(759) Via

Finché non parto non è detto che io voglia partire. Se ancora non sono partita è perché qualcosa non mi torna, qualcosa non mi convince, ancora non ho il quadro completo della situazione, ancora non sono pronta. Partire impreparata non è contemplato dal mio DNA, semplicemente.

Come faccio a sapere che non si tratta di pigrizia o di codardia? Me lo sento. So bene che sono pigra e so bene che posso peccare di codardia pertanto mi tengo ben monitorata (vorrei non fossero limiti quindi sto cercando di lavorarci per depotenziarli nella loro forma più acuta). Riconosco il perché del mio rimandare quando una cosa che mi entusiasma perde lo smalto senza alcun motivo. Inizio a dubitare di quello in cui mi andrò a buttare, inizio a farmi alcune domande topiche, inizio a sondare con la mente tutte le complicanze della situazione. Un’analisi piuttosto certosina che potrebbe prendere più tempo del previsto, ma se la supero e mi ritorna il fuoco, allora parto.

Pronti, attenti… via!

Se parto, non mi fermo finché non arrivo alla meta. Ci posso mettere un mese, un anno o una vita, se parto allora arrivo anche. Poco ma sicuro. Non manco di tenacia, spirito di sacrificio e follia. Non manco di pazienza e perseveranza. Non manco di inventiva per risolvere problemi e saltare ostacoli. E poi, la cosa più importante di tutte: se prendo un impegno non mi rimangio la parola. Il che non sempre è un  bene, non sempre è intelligente, quasi mai è comodo, ma l’impegno preso significa tutto. Nel bene e nel male.

Iniziare per me non è mai un caso, è una scelta ponderata. Ci metto in conto le mie supposte capacità, oltre che il mio reale interesse, perché devo essere davvero convinta per poter completare il percorso. Se parto già dubbiosa so che non avrò la forza di mantenere quanto promesso. Mancare alle promesse mi causa uno sconforto senza fine, preferisco evitarlo.

Tutte queste chiacchiere per dire una cosa e una soltanto: partire è una faccenda seria. Si parte quando dentro di noi sentiamo quel click, quello dell’interruttore, che ci accende come una miccia. Il pronti-attenti-via solitamente è un sussurro, ma ha la forza di una rivoluzione. Sappiamo che da quel momento in avanti potrà succederci di tutto e che dipenderà tutto da noi. Se parti con altri presupposti, preparati a fermarti al primo pit-stop. Definitivamente, però.

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(728) Beninteso

Sono una persona ben educata, beninteso. Sono una persona paziente, beninteso. Sono una persona empatica, comprensiva e gentile, beninteso. Non considero la sensibilità una dote, è una caratteristica umana che si declina in mille sfaccettature e quindi lo siamo tutti, tutti estremamente sensibili altroché. Neppure l’essere solare mi pare una dote, è più che altro uno stato d’animo e io di solare ho veramente poco poco. Però quelle cose lì sopra so che sono proprio parte di me e che sono caratteristiche in parte naturali e in parte acquisite durante la mia infanzia perché ho avuto degli esempi splendidi da seguire.

Ecco, mi scoccia ammetterlo, ma queste qualità vengono prese, dai più, per debolezze. Vengono considerate un limite e ripagate, per lo più, con un viscerale e silente disprezzo.

Beninteso: essere come sono mi costa fatica, ma per mia fortuna ho una lista interminabile di difetti che equalizzano perfettamente l’insieme. La mia presunzione mi sostiene nel perseverare ad essere così come sono, la mia testardaggine mi incita a non arrendermi a quello che gli altri pensano di me, la mia autonomia mi aiuta a restare intera nonostante tutto. Sembrerà pazzesco, ma questi difetti che mi sono utilissimi vengono apprezzati ancora meno dei miei pregi. E qui potrei dilungarmi per ore con deliziosi aneddoti pittoreschi su come io sia motivo di grandi scazzi da parte del mio prossimo, ma non lo farò.

Vorrei solo soffermarmi su un punto cruciale della questione: potrei mettere da parte educazione, gentilezza, capacità empatica, pazienza, certo che potrei. Potrei ma non voglio. Decido di non farlo, ma è una decisione che potrebbe subire qualche cedimento, beninteso. E anche se decidessi di metterli da parte non scomparirebbero dal mio DNA, quindi in automatico non diventerei una persona cinica, maleducata, intollerante, rabbiosa. Non sarei né migliore né peggiore, sarei esattamente come adesso. Cambierebbe però la percezione che gli altri hanno di me. Sarei guardata con occhi diversi. Sarei ascoltata di più, sarei rispettata di più. Il mio modo di relazionarmi con gli altri sarebbe diverso e di conseguenza anche l’altrui modo di relazionarsi con me sarebbe diverso. Credo migliore, ne sono convinta.

