(568) Praticamente

Preferisco ragionare in termini pratici, anche quando sogno. Lo so, potrebbe sembrare un ossimoro, ma mi ci trovo bene perché in questo modo i miei sogni vestono l’abito della progettualità e sono più alla mia portata. Una questione di gestione oculata delle aspettative, mettiamola così.

Praticamente succede che quello che io tratto come idea da realizzare, procede esattamente su quella strada, per quello che è, per quello che l’ho convinta a essere. Non ci sono dubbi né ripensamenti. Praticamente non devo far altro che schiacciare a terra le aspettative e farmi bastare quello che resta dell’idea: il lavoro forsennato. Il segreto per tenere botta sta nel fare del tuo lavoro forsennato un buon motivo per alzarsi dal letto ogni mattino.

Ricordo una circostanza, che mi vedeva protagonista di un’interrogazione, in cui il mio intercalare praticamente mise di cattivo umore l’insegnante che a un certo punto sbottò: “Non c’è niente di pratico in un romanzo, signorina Favaro!”. Ecco, questa cosa da quel momento in poi ha girato tra i miei neuroni e con nessun tipo di ragionamento c’ho visto del giusto. No, Prof, in un romanzo tutto è pratico, altrimenti sarebbe rimasta aria fritta. A quel tempo non avrei saputo dirlo, neppure pensarlo, ma ora sì e saprei argomentarlo per ore.

Partendo da questo presupposto, è facile spiegare la mia idiosincrasia per l’aria fritta. Tutto ciò che è privo di contenuti mi appare inutile. Mi rendo conto che forse sono fuorviata da alcuni pregiudizi sparsi sulla via del mio ragionare, ma davvero i contenitori vuoti sono inutili finché non li riempi e se esiste una teoria che dice il contrario… bé, fa niente, non cambierò idea soltanto perché una teoria si sa esprimere meglio di me.

Il contenuto di questo mio post lo trovo sostanzioso e nella pratica è stato tutto dimostrato, da ogni passo fatto sul mio cammino. Che è reale, non aria fritta.

Amen.

 

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(567) Teoria

In teoria chi fa bene merita bene e chi fa male merita male. Balle. In teoria quello per cui lavori – con passione e dedizione – prima o poi lo raggiungi. Balle. In teoria se vuoi veramente una cosa e ti avvii in quella direzione prima o poi la ottieni. Balle. Balleballeballeballeballe.

La teoria sa essere bastarda, non gliene frega nulla di venire sbugiardata perché si appella al peggio dell’umanità che è la causa di tutto. Francamente questa spiegazione non mi basta: se in teoria funziona allora in pratica si deve concretizzare, altrimenti che diavolo di teoria è?

Uno sta lì ad affinare il pensiero, a smussare ogni angolo teorico, e tutto si risolve in uno sfanculare l’analisi, lo studio, l’aggiustamento per frantumarsi contro un ostacolo qualsiasi. La teoria è sempre troppo vulnerabile davanti alla pratica, perché le diamo ancora credito? Non ci ha deluso abbastanza? Ecco, con lei non funziona così, a lei le si dà più possibilità, ci sono le contingenze e le circostanze e le pertinenze e cos’altro ancora?

In teoria tutta questa teoria che ci riempie la bocca va a disintegrarsi contro ogni sassolino che le capita sulla strada come se fosse un muro di cemento armato. La cosa incredibile che è un attimo a farne su un’altra per sostituirla, un attimo! Ma mettiamoci un po’ di più – santiddio – che magari la facciamo meno fragile, meno friabile… che magari duri un paio di giorni in più… che magari sappia affrontare qualche cunetta, che galleggi durante una tempesta o sappia ballare se c’è uno smottamento… insomma!

In teoria son bravi tutti. Nella pratica diventiamo un allevamento di microcefali. E non c’è più niente da aggiungere.

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(566) Noioso

Noioso quando sai già come va a finire. Nessuna attesa, nessuna suspense, nessun tremore = noia. Questo tipo di noia ha il peso del “perdere tempo”, se mi accorgo che sto perdendo tempo il fastidio si trasforma in furia perché il tempo non si perde!

Noioso quando qualcosa che si ripete a martello ti porta all’esasperazione, anche in questo caso il fastidio si trasforma in furia e vado di katana. Perché passare il mio tempo cercando di tenere lontano il fastidio è perdere tempo e il tempo non si perde!

Noioso è tutto quello che con me non c’entra niente: per esempio litigare è un’attività noiosa, fastidiosa, senza alcun senso utile. Noioso è chi fa il fenomeno, chi pensa di poterti passare sopra senza colpo ferire, chi dice di saperla lunga e pensa che a te freghi qualcosa.

Andando per deduzione, tendo ad annoiarmi poco perché scelgo di fare cose interessanti e di interagire con persone altrettanto interessanti, ma non riesco proprio a limitare il fastidio che provo nel dover affrontare rotture di scatole a non finire durante la giornata. Ho provato a respirare profondamente, ad affidarmi al mio Buddha interiore, a lanciarmi in apnee inquietanti, ma non funziona: il fastidio ha sempre la meglio.

Mi rendo conto che questo stato rende me fastidiosa agli altri, ma non ci posso fare niente. L’idiozia mi infastidisce, l’inettitudine mi infastidisce, la spocchieria mi infastidisce, l’arroganza mi infastidisce, l’indolenza mi infastidisce ecc. – sì, la lista potrebbe continuare per giorni – e essere infastidita mi infastidisce. Non se ne esce.

Una doccia bollente, qualche buon proposito per domani, un buon libro in cui immergere i pensieri e… buonanotte.

