, l’occhiata fulminante raggiunge l’obiettivo, il silenzio tombale rafforza l’effetto e se il cielo vuole l’intruso capisce e si allontana (incolume) – se insiste è a suo rischio e pericolo.

Io funziono così, ma il 99% degli Esseri Respiranti funziona così, perché è sacrosanto che certi ambienti mentali siano protetti e rimangano fuori dalla portata degli altri. Se sto seguendo il mio pensiero, non posso avere quelli altrui che mi intralciano, non si va da nessuna parte così!

Il brain storming funziona solo per chi ha bisogno di una martellata alle sinapsi per dar loro una mossa, ma se le mie viaggiano a velocità supersonica che faccio anche fatica a seguirle, capisci che un brain storming mi rende nervosa? Lo capisci? Ecco.

Chiarito questo concetto, voglio anche precisare che il confronto con le menti altrui è una preziosità irrinunciabile, ma ci sono certi momenti delicati che se li tocchi combini un disastro. Si sbriciola tutto, si polverizza, evapora e poi non resta più niente. Come si fa a non capirlo? Come si fa a non proteggere quei benedetti momenti di delicatezza sinaptica? Come si fa a ignorare il crollo emotivo e la frustrazione del dopo, quando ti ritrovi tra la polvere e devi prendere l’aspiratutto per far pulizia? Come? Come? Come?

Usare un minimo di attenzione e tatto ci permetterebbe di non distruggere ciò che di buono sta cercando di palesarsi. E poi ci lamentiamo che la magia esiste solo nei libri di Harry Potter. Eh!

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(435) Lavoro

Oggi rientrando dal lavoro mi sono sentita felice. Felice del lavoro svolto in giornata, durante la settimana, negli ultimi mesi. Ho un lavoro. Ho un lavoro pagato, ho un lavoro che amo, ho un lavoro che mi fa imparare cose che ho bisogno di imparare come professionista e come Essere Umano, ho un lavoro che mi permette di coltivare le mie passioni per trasformarle in prestazioni all’altezza delle aspettative, ho un lavoro che non è facile e neppure comodo e neppure ovvio e questo mi rende la fatica ma anche la soddisfazione di portarlo avanti con tenacia e dedizione. Ho un lavoro che mi aiuta a sentirmi a posto con me stessa e con chi ho accanto. Ho un lavoro che mi ha permesso di riacquistare quella dignità che mi stava scivolando via – mio malgrado. Ho un lavoro che posso coltivare assieme a delle persone che sono come me e che credono in quello che stanno facendo. Ho un lavoro che mi sono guadagnata pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, senza troppi regali e con tante bastonate, ma che mi ha fatto guardare la vita come una meraviglia da accudire e non come una litania di sacrifici e rinunce. 

Ci sono giorni in cui rientro a casa mortificata, triste, scontenta, perché il mio lavoro dà anche questo. Ci sono giorni in cui sono talmente stanca che anche l’ultimo neurone rimasto mi dà forfait e mi sento finita, letteralmente finita, perché il mio lavoro ti fa combattere e quando lo fai da tanto tempo le forze possono venire meno e hai soltanto bisogno e voglia di dormire e stare al riparo da tutti e tutto. Non ho detto che mi sono scelta un lavoro tranquillo, non ho mai detto di volere un lavoro tranquillo visto che io tranquilla non lo sono mai.

Eppure, per mille giorni di lacrime attraversati poi arriva un giorno di felicità – pura leggera evanescente. Lo auguro a tutti, perché un lavoro che ti riempia e ti sostenga e ti motivi e ti faccia incazzare, come il mio sa fare, dovrebbe essere un diritto di tutti. Non per fortuna, ma per merito sì.

 

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(434) Imponderabile

Senza peso, senza misura, senza sostanza. Senza.

Certe volte agire “senza” causa danni e sofferenze, altre volte permette il fluire della vita, tutto sta nel valutare quando e se mettere in atto un “senza”. Credo entri in gioco un certo tipo di sensibilità, ai pieni e ai vuoti o anche al qui e lì – che ne so, e anche un certo tipo di intelligenza. Quel tipo che è raro e che non ha un posto preciso dove mettersi, la trovi volteggiare sopra le cose per posarsi sempre un po’ più in là, come per caso anche se per caso non è.

