(712) Apparecchiare

Spendo molta della mia energia nella preparazione. Credo sia la parte migliore, il momento in cui le idee possono splendere. Immagini che ogni dettaglio sia perfetto, che ogni cosa sia al posto giusto, che tutto-proprio-tutto vada come vuoi tu. Per me è il momento in cui posso curare le mie idee affinché siano accoglienti e creino benessere per chi ne usufruirà.

A ben pensarci non ho fatto altro che apparecchiare il mio presente per tutta la vita, e non è poco. Davvero non è poco.

Mi sembra addirittura di non saper fare altro, e questo è di certo un limite. Faccio fatica a smettere, non riesco a stare con la testa ferma e godermi quanto ho fatto, sono sempre spinta oltre, devo sempre pensarne una nuova e arrovellarmi per riuscire a rendere il pensiero concreto, reale. Stachanov mi fa un baffo. Su tutta la linea. Non so se esserne orgogliosa o dolermene, sinceramente non lo so.

Tanto per cambiare sto apparecchiando un’altra tavola, e già non mi do tregua: immagino, strutturo, schematizzo, distribuisco il fare… Sì, una macchina da guerra. Non è per la guerra che mi sto preparando, però, questo spero farà la differenza. Fidarsi delle persone – alla mia età – non è facile, ti domandi sempre come e dove stavolta ti colpiranno, ma alla fin fine ci vuole una bella tenuta di nervi a stare perennemente sul chi-va-là. I miei nervi già sono oberati per tutto quello che devono affrontare, non posso trascinarli anche nel girone infernale dei cinici ad oltranza. Eh!

La vita, dopotutto, è un atto di fede. Se ci sei e non ci credi che resti qui a fare?

 

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(708) Chicchessia

Oggi, in una presentazione di un piano di comunicazione aziendale, ho davvero usato il termine chicchessia. L’ho fatto con la mia solita quieta spavalderia e l’ho fatto solo perché suonava talmente opportuno che qualsiasi sinonimo mi risultava cacofonico.

Non nascondo che qualche dubbio l’ho avuto, dopo. Durante la revisione mi sono domandata se fosse il caso di lasciarlo lì. Mi rendo conto che è una leziosità per certi versi fastidiosa, mica sto facendo letteratura è un umile documento informativo, ma in quella frase, per il contesto che stavo descrivendo… no, non riuscivo a sostituirlo. Così l’ho lasciato.

Già mi immagino la faccia del cliente, già mi immagino il sorriso che mi nascerà e già immagino cosa dire a mia discolpa, eppure non lo toglierò.

Credo sia proprio una questione di amore viscerale per quello che sto facendo. Solitamente devo rimaneggiare idee e lavori per accontentare chi pagando vuole avere qualcosa che gli risuoni perfettamente anche quando non funziona, anche quando è una mossa catastrofica in fatto di comunicazione. In quei casi sfodero la mia migliore dialettica cercando di far comprendere le mie ragioni di professionista, spesso devo ritirarmi in silenzio nonostante gli sforzi profusi perché chi paga ha sempre ragione. Ecco, oggi ho voluto essere libera. Completamente libera di gestire la situazione, dopo tanto tempo mi sono detta: “Se per te va bene, significa che va bene e basta”. E dopo tanto tempo a sacrificare concetti e parole per volere altrui, è stato un delizioso sollievo. Decido ed eseguo. Liberamente eseguo… meraviglioso.

Mi rendo conto che sto parlando di cose piccole, eppure se applico questa mia piccola libertà una volta al giorno mi sento meglio. Un esempio? Ok, decido di farmi un toast e qualcuno mi dice: “Perché sistemi in quel modo il formaggio?”. La risposta ovvia (“Perché lo voglio esattamente così”) e l’affermazione della scelta continuando sulla mia strada, è un altro esempio di come voglio fare le cose: A-MODO-MIO.

Il vecchio Frank (Sinatra) lo ha cantato e io nel mio piccolo ho raccolto la sua eredità mettendola in pratica sempre a-modo-mio.

