(949) Posa

A volte ci viene chiesto di metterci in posa affinché qualcuno ci possa scattare una fotografia mentale che diventerà il suo imprinting per far sì che noi, immortalati per sempre, non potremo più sfuggire da lì.

Ci capita più sovente di quel che pensiamo, spesso non ce ne accorgiamo se non dopo tanto tanto tanto  tempo che siamo stati congelati in quel gesto o in quel pensiero o in quel dettaglio. Quando ci arrivano le conseguenze spiacevoli, solitamente (e quelle arrivano sempre).

Il punto è che metterci in posa per la foto ci costa fatica, perché è un artificio e – se non sei un bel talento nella recitazione – l’artificio si sgonfia con nulla, basta una distrazione e puf… esci con gli occhi chiusi. Maledizione!

Vivere tutto il giorno in posa è una follia, credo sia impossibile per chiunque, anche per il più sgamato. Quindi di prassi veniamo colti di sorpresa e siamo ricordati per cose assurde che di noi qualcuno ha colto e che noi ignoriamo. Ma come? Non ti sei accorto del mio cuore enorme? No, ma sono sicuro che hai il naso che pende a destra… [delicatezze di questo tipo, intendo]

Diamo per scontato, allora, che nella testa degli altri (“perché gli altri siamo noi”  cit. Tozzi 1991) siamo qualcosa di talmente assurdo e diverso da come noi intendiamo noi stessi che a volte sarebbe meglio non saperlo. L’ignoranza è beata, lo dicevano i nostri nonni.

Bisognerebbe non farci caso, bisognerebbe essere fatti soltanto di luce e non di ombre così le foto uscirebbero bruciate… bisognerebbe fare qualcosa, lo so. Forse è meglio, però, non fare niente. Mandare al diavolo le pose e le foto e i fotografi e viverci serenamente perché tanto ogni originale è meglio di qualsiasi immagine mentale o reale che possa mai essere scattata.

Nei pregi e nei difetti, ovviamente.

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(926) Regia

Preferisco essere regista della mia vita più che protagonista. Mi piace decidere l’inquadratura, organizzare la scena, controllare i dettagli, accompagnare gli attori che vanno e vengono e guardare sempre l’insieme. L’insieme deve avere una certa armonia. Deve essere bello. Bello da vedere, da sentire, da provare. Deve avere un buon profumo, deve avere un buon sapore, deve essere piacevole al tatto. Voglio essere io a decidere tutto. Quello che voglio nel mio film e quello che non voglio. 

Un lavoro impegnativo.

Certo, per avere il quadro della situazione sotto controllo significa che il copione mi deve essere chiaro in ogni particolare, ogni movimento e ogni sfumatura. In realtà, lo ammetto, lo è solo in parte e lo è in modo strano, tutt’altro che omogeneo. Ci sono gap che non dipendono da me, si chiamano variabili e sono sempre una sorpresa (bella o brutta) e mi comportano un certo fastidio. Ovvio che per come lo penso io, il mio film, è una figata. Eppure, così come sono costretta a gestirmelo, ha dei punti deboli inquietanti: flashback controproducenti, anticipazioni mai foriere di grandi gioie e colpi di scena discutibili. Lo sceneggiatore mi sta facendo vedere i sorci verdi, ma ho deciso che ero la regista della storia e non esiste che mi tiri indietro. Seziono ogni scena e la sistemo per come l’ambiente me lo permette, per quanto gli attori me lo permettono, per quanto le mie risorse me lo permettono. Un togli-metti continuo e… no, non sono soddisfatta del risultato, ma col tempo sto migliorando. Ci devi passare attraverso, e stare sopra e sotto e di lato (in ogni lato) per sapere dove posizionare la camera. Non ne resti fuori. Fuori stanno gli altri, quelli che del tuo film se ne fregano, giustamente. A ognuno il suo.

Una concentrazione notevole.

Perché alla fine, l’attore protagonista può esserlo chiunque, ma se la direzione la lasci a qualcun altro, magari allo sceneggiatore ipotetico, come fai a dire che è il tuo film? Tu sei solo un elemento del film, non possiedi nulla. Forse neppure il senso vero della storia. Devi interpretarla, non necessariamente capirla. Ora, a me piace capire le cose. Diciamo che mi sono allargata un po’ e sto riscrivendo la sceneggiatura che lasciava un po’ a desiderare. Ho fatto del mio meglio per dirigere gli eventi dove trovavo più utile per me che andassero. Non è che con certe premesse si fanno miracoli: un film drammatico può essere infarcito di ironia quanto vuoi, ma alla fine rimane un dramma, come un film comico può essere infiorettato con attimi di poesia, di intensità, di introspezione, ma fino a un certo punto, altrimenti non fa più parte del genere comico. Bisogna essere chiari sul tono e sul passo. Lì è l’indole a farla da padrone. 