 

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(565) Zucchero

Ne basta un po’ e la pillola va giù, lo dice Mary Poppins e prova a darle torto se ci riesci. La pillola va giù. Trovare lo zucchero per far andar giù le pillole non è cosa scontata, soprattutto per quelle pillole che ne richiedono quantità enormi. Ma se la pillola la vuoi ingoiare – vuoi? – allora procurati lo zucchero e non fare tante storie.

Troppo zucchero, però, non fa bene quindi se stai andando in overdose il mio consiglio spassionato è: non ingoiare troppe pillole. Semplice. Non è che tutte le pillole devono essere accettate come inevitabili, no? Chi lo ha detto? Facciamo in modo di scegliere tra quelle che devi proprio prendere e quelle che puoi lasciare lì tranquillamente.

Lo dico in un altro modo: se una cosa non ti va bene, non ti va bene e basta. Diamo per scontato che avrai pure le tue buone ragioni. Non si tratta di capriccio o di schivare le proprie responsabilità, a volte non ti va bene perché lo trovi moralmente ingiusto, opprimente, nauseante, ripugnante. E se è così, niente zucchero e niente pillola. Basta. Si prende il coraggio a due mani e lo si usa per opporsi a quello che a uno sguardo superficiale sembra inevitabile.

Poche cose sono inevitabili nella vita, una di queste è la morte e se pensiamo di ingoiare tutte le pillole che ci propinano e passarla liscia allora sì che andremo incontro a una brutta fine. Intossicazione, come minimo. Io preferisco il salato, ma so trovare lo zucchero in tutto quello che faccio altrimenti non lo farei, davvero non lo farei. Il veleno lo lascio a chi si pensa immortale. Io, no, non lo sono e non sono neppure particolarmente dotata. Ho imparato a prendere quello che è davvero inevitabile e a digerirlo, come ho imparato a lasciar lì sul comodino quelle pillole che non sono – in realtà – lì per me.

Strano a dirsi, ma sono ancora viva a raccontarla. Vorrà pur dire qualcosa questa stramberia, no?

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(564) Grinta

Oggi m’è saltato in mente una cosa e sto ancora facendomela girare di neurone in neurone per cercare di capirla meglio. Magari scrivendola qui mi riuscirà più facile. Tutto gira attorno a una parola: grinta.

La grinta è quella cosa che ti spinge avanti anziché fare un passo indietro. La grinta ti fa sembrare spavaldo, ma non è detto che tu lo sia. La grinta per alcuni è fastidiosa perché si veste, a volte, di aggressività, ma spesso è molto lontana dalla violenza essendo soltanto piena di esuberanza. La grinta di certe persone prende una piega brutta, ma in certe altre fa accadere cose molto molto belle. In effetti, la grinta come tutte le caratteristiche dell’animo umano la si può usare in diversi modi e non sempre vengono usate nel modo migliore, non sempre vanno bene per tutti.

Ecco, appurato questo, proprio ora mi sto rendendo conto che la mia grinta ha un sapore un po’ atipico. Mi passa dentro veloce, ma produce in concreto effetti lenti, visibili solo a lungo termine. La mia grinta non è fatta per spaccare, ma per avanzare gettando a terra una mattonella dopo l’altra finché non si arriva alla prossima spiaggia. E nonostante questa sua indole silenziosa e laboriosa, sta sulle palle a diverse persone, proprio quelle che usano la propria grinta per spaccare. Non è che pretendo di insegnare niente a nessuno, per l’amore del cielo, ma mi sono francamente rotta le scatole di parare i colpi di chi non sa gestire in modo produttivo la propria grinta e pensa che io c’entri qualcosa con questa loro mancanza.

No, non c’entro proprio niente, già faccio fatica a gestirmi la mia figurati se mi vado a intromettere in quella degli altri. Non ho tempo, né voglia, né energia sufficiente, sorry.

Non è una lamentela, è un pensiero assertivo che mi va di tradurre in parole per questo post serale, perché ogni tanto mi trovo nella condizione fortunata di capire qualche cosa e quando succede un piccolo salto quantico si esplicita qui davanti ai miei occhi e la mia grinta ritrova la sua forza.

Grinta è un modo cazzuto per definire un atteggiamento che è proprio di chi non è intenzionato a fermarsi soltanto perché qualcuno gli mette i bastoni tra le ruote. Ecco, io ce l’ho e credo che sia proprio questa caratteristica della mia anima a cui io debba dire grazie ogni mattina di ogni giorno della mia vita.

 

 

grinta s. f. [dal got. ✻grimmitha “che fa paura”]. – 1. (non com.) a. [di persona, faccia deforme o dall’espressione arcigna] ≈ [→ GRIFO¹ (2)]. b. [espressione corrucciata] ≈ (fam.) broncio, (lett.) cipiglio. 2. (estens., non com.) [predisposizione ad affrontare gli altri con eccessiva sincerità, senza vergognarsi di nulla] ≈ faccia di bronzo (o, volg., di culo), faccia tosta, sfacciataggine, sfrontatezza. ↔ discrezione, pudore, riserbo. 3. (estens.) [desiderio saldo e tenace di imporsi: un atleta che ha g.] ≈ carica, combattività, decisione, determinazione, energia, fermezza, forza, mordente, polso, risolutezza, volontà. ↑ accanimento, aggressività. ↔ arrendevolezza, debolezza, incertezza, indecisione, irresolutezza. ↑ remissività, soggezione.

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(563) Portale

Si apre una fessura e vengo risucchiata nel mio iperuranio e non mi fermo più. Posso continuare a parlare per ore, senza perdere un colpo, andando a braccio, finché qualcuno non ha il buonsenso di fermarmi. 

