(768) Vetrina

Si mette in mostra il meglio di sé sperando di vendersi. Questa dovrebbe essere la regola. Se lo fosse sarebbe tutto chiaro. Compri non solo quello che vedi – presumibilmente il meglio – ma anche quello che ci sta sotto e sopra, dentro e dietro.

Non funziona così, però, perché non sempre oltre quello che vedi c’è dell’altro. E se fosse solo un bene o solo un male sarebbe tutto molto più semplice. Eppure, se compri soltanto quello che vedi e c’è potrebbe non bastarti, se compri anche tutto quello che non vedi – nove volte su dieci – ti maledici per non averci pensato almeno mille volte prima di portartelo via. Tirando le somme: mai una gioia.

Poi ci sono quelli come me, e qui – modestamente – si aprono le voragini dell’inferno. Chi non ci ha mai puntato nulla su quello che stava mettendo in vetrina: per insicurezza, per incapacità strategica, per impossibilità reale o immaginata, per pigrizia, per indolenza e per qualsiasi altra ragione. In ogni caso, alla fine dei conti, sempre uno sbaglio. Enorme.

Concentrarsi su tutto quello che sta sotto, sopra, dietro, in parte, probabilmente per chi è fatto della mia stessa pasta, è prioritario rispetto a ciò che sta mettendo in vetrina. Per la serie: non capire un cazzo. Lo dico ora, ora che è tardi per mettere in mostra il meglio perché – evidenza dei fatti – è svanito con il passare dei troppi anni e delle vicissitudini maledette della vita. Infatti, ci ho riflettuto solo ultimamente. Voglio dire, ero così impegnata con le millemila idiozie che mi riempiono il cervello che la cosa più ovvia m’è passata sotto il naso e io… niente. Girata dall’altra parte.

Mi sorprendo sempre di quanto il mio “vedermi” fuorvia il 99% del mio “vivermi”. Considerato che la mia vista s’è ridotta – notizia fresca fresca e alquanto traumatizzante – e che nuovi occhiali stanno per posarsi sul mio naso, mi posso solo augurare che con le nuove lenti io possa scoprire ciò che ancora di me non ho saputo vedere. Così, tanto per approfittare del tempo che mi separa dalla cataratta senile. Perché se dice male dice male, e girarsi dall’altra parte non serve mica. Eh.

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(761) Relax

Il mio concetto di relax fa acqua da tutti i pori. Quello che per ogni Essere Umano di buonsenso è semplice pratica-del-non-far-niente, per me diventa motivo di macchinazione sui modi che potrei impiegare per fare qualcosa per distendere i nervi.

Ovvero: fare qualcosa per rilassarmi. Presente?

Dovrei io prendere in considerazione il non-fare-niente come pratica di rilassamento forse? Giammai! Devo leggere e sottolineare e commentare a bordo pagina, possibilmente, o devo guardare un film mentre controllo la posta e prendo appunti per possibili progetti futuri, o mentre passeggio mi immergo in riflessioni senza fondo sul da farsi per risolvere questa o quell’altra situazione e via discorrendo. In poche parole, se per me la meditazione è pura utopia, il relax è ridicola presa in giro. Non c’è mai una non-attività di qualsivoglia angolo del mio cervello, non c’è mai lo scorrere del tempo fine a se stesso, non c’è mai il cazzeggiare a fondo perso. Mai. Al massimo sospendo un pensiero ossessivo per sostituirlo con un altro finché mi stanco e riprendo in mano quello lasciato in naftalina il mese precedente.

Il relax dei sani di mente mi è precluso, arrendiamoci all’evidenza.

Se sotto la doccia mi vengono le idee migliori, se guidando mi compaiono davanti soluzioni geniali, se giocando a Toon Blast o a Wood Block ho squarci di lucidità dove poter costruire una strategia, tutto questo NON è relax. E se me ne sto seduta comoda, magari sdraiata, ascoltando musica e pensando al niente (madddove?! maqqquando?!), è ovvio che dopo tre minuti m’addormento… e neppure questo è relax, è dormire – che è tutta un’altra storia santiddio!

Va a finire che mi mancano proprio le basi. Le basi per vivere intendo. Ma che ve lo dico a fa’, ormai lo sapete meglio di me.

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(614) Affanno

Non lo so, non so perché non riesco a rallentare o se ci riesco mi passa la voglia dopo dieci secondi netti. Pensare è un boomerang, bisognerebbe evitarlo. Dico sul serio. Solo che se sei predisposto al pensiero, non puoi mica smettere di praticarlo soltanto perché hai scoperto che non ti conviene. Diventa una croce che ti porti appresso per l’Eternità.