Ho valutato sommariamente quanti “senza” ci sono stati nella mia esistenza, quanti sono ancora qui e quanti se ne sono rimasti appesi come calzini spaiati appena usciti dalla lavatrice in cerca di un po’ di calore che li faccia sgocciolare sempre meno, finché non ho smesso di fare i conti perché tanto non arrivavo a nulla. Quello che c’è è quello che posso vedere, tutto sommato può bastare.

Allora perché quel non-so-che di imponderabile mi ha determinato e soffocato così pesantemente, come ho potuto permettere che accadesse? Se è un Tir che ti blocca il passaggio allora un motivo per fermarti ce l’hai, ma se è un granello di polvere cosa ti inventi per giustificare il tuo stop?

Ti fermi per un niente, ti struggi per un niente, di annienti per un niente. Ridono i tanti “senza” e ridono anche gli imponderabili ritorni di coscienza, mentre annichilita ti guardi la punta del naso dove si poggia il tuo amabile quanto inutile Sé che gioca con la polvere come se niente fosse.  Ma niente non è.

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(433) Elucubrare

E passano i giorni e io lì sempre presa in rimurgini e smacchinamenti babsiani che mi perdono per strada mille volte tanto da rendere il mio Iperuranio un posto ostile e minaccioso. Ancora giorni che passano e il ponderare e riflettere (che sono sinonimi, ma non nelle sfumature) e sistemarmi in ipotetici nuovi Iperurani soltanto per ammettere che non ci starei neppure troppo comoda e quindi è meglio stare dove sto. E ancora giorni (perché i giorni – se sei fortunato – non finiscono troppo in fretta) dove il pensiero diventa nenia e ti rende disgustoso anche il solo fatto che stai ancora impelagata nel fondale melmoso di quella palude che non sai neppure come ci sei finita lì dentro, ma ne cominci ad avere abbastanza perché manca l’aria. Eppure ci sono ancora giorni, e giorni, e giorni…

giorni…

giorni…

e poi ti stanchi. Decidi che ti dai una ripulita, spazzoli di qua e di là quell’Iperuranio che tutto sommato non è poi così malvagio e le cose cambiano. Vedi proprio che le cose cambiano. Non te lo stai immaginando, le cose cambiano sotto i tuoi occhi e non sei più abituata a quel movimento, ti gira la testa, hai la nausea, hai quasi voglia della palude – maledetta – ma sei troppo stanca per riprendere gli smacchinamenti tormentosi e ti guardi mentre implori una tregua.

Ti fermi a fare le coccole alla tua gattina che se ne frega dei dettagli perché sono comunque dettagli che non la riguardano e la osservi ammirata. Perché non ti assomiglio un po’ di più, Mei? Insegnami a non entrare nella palude se non per acchiappare una preda e scappare agile e soddisfatta. Dai.

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(432) Barbara

Il nome non te lo scegli, te lo danno. Se ti va bene, chi te lo dà si mette una mano sul cuore e pensa al tuo futuro, a quando da bebé diventerai una persona adulta e poi – con un po’ di fortuna – una persona anziana. Se ti va male – e si sa che per il male non c’è mai fine – sei nato da genitori scriteriati che ti possono chiamare come diavolo passa loro per la testa dopo una sbronza o un cocktail di anfetamine (e mi dispiace sinceramente). A me non è andata malaccio considerando tutto, anche se ho fatto un bel po’ di fatica ad ammetterlo.

Da piccola tutte le B e le A e le R che si ripetono mi confondevano e mi facevano sbagliare sistematicamente l’intestazione del compito in classe. Mi rivedo ancora lì a contare e sillabare in silenzio Baaaaaaaarrrrbbbbaaaaarrrrraaaa, con un bel po’ di vergogna e timore di essere scoperta – se avessi saputo dell’esistenza di un disturbo della lettura/scrittura, al tempo, probabilmente mi sarei convinta di essere dislessica. Fatto sta che da quel momento è iniziato per me un periodo di conflitto con il mio nome, lo trattavo come un estraneo da combattere.

Non è che lo esplicitassi con fervore, tenevo la cosa per me… fino a che non incontrai una professoressa. Una tipa tosta, che non te le mandava a dire, in pensione, pronta a darmi ripetizioni di stenografia per non essere rimandata a settembre. Le ci sono voluti tre secondi per capire la faccenda, tre minuti per farmi intendere che aveva scoperto il mio segreto e darmi il compito per casa: scrivere 300 volte il mio nome sul quaderno degli esercizi. In stenografia? No, in bella calligrafia, con inclinazione a destra.