Mi è successo anche oggi, oggi che avevo davanti a me sette anime accoglienti che volevano sapere cos’è una storia e come si scrive una storia… non ricordo neppure quello che ho detto, ma so che tutto aveva un senso: solido, tangibile, prêtàporter. Lo do per scontato. Nel mio iperuranio funziona così.

Dal canto mio, però, ricordo quello che queste sette anime mi hanno raccontato, ricordo le domande che mi hanno fatto, ricordo i loro visi, nomi, sorrisi e quelle zone scoperte che chiedevano un riempimento. Non so se per qualcuno questo può avere senso, ma so che lo ha per me. Non mi serve altro.

E ho superato anche il chi-sono e il cosa-faccio, ho superato il quanto-valgo e il quanto-non-sono-abbastanza, ho superato il cosa-vorrei-essere e anche il cosa-non-sarò-mai… sono approdata al chi-se-ne-fotte-sono-quello-che-sono. E non è che sia un posto comodissimo, neppure splendente, men che meno rassicurante, è soltano una zona dove posso riposarmi. E ho un disperato bisogno di riposarmi, quindi starò qui, che sia per un anno o per sempre non ha alcuna importanza, starò qui.

Varcherò il mio portale ogni volta che potrò, accederò al mio iperuranio ogni volta che vorrò, respirerò aria pura o veleno a seconda della disponibilità. Sono civetta, d’altro canto, senza chiedere il permesso e senza chiedere scusa vivo nella notte più che nel giorno e la mia notte è infinita e non così spaventosa. Lascio che luce mi sia da guida, e nella notte ogni luce ha più potenza.

Ad occhi aperti. Sempre.

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(562) Kindle

E chi l’avrebbe mai detto. Chi? Io no di certo.

Io che guai a chi mi tocca un libro. Io che anche se il libro l’ho letto e non mi è neppure piaciuto faccio una fatica boia a lasciarlo, a darlo in prestito. Io che se devo scegliere tra un libro e un vestito, scelgo di spendere i miei pochi soldi nel libro, cascasse il mondo, a costo di girare per un mese con gli stessi indumenti addosso. Chissenefrega, abbasso-la-moda-evviva-la-cultura!

Ecco, io – la stessa io di cui sopra – mi sono regalata anni fa un Kindle, perché non potevo più snobbarlo, dovevo per forza capire perché quella cosa fosse così apprezzata. Dovevo, per una questione di onestà intellettuale. Quindi, dopo i necessari passaggi per registrarsi e memorizzare la carta prepagata (rigorosamente, perché va bene fare danni ma una regola ci vuole), eccomi lì a scegliere dalla enorme vetrina di Amazon qualcosa che potesse interessarmi. Ok, inutile andare oltre, confesso che ho nel mio Kindle circa 600 libri e che ne ho letti soltanto 200. Confesso che quando mi arrivano le superofferte del giorno, due volte su cinque, se non ci fosse Bezos che mi avverte che quel libro l’ho già acquistato nel 2001 io me lo ricomprerei di nuovo – la cosa peggiore? Anche se me lo sono già letto perché non me lo ricordo manco pe’ niente.

Detto questo, negli ultimi mesi mi sono comperata una ventina di libri cartacei che sto leggendo alla faccia del mio povero Kindle. Sì, lo so, sono una brutta persona, ma se i libri non ce li ho davanti al naso io me li dimentico. Mi devono proprio guardare in faccia e dirmi “Ao’ sto a fa’a muffa!” e allora io accorro e provvedo. In tutto questo e nonostante tutti i miei limiti, affermo con forza che io AMO il mio Kindle e che appena finisco ‘sta pila sul comodino me ce metto sotto con la lista quasi-infinita che c’ha dentro dei libri spettacolari, giuro.

Mi basterà questa vita o ne devo prenotare un’altra?

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(561) Scarpe

Ci sono quelle belle, ma proprio belle, tanto belle che non le indosseresti mai per non sciuparle. Ci sono anche quelle sbalorditive, che ti lasciano a bocca aperta, ma che non indosseresti mai perché già ti vedi stesa a terra dopo il primo passo. Ci sono quelle belle e comode, le migliori, ma sono difficili da trovare. Quelle comode ma non proprio bellissime, che indossi ignorando un filo di senso di colpa per non essere così femminile come dovresti. Ci sono anche quelle stracomode e inguardabili, che tua nonna in pantofole a confronto diventa Jessica Rabbit, e prima di indossarle ci metti un po’, devi abituarti all’idea più che altro. Poi un giorno hai mal di schiena, o sei proprio scazzata, e allora le guardi e pensi che un giretto non te lo puoi negare, dopotutto. Ok, da quel momento in poi non te le faresti togliere neppure da Brad Pitt se ti saltasse addosso. 

Detto questo affermo che nella vita ci si può abituare proprio a tutto, dipende dal grado di sopportazione, dalla resistenza, dallo spirito di adattamento, dal bisogno di comodità o di essere “a norma”, anche dalle priorità che ci si dà  – perché no. Comunque, ribadisco: ci si può abituare a tutto, a tutto proprio. Quindi ormai non mi sorprendo più di nulla, che parta da me o da chiunque incontri.

Eppure, io non indosserei mai le scarpe di qualcun altro, chi lo farebbe? Lo fai solo se devi, se ci sei costretto, vero? Questo la dice lunga sulla nostra capacità di aggiustamento, non credi?

La cosa certa è che le scarpe sono importanti perché ci dovrebbero aiutare a poggiare il passo, a camminare sicuri, ad avanzare calibrando il ritmo, a deambulare senza soffrire più di tanto (si spera). Sono convinta che portare la scarpa sbagliata può rovinarti la giornata, la settimana, il mese… anche l’intera vita. Bisognerebbe sceglierle con cura le scarpe, bisognerebbe pensarci bene, valutare attentamente ogni dettaglio: la vestibilità, la resistenza, la tenuta del tempo, le fattezze, il colore, le rifiniture, l’armonia della forma.