Ora che mi sono sfogata vediamo se riesco a tirare fuori qualcosa di sensato da questo argomento: non era previsto, m’è uscito così e senza valutare bene la portata della cosa ho deciso di scriverci sopra. Senza pensarci, tanto per intenderci. E già qui la contraddizione. Lo so.

Riportando il discorso sul topic del titolo, posso ammettere serenamente che ce l’ho da sempre. Ho sempre l’affanno. Rincorro sempre qualcosa, non qualcuno, o perlomeno quel qualcuno alla fin fine sono sempre io. Io che rincorro me stessa mentre mi obbligo a fare delle cose che se non le facessi avrei troppo tempo libero e inizierei a pensare pensare pensare – che non mi fa bene affatto.

I miei pensieri istintivi sono distruttivi. Quando mi impongo pensieri costruttivi è per uno scopo: compiere qualcosa. Mi viene facile:

           idea => progetto => realizzazione => nuova idea => nuovo progetto  => nuova realizzazione e via di questo passo.

Ormai lo so come si fa e lo faccio, semplice. Se, invece, decido di prendermi un weekend per riposarmi – e quindi non pensare in modo costruttivo – ecco che vengo presa d’assalto dai pensieri distruttivi. Che non sono soltanto distruttivi, sono proprio D-I-S-T-R-U-T-T-I-V-I. Rafforzando la grafia spero di aver reso l’idea.

Lo so, ce li hanno tutti e bla-bla-bla-bla, ma non è che questo mi sollevi dal marasma o che mi crogioli nel mal-comune-mezzo-gaudio!

Se questi Carterpillar trovano spazio, in poche ore sono ridotta a uno straccio. Inzio a mettere in discussione tutto quello che mi riguarda: da cima a fondo, da dentro a fuori, dall’anno 0 fino a oggi. Non rimane nulla se non macerie. Non lo auguro a nessuno, davvero. Quindi i consigli degli amici – che lo so che mi vogliono bene ma ignorano l’esistenza di questa mia nevrosi – che iniziano con un innocuo rilassati-e-non-pensare-a-niente, mi provocano una sorte di affanno che non so neppure descrivere.

Va bene, credo di aver capito, se la soluzione è tenermi impegnata, non devo far altro che mettere in atto la strategia e mantenermi impegnata.

“Ok, Houston, forse possiamo tenere sotto controllo il problema. Passo e chiudo.” 

I’ll sleep when I’m dead (cit. Bon Jovi)

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(606) Goal

Mai vinto davvero una partita, lo so, ma ho fatto tanti goal. Mai abbastanza, lo so, ma ne ho fatti tanti e pure belli. Quelli che te li riguarderesti mille volte perché sono il frutto di una strategia, di un disegno fatto per bene. Giusto che lo tenga presente, di tanto in tanto, altrimenti mi sembra che il tempo trascorso non sia servito a niente.

La grande ambizione, com’è ovvio che sia, è quella di poter vincere una partita, almeno una volta. Una tripletta coi controfiocchi, vittoria clamorosa e… adios, mi riposo per un po’. Sì, mi piacerebbe.

E lo so che ci sono campioni e poi ci sono io, lo so. So anche che ci sono partite facili, in cui manco mi ci metto, e partite quasi impossibili – le mie preferite, c’è da dirlo? – quindi non è che se non vinco è perché sono proprio una schiappa… è che alzando il tiro, magari manchi la porta proprio quando quel punto ti farebbe portare a casa la vittoria, e se perdi una partita così tosta sai che puoi sempre dare la colpa alla sfortuna (anche se la sfortuna non ne ha alcuna di colpa).

No, al momento non sono intenzionata a mollare. Sto aspettando l’occasione giusta per giocarmi tutto, ogni grammo di energia rimasta, e vedere come va a finire. Devo ammettere che non mi aspettavo di arrivare fino a questo punto e, un senso, questa lentezza perversa ce l’ha. Pazienza non ne ho più molta, forse anche questo potrebbe giocare a mio favore al momento opportuno. Ci sono cose da completare, percorsi da compiere, progetti da realizzare.

Ma che scherzi? Sono qui per questo.*** [cit. G.P.]

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(533) Supposizione

Supponiamo che il nostro modo di concepire la vita fosse stato blandamente sfasato da una serie spropositata di fraintendimenti – alcuni voluti e altri inconsapevoli – e che stessimo sbagliando tutto. Ma proprio tutto.