La mia prima reazione è stata quella che ci si può aspettare da una quindicenne scazzata: “Questa è scema, mi faccio una pagina e poi la fotocopio”. L’intenzione c’era solo che poi mi scocciava fare una figuraccia e non volevo essere rimandata in stenografia (anche perché mi piaceva come materia, volevo solo evitare di imparare a memoria tutte le abbreviazioni e fare di testa mia, tanto ero io che dovevo leggere i miei appunti, mica il Papa).

Fatto sta che dopo la prima pagina scrissi la seconda e poi la terza… entrai in una sorta di meditazione inconsapevole, e se all’inizio la calligrafia era piacevole ed elegante perché controllata, non era certo la MIA calligrafia, quella naturale. Eppure, pagina dopo pagina, Barbara dopo Barbara, i caratteri stavano assorbendo un po’ di me e mutavano leggermente la forma, ingentilendo il tratto della parola. Parola che rappresentava me, parola che andava via via assomigliandomi sempre un po’ di più.

Ho iniziato da lì. Nel tempo il mio scrivere Barbara si è modificato, seguendo i cambiamenti della mia presenza interiore suppongo. Oggi lo sono più di ieri? No, non credo. Oggi lo sono più consapevolmente di ieri, questo sì. E oggi ricordo ancora quella professoressa mezza matta che ha saputo con una sola occhiata capire che avevo bisogno di accogliere me stessa per scrivere meglio. Anzi, scrivere come nessun altro. Scrivere come Barbara.

Grazie Prof, ovunque tu sia, e buon onomastico a me.

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(431) Alto

Guardare le cose dall’alto ti fa sentire potente, una visione che solo gli Déi possono avere. Bisogna fare uno sforzo d’immaginazione, mettersi per un istante là sopra e adeguarsi a quello sguardo, a quel guardare. Lo spettacolo potrebbe non essere esaltante, ma la dinamica della situazione si espliciterebbe nell’immediato lasciandoti di stucco. Bam.

Come pedine ci muoviamo, come pedine mangiamo e siamo mangiati, come pedine scansiamo o siamo saltati, come pedine raggiungiamo – forse – l’altro lato guadagnandoci il trono. Soltanto una partita a disposizione, che può essere poco o tantissimo, dipende da chi ti si oppone.

Se c’è un significato in tutto questo dall’alto non lo si può capire. Non partecipi ai maremoti emotivi, guardi distaccato ciò che accade e trovi i flussi energetici che il movimento tattico alimenta o rallenta o inverte o blocca o tutto o niente. L’osservazione fredda, di questo tipo, ci aiuta ogni volta che siamo travolti dagli eventi, quando siamo sbattuti a destra e a manca e non abbiamo più punti di riferimento. Fermati – bloccati proprio – fai un respiro profondo, salta con la mente là sopra e guarda. Goditi lo show.

C’è quasi da ridere vero? Adesso capisci meglio l’intero Olimpo, vero? Ok, torna giù e agisci di conseguenza: prendi sul serio solo il gioco e non gli accadimenti. Il resto passa, perché deve passare, sono le regole del gioco.

Baby.

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(430) Metodo

Ci vuole metodo per far avanzare le cose. Significa avere un piano, significa costanza, significa fede in quello che stai facendo. Non sono cose che si inventano dal nulla, bisogna che tu ci metta del tuo e che impari a non farti abbattere dalle avversità.

L’arte della sopravvivenza – insita in noi in quanto Esseri Umani – prende il sopravvento quando sembra che le risorse ci manchino. Arriva lei e ci fa intravedere una strada – sterrata, ovviamente, sia mai che non si riveli troppo facile percorrerla – che se disponiamo di una sufficiente dose di coraggio e magari anche sangue freddo potrebbe insegnarci il metodo che fino a quel momento ci è mancato per attraversarla e arrivare chissà dove.

Non significa che il divertimento ti sia precluso, ma ammetto che la questione del metodo non funziona quando si tratta di divertirsi. Puoi bere e strafarti con metodo, è vero, ma se lo chiami divertimento hai un po’ frainteso il senso di tutto (secondo me).

Avere un metodo non significa che tu lo possa adottare da qualcun altro, non funziona. Devi creartene uno tuo, personalizzato, altrimenti è più la fatica che fai a seguirlo che quella impiegata per fare qualche passo avanti. E qui casca l’asino.

