(659) Pavone

C’è solo il pavone che può permettersi di fare il pavone. Primo perché lo è, e nessuno lo può confutare, e secondo perché è bellissimo e anche questo è inconfutabile. Chiuso il discorso.

Parliamo di cosa dovremmo fare davanti a chi pavone non è ma lo fa. Tu stai lì e lo guardi sfoggiare una miserevole boria e ti vien voglia di dargli una testata. Non lo fai. Un po’ perché il mal di testa conseguente te lo vuoi evitare, un po’ perché la violenza se puoi te la risparmi. Ma ti rimane la voglia, quello sì.

I vanagloriosi sono un popolo vasto, vastissimo. Un vero e proprio ammasso di decerebrati che fa sfoggio di tutto quello che non possiede: intelligenza, sensibilità, eleganza, stile. Questi gap incolmabili sono enormi buchi neri che si palesano a chiunque sia dotato di un minimo di decenza, pudore, buongusto (oltre che intelligenza, sensibilità, eleganza e stile), e lo spettacolo è impressionante. Non ci si può credere di quanto sia profonda la pochezza d’animo di questi campioni di ben poca umanità. 

Trovare un modo efficace per far chiudere loro la coda una volta per tutte ed evitare in contemporanea la violenza fisica, secondo me, non è umanamente possibile. Non la capiscono che sono fuori luogo, che sono disgustosi, che sono dei cialtroni senza sostanza, che sono tenuti per decoro a starsene zitti. Non la capiscono. Non possono. Averne compassione, forse, è la strada. Ma per riuscirci bisognerebbe essere evoluti, io non lo sono. Io mi fermo alle mani che prudono e alla voglia di mollargli una testata sul naso. Mi fermo lì, al pensiero. Ma non perché sono buona, soltanto perché non voglio sprecare energie preziose. Mi ritraggo per mancanza di coraggio? O per pigrizia? O per indifferenza per le sorti del genere umano? Non lo so. 

Non sono indifferente, in realtà, forse sono soltanto stanca di fare la Don Chisciotte della situazione. E poi mi fa male la testa. 

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(649) Incertezza

Il leitmotiv della mia esistenza. No no, mi rendo conto che sono in buona compagnia e che ben pochi Esseri Umani sono così fortunati da infischiarsene bellamente dell’incertezza del vivere, ma io con il mio carico di Incertezza voglio farci pace. Cioé vorrei riuscire a guardare serenamente in faccia questa montagna che mi sta davanti – e mi fissa minacciosa – e far presente le mie ragioni. Senza bisogno di discutere, possiamo trovare una base comune su cui costruire un rapporto più costruttivo, no?

Voglio dire che farmi vivere con quest’ansia famelica per tutta la vita a chi giova? A chi? Di certo non a me, ma neppure a te, Incertezza mia… vero? Visto che stiamo convivendo in un corpo solo, cara Incertezza, non è che possiamo trovare un modo meno distruttivo di gestire le cose? Facciamo che riduci il tuo spazio dentro al mio cervello di un buon 60%, e il gap lo facciamo colmare per un 10% alla pace mentale, per un 10% alla saggezza, per un 15% alla lungimiranza senza affanno e il restante 5% lo lasciamo alla follia. Secondo me potrebbe funzionare. Ti tieni il tuo bel 40% di spazio in cui muoverti, ti lascio anche qualche giorno al mese per farmi vedere i sorci verdi, ci sta, però per il restante del tempo, oh Incertezza mia!, fai silenzio, non interferisci con il normale andazzo dei miei giorni. Siamo entrambe entità ragionevoli, secondo me ce la possiamo fare. 

Perché ci sono delle cose certe nella mia vita, ci sono e ringrazio il Cielo che ci siano e mi auguro ci siano ancora per cinquant’anni buoni, ma mi domando: perché non mi bastano? Perché l’ansia me le fa dimenticare e mi butta addosso tutto l’Incerto del mondo pronto a divorarmi quando la stanchezza si fa appena appena sentire? Perché? Perché? Perché?

Va bene. Non serve neppure che io sappia il perché. L’importante è che si trovi un accordo. Ora.

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(647) Didascalia

Chi mi conosce sa quanto io odi le didascalie. O sono utili, quindi mi dai info ulteriori, oppure lascia stare, non sono scema, ci arrivo da sola – o ci sono già arrivata – grazie.

Però.

Ci sono delle volte in cui mi trovo costretta a usarle. Non perché io ritenga chi mi sta di fronte uno scemo bisognoso di vedersi sottolineare l’ovvio, ma perché mi rendo conto che il mio modo di comunicare non sta avendo il successo che speravo. Sto parlando una lingua che risulta ostica al soggetto a cui mi sto riferendo. Tristissimo per una che fa il mio mestiere, ma una bella doccia d’umiltà ogni tanto ci vuole e la vita con me non perde un colpo in questo senso.

Se per le cose pratiche basta che mi concentri un po’ e trovo il modo di colmare il gap, per le questioni emotive la faccenda si complica. Spiegare la gentilezza a un carro armato è una perdita di tempo, pretendere empatia da una carta moschicida lo stesso, penso di essermi spiegata. Non credo di essere l’unica a riscontrare questa difficoltà nella gestione dei miei rapporti interpersonali, quindi immagino che se dovessi trovare una soluzione a questa incapacità umana avrei vinto al superenalotto.

Rimurginandoci sopra da stamattina ancora non sono arrivata a grandi illuminazioni, ma qualche timida considerazione me la sono fatta, per esempio: metti che al telegiornale intervistino uno dei nostri politici e metti che quello che sta dicendo ci risulti incomprensibile per una qualsivoglia ragione, se passasse sotto la didascalia dell’esatto pensiero che il politico sta comunicando ci potrebbe essere d’aiuto, giusto? Non sto dicendo di riportare parola per parola ciò che sta uscendo dalla sua bocca (quelli si chiamano sottotitoli per i non-udenti ed sono parecchio utili, ma è un’altra cosa), intendo dire riportare in poche parole il concetto espresso. Molto probabilmente avremmo delle sorprese interessanti.

Scopriremmo che sotto quelle frasi che sembrano sensate, logiche, giuste, si nascondono concetti che sono sciagurati, disumani, atroci. Perché, Signore e Signori, le parole possono giocarci brutti scherzi. Le parole possono mascherare, possono nascondere, possono mistificare, possono reinventare la realtà. Le parole possono suonare dolci anche quando il loro significato è terribile, possono risultare crude quando fotografano la verità – specialmente quella che non vogliamo sentire – pur essendo giuste e umane.

Io amo le parole, ma come tutto hanno un limite, hanno una portata massima, e se usate da una mente malsana possono causare sofferenze enormi. Sarò didascalica: state attente alle parole, ma soprattutto a chi le sta usando. Non c’è da fidarsi, credetemi.

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