Perché non lo faccio? Perché grazie al cielo ho i miei difetti che mi proteggono, che non mi permettono di adeguarmi al mediocre e sono (lo ricordo): la testardaggine, la presunzione, l’autonomia di pensiero. Quindi, oggi posso affermare tranquillamente che se lavorassi per mitigare i miei difetti, i miei pregi andrebbero a farsi fottere.

Beninteso, posso migliorare la gestione di entrambi, ma non posso inventarmi un’altra me. Però, ripeto: posso migliorare la gestione di entrambi. E, beninteso, lo farò. Sono qui per questo, è giusto dirlo. Sono qui per questo.

 

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(645) Rocambolesco

Ogni cosa io abbia intrapreso è stato sempre un viaggio che in qualche modo si è rivelato spericolato: per dinamiche e per effetti collaterali. Non lo so, probabilmente ce l’ho nel DNA. No, non è una giustificazione, soltanto una base di partenza. Basta saperlo, no?

A questo punto della mia esistenza, sono ben oltre il mezzo cammin di mia vita, ci sono cose che do per scontato, tipo: non potrei permettermelo, ma lo faccio lo stesso. Oppure: non dovrei farlo, ma la vita mi ci costringe e da lì devo passare. Oppure: potrei evitarlo, ma metto da parte la mia rinomata saggezza e mi do all’ennesima cazzata. Cose così.

Male che vada avrò qualcosa da raccontare, mi dico per farmi coraggio, ma a volte le storie sono meno epiche di quel che dovrebbero e non posso far altro che rimandare la grande avventura alla prossima volta. Perché l’aggravante è che sono recidiva. E sempre sempre sempre pronta a partire. Sempre.

Ormai mi ci sono rassegnata: la linea dritta mi schifa. Non ce la fa proprio a tollerare la mia percorrenza e si storce, si attorciglia, si snoda in vortici assurdi sperando di seminarmi o di sotterrarmi. Ma io niente, non mollo. S’è mai visto la Babs mollare soltanto perché non era cosa facile o immediata. Sembra che l’ho scritto come un vanto, ma faccio presente che c’è molta ironia in questa visione di me stessa e ben poco da stare allegri.

Quindi, riassumendo, tutto quello che mi risulta rocambolesco io me lo abbraccio e me lo porto appresso. E lo so che dovrei pensarci un po’ meglio, lo so che potrei scegliere vie più semplici, lo so che c’ho una certa e che le ossa iniziano a scricchiolarmi sinistramente. Lo so. Ma se una ce l’ha nel DNA di complicarsi la vita mica può disfarsene come si butta un paio di scarpe rotte. Non si può, non si fa. Dico solo una cosa a mia discolpa: affronto tutto con la speranza di non sfracellarmi al suolo e – più o meno – riesco a mantenere alto il morale e la fiducia in queste avventure da niente che per me sono tutto.

Ognuno si scrive la propria storia come gli pare e piace, lo ripeto. Questo vale doppio per me, perché coraggio e follia vanno a braccetto nella mia visione e… insomma: basta saperlo.

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(418) Q.B.

La giusta misura: quanto basta. Se stai cucinando ti serve a puntare l’attenzione sulla tua capacità di sentire il sapore dei cibi. Non troppo sale e non troppo poco, tanto per fare un esempio. Significa che non ti devi affidare alle quantità che altri hanno deciso, devi fare da te e, personalmente, lo trovo bellissimo.

Allenarsi al quanto basta nel gestire la nostra vita è un percorso affascinante, non tutti se la sentono di affrontarlo e la maggior parte delle persone va da un eccesso all’altro sbattendo contro i propri limiti e i propri tormenti, eppure…

Il quanto basta ti fa stare all’erta. Devi domandarti “Basterà?”, ogni tre per due e la cosa può essere stressante se la prendi dal verso sbagliato. Viverlo come un allenamento per migliorare la qualità della nostra esistenza, invece, ci porta a raggiungere uno stato di benessere che ha un reale e concreto valore aggiunto rispetto a tutti gli eccessi di cui possiamo cadere vittime.