Crearsi un metodo è questione di calcolo (tensione che sei disposto ad affrontare, tempo ed energia che vuoi impiegare, focalizzazione dei tuoi limiti e delle tue potenzialità, analisi dei mezzi che hai a disposizione e via di questo passo) e se i calcoli non li sai fare devi imparare a farli perché altrimenti il fare-le-cose-come-capita (a meno che tu non sia fornito di quintali di fortuna sconsiderata) non ti porterà da nessuna parte se non a fare un bel giro-giro-tondo.

Sperimentato sulla mia pelle. Tutto il resto è storia.

 

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(429) Gagliardo

Un cervello gagliardo è quello che bisognerebbe avere il coraggio di chiedere alla propria vita. Di incontrarne almeno uno durante la nostra esistenza è auspicabile, così da avere un metro per misurare noi stessi e anche gli altri incontri che inevitabilmente si andranno a succedere senza tregua. Se ne conosci uno in giovane età, avrai più probabilità di scansare i grandi imbecilli (quei cervelli che ti fanno urlare pietà a ogni pie’ sospinto).

Essere veloci nelle connessioni, essere collegati testa-cuore-stomaco-sangue, essere attenti, essere curiosi, essere agili e forti, essere affascinanti per contenuto più che per sembianze… essere gagliardi.

Con persone così dotate, la vita è migliore. Si affina il tuo sguardo sul mondo, la tua fiducia nel genere umano, la tua capacità di adeguarti e migliorarti, la voglia di incontrarne ancora di anime così. L’ispirazione che sanno suscitare è inconsapevole e pura. Il benessere che distribuiscono è disinteressato e costante – perché non agiscono temendo di essere derubati di qualcosa.

Non ti puoi sbagliare, se ne incontri uno, lo riconosci subito. Ti fermi a guardarlo, ad ascoltarlo, in apnea per paura di farlo volare via anche solo con un piccolo sospiro. E la cosa bella è che, anche quando se n’è andato, quando non ti è più vicino – perché un cervello gagliardo non si può possedere come un qualsiasi oggetto, lui si muove libero, senza bisogno di permessi o di scuse – quando rimani con la sua mancanza non sei affranto, quell’energia benefica ti rimane addosso anche per sempre.

Coltivare il proprio cervello per farlo assomigliare il più possibile a uno gagliardo è la mia priorità. Non con l’illusoria speranza di eguagliarlo, ma con l’assoluta certezza che meglio di come son partita sicuramente lo diventerà. E a ogni incontro questa forza si rinnova. Un’altalena di meraviglie, posso assicurarlo.

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(428) Riluttanza

Lo ammetto, accolgo le novità con una dose eccessiva di riluttanza, spesso. Le novità mi procurano un fastidio pungente per dover muovermi contro il mio volere al fine di adeguarmici. Se l’ho decisa io la novità, tutto bene, se mi viene imposta, bene mica tanto. Se devo per forza prendermene carico, ok, ma non pretendere che lo faccia sorridendo perché a tutto c’è un limite.

Questo in generale.

Per quanto riguarda le cose che devo fare per forza, la riluttanza assume forme più subdole. Devo farlo, lo so, ma non ne sono entusiasta – usando un eufemismo – pertanto impiego un lungo tempo a convincermi che dovrei esserlo e che finché non lo sono non combinerò niente di buono al riguardo. Una rottura di palle notevole, star lì a convincermi con argomentazioni impegnative mi sfinisce. Non sono una che si convince facilmente, penso sia chiaro a tutti.

La riluttanza è diventata sempre più invadente nella gestione del mio devi-fare, tanto che al fastidio di dover fare si aggiunge il fastidio di dover lottare contro l’invasore-riluttanza e alla fine della giornata sono esausta.

Così non va bene, devo trovare una soluzione. Un modo per gabbare la riluttanza e farla indietreggiare un po’. Mi sta bene che ci sei, bella, ma non esagerare. Il fatto che io ancora non abbia capito perché si sia resa così forte mi inquieta. Forse lo so e non voglio credere che sia vero?

Brava Babs. Ora torna in trincea e combatti. Con riluttanza, ovviamente, estrema riluttanza.