Ok, detto questo concludo: sono esausta. Troppa concentrazione, troppo impegno per oggi. 

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(911) Indirizzo

Metaforicamente parlando, quando conosci l’indirizzo di qualcuno hai in mano un’arma carica. La mossa tattica del comparire a sorpresa sulla soglia della tua vittima facendo finta di capitare lì per caso è sempre letale. Capiti quando capiti, ricevi quel che ricevi. Questa dovrebbe essere la punizione. Ecco, per quanto mi riguarda ho deciso di sostituire il sorriso di circostanza con una bella testata.

Così.

Sempre metaforicamente parlando, non è che sei sempre il benvenuto. Se decido di aprire la porta non è tanto perché ho voglia di scoprire chi c’è – a sorpresa – dalla parte opposta, ma per una sorta di pudore malato che mi obbliga a non fingere di non essere a casa. Sarebbe fottutamente maleducato, sarebbe proprio una cafonata. No? Capitare, invece, per caso come se non ci fosse neppure una remota possibilità di disturbare è una cosa carina. Davvero davvero davvero carina.

La questione “Entrata libera” e “Uscita libera” è – per quanto riguarda la mia esistenza – la norma. Tu decidi quando comparire a sorpresa e decidi anche quando scomparire a sorpresa. Tanto l’indirizzo lo sai. Houdini ti fa un baffo. Bravissimo. 

Così.

Dunque, credo che sia un diritto inalienabile di qualsiasi Essere Vivente il poter fingere di non essere in casa e di non aprire quella dannata porta. Posso essere anche gentile, per una sorta di buona creanza di cui non riesco a liberarmi, ma se non ti faccio entrare è perché quando sei uscito (di tua iniziativa e senza salutare) per quel che mi riguarda lo hai fatto una volta per tutte. E la tua scelta l’ho registrata come E-T-E-R-N-A.

Te lo dirò? Magari quando ti tirerò quella testata che è lì pronta per partire. Ora la domanda è: oserai suonare quello stramaledetto campanello?

Sto aspettando (e mi odio per questo).

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(859) Excursus

Ieri sera ci sono cascata. Ho aperto il bauletto delle foto d’epoca. Quello che raccoglie la me bambina, la me adolescente, la me giovane donna fino a qualche anno fa (poi è arrivata la fotografia digitale e non ne ho stampate più). All’inizio l’ho fatto per uno scopo, me ne serviva una in particolare, non sapevo dove fosse finita e immaginavo fosse lì dentro. Immaginavo bene. Solo che lì dentro c’era anche il resto della mia vita, che mi ha inchiodata, e ho finito per sfogliare ogni album che avevo riposto in archivio. Maledizione.

Mentre guardavo ricordavo. Cercavo soprattutto di ricordare come stavo, come mi sentivo quando quella foto fu scattata. Solitamente stavo bene. Sollievo (ricordo sempre i momenti in cui sono stata male, ho questa perversa deviazione della memoria che alimenta la mia latente autocommiserazione). Ripeto: stavo bene.

Me ne sono andata a letto con una sensazione strana, ma l’ho messa da parte, non avevo voglia delle mie solite menate.

Stamattina senza accorgermene ho ricominciato a pensarci e mi sono scoperta – con sorpresa, lo ammetto – contenta. Ho iniziato a pensare a tutte le cose che ho fatto, a tutte le persone che ho vissuto, a tutti i posti che ho visto e le situazioni che ne sono scaturite. Diamine, ne ho fatte di cose! Ecco, mentre le facevo non è che era tutta una gioia, ma ero presente con tutta me stessa e quelle cose – al di là delle foto – sono rimaste attaccate al mio DNA, supportandolo quando i gap tradivano le aspettative. 

Andando oltre la voglia di tornare ai miei diciotto anni, che festa spettacolare!, e alle persone che mi mancano (ma indietro non si torna), non posso che guardare a quanto è stato come a un’avventura bellissima. Davvero. Non dico che rifarei tutto perché certe stronzate se le evitavo era anche meglio, ma ormai che le ho fatte è bene che rimangano lì e che di tanto in tanto le ricordi.

“Quant’eri folle, Babsie?”, un bel po’.

“Quanto lo sei ancora?”, bhé, guarda, sotto sotto… anche di più.

Ma questa è materia per un altro post, molto probabilmente. Forse.