Se non ci si pensa in tempo si rischia grosso. È bene saperlo, è bene che si sappia. Bisogna proprio dirlo. Ecco, l’ho detto.

 

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(560) Chiacchiere

Le chiacchiere stanno a zero. Sul serio. Alla fine, quando tiri le somme, ti rendi conto che ci sono cose che sanno parlare senza bisogno di tirar fuori la voce e altre che per quanto riescano a rincretinirti di parole non ti lasciano niente.

E dire che a me piace comunicare, dire, far uscire suoni abbracciati ai pensieri, ma ci sono giorni in cui la mia voce si piega e si accascia al suolo, esausta. Mi rendo conto che metà di quello che dico è stato buttato. Non ha neppure scalfito la superficie del guscio contro il quale si è andata a schiantare. Energia sprecata, tempo sprecato, voce sprecata e intenzione mortificata.

Quando sono sola, le chiacchiere degli altri non mi colpiscono e le mie smettono di avere peso. Il mio chiacchierare con me stessa è leggero, più che altro un accompagnamento, e se i pensieri sono troppi arrivo al silenzio. Il silenzio seda le chiacchiere, anche quelle degli altri. Se tengo botta e non mi lascio andare a commenti, se riesco a lasciar correre, la persona che mi sta rintronando con i suoi bla-bla-bla dopo poco molla e se ne va via. Non regge il silenzio uno che vive di aria fritta. 

Quando riesco a ripulirmi da tutte le parole che mi hanno lanciato contro e che si sono appiccicate ovunque, mi sorprendo di quanto alcune siano riuscite a bruciarmi ogni strato e che comunque non se ne andranno. La non-dimenticanza è una questione di ferite, la pelle non dimentica e la pelle non perdona… perché il cuore dovrebbe? 

Le chiacchiere stanno a zero. Sul serio. A zero proprio.

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(559) Vintage

Il gusto di un passato che ti manca perché quello stile, quella qualità, quel sapore ormai si è perso. Tu lo rivuoi nel tuo presente e te lo vai a cercare. Se non lo trovi in originale cerchi di riprodurlo. Lecito? Sì, lecito.

Solo che come ogni cosa che parte bene, se la spingi all’inverosimile finisce male. Finisce che la buona intenzione si trasforma in baracconata e il buongusto va a farsi benedire. Va bene che si recuperi ciò che aveva valore, ma ci sono milioni di cose del passato che non avevano valore al tempo e men che meno adesso. Ce ne rendiamo conto?

Il pensiero vintage del “moglie e buoi dei paesi tuoi” – dando per scontato che in questo concetto manca chiarezza (tipo: quanti paesi uno deve avere? Se i paesi sono più di uno, va da sé che la doppia/triplice cittadinanza comporti una serie di mogli e di buoi variegata, no?) perché dovrebbe essere “moglie e buoi del paese tuo” – era idiota un secolo fa come lo è tutt’ora. 

Gli abiti anni ’80 erano ridicoli – spesso osceni (lo dico con cognizione di causa visto che in quegli anni ero adolescente) – già allora, pensare che siano ripristinate le maglie con maniche a pippistrello e i capelli cotonati mi riempie di scoramento. Progresso, oh progresso, perché non c’è rispetto per te, progresso?

Mi rendo conto di essere ripetitiva, ma se ci mettiamo in tasca il buonsenso e il buongusto è ovvio che le cose ci si rivoltino contro, no? E non c’è moda che tenga, non c’è snobberia che giustichi se stessa, non c’è proprio niente di buono in questo precipitare del pensiero. Il vintage è un modo intelligente per non buttare ciò che è ancora bello, ancora utile, ancora solido. Ma se una tazzina da caffé è sbeccata, a meno che non diventi un pezzo da museo, non è vintage è da buttare!

E se va bene il riciclo, c’è anche da dire che un oggetto logoro e rotto può anche essere gettato via senza per questo sentirsi una brutta persona. Possiamo, per favore, concentrarci sulla parte intelligente delle cose? Un po’ d’impegno dai!

 

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(557) Finto

Lo sgami subito quello che è finto, ti piomba giù nello stomaco come la biglia del flipper che passa in mezzo senza toccare le palette. Presente? Non ci puoi fare niente, sblang e stop.

Un sorriso finto, un grazie finto, un “chiama quando vuoi” finto – e si potrebbe continuare per altri dieci post. Finto perché non sentito, perché obbligato da convenzioni, perché così vanno le cose, perché di quello che pensi di me non me ne frega niente, perché di te non me ne frega niente. Molto semplice, molto vero.

Se è finto non vale nulla, è vero, ma la questione è: perché diamo agli altri qualcosa che non vale nulla? Perché non ci fermiamo un po’ prima? Forse perché siamo ancora legati a quelle buone maniere convenzionali che ci hanno insegnato da bambini? Forse.

Fatto sta, però, che ormai la nuova generazione non ci fa più caso. Noi li chiamiamo maleducati, ma forse ignorano le regole delle buone maniere convenzionali di cui noi siamo stati infarciti per i primi dieci anni della nostra vita. I ragazzi di oggi pensano che un sorriso finto lo fai solo quando è palesemente finto e quindi diventa una sorta di insulto silenzioso. Tecnica interessante, perché semplice e diretta. E funziona.

Il punto non è che dobbiamo insegnare loro le stesse regole di buona convenzionale educazione che forse abbiamo rinnegato una volta adulti (altrimenti le avremmo insegnate ai nostri figli in modo naturale, no?), ma l’educazione civile, quella della gentilezza come qualità dell’anima, magari sì.