 

 

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(427) Mancanza

La velocità d’abituarsi al lusso (fosse anche un piccolo lusso) è immensamente più alta rispetto a quella d’abituarsi ad una mancanza (anche piccola). Sembra ovvio, ma può non esserlo nella pratica, soprattutto quando è il nostro benessere a crescere e assieme a lui la nostra noncuranza.

Una cosa, però, ho imparato in questi miei anni ed è qualcosa che mi ha messo fortemente in crisi, ovvero: quando per lungo tempo vivi con una mancanza, quando l’hai addomesticata, quando le hai tolto potere, quando l’hai tradotta in un semplice e piccolo vuoto… a quel punto capisci che puoi farne a meno.

Se puoi farne a meno, ed è un dato di fatto visto che sei sopravvissuta, allora significa che forse quella mancanza non pregiudica la tua esistenza (e questo è un bene), ma piuttosto pregiudica la tua felicità (e questo è anche un bene, perché la felicità è sempre un bene) e se reputi che quella felicità sia giusta per te allora sarebbe bene che tu la recuperassi.

Dato per scontato che ogni Essere Vivente ha il diritto sacrosanto alla felicità, allora bisogna anche valutare che la felicità può assumere diverse forme e un numero smisurato di colori. Ci sono felicità sane e felicità meno sane, altre proprio avariate, e la cosa che dovremmo fare – quella più intelligente – sarebbe prenderci cura della nostra idea di felicità.

Cos’è che ci rende felici? Perché? Già rispondere a queste due domande potrebbe risolverci la vita.

La pienezza della felicità non tiene conto delle mancanze, ma delle presenze. Ecco cosa voglio ricordarmi ogni giorno finché avrò respiro: le presenze, non le mancanze.

Ce la farò?

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(426) Nostalgia

Ci sono cose di me che mi mancano, le ho perse per strada temo. Cose piccole, da nulla, ma che mi facevano felice. Stupidamente felice, in autonomia, senza che ci fosse qualcuno coinvolto. 

La lista non è lunghissima, ma ho notato che si è allungata negli ultimi dieci anni e un po’ mi preoccupa. Sono meno felice di un tempo? Sì, credo di sì. Che sia una cosa irrecuperabile? Non del tutto, credo. Spero.

Negli ultimi tempi mi sono concentrata sui motivi per cui ho perso pezzi di me per strada, ma non è che mi abbia fatto sentire meglio. Anzi. Si finisce sempre con l’autocommiserarsi, in questi casi. Quindi sto cercando di impormi un’altra visione e di dimenticare il perché per perdonarmi e riprendermi in fretta. Potevo fare meglio di così? Certo che potevo, ma forse no. Il passato non cambia, il presente può cambiare. Io sono qui nel presente… guarda te che coincidenza!

Oggi ho iniziato a considerare che, forse, ho frainteso un paio di lezioni e che, forse, mi sono data per vinta perché mi sono pensata e vista perdente. Questa cosa mi ha rattristata peggiorando la situazione, ovviamente. Così riparto da là, da quelle lezioni non lette correttamente e nei prossimi giorni vedrò che farmene. Da qualche parte dovrò pur ricominciare, no?

E anche se la nostalgia per le corse sfrenate in bicicletta – della mia fanciullezza – e il ballare in pista fino al mattino – della mia adolescenza – o il cantare a squarciagola ai concerti rock – dei miei vent’anni – non ho altra scelta che vivermela perché quelle cose non le posso riportare qui nel mio oggi, posso sempre ridimensionare il tiro e godermi quelle piccole felicità che so ancora creare in autonomia, soltanto per me. Toccherà inventarmi qualcosa…

eh.

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(425) Inutile

Muoversi nel terreno dell’inutile è la cosa peggiore che si possa fare. Quando sai, quando senti, quando prevedi, quando anche solo immagini che quello che stai facendo si rivelerà inutile, molla tutto.

Diamo per scontato che se fai, se proponi, se ti ingegni, se ti muovi per far accadere qualcosa è perché in un certo qual modo ci tieni. Potrebbe essere anche soltanto un discorso di interesse personale, magari niente di cui vantarsi sui Social, qualcosa che ti farà stare bene e basta. In un modo o nell’altro. Senza cadere in nessun tipo di giudizio, senza nessun ipocrita moralità, facciamo un discorso in generale: quando fai impegni energia. L’energia costa, ce lo insegna l’Enel. La questione è che con il tempo non è detto che l’energia che impieghi poi tu possa anche recuperarla in qualche modo – a meno che tu non ti cosparga di pannelli solari (in questo caso Elon Musk potrebbe darti una mano).

