(425) Inutile

Muoversi nel terreno dell’inutile è la cosa peggiore che si possa fare. Quando sai, quando senti, quando prevedi, quando anche solo immagini che quello che stai facendo si rivelerà inutile, molla tutto.

Diamo per scontato che se fai, se proponi, se ti ingegni, se ti muovi per far accadere qualcosa è perché in un certo qual modo ci tieni. Potrebbe essere anche soltanto un discorso di interesse personale, magari niente di cui vantarsi sui Social, qualcosa che ti farà stare bene e basta. In un modo o nell’altro. Senza cadere in nessun tipo di giudizio, senza nessun ipocrita moralità, facciamo un discorso in generale: quando fai impegni energia. L’energia costa, ce lo insegna l’Enel. La questione è che con il tempo non è detto che l’energia che impieghi poi tu possa anche recuperarla in qualche modo – a meno che tu non ti cosparga di pannelli solari (in questo caso Elon Musk potrebbe darti una mano).

Se mentre fai ti accorgi che è inutile, che non arriverai a niente, che stai solo perdendo tempo, cosa fai? Ti fermi e fai altro. Giusto? Ecco, no, non è sempre così. Non è sempre ovvio, non è sempre fattibile. Perché? Perché ci sono degli impedimenti morali – più o meno sani e più o meno forti – che spesso ti impediscono di andartene.

Devo dire che con gli anni mi sono specializzata nell’andarmene appena mi è evidente che le cose che sto facendo si riveleranno inutili. Sia in situazioni professionali, che in quelle personali. Sia riguardo alle cose che alle persone. Me ne vado, senza neppure guardarmi indietro. Per farlo ho dovuto frantumare muri di cemento armato – costruiti con impegno da altri per me – che m’impedivano di vedere la grande, immensa, Bellezza della scelta di mollare anche senza aspettare che la cosa sia finita.

Alzarsi dalla poltrona quando il film – per cui hai pagato un biglietto (perché un biglietto lo si paga sempre) – non ti piace, anche solo dopo qualche scena è un tuo sacrosanto diritto. Prendi e te ne vai.

Ho assistito con grande fastidio e sofferenza a film orrendi. Ero lì, immobilizzata dalla paura che se me ne fossi andata sarebbe finito tutto. Tutta la mia vita sarebbe andata in frantumi. Riconoscevo l’inutilità di quella situazione, per me, per la mia anima, ma pensavo che se fossi rimasta avrei comunque potuto fare qualcosa, avrei potuto essere utile. Essere utile a qualcosa/qualcuno, era il punto di vista malato da cui guardavo. L’utilità di quel qualcosa/qualcuno nella mia vita non era neppure contemplata. Pazzesco.

Non sto dicendo che tutto quello che non ci è utile ci è dannoso, ma quasi. Quasi. Davvero quasi. Non pensavo di arrivare a questo punto, ma sono certa che rendersi conto di questa cosa può salvarci la vita. Ostinarci a essere utili a qualcosa/qualcuno non ci garantisce il successo. Spesso ci rende pesanti, ci rende troppo presenti. Troppo presenti. E troppo non è mai bene.

Le cose inutili rallentano gli eventi, ci impediscono di dedicare la nostra energia alle cose utili. Le persone inutili danneggiano il nostro amore per la vita, ci derubano delle speranze e dei sogni e impoveriscono le nostre risorse. Dove c’è scritto che siamo qui per questo? Non c’è scritto da nessuna parte e se qualcuno osa affermare una castroneria del genere ricordiamoci che è solo la sua interpretazione del mondo e come tale non corrisponde a Verità.

Possiamo andarcene di fronte all’inutilità. Sempre. Proprio sempre.

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(374) Tattoo

Farsi attraversare dal dolore non perché accidentale – e quindi inevitabile – ma perché volontario. Un dolore che vuoi, che ti sei cercato, si assorbe con una rapidità impressionante. Come se non dovesse lasciare tracce, anche se la lascia, anche se la traccia è più visibile delle altre, anche se la traccia ti ha cambiato – inevitabilmente.

La cosa più insopportabile è cadere dentro un dolore che non ti immaginavi volesse proprio te. Ti viene da chiedergli: ma che cosa ti ho fatto? Perché io?

Ogni tanto l’occhio mi cade sui tatuaggi che ormai sono la mia pelle da tanto tempo e non ricordo il dolore, ricordo il perché del dolore. Ricordo il perché di quei segni, ricordo il come e il quando. Di solito il dolore che ti arriva all’improvviso non si porta appresso un motivo e se il motivo lo trovi a posteriori è soltanto per giustificarlo, per renderlo meno inutile.

L’inutilità dei segni che il dolore ti lascia – e del dolore stesso – è un’altra cosa insopportabile. Si può passare tutta una vita a cercare i motivi dei segni che non volevi, che non ti sei cercato, che non vorresti e che non augureresti a nessuno, senza trovarli.

Oggi per me un nuovo tatuaggio che, anziché un dolore, segna un sollievo. Quasi una rinascita, anzi migliore perché non poggia sulle ceneri ma è radicata alla terra con solida tenacia. Tutto questo di certo non ha senso per il resto del mondo, e non mi dispiace. Dieci anni sono abbastanza per chiunque, dieci anni possono bastare per altre dieci vite. Capire il dolore non è affatto necessario, spesso è meglio trovare il modo di farlo scivolare via. Bisognerebbe saperlo fare, ma io non ne sono capace. Di questo mi dispiace. Davvero.

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(276) Colpi

Si danno e si prendono, dicono. Credo sia così. Quando li prendi te ne accorgi subito, quando li dai potresti non esserne proprio consapevole e chiedere scusa diventa difficile se uno non te lo fa notare. Se te lo fa notare,  quel qualcuno a te ci tiene. Pensa che valga la pena affrontare il nodo che si è formato per scioglierlo, in un modo o nell’altro. Se non lo fa, allora reputa che tu non valga il suo tempo, la sua energia. Questo è il colpo finale. Quello che resta. Può far male anche dopo millenni, s’imprime dentro di te e lì continua a bruciare.

Un colpo che tiri, nove volte su dieci, ti torna indietro. Su la guardia, quindi.

Vivere senza prenderne e senza tirarne, di colpi intendo, non sembra sia possibile. Mi hanno detto che non lo è. Io ci credo.

I colpi ti mettono davanti a due possibilità: o soccombi o reagisci. E qui ti si svela l’essenza del tuo esserci. Reagire sempre? Soccombere sempre? Impegnativo. Troppo per me, lo ammetto. A volte soccombo, mi ci vuole un po’ di tempo per capirne l’origine e quantificare il danno che mi ha causato, quindi soccombo. Mi accascio e stringo i denti. La reazione che segue non è mai di vendetta, lascio andare e passo oltre. Quando reagisco, invece, diventa tutto più veloce, tutto più duro, tutto più faticoso. Sento il mio dolore e anche quello di chi riceve il mio colpo, non lo so perché ma hanno la stessa portata, la stessa intensità.

Preferisco non reagire ai colpi sferrando colpi, ma se lo faccio è perché non vedo altra scelta. Ci sono opzioni alternative, ma io non le vedo. Succede quando sento l’inutilità di affrontare snervanti confronti che non porterebbero a nulla. Sempre dal mio punto di vista, che è sempre e solo il mio punto di vista.

Le nocche bruciano, le mani stridono. E si passa oltre. Chissà come, chissà perché. Appena lo capisco scriverò una storia.

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