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(845) Me

Si passa una vita a cercarsi e quando ti trovi ti cadono le braccia. Ti aspettavi che le cose si aggiustassero magicamente, che quella fosse la chiave. Wrong. Le deliziose sorprese del ritrovamento di pezzi di te che stavano persi nell’inconscio (se esiste, un motivo ci sarà no? Eh!) non è che siano una festa. Maneggi pezzi di quel che ignoravi – e che ora vorresti ricominciare a ignorare bellamente (e felicemente anche) – e ti domandi che cosa diavolo te ne puoi fare. 

Per quanto la lista sia breve (è davvero così?), il carico è comunque troppo.

Il maneggiare con cura perde proprio di valore, dovresti chiamare la squadra antimine per sanare la situazione. Certo, certo, la consapevolezza. La padronanza delle proprie potenzialità, la compassione nei confronti dei propri limiti e di quelli degli altri. L’illuminazione. Tutto bellissimo. Ma da dove iniziare? Non è che al momento del ritrovamento c’è pure un bignamino da consultare. E a dirla tutta il pulsante ON/OFF non funziona, s’è bloccato sul ON e le batterie non sono destinate a scaricarsi, a meno che tu non ti voglia scaricare. Bitch.

Faccio un esempio: scopri che stai mettendo in atto una dinamica di protezione che ignoravi. Ovvio che lo fai perché ti senti minacciata da un qualche mostro che sta là fuori. Ok. Questo è quello che pensavi. Sciocca. Il mostro non sta fuori bensì dentro. E adesso, fenomeno che non sei altro? Ecco. Roba del genere. Ritrovarsi con i propri mostri belli in fila davanti a te che ti strizzano l’occhio (sicuri che da lì non li sposterai neppure con le bombe), non è proprio tranquillizzante. Evviva, ora li vedi. Evviva, sei consapevole. Evviva. So what?

Quindi, lo dico serenamente e senza paura di essere smentita: la ricerca, prima o poi, comporta un ritrovamento – bisgona saperlo. Il ritrovamento riserva un sacco di sorprese – bisogna saperlo. Raramente bellissime – bisogna saperlo. Alcune carine, altre mostruose. Facendo una media… son cazzi. Ora, certo che il senso della vita sta nella ricerca. Ovvio. Certo che affrontare noi stessi è l’unico modo per aggrapparsi a un senso. Ovvio. Certo che sprecare l’esistenza agendo alla cavolo, tirando colpi a destra e a manca, è un’opzione come tante. Ovvio. Certo che si può fare di meglio. Ovvio. Soltanto che essere te, davvero te, comporta dei fastidi – bisogna saperlo.

Tutto qui. 

 

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(697) Brindisi

brindisi /’brindizi/ s. m. [dal ted. bring dir’s “lo porto a te (il saluto o il bicchiere)”, cioè “bevo alla tua salute”, attrav. lo sp. brindis]. – [il bere alla salute di qualcuno o di qualcosa] ≈ cin cin, cincin.

Un brindisi me lo farei volentieri. Tra tutte le paranoie e le menate senza senso, tra tutte le incazzature e i problemi da risolvere, tra tutto quello che ho vinto e quello che ho perso, tra tutto quello che ho lasciato andare e quello che ho accettato di portare avanti… insomma, tra tutto questo, a quest’ora avrei potuto essere morta. E invece sono qui. Cincin!

Il fatto che siamo vivi e che lo siamo non per un caso fortunato ma perché siamo degli ossi duri, lo diamo troppo per scontato.

Già il barcamenarsi non è una scelta ma l’unica via, mettici pure il fato e la sfiga, insomma, c’è di che rimanere soddisfatti: vivere non è per tutti. Il fatto che siamo in tanti vivi – il mondo è piuttosto affollato – non significa che sia una cosa da poco. Infatti, ci stiamo talmente tanto addosso che non vediamo l’ora di scagliarci gli uni contro gli altri per farci saltare in aria reciprocamente. C’è da esserne orgogliosi, vero? Una massa di inenarrabili teste di cazzo.

Madre Natura fa pulizia ogni tanto, il punto è che non sceglie i più meritevoli – ovvero i grandissimi infami – per toglierli di mezzo una volta per tutti, lei va giù di grosso: dove piglia piglia. Migliaia e migliaia di persone normali se ne vanno al Creatore e gli infami stanno ancora qui. Non va bene, ma non è che puoi discutere con Madre Natura (né in quanto Natura né tantomeno in quanto Madre). Chi resta resta. Chi resta dovrebbe vivere con gratitudine sparsa e senza condizioni, invece sputiamo su tutto, come se niente avesse valore.