Salutare quando si entra in un luogo (o quando si esce) è una cosa che si fa per educazione, un atto di civiltà, qualcosa che fa piacere a prescindere. Se uno ti saluta fai fatica a non ricambiare, no? Se non ricambi sei un cafone, punto e basta. Ecco, essere cafoni non è un valore aggiunto, bisognerebbe dirlo a tutti, anche ai vecchietti che pensano di averne passate troppe per dover ancora sottostare alle sacrosante regole della buona educazione.

Voglio dire che le cose finte hanno zero valore, le cose autentiche contano perché costruite nel tempo con una certa logica e per una certa funzione. Si fa capo a una buona intenzione, la si prende come buona abitudine, la si fa crescere come buona educAZIONE e la si trasmette agli altri in modo naturale, con l’esempio.

Il buon esempio fa nascere il sorriso. Senza sforzo, senza costrizione. Semplice.

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(556) Zippare

Quando è possibile farlo senza essere fraintesi è una meraviglia. Mille cose da dire per spiegarlo, zero voglia di farlo, e ti ritrovi in un mutismo totale. Frustrante. Invece se trovi la persona che coglie al volo il senso di tutto, bastano due cose, due cose scelte – certo – ma brevi perché così non si spezza il mistero, e lo zip non è altro che un salto quantico.

Non succede spesso, tutt’altro. Solitamente zippare significa tagliare corto perché ti rendi conto che l’attenzione che la persona che ti sta di fronte ti può offrire è ridotta a 10 secondi lordi. Allora che fai? Un rapido calcolo e scegli le parole chiave per condensare il pensiero. Ti rendi conto che diventa ben misero, ti rendi conto che la comunicazione è un’altra cosa, ti rendi conto che a quel punto te ne potevi anche stare zitta che sarebbe stata la stessa cosa, anzi meglio. Sì, ti rendi conto, eppure ci sei cascata un’altra volta. Hai peccato di ottimismo, ti sei illusa che potesse funzionare, che dalle parole chiave si sarebbe scivolati in una domanda di interesse e da lì in un pensiero più condito e poi magari il salto quantico.

Brutta cosa l’ottimismo. Crea aspettative soltanto per fartele sbriciolare dalla realtà. La realtà spesso è cinica, sa già che basta poco a sbrindellare e ridurre in cenere le buone intenzioni, basta mezzo metro di silenzio. E il tonfo echeggia per anni. Pazzesco.

Puoi comprimere, sì, un pensiero anche se è ramificato, ma come si fa a zippare un sentimento? Come puoi ridurlo, accorciarlo, abbreviarlo, farlo striminzito anzitempo? Quando il sentimento sta lì nel pieno della sua forza, come puoi comprimerlo per riuscire a farlo arrivare al mondo? Già è difficile tenerselo dentro, che si deve fare spazio tra gli organi e inizi a sentire dolori dappertutto, come puoi pensare di farlo uscire stritolato e inscatolato?

Eh, son belle domande queste. E adesso chi riesce più a dormire?

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(555) Pochezza

Sì, la pochezza di certa gente mi lascia sempre esterrefatta. Sempre. E no, non sono un’arrogante, né una presuntuosa, sono soltanto nauseata dalla esasperante limitatezza di certi ragionamenti. Più sei ignorante più ti senti in diritto di dire la tua, ma la tua è una visione claustrofobica e maleodorante di tutto ciò che vedi perché non solo non hai i mezzi per raffinare il tuo pensiero ma di questo tuo imbarazzante gap ne sei persino orgoglioso.

Sì, quanto è bello poter far uscire tutta l’immondizia che hai dentro senza essere menato a sangue soltanto per il fatto che stai sporcando l’ambiente circostante con la convinzione che TU PUOI. Sputi su tutto e tutti. Tu la sai più lunga, tu vedi meglio di tutti, tu hai le risposte e le risposte portano sempre a una conclusione semplice e chiara: il mondo fa schifo, tutto fa schifo, tranne TU.

E questo ti fa stare bene, benissimo. Perché ti puoi lamentare, perché puoi guardare gli altri con superiorità, gli altri che non vedono, che non meritano, che se hanno qualcosa è giusto che la perdano – che qualcuno gliela tolga! – e che quel qualcosa vada a te. Tu meriti, tu vali, tu sei stato martoriato dalla vita e sempre ingiustamente. Tu vuoi la tua rivincita, tu vuoi che il mondo sappia chi sei, sappia che tu sei migliore di quello che loro pensano. Tu vuoi che tutti lo riconoscano così finalmente ti potranno baciare il culo.

Ecco.

Questo tipo di decerebrato quando lo incontri ti fa veramente vomitare. Ti vien voglia di dargli una testata sul naso, così senza neppure parlare. Te la do a prescindere, perché te la meriti, perché – sì – è giusto che il mondo sappia di te e sappia che tu meriti, meriti esattamente quello che dai al mondo ogni giorno. Meriti di essere ripagato per la tua immondizia e per la tua crassa boria che spargi ovunque senza ritegno. Meriti una testata in pieno viso. E se ti rialzi, ne prendi un’altra. Perché? Perché qualcuno che tu hai ferito, qualcuno su cui tu hai sputato, qualcuno che hai danneggiato e che hai deriso, denigrato, umiliato, ecco proprio quel qualcuno ha diritto pure lui a una soddisfazione. Il tuo silenzio è un principio di ricompensa, secondo me.

Bé, da qualche parte si dovrà pur iniziare, no?