Non si tratta di morigeratezza, ma di tarare bene la nostra soglia del ok-va-bene-così, né più né meno. Così va bene. Pensiamoci, quante volte ci fermiamo al così-va-bene? Quasi mai. Siamo ingordi (fino a diventare disumani) e siamo gonfi di tutto: cibo, comodità, possibilità. Gonfi come manco abbiamo il coraggio di ammettere. Farci stare nel range del quanto basta è come bastonarci, dirci che non siamo liberi di… di cosa? Di fare cosa? Di strafare. Di stradire. Di stra-qualsiasi-cosa-ci-passi-per-la-testa. Essere strafatti di questo o di quello è diventato normale.

La mia intera esistenza è stata un allenamento al quanto basta, dall’educazione ricevuta in casa alle vicende che ho dovuto attraversare per arrivare a oggi, e mi rendo conto sempre di più che sono fatta di questo. Quel quanto basta è metà del mio DNA.

Sopporto quel quanto basta prima di mandare tutto al diavolo, per esempio. Sembra una cosa da poco, ma non lo è. Se non arrivo al q.b. tengo duro. Ci arrivo e agisco. Non prima, non dopo. La soglia del q.b. mi impone un certo rigore.

Mi do da fare il q.b. che ritengo giusto per me, se è troppo – e spesso lo è – mi rendo conto che devo stroppiare per ridimensionare il tutto e cambiare tutto. Quindi il q.b. è un riferimento fondamentale, non sempre immediatamente raggiungibile, ma aggiustabile sì, sempre. Una volta revisionato le proporzioni, le misure, si modella la situazione e le cose vanno a posto.

Q.B. non è aria fritta, è la vera libertà.

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(301) Robot

Fingersi inattaccabili, non provare dolore. Andare avanti comunque, stando in piedi anche quando sotto i piedi hai le sabbiemobili. Facile, no? No. Eppure non è la parte più dura, quella arriva dopo. Arriva quando chi ti sta attorno si è convinto che tu sia quella che va sempre avanti nonostante i colpi ricevuti e che sarà sempre così. E, soprattutto, che i colpi possono arrivare ancora e magari anche più forti tanto tu stai sempre lì a prenderli, stoica e strafottente (o quasi). Ormai non senti più niente.

Cosa puoi inventarti per fargli cambiare questa assurda convinzione? Soccombere? Crollare malamente? Ehmmm… no. Ti sei dimenticata di come si fa, di come ci si arrende e di come ci si possa fermare. Ormai te lo sei cancellata dal DNA. Non perché tu non senta più niente, ma perché ti sei trasformata in una specie di androide alla Blade Runner e forse, forse, va anche bene così.

Solo che ogni tanto ti prende male e ti siedi. Prendi un respiro, senza che nessuno se ne accorga, e ti scopri esausta e quindi debole. Senza che nessuno se ne accorga, perché nessuno se ne vuole accorgere, sarebbe gravoso prendersi quel carico addosso (e poi perché?). Giusto. Perché?

Eh! Che brutta storia essere costretta da una corazza senza i superpoteri di Wonder Woman. Oltre il danno, la beffa.

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(185) DNA

C’è un modo strano, spesso, che la vita usa per metterti davanti a un dato di fatto che tu hai fino a un istante prima ignorato (volutamente o meno non fa differenza). Incontri nel reale quella cosa e ti devi fermare per registrarla una volta per tutte.

Mi è capitato stasera, mi sono dovuta fermare e l’ho finalmente registrata.

Scendere in particolari diventerebbe noioso, ma è più la sostanza di quello che sto sentendo in questo momento che voglio sia scritta una volta per tutte, ovvero: sollievo.

Il mio DNA non è senza criterio. Non è uno sbaglio della natura. Non è un caso fortuito. Non è senza ragione. Davvero è il risultato di una mescolanza, di una formula il cui dosaggio può non essere riconducibile con precisione a un’origine o all’altra, ma è comunque il frutto di un calcolo che va oltre me.

Può non avere senso, detto così in generale, ma a togliere tutto il superfluo resta il sollievo. Che ha a che fare con uno strano e ridicolo sentimento di riconoscimento, uno strano e ridicolo sentirsi meno sola, uno strano e ridicolo ricondurmi a un perché senza che il perché sia costrizione, ma semplice presenza.

Sollievo. Non cambia nulla del mio reale, forse, ma cambia qualcosa dentro dentro dentro in fondo a me.

Come scoprire che quel qualcosa che avevi perso e di cui ti eri obbligata a fare a meno, perché non sostituibile, ti comparisse davanti per rientrare nuovamente nella tua vita. Sai che ne potresti ancora fare a meno, ma benedici il fatto che sia lì ad arricchire la tua esistenza, ancora.

Esattamente così.

 

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