Se mentre fai ti accorgi che è inutile, che non arriverai a niente, che stai solo perdendo tempo, cosa fai? Ti fermi e fai altro. Giusto? Ecco, no, non è sempre così. Non è sempre ovvio, non è sempre fattibile. Perché? Perché ci sono degli impedimenti morali – più o meno sani e più o meno forti – che spesso ti impediscono di andartene.

Devo dire che con gli anni mi sono specializzata nell’andarmene appena mi è evidente che le cose che sto facendo si riveleranno inutili. Sia in situazioni professionali, che in quelle personali. Sia riguardo alle cose che alle persone. Me ne vado, senza neppure guardarmi indietro. Per farlo ho dovuto frantumare muri di cemento armato – costruiti con impegno da altri per me – che m’impedivano di vedere la grande, immensa, Bellezza della scelta di mollare anche senza aspettare che la cosa sia finita.

Alzarsi dalla poltrona quando il film – per cui hai pagato un biglietto (perché un biglietto lo si paga sempre) – non ti piace, anche solo dopo qualche scena è un tuo sacrosanto diritto. Prendi e te ne vai.

Ho assistito con grande fastidio e sofferenza a film orrendi. Ero lì, immobilizzata dalla paura che se me ne fossi andata sarebbe finito tutto. Tutta la mia vita sarebbe andata in frantumi. Riconoscevo l’inutilità di quella situazione, per me, per la mia anima, ma pensavo che se fossi rimasta avrei comunque potuto fare qualcosa, avrei potuto essere utile. Essere utile a qualcosa/qualcuno, era il punto di vista malato da cui guardavo. L’utilità di quel qualcosa/qualcuno nella mia vita non era neppure contemplata. Pazzesco.

Non sto dicendo che tutto quello che non ci è utile ci è dannoso, ma quasi. Quasi. Davvero quasi. Non pensavo di arrivare a questo punto, ma sono certa che rendersi conto di questa cosa può salvarci la vita. Ostinarci a essere utili a qualcosa/qualcuno non ci garantisce il successo. Spesso ci rende pesanti, ci rende troppo presenti. Troppo presenti. E troppo non è mai bene.

Le cose inutili rallentano gli eventi, ci impediscono di dedicare la nostra energia alle cose utili. Le persone inutili danneggiano il nostro amore per la vita, ci derubano delle speranze e dei sogni e impoveriscono le nostre risorse. Dove c’è scritto che siamo qui per questo? Non c’è scritto da nessuna parte e se qualcuno osa affermare una castroneria del genere ricordiamoci che è solo la sua interpretazione del mondo e come tale non corrisponde a Verità.

Possiamo andarcene di fronte all’inutilità. Sempre. Proprio sempre.

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(424) Bersaglio

Non è bello essere il bersaglio, chi ci è passato lo sa. Lo dovrebbero sapere tutti com’è, così a nessuno verrebbe in mente di scegliersi un bersaglio per sfogare i propri istinti bestiali. Il colpire per fare male, per far morire  – fosse anche solamente l’amor proprio. La crudeltà, la fogna dei sentimenti.

Si fa leva sulla propria presunta forza, come se questa fosse una certezza, ma si sa che di certo a ‘sto mondo c’è ben poco. La supponenza di non essere nel bisogno e per questo essere superiore, come se il bisogno fosse una conseguenza di una mancanza di capacità o intelligenza, ma si sa che come la fortuna non c’è niente di più cieco del bisogno.

Possiamo anche far finta di nulla, pensarci invincibili, ripeterci che il nostro bersaglio se la sia meritata e che prima o poi doveva pur capitare che ci fosse qualcuno capace di fargliela vedere. Possiamo, ma si sa che certe coperte son troppo corte e che il sangue è difficile da lavare via.

Essere un bersaglio ti fa correre come una lepre, anche se le gambe ti tremano, anche se il cuore ti scoppia. E ti fa pregare, anche se non hai mai creduto in nessun Dio. Essere un bersaglio ti fa tirare fuori la tua fame di vita, ti scopre la forza che mai avresti sospettato di avere, ti acuisce i sensi e ti fa pensare in fretta. Soluzioni che arrivano e ti sembrano la salvezza, e anche se non lo sono a quel punto va bene lo stesso, sempre meglio che niente.