 

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(554) Pianificare

Eh! Una bella cosa, bella davvero. Avere un piano, un piano che hai studiato nei dettagli, che hai curato, che hai lavorato fino a renderlo perfetto. Un piano che è frutto del tuo saper sognare e saper rendere concreto quello che per molti è soltanto un’ambizione senza speranze. Bellissimo.

Il punto è che pianificare in questo modo è un suicidio. Un fallimento certo. Una totale catastrofe. Più dettagli ci hai messo e più la realtà ti calcerà lontano con biglietto di sola andata. Non si pianifica, mai. La vita te lo insegna fin da subito, se non ti sei tolto il vezzo già prima della pubertà sei destinato al peggio. Anzi, al peggio del peggio.

L’unica cosa che puoi fare per scamparla è pensare sommariamente a quello che ti piacerebbe fare/realizzare, farlo en passant, senza troppo coinvolgimento, senza caricarlo di emotività, senza renderlo punto focale di ogni tua azione. Se saprai giocarti in questo modo, allora quello che NON è un piano – manco per niente – può avvicinarsi a te, timidamente, per farsi domare.

L’importante è crederci ma non troppo. Volerlo ma non troppo. Sognarlo ma non proprio così. Insomma, bisogna nutrire una vaga idea del tutto senza MAI MAI MAI scendere in dettagli. MAI. Tassativo. MAI.

Basta che ti distrai un attimo, che ti crogioli nell’idea della pianificazione e tutto salta per aria. Il calcio ti arriverà così diretto, puntuale, potente che non farai neppure in tempo ad afferrare lo zainetto che già sarai stato sparato su Marte.

Il segreto c’è ed è semplice, ovvero: NON distrarsi. NON farsi prendere in castagna. NON illudersi neanche nei momenti di stanchezza più profonda che l’Universo ti stia ignorando. Lo fa soltanto mentre non stai pianificando nulla, quando ti affidi a ciò che arriva e ti auguri che il pacco non sia esplosivo. Appena ci tieni, appena ti ci metti d’impegno, l’Universo reagisce.

Lui schifa la pianificazione degli umani, dovremmo averlo capito tutti già da tempo, scombussola i suoi piani. E questo non si fa.

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(553) Calimero

Col detersivo giusto, Calimero tornava bianco e ritornava dalla sua mamma. Ricorda qualcosa vero?

Una vocina irritante, un atteggiamento irritante, un personaggino irritante che ha segnato l’infanzia di chi è nato negli anni ’70. Irritante pure questo, no?

Stavo pensando che spesso ci fanno passare per cose di valore cose che non lo sono affatto. A noi suona storto, ma ci ripetono che ci stiamo sbagliando, che quello che pensiamo, quello che sentiamo, non va bene.

Non va bene. Qualcuno ti dice che non va bene e a te dovrebbe bastare, dovresti smettere di pensare e di sentire come pensi e come ti senti perché qualcuno ti dice che non va bene. Ormai quello che va bene e quello che non va bene ha contorni talmente stemperati che sembrano non esistere più. E anche la questione di chi ti dice che non va bene si è complicata. Ti dicono che non va bene e poi scopri che sono loro che non vanno bene. E cosa fai se hai messo il cervello in naftalina? Cosa fai se ti sei lasciato convincere che non andava bene e hai smesso di pensare, hai smesso di sentire?

Disastro. Chi ti tirerà fuori dal pozzo? Ci hai mai pensato? Dovresti, dovresti. Perché non serve a nulla stare lì a inveire contro tutto quello che non va bene, non serve a te, non serve agli altri. Bisogna trovare un altro modo. Se vuoi, però, fare come Calimero, allora tira fuori la vocina e di’ come lui:

«È un’ingiustizia però!»

Ti senti meglio? No, vero? Ok, cominci a capire. Questo va bene, fidati, questo va molto bene. Inizia il vero lavoro, ora. Tieniti pronto, sarà come entrare in un frullatore, ma pensare va bene. Sentire va bene. E lo sai anche tu.

Daje.

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(552) Umorale

La Teoria Umorale di Ippocrate – tra le altre cose – suddivide gli Esseri Umani in: sanguigni, flemmatici, collerici e malinconici. A seconda di come sono ripartiti i quattro umori nel corpo umano così poi risultiamo a livello “umorale”. Anche se le tabelle e le classificazioni non mi fanno impazzire di gioia – le detesto – mi ci sono infognata stasera a causa del mio umore (e non dico altro), portate pazienza.

In pratica: se sei un sanguigno (ovvero hai prevalenza di sangue) sei rubicondo, gioviale, allegro e goloso; se sei flemmatico (ovvero prevalenza di flemma) sei beato, lento, pigro, sereno, talentuoso; se sei collerico (prevalenza di bile gialla) sei magro, asciutto, irascibile, permaloso, furbo, generoso e superbo; se sei malinconico (prevalenza di bile nera) sei magro, debole, pallido, avaro, triste, ipocondriaco. Allora, dando per scontato che essere beato e magro, allegro e generoso, sereno e talentuoso, siano tutte belle cose, non vorrei che scoprirsi irascibili, permalosi, pigri, avari, tristi e ipocondriaci fosse la condanna che ci porta dritti dritti al macello.

Ippocrate era un brav’uomo, niente da dire su questo, ma certi giudizi così secchi sulle persone non fanno bene a nessuno. Se guardi in questo modo la gente va a finire che ti fiondi sull’eremo più alto del Nepal e sfanculi tutti in un colpo solo. Mi sembra un tantino estremo come punto di vista, n’evvero Ippocrate?

Certo che la bile ti rende una vipera, certo che il sangue ti shakera l’umore, certo che la flemma ti porta all’inedia, ma considerato che ognuno di noi è costretto ad averci a che fare, io proporrei un atteggiamento costruttivo, che dici?