A me sta bene il consiglio, la condivisione, il fare meglio, l’imparare… va tutto bene, ma ci sono delle cose che preferisco fare a-modo-mio. Scrivere è una di queste, quindi se qualcuno vuole mettere mano a qualcosa che ho scritto io non la prendo benissimo. Magari la migliori, ma diventa tua e non mia. Nonostante i tanti anni di scrittura è ancora così. Quindi oggi mi sono ribellata e ci ho messo un bel chicchessia dove nessun altro al mondo avrebbe osato.

Sì, è una cosa da nulla, una sciocchezza è vero. Ma l’ho fatto. E l’ho fatto a-modo-mio. Grazie Frank.

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(693) Piangere

Ci sono cose che fanno piangere, e anche persone che sanno come far piangere. E ci sono almeno mille modi diversi di piangere e un milione di ragioni diverse per cui si piange. Ogni lacrima versata si porta via con sé un intricato garbuglio di sentimenti. Non piangi mai per una cosa soltanto, inizi con una motivazione – certo – ma poi a valanga vieni sommerso da tutto quello che fino a quel momento stava in piedi per miracolo. E quando l’incantesimo si spezza: addio.

Addio nervi, soprattutto.

Io piango quando rido di cuore. Nel senso che anche quando rido piango. Questo fa di me presenza fastidiosa per esempio al cinema: se un film mi piace piango. Fosse anche un film comico, fa niente, io piango. Che poi il mio non sia un pianto becero è un dato di fatto. Piango in silenzio. In un certo qual modo il mio pudore ha la meglio. Decoro innanzitutto, sono pur sempre friulana. 

La questione ha anche un’altra faccia: piango raramente per me. Mi faccio piuttosto compassione in diversi momenti, ma più che piangere per me mi viene naturale ridere di me. Questa cosa mi stordisce. Voglio dire: è una cosa positiva o una cosa negativa? Lo ignoro bellamente. Non lo so proprio, non riesco a capirlo dalle conseguenze che mi porto addosso perché è così da molto tempo e le conseguenze sono diventate parte di me. Forse è un male e sono malata, o forse non sono del tutto fuori di testa perché questa dinamica mi fa bene. Boh.

Riassumendo: piango per gli eventi, per le persone (e a causa di certe persone), piango per le storie che ascolto/vedo/incontro, piango per le cose che mi fanno incazzare. Non piango per me, anche se credo che esistano buone ragioni che lo potrebbero giustificare (un bel pianto ognittanto, mica sempre). Eh. Quindi? Niente, era soltanto per fare il punto della situazione. Facciamo che ora che l’ho scritto lo possiamo serenamente archiviare, ok? 

Bene, buonanotte a tutti e grazie per l’ascolto (e buonanotte anche a me).

 

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(581) Distinguersi

Credo ci sia stato un fraintendimento e alla base di questo fraintendimento non ci sia il Male Oscuro, bensì un mero tentativo di dare una mano a chi si sentiva senza speranze – nei riguardi di se stesso. Il consiglio è: distinguiti. Sii meglio di tutti, o sii il più strano di tutti, o sii il più intelligente, il più furbo, il più… insomma, distinguiti!

Diamo per scontato che se ti senti senza speranze il problema è molto probabile che abbia origine proprio lì: non pensi di poterti distinguere dal resto della popolazione mondiale. Pensi di non aver nulla di diverso dagli altri per poter prendere in mano questa tua caratteristica e farne qualcosa di meraviglioso. Ecco: siamo al primo controsenso. Perché ti senti diverso dagli altri, allora? Non hai nulla che ti aiuti a distinguerti dagli altri, ma sei diverso dagli altri. Ok, questo significa che chiunque incontri è diverso da te e diverso da un qualsiasi altro? No, non credo. Credo che tu valuti gli altri come diversi da te e pertanto tutti uguali, a meno che non compaiano in tv o sulle riviste, o abbiano milionate di followers su Instagram o Facebook o Tumblr.