Ci vorrebbe un po’ di coscienza, di tanto in tanto, perché siamo orrendi quando agiamo come se ci meritassimo il meglio e stiamo ricevendo il peggio. La verità fastidiosa è che non ci meritiamo un bel niente che stiamo ricevendo di tutto e di più e tutto insieme perché le cose son così per tutti. E siamo tutti uguali.

Un brindisi a me, quindi, e a chi come me vuole prendersi un bel respiro, vuole guardarsi attorno, vuole sentirsi parte di quel grande miracolo che è la vita, vuole condividere la sorpresa dell’esserci ancora con chi la può capire e può farla sua alzando il calice e con un sorriso affermare: brindo a te.

Cin cin!

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(266) Esplosioni

Parlare oggi di esplosioni mette a disagio. Fa pensare a quelle che ti cadono addosso e ti fanno finire al Creatore senza che tu abbia colpe da espiare o logica in grado di capire. Metterlo come tag mi fa sentire come una iena ridens che si nutre di carogne.

Eppure, più ci pensavo e più dovevo parlarne perché nella mia vita ce ne sono state talmente tante che forse se ora do loro una qualche forma queste si chetano un po’ e mi lasciano respirare.

Tu stai lì e già fai fatica a starci perché è sempre troppo quello che devi gestire e… qualcosa ti esplode. Dentro o fuori, non fa differenza. Non è che puoi far finta di niente, ti giri dall’altra parte e alzi le spalle. Un’esplosione ti sconvolge anche se è minima, anche se la senti solo tu, anche se il buonsenso ti dice di fregartene, anche se i danni non sono così evidenti…

Un’esplosione ti sconvolge.

La dinamica, però, ha chiaro in sé ogni passaggio: un’origine, un’alimentazione silente, una miccia d’accensione, lo scoppio e la raccolta dei cocci. E certe esplosioni lasciano pezzettini sparsi davvero belli, li guardi e pensi “Toh!” sembra di stare a Disneyworld. No, non sono pro-esplosioni, ma so – ormai mi è chiaro – che non le posso evitare, neppure quando le sento arrivare. E io le sento arrivare, sempre, ma ho dei riflessi da bradipo ottuagenario.

Attendo rassegnata la prossima————————— eh.

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(191) Eclissi

Mi è successo spesso di assistere a un’eclissi. Lasciando da parte quella del sole e della luna e di eventuali altri astri e affini, non mi è sempre dispiaciuto. In certi casi è stato un vero sollievo, veder sparire chi mi stava decisamente rovinando le giornate senza che io dovessi far nulla di particolare (il mio potere del desiderare-fortemente-qualcosa-finché-accade spaaaaaaacca) è stata una liberazione.

Eppure, se potessi far riapparire altre persone sarebbe bello. Quelle, quando si sono eclissate, mi hanno lasciato un gran vuoto.

Ora: il mio sacrosanto diritto a eclissarmi lo difendo con le unghie e con i denti, lo utilizzo a mio piacere e in ogni momento in cui ne sento il bisogno, senza far torto a nessuno e senza far danno a nessuno, ma senza far differenze di sorta perché quando lo faccio è davvero necessario che io lo faccia.

Se riappaio è perché sono guarita, perché sto bene, perché ho ancora voglia di essere parte della vita degli altri. Se non capisci non importa, basta che lo accetti senza fare domande. Se non lo accetti non importa, significa che nella tua vita io non è il caso che rientri. Patti chiari e lunga vita a tutti.

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(8) Sorprese

In questi giorni sto ricevendo belle sorprese. A parte lo stupore per il fatto che siano belle (solitamente ne ricevo di sorprese, ma piuttosto difficili da digerire), questa inversione di tendenza comporta un obbligato settaggio da parte dei miei neuroni.

Abituati alle emergenze traumatiche, i miei neuroni sopportano male le sorprese. Ora si trovano decisamente confusi: le sorprese possono pure essere belle. E io posso rilassarmi un po’. Non troppo, per l’amor del cielo, soltanto un po’.

Mi scocciava essere diventata cinica e chiusa nei confronti delle possibilità a portata di mano. Ero stanca, ecco. Quindi, questo periodo che si è appena aperto mi impone un ripristino di certi pensieri adolescenziali che mi piacevano tanto e che mi facevano amare il mondo intero.

Ok, il mondo è cambiato parecchio da quando avevo sedici anni, e non in meglio, ma metto da parte il cinismo e il broncio ora.

Sono curiosa di incontrare quel che accadrà.

 b__

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