Non lo so, se il sangue ti va alla testa potresti farti una doccia gelata. Se la bile di annebbia la vista, fatti un giro sulle montagne russe. Se la flemma non ti fa alzare dal letto, fracassati le orecchie con il death metal. Insomma, darsi per vinti è troppo poco per affrontare una condizione che pur sempre è passeggera, no?

Dai, Ippo, so che non stiamo messi bene, ma dacci almeno qualche speranza. Dicci che l’equilibrio non è una chimera, che anche se non diventiamo buddhisti possiamo cavarcela, che certi giorni va meglio e certi va peggio ma che alla fine i buoni vincono. E poi, se proprio non ci hai convinto, allora ci attacchiamo al vino e chiss’è visto s’è visto.

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(551) Riduzione

Quando la situazione è disastrosa mi faccio prendere dal panico perché penso che non riuscirò mai a sanarla. Mai. In questo stato d’animo non sono in grado di fare nulla, sono congelata. Dopo un imprecisato numero di giorni – da 1 a 1000 – mi rompo le scatole di essere congelata e mi sposto un po’ più in là, in una posizione meno estrema del “mai”.

La situazione mi risulta sempre disastrosa, ma come è caduto il “mai” va a cadere anche il “per sempre”. Questo è già un passo in avanti. Quindi dal disastroso-non-per-sempre posso cercare di lavorare riducendo anche minimamente la portata del disastro. La parte difficile comincia proprio lì.

Il punto è che se non arrivo a questo “lì” niente cambia. Se l’esasperazione non mi spingesse fino a quel benedetto male-che-vada-non-potrà-essere-peggio-di-adesso, non ci sarebbe alcuna riduzione del danno e alcun miglioramento.

Però poi inizia il lavoro duro, i risultati non proprio esaltanti, le aspettative schiacciate a terra e il morale che non fa proprio il mambo mentre striscia in un angolo. Se supero i 90 giorni senza mollare, le cose mutano forma e magari anche sostanza. Insomma: tutto subito non è contemplato nel mio karma.

Sono al punto “lì” e non è che mi senta proprio quella che avrà la meglio. Guardo la situazione e mi sembra davvero disastrosa, anzi, è proprio disastrosa. Solo che da sola non migliorerà. No. Quindi tanto vale che io mi autoinfligga il sacrificio che merito per aver lasciato andare le cose fin dove sono ora e che mi metta nelle condizioni di sudarmi la ripresa.

Mi basta ridurre il disastro, stavolta, non penso di poterlo sanare, ma ridurre un po’ sì. Almeno di un terzo. Saranno novantagiornilunghissimi, spero soltanto che alla fine di questo periodo riuscirò a ballare un mambo. Mah!

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(550) Aprile

Quest’anno il pesce s’incontra con la colomba, bello strano vero?

La Resurrezione si trasforma in uno scherzo, e qui la blasfemia non è soltanto un pourparler.  Perché nessuno ci ha pensato? Secondo me, qualcuno ci doveva pensare e doveva spostare la Pasqua a un po’ più in là. Vabbé, forse sono troppo sensibile, nonostante non sia troppo legata a ‘ste cose religiose.

Andando a zonzo tra i miei neuroni affaticati ci sono cose in cui inciampo e, quando non mi fanno finire a terra, mi fanno percorrere vie alternative di pensiero che potrebbero anche disorientarmi – a volte lo fanno, altre no. Diamo per scontato che non sono mai questioni di grande portata, eppure non si tratta di una perdita di tempo ma di una ricerca che i suoi strambi frutti li porta. Bisogna soltanto saperli riconoscere.

La cosa piuttosto imbarazzante, invece, è che di questi lumini che mi si accendono io non possa parlarne con nessuno. Lo dico perché ogni volta che ci ho provato i lumini si sono spenti. Rimangono accesi soltanto se li tengo nella mia testa. Considerato che spenti non servono a un bel niente, ho imparato a tenermeli lì chiusi, fanno la luce giusta e mi tengono compagnia, e se voglio parlare di qualcosa con chi mi sta attorno m’invento altro.

Non sono segreti, no, hanno natura diversa. Non è che non possono essere capiti da nessun altro se non io, neppure questo è vero. Semplicemente non sono fatti per uscire e vivere della nostra aria. Come fare a spiegarlo meglio? Forse quando li capirò meglio mi sarà più facile farlo. Nel frattempo, vado a zonzo tra i miei neuroni e registro ogni movimento, ogni lumino che si accende, ogni lumino che si spegne. No, non mi annoio.

Concluderei queste righe di oggi con un’affermazione inutile, ma che a leggerla bene ha il suo onorevole senso, perché comunque è Pasqua e comunque ogni Resurrezione è vita che si rinnova.

Quindi: io mi mangio volentieri il pesce, non la colomba. Quella mi piace pensarla in volo, lontana da tutta la follia umana.

Alleluja!

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(549) Show

Ognuno fa il suo. Non è detto sia del tutto edificante, bisognerebbe non darlo per scontato. Bisognerebbe partire da una logica diversa dal solito, quella che ti impone di farti vedere al massimo della forma. Bisognerebbe volare bassi.

Parti a razzo e pensi di sorprendere tutti, sei sicuro che rimarranno a bocca aperta, in estasi. Ti pensi Madonna (se sei ateo) o La Madonna (se sei cristiano praticante), in breve ti pensi come non necessariamente sei, forse a come ambiresti essere. Credo che questo sia il vero peccato.

Se procedessimo invece con altro criterio, quello del volo rasente e poi piano piano risalissimo le correnti ascensionali (citando qualcuno, qualche tempo fa) per farci vedere al massimo del nostro splendore, magari lo stupore sarebbe reale e forse durerebbe più a lungo.