Non sono d’accordo con questa visione dell’Essere Umano, in generale, ma vediamo di partire da qui. Si parte sempre da una domanda, solitamente la domanda è: perché? Quindi, perché ti senti diverso? Pensi che nessuno si senta come ti senti tu? Lo credi o lo speri? Lo speri per te o per gli altri? Non è che vuoi essere speciale, ma han già inventato tutto e essere speciale ormai costa troppo?

Distinguersi dagli altri è semplice, il nostro corpo non è uguale a quello di qualcun altro, neppure se ti trovassi davanti a uno dei tuoi sette sosia sparsi nel mondo. Distinguersi, allora, cosa significa? Fare una cazzata dietro l’altra per far notare al mondo che sei pessimo? O sacrificare la tua vita per una causa nobile e dimostrare al mondo che San Francesco è stato niente al tuo confronto?

Distinguersi come scopo nella vita. Che fatica e che stanchezza.

Ogni giorno, con ogni scelta che facciamo ci palesiamo come diversi dagli altri. Anche quando scegliamo le stesse cose, molto probabilmente il motivo che ci anima è soltanto nostro – il frutto della nostra storia, del nostro sentire.

Diverso e Distinto. D’istinto ho scritto che distinguersi sia stato all’inizio magari un buon consiglio che qualcuno ha frainteso, ora penso che il fraintendimento risieda nell’imperativo più che nell’asserzione in sé. Distinguersi significa anche farsi onore e, in questo senso, con un po’ di onesto lavoro, potremmo salvare la situazione. Lasciando da parte gli imperativi, per favore.

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(354) Ingranaggio

L’ingranaggio è quella cosa che se si incastra per bene fa funzionare la macchina (qualsiasi macchinario funzioni con ingranaggi, s’intende). Un metodo geniale che ti permette di far andare un qualsiasi mezzo che usi per creare qualcosa. L’uomo lo ha inventato per facilitarsi il lavoro e quando l’ingranaggio lavora per te e lavora bene tu sei più felice.

L’ingranaggio per far sì che non ti lasci a piedi deve essere oggetto di continua manutenzione. Se è sporco, se è liso o obsoleto si blocca o si spacca e tu sei fregato.

Se facessimo più attenzione agli ingranaggi e rendessimo loro grazie perché esistono e esistono per noi, molto probabilmente le cose funzionerebbero per bene e noi saremmo più felici.

Ci sono milioni di ingranaggi che si prodigano per noi – moltissimi racchiusi nel nostro corpo e nella nostra mente – e in silenzio lavorano sodo senza mai smettere e lavorano malgrado tutto, anche se noi non ce ne accorgiamo o e anche quando noi non vogliamo (sì lo fanno). La cosa affascinante è che sono il fulcro di tutta la nostra forza, il nostro potere risiede in loro e loro possono – quando ne hanno davvero fin sopra le orecchie – bloccarsi, fondersi, disintegrarsi e smettere di funzionare. Così di botto. Senza nessuna spiegazione. Senza chiedere il permesso e senza chiedere scusa. Smettono di andare e basta.

Considerata questa possibilità agghiacciante, c’è da dire che molto spesso ci lanciano dei segnali che ci dovrebbero mettere in allarme, ma la maggior parte delle volte noi facciamo finta di niente. Finta di niente oggi e finta di niente domani, lasciamo andare a remengo le cose pensando che ci vada sempre liscia fino a che ci fermiamo e basta.

Questo errore lo fanno tutti e continuamente, anche quando hanno già sperimentato la drammatica situazione in cui ci si ferma e basta e hanno già avuto fortuna a pacchi a potersi rimettere in moto.

Ecco, io ci ricasco continuamente, ma spero che questa volta sia l’ultima per un pezzo. Speriamo.

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(355) Mug

Una delle mie fissazioni ormai celeberrime è quella delle mug. Ne ho parecchie, le uso tutte. Alcune spesso, altre saltuariamente, altre a periodi. 