Supponiamo che qualcuno ad un certo punto decidesse che vale la pena rimettere le cose nella giusta prospettiva prima di ritrovarci coinvolti in un’esplosione atomica di portata mondiale.

Supponiamo che questo qualcuno fossi io. Da dove inizierei? Non lo so. Non ne ho la più pallida idea. Per quanto io ci possa pensare, non lo so e basta.

Ecco, ho appena avuto una presa di coscienza importante: non ho le conoscenze necessarie per poter capire dove e come agire per risolvere la montagna di problemi di cui siamo sommersi. L’ho fatto io, possono farlo tutti. Dovrebbero farlo tutti, specialmente chi ci vuole convincere che saprà governare questo mondo meglio di tutti gli altri perché sa, perché ha capito, perché è lui il prescelto per salvare il mondo.

Ora, non è che questi poveri mentecatti siano da colpevolizzare troppo per avere una bocca come una fogna che ci dà in pasto i loro deliri di onnipotenza – perché un idiota non si rende conto della propria idiozia – ma noi lo siamo. Noi che pensiamo che un Essere Umano – o un gruppo ridicolo di Esseri Umani – possa avere la benché minima idea di cosa fare per sistemare le cose, noi siamo patetici. Siamo degli squinternati che meritano il delirio di questa manica di mentecatti a cui diamo in mano il potere di professare la propria idiozia come fosse la nuova religione a cui immolarci.

Nel mio piccolo ascolto volentieri chi mi propone una possibile via da percorrere per vedere se può funzionare. Amo l’umiltà di pensiero, parole, opere e intenzioni. Nel mio piccolo ascolto volentieri chi si prende carico degli abbagli e degli errori per valutare meglio le strategie adottate e le conseguenze impreviste da smazzarsi. Nel mio piccolo ascolto volentieri chi mi dice: “rimbocchiamoci le maniche e cominciamo a ricostruire” piuttosto che farmi infervorare da un “spacchiamo tutto, che tutto fa schifo”. Nel mio piccolo, queste cose piccole fanno la differenza. Tutta la differenza del mondo.

Supponiamo che ci sia una possibilità, supponiamo che ci sia un modo. Bello vero?

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(353) Scacchi

strategia /strate’dʒia/ s. f. [dal gr. stratēgía (lat. strategĭa) – 1. (milit.) a. [individuazione degli obiettivi di una guerra e dei mezzi per conseguire la vittoria: s. terrestre, aerea] ≈ Ⓖ piano. b. [impostazione e condotta delle operazioni belliche da parte di un comandante, di un esercito: la s. romana nella seconda guerra punica] ↔ tattica. 2. (estens.) a. [individuazione degli obiettivi generali di qualsiasi settore di attività pubbliche e private, nonché i modi e i mezzi più opportuni per raggiungerli: s. politica; s. di sviluppo] ≈ piano, progetto, programma. b. [modo accorto di agire per raggiungere un fine: se vuoi conquistare quel ragazzo, devi cambiare s.] ≈ linea, tattica.

Non so giocare a scacchi e mi dispiace. Mi dispiace perché sono convinta che sia un’attività mentale sopraffina. Non so giocare a scacchi perché non mi ci sono mai dedicata, non li ho mai preso in considerazione, ho sempre pensato che non facessero per me.

Fino a oggi credevo che ci volesse un quoziente intellettivo piuttosto alto per giocarci e ben consapevole dei miei limiti ho archiviato la cosa come non adatta. Mi sono accorta ora, però, forse perché sono un po’ stordita dall’antidolorifico per una lombosciatalgia fulminante, che forse c’è sotto un’altra cosa, ovvero: non sono una brava stratega. Intendo dire, che di mia natura non sono portata alla strategia d’assalto. Non ci sono portata, non è cosa da me. Questo è il punto cruciale su cui la mia vita ha inciampato, continuamente.

Non sto dicendo che tutti lo debbano essere – strateghi sopraffini – sto solo dicendo che ogni volta che c’è bisogno d’esserlo io devo impormelo e iniziare a elucubrare selvaggiamente, senza scrupoli, determinata e implacabile. Quindi vado in modalità stress e la mia schiena si blocca. Non mi sorregge più, esausta si arrende e io crollo.

Mi domando: basta saperlo o urge costruire ciò che manca per sorreggere tutto il resto? I don’t know. Magnus Carlsen aiutami tu!

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