Mi sta bene la grande mascherata, nel senso che la giustifico, ma il buongusto deve avere la meglio sulla baracconata. Sempre. Perché non c’è bisogno di andare oltre, non c’è bisogno di fare i fenomeni, non c’è bisogno di dichiarare la propria superiorità. Se il bisogno c’è è perché non siamo fenomeni e non siamo superiori, tutt’altro.

Ora: che lo si faccia è un dato di fatto, che la maggior parte delle volte il nostro buonsenso non riesca a limitare l’enfasi del nostro show è un dato di fatto, che ci possa andare bene nove volte su dieci è un dato di fatto, ma…

Ma anche la Giustizia Divina è un dato di fatto, ha lastricato di prove ogni secolo d’esistenza del Genere Umano, e arriverà comunque il giorno in cui il nostro show non verrà tollerato, non verrà perdonato, non verrà fatto passare. Verrà il giorno in cui durante uno dei nostri maestosi show qualcuno ci darà un bel pugno sul naso. Quel giorno dovremmo ricordarci di incassare con onore. Non si piange, non si urla, non si bestemmia, non si ribatte, non ci si giustifica, non si incolpa qualcun altro. Quel giorno ci beccheremo il pugno sul naso, il naso sanguinerà, e noi staremo zitti, a testa bassa a prenderci in pieno tutta la vergogna che meritiamo.

Perché “Show must go on” è una canzone dei Queen, e il nostro show dovrebbe terminare ora. Le discussioni stanno a zero. Bisognerebbe capirlo una volta per tutte.

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(548) Esposizione

Mettermi in esposizione non è che mi entusiasmi, l’ho fatto e lo faccio se non ne posso fare a meno – per una serie di circostanze. Significa che preferisco stare per i fatti miei, al riparo, così posso essere chi sono senza paranoie.

No, espormi per le cose in cui credo non è mai un’opzione perché la faccia e il nome ce li metto in tutto. Senza paura o timidezze. Essere esposta, invece, agli umori e paturnie degli altri mi rende nervosa, talmente nervosa a volte che faccio e dico cose che sono più una provocazione per vedere dove si andrà a parare che altro. Non ci posso fare nulla, se sento puzza di bruciato voglio scoprire che cosa sta bruciando. Esporre il mio punto di vista, le mie riflessioni, le mie idee è qualcosa che ho imparato a fare e che spero riuscirò a fare sempre meglio. Ci sto lavorando.

In effetti, esposizione non è un termine brutto, diventa pessimo quando viene usato da qualcuno su qualcun altro. Imperdonabile.  Difficile fermare chi pensa di poterti esporre come un trofeo, chi pensa che esporti al giudizio degli altri sia un atto che non obbliga alla responsabilità. Non c’è compassione, non c’è sensibilità, non c’è calore umano nella gente che guarda per puntare il dito. Inutile illudersi. Non ce n’è.

Ecco, questa mia breve esposizione può essere presa come arringa in tribunale per qualsiasi accusa mi venisse rivolta in futuro – anche nel futuro prossimo prossimo. Varrà pur qualcosa scrivere ogni giorno qui sul blog… eh!

 

 

 

 

 

 

 

 

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(547) Assonanza

Richiede un piccolo sforzo, a volte un grande sforzo. Spesso te lo vuoi proprio evitare perché sei sicuro che non ti porterà a niente. Altre volte tenti, magari non troppo convinto, e quanto ti accorgi che ne è valsa la pena ti sembra quasi un miracolo. Perché, in realtà, è un miracolo.

Come si potrebbe definire in altro modo quello che accade quando riusciamo a entrare in accordo con un altro Essere Vivente?

Diamo per scontato che siamo tutti avvoltolati su noi stessi, incomprensibili non solo per chi ci incrocia, ma anche per chi ci sta accanto. Incomprensibili persino per le nostre povere affaticate sinapsi! Siamo isole, soltanto isole, e diamo per scontato pure che, anche se ci lamentiamo, ci va bene così perché ci evitiamo la fatica di esporci, di offrirci, di tenderci verso chiunque – è così, inutile negarlo. Ebbene, dato tutto questo, quando qualcosa accade dentro di noi e ci proietta anche solo per qualche istante in un’energia che non ci appartiene, non per devastarla ma soltanto per incontrarla e creare un contatto, si esplicita un piccolo grande evento che potrebbe rimanere unico nel suo genere, quindi: un miracolo.

Ho scoperto nei miei anni di contatti riusciti e fallimenti epocali, che è possibile entrare in assonanza con chiunque. Se non ti riesce è perché non ti interessa abbastanza. Affermare e ammettere che non ti interessa abbastanza per provarci è un ottimo punto di partenza per evitare nascondimenti imbarazzanti.

Se una persona non mi piace, non mi passa neppure nell’anticamera del cervello di entrare in accordo con lei. Amen. Molto probabilmente a lei non interesserò io e il cerchio si chiude. Allora focalizziamo l’attenzione sul perché una persona non mi interessa, ecco, qui le cose si fanno ben più intriganti. Solitamente una persona non mi interessa quando è aggressiva e becera, due caratteristiche del tutto respingenti per quanto mi riguarda. Se una persona di questo tipo mi sta vicino entro in modalità fastidio, si amplifica l’energia dissonante e mi allontano.

La mia giornata è fortemente segnata dalle assonanza e dissonanza di cui mi faccio tramite. Un fardello che, anche se pesante, mi ricorda che posso fare qualcosa per migliorare la mia giornata. Deve soltanto interessarmi abbastanza per farlo.

Amen.

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