Essere un bersaglio, se sopravvivi, ti rende più duro e pronto a quel che sarà. Ti giuri che non capiterà di nuovo e sei pronto a tutto pur di mantenere la promessa. Chi gioca a tiro a segno non si aspetta una reazione. E fa male.

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(423) Juke-box

Monetina, scegli la canzone, pigia il tasto e… musica. E ti compravi così due/tre minuti di spensieratezza o di nostalgia o di quello che ti sembrava potesse farti stare bene, per un po’. 

Un gesto che facciamo tutti e che facciamo continuamente, anche se non ce ne rendiamo conto. Monetina, scelgo la canzone, pigio il tasto e… musica. E quando parte la musica tu stai lì per un po’ e ti immagini qualcosa, qualcuno, che c’era e non c’è più, o che non c’è mai stato e non ci sarà mai, o che potrebbe comparire all’improvviso per cambiarti la vita. Ci concediamo un sogno mentre dondoliamo la testa, mentre ciondoliamo il corpo seguendo un ritmo, una melodia che veste il nostro sentire/sentirci per un po’.

Credo che a nessuno dovrebbe essere tolto un sogno, mai, in nessun modo. Sarebbe come togliere le note da un pianoforte, togliere le ali ad una rondine. Non si fa, non si fa e basta.

So che spesso questi miei pensieri notturni si fanno confusi e tumultuosi, lo so, ma sono nati così e così voglio che rimangano, fissati dai pixel che di poco si allontanano dall’inchiostro che amo tanto. E se parlo di Juke-box e di sogni, di nostalgia e monetine e sentimenti, non è perché non so dove andare, ma perché dove vado ci sono tutte queste cose insieme e molte altre che non si fanno tradurre e prenderle troppo sul serio sarebbe da pazzi ma ignorarle ancora di più.

Nel mio Juke-box le monetine scendono con intenzione, la musica non è mai casuale e la nostalgia si mescola al resto come se non ci potesse essere nient’altro a sollevarmi dalla terra. Forse non sarà il miglior sistema per gestire i pensieri, ma è abbastanza per decorare a modo mio questa vita che semplice non è. Mai.

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(422) Cuspide

In astrologia la cuspide è una linea immaginaria che divide un segno zodiacale da quello successivo e da quello precedente. Una linea immaginaria è quel sottile spazio dove tutto può succedere e lì, in quello spazio, non c’è regola che tenga.

Se sei cuspide ti puoi permettere il meglio e il peggio di due segni zodiacali senza colpo ferire. Come avere un bonus senza scadenza che ti permette di fare e di essere più cose contemporaneamente e non hai neppure bisogno di giustificare sentimenti e azioni, basta dichiarare il tuo stato e il mondo capisce, accetta, passa oltre.

A quelli come me, quelli che odiano certe furbate, stanno sulle palle le cuspidi, ma ammetto che essere cuspide può risultare nel concreto piuttosto divertente.

Ho sempre pensato che essere tutta d’un pezzo fosse una gran fregatura, eppure anche se nella piena consapevolezza dei miei limiti non ho mai saputo fare altrimenti. Mai saputo darmi la possibilità di mutare forma pur rimanendo sempre una fan del “contengo moltitudini” del poeta Walt Whitman.

Forse che mi contraddico? | Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico, | sono vasto, contengo moltitudini.]

Do I contradict myself? Very well, then I contradict myself, I am large, I contain multitudes.

Ecco, Walt, non te l’ho mai confessato, ma contenere moltitudini a volte non basta, bisogna pure avere le palle per farle uscire ‘ste moltitudini, perché chiuse in una scatola fanno la muffa. Molto probabilmente, azzardo, non ne ho mai avute abbastanza di palle.

Quindi esplicitarsi in incongruenze, discontinuità, contrari e opposti, oltre che risultare liberatorio potrebbe anche essere un modo per riscoprirsi e riprendere un posto nell’Universo che non sia troppo scontato o troppo noioso. Ovviamente tutto questo lo trovo bellissimo in teoria, in pratica mi risulta faticoso e dispersivo. Va a finire che se mi ci ostino creo a me stessa più disagio che libertà e, pur guardando con meno fastidio le cuspidi, rimango nel mio pezzo convinta che – tutto sommato – una certa solidità a qualcuno dovrà pur piacere.

A me, onestamente, non dispiace, ma non nego sia la mia ignavia a parlare per me. Mah!

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