(502) Quintessenza

Incontrare la quintessenza dell’incompetenza è un’esperienza che consiglierei a tutti. Se poi si unisce alla quintessenza dell’arroganza, si raggiunge il top. Anche questa la consiglierei, perché da quel momento in avanti il mondo non ti sembra più lo stesso.

È come se ti si fossero spalancate le porte della percezione, dove tutto quello che pensavi fosse illusorio diventa reale e tutto ciò su cui basavi il tuo solido sapere si rivelasse essere aria fritta.

Non riesci a capacitarti del fatto che quello che stai vivendo sia un evento eccezionale e al contempo non così raro – solo che a te, con questa intensità, non era mai capitato – e che per quanto tu faccia non potrai cambiare le cose: la quintessenza (di qualsiasi cosa) vince su tutto.

E non serve appellarsi al buonsenso, ai limiti che non vanno superati, al rispetto per una professionalità che vive di esperienza e preparazione… macché! Tutte idiozie, l’arroganza da sola potrebbe ribattere con veemenza che i soldi fanno il padrone e gli altri son pur sempre schiavi, figuriamoci quando questa arroganza viene sublimata a quintessenza. Non se ne esce.

Ci sono tanti modi per vivere, e vivere da arroganti (anche se sublimati) non è mai stata una mia ambizione, ma per quanto io cerchi di scappare vado sempre a cozzare con una fottuta quintessenza di qualcosa e – come ho già detto – non c’è battaglia che tenga, è sempre lei che vince. Vince su tutto.

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(496) Torbido

Lo sento subito il torbido, ma proprio subito. Poi il buonsenso mi convince che non posso partire in quarta, fidarmi del mio istinto e tagliare fuori le situazioni e le persone. Non si fa, non si può.

Grazie a questo scrupolo mi sono immersa nel torbido altrui tante volte, perché il proprio nessuno lo sente – ovvio, e in queste lunghe o corte immersioni ne ho scoperte tante di cose che nel torbido si sanno nascondere bene. Non sto qui a giudicare il torbido degli altri, detesto che giudichi il mio, ma anche i torbidi entrano in risonanza e ci si accorge che qualcosa non va quando il torbido che s’incontra non suona bene con il tuo.

Lo sento subito quel torbido lì, quello che con me non ha nulla a che vedere. Vorrei proprio girare i tacchi e andarmene, ma il mio buonsenso è un po’ scemo e mi fa restare. Dice che conoscendo torbidi a me lontani imparo meglio quel che c’è da imparare così non me lo dimenticherò più. In questo ha ragione, certi torbidi non me li dimenticherò più, ma non è un bene, anzi. Vorrei dimenticare, vorrei davvero dimenticare. Solo che certa roba ti si attacca addosso e ti corrode il cervello, tu pensi che non ti riguardi ormai, ma ricordi tutto e quel tutto rosicchia e rosicchia incessantemente.

Sguazzare nel fango non è divertente, è soltanto sporco, l’ho imparato e ora il torbido lo lascio da parte, lo lascio a chi non ha una pozza d’acqua sorgiva in cui tuffarsi. E quando lo incontro metto a tacere gli scrupoli e il buonsenso, non c’è scritto da nessuna parte che tutte le lezioni della vita debbano passare da lì. Vorrei averlo capito prima, ma sono grata di averlo finalmente capito. Non soltanto capito, sono grata anche del fatto che non mi domando più se avessi fatto meglio a restare. I dubbi sono affondati nell’ultimo torbido incontrato, ma sto ancora togliendo dei maledetti rimasugli fangosi. Damn!

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(376) Radiografia

Bisognerebbe guardarsi dentro di più. L’ho sempre pensato, ma arrivata a questa età sto facendo una cernita delle persone che ho incontrato per valutare la validità della mia affermazione. Trovo uno scollamento pazzesco tra la teoria e la realtà, e questa cosa mi deprime.

Partiamo dal presupposto che guardarsi dentro sia una buona regola per mantenere i contatti con se stessi. Diamo anche per scontato che farlo continuamente, in modo ossessivo, diventa patologicamente dannoso (= esistono anche gli altri). La sana via di mezzo dovrebbe essere quella più trafficata, ma così non è.

Un fatto evidente è che chi si guarda davvero dentro perde, a poco a poco, quintalate di leggerezza e gaiezza. Come se quello che vedono portasse via pezzi sostanziosi di ottimismo e di positività. Aspettative troppo alte che si frantumano al suolo o scontentezza atavica per essere soltanto Umani? Vallo a capire.

Per esperienza personale, scendendo di livello – gradino dopo gradino – dentro la mia psiche che è collegata alla mia anima – il più delle volte, anche se non sempre – ho rischiato di spaccarmi le ossa. Ci ho rimesso la felicità, temo. Assurdamente parlando lo rifarei, assurdamente parlando lo continuo a fare quotidianamente, assurdamente parlando lo farò finché campo.

Non sto dicendo che sono un esempio da seguire, tutt’altro. Sto affermando qui e ora che la felicità dell’inconsapevolezza è una benedizione. Se ce l’hai tientela stretta e cerca di contagiare chiunque ti sia vicino. Un consiglio inutile, ma posso fare questo per mettere in guardia chi passa di qui. Ci tengo alla felicità degli altri, mi ricordano un po’ com’era la mia. Eh!

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(79) Opportunità

Non mi è mai successo che una buona opportunità mi cadesse in testa come una benedizione. Credo di non essere stata programmata per le botte di culo. Non dico che così si parte in svantaggio… anzi, sì, lo dico.

Senza voler dare colpa a chicchessia (non ho saputo resistere, lo dovevo usare per forza “chicchessia”), affermo pubblicamente che partire in svantaggio se c’è bel tempo ti passa via come fatto ineluttabile di cui non curarsi. Se piove, t’incazzi. Se piove e tira vento, di più. Se c’è nevischio e il vento è un’impietosa bora, non sei a rischio tu ma chi ti capita vicino se su di lui c’è bel tempo.

Detto questo, ho imparato presto che o le opportunità te le vai a cercare o non busseranno alla tua porta solo perché sei bella, intelligente e creativa* (ma anche se non lo fossi sarebbe lo stesso, è la programmazione alla casa madre che ti preclude vie agili e felici).

Sta di fatto che il casino è anche nel saper valutare quale sia in concreto una reale opportunità e quale una fregatura. Ecco, qui è questione di esperienza. Uno l’esperienza se la fa a suon di fregature, mica di belle opportunità. Capito il gioco?

Sì, ritornare alla casa madre l’articolo difettato sarebbe la cosa più saggia da fare, ma che garanzie di sostituzione ci hanno offerto? Parliamone: non sono pronta a trasformarmi in uno scarafaggio.

I would prefer not to.

*No, non sono bella né intelligente. Solo creativa, e non sempre.

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