Ora che ci penso ne ho una che non ho mai usato e che non userò, manco da morta, perché è bellissima. La tengo addirittura cellophanata. Rimarrà bellissima per sempre.

La scelta della mug che userò dipende da diversi fattori: dal liquido che deve contenere (tè, caffè americano, ginseng/guaranà, tisana, acqua, succo di frutta ecc.), da quanto ne voglio bere (le dimensioni contano – eccome), e – cosa non da sottovalutare – dal mio umore (tranquilla, nervosa, pensierosa, preoccupata, felice ecc.), di conseguenza anche da come vorrei sentirmi dopo aver finito di bere quello che ho scelto di bere.

La cosa eccezionale, ma davvero eccezionale, è che ci metto un secondo per decidere cosa voglio bere e la mug più adatta all’occasione. Spesso non ci penso neppure, vado dritta a prendermi quello che voglio senza sbagliare un colpo. Sono ovviamente guidata dal fattore “come mi sento e come voglio sentirmi dopo”. Tutto avviene in modo naturale, senza pensieri aggiuntivi, addirittura agisco sovrappensiero, senza frappormi tra me e il mio bisogno/desiderio.

Ecco, faccio così con il 99% delle cose che mi riguardano. Mi gestisco scegliendo in base a come mi sento e a come mi vorrei sentire. Se faccio la scelta sbagliata, non è imputabile al metodo che uso o all’intento, entrambi funzionano divinamente, quando non funziona è perché sono stata deviata nella scelta da qualcosa che arriva dall’esterno e che mi ha distratta, che mi ha fatto pensare meno a come mi sento e più a come non disattendere le aspettative di chi mi sta attorno.

Detto questo, una sola cosa mi resta da aggiungere: io funziono da Essere Umano, tutti gli Esseri Umani funzionano come me. Ognuno di noi si muove in base a come si sente e a come vorrebbe, invece, sentirsi. Questo particolare dovrebbe farci valutare diversamente certe cose, certe situazioni, certe azioni e certe persone. Non per giustificare, ma per capire dove sta il disagio e se c’è qualcosa che si può fare per sistemarlo.

Stasera tè alla vaniglia in mug grande, bianca con B stampata in verde scuro e edera attorcigliata color verde chiaro. Sto benissimo, grazie.

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(244) Quadro

Avere il quadro della situazione non è cosa ovvia né immediata. Mi ci vuole tempo. Anche troppo, spesso. Probabilmente non sono così arguta come dovrei, oppure sono troppo pedante riguardo i dettagli e mi ci perdo.

Dipingere un quadro non è cosa da un giorno, i quadri migliori sono il risultato di ore e ore di lavoro-energia-tormentonellaricerca. Faccio così anch’io quando una situazione ha bisogno di essere analizzata per farsi capire: ore e ore di energia-tormento-lavoro. Ne vale la pena.

Appena il quadro si può dire completato lo si fa asciugare. Si sceglie una cornice e lo si appende a una parete: eccola lì la situazione, decidi tu se tenerla o buttarla. Io non butto via, metto da parte.

Devo trovare il modo di alleggerire le mie pareti. La confusione non mi aiuta a pensare.

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(98) Blocco

Sospetto autoboicottaggio. C’è qualcosa dentro di me che quando deve-deve-deve-deve si gira e se ne va. Ormai è chiara l’azione, me l’aspetto anche, solo che ancora non ho trovato il modo di bloccarla.

Vorrei essere Piper Halliwell e congelare la scena, quella parte di me che se ne sta andando.

Solo che non posso obbligare me stessa a creare quando i tempi non sono maturi. Dirlo al resto del mondo diventa difficile, così mi costringo, mi costringo, mi costringo… ma poi mi giro e vado. Mai lontano, no. E il senso di colpa non mi aiuta. Neppure piangermi addosso, però.

Uff, che mal di testa.

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