(746) Posare

Ci sono pezzi che trovano il loro posto soltanto dopo anni. Molti anni. Non fanno altro che girarti intorno, non capisci cosa diavolo vogliano da te, sei anche pronto a lasciarteli alle spalle, andare avanti come se non fosse più importante. Niente da fare, ti ronzano sotto il naso senza posa, senza pace – loro e tua.

Sono certa che certi pezzi non andranno mai a posto, orfani di ragioni o di possibilità, ma prima o poi si stancano e vanno comunque a posarsi in un angolo o nell’altro preferendo il silenzio. E sono quelli che riescono a fare più male.

Alcuni pezzi ti chiedono di fare il primo passo, devono essere sicuri che non li ritirerai fuori ogni tre per due una volta che si sono sistemati. Bisogna stare attenti con loro, la sanno più lunga di noi.

Mettere in ordine i pezzi è sempre una buona idea, anche se costa fatica e se piuttosto andresti in Alaska in bikini. Mettere i pezzi al sicuro dove nessuno li potrà toccare ti aiuta a stare tranquillo, sai che se ti perderai puoi sempre ritrovarli lì e loro ti sapranno rassicurare.

Certi pezzi vanno a posto da soli, sono quelli meno importanti – forse – quelli che ti hanno lasciato un segno più leggero degli altri. Loro non si fanno pregare, in autonomia si posano un po’ qui e po’ là e si fanno dimenticare volentieri, sanno che quello che ti dovevano dare ti hanno dato e che i conti si son chiusi alla pari.

Quelli più tosti sono i pezzi che portano con sé delle domande perché di risposte ce ne possono essere più di una e non sai mai se quella che hai trovato sia davvero la definitiva. Rischi di illuderti per poi vederti ribaltare dalla risposta successiva e – magari – ancora provvisoria. Perché, ammettiamolo, certe domande non hanno risposte, contengono soltanto altre domande. Senza fine.

Ho imparato ad aspettare, potenziando la pazienza, forse perché ho imparato ad affidarmi o forse solo per stanchezza. Non lo so. Nel dubbio mi poso, guardando l’orizzonte sperando in un cielo di nuvole che corrono col vento che non ha posa.

 

 

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(730) Occhiali

Ultimamente mi sono dimenticata di indossare gli occhiali rosa. Esistono solo nella mia testa, ma mi sono stati utili in diversi frangenti, soprattutto quando il sole era troppo o il freddo era troppo o lo schifo era troppo. Il troppo vestito di rosa viene smorzato e si trasforma in sopportabile. Gioco scemo eppure efficace.

Sopportare significa che non ti va bene, ma proprio non ti va bene, però ti rendi conto che lo devi attraversare e che devi trovare un modo decente per farlo. Son passata di troppo in troppo e non ho avuto il tempo di cercarli, quei dannati occhiali rosa, li avevo appoggiati chissà dove e me li ero dimenticati quasi del tutto. Fino a oggi.

Oggi mi sono resa conto che ne avevo bisogno. Il troppo di questi ultimi tempi non è stato nulla di tragico, nulla di devastante, ma il troppo rimane troppo. E c’è bisogno di fermarsi, c’è bisogno di riflettere, c’è bisogno di smorzare l’intensità perché gli occhi sono stanchi.

Ho un talento per la sopportazione, ma non è affatto una caratteristica positiva. Ammiro chi non sopporta e reagisce in modo da non subire  situazioni che sono oggettivamente intollerabili – per diversi motivi. Io penso sempre che, prima di reagire con decisione, devo arrivare al punto che il troppo sia colmo. E ci arrivo, altroché se ci arrivo, ma ci arrivo sfinita. Ecco, vorrei riuscire a fare diversamente. Mi spingo sempre oltre ogni limite e poi crollo e stacco.

Gli occhiali rosa oggi li ho indossati per guardare tutto quello che in un anno ho attraversato e quanto la mia sopportazione abbia creato e bruciato dentro e fuori di me. Sono rimasta allibita. Ho fatto diventare quel troppo enorme e ho sopportato innanzitutto quella me che attraversava il troppo esagerato come se fosse parte del pacchetto all-inclusive. Evviva. No, davvero, sono veramente troppo avanti. Un genio.

Dovrò sforzarmi d’ora in poi di essere meno genio o camperò ancora poco. Dovrò sforzarmi di avere una voce più decisa, anche quando la voce mi mancherà del tutto. Dovrò sforzarmi di crescere, molto probabilmente. Non mi piace pensare che dovrò forzarmi a fare diversamente, ma naturale non mi viene di certo pertanto sarà bene che io mi ci metta d’impegno. Sì, è arrivato il momento di ripensare al come di ogni mio silenzio per fissarlo con pesi differenti. Ho attraversato un onorevole numero di troppo, mi posso pure accontentare di un abbastanza e sopportare il giusto e darmi pace il giusto lasciando andare il giusto.

I toni accesi mi hanno sempre dato noia, dopotutto. Meno genio e più concretezza, perdio!!!

 

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(648) Panorama

Cosa vedi fuori dalla tua finestra? 

Questa domanda mi ha accompagnato per oltre trent’anni, mi ha guidata e mi ha dato la forza di non fermarmi in luoghi dove non c’erano finestre o dove il mio sguardo non potesse spingersi oltre. Difficile da spiegare, ma è esattamente così che ho vissuto in questi anni.

Non l’ho mai detto a nessuno, non l’ho mai usato per giustificare certe mie decisioni e certe mie partenze, non l’ho mai sottovalutato e non l’ho mai zittito: ho lasciato che mi facesse strada, che si prendesse cura di me. Lo ha fatto.

Ci sono stati momenti di finestre sbarrate, di pareti cieche, di panorami squallidi e cieli bui, ma sono stati momenti perché ho agito e mi sono spostata, ho preso in mano la situazione e ho cercato un cielo meno cupo, un panorama più vasto, aprendo la mia finestra per respirare. Non sono mai ritornata indietro, sempre avanti. Senza rimpianti per di più.

Credo sia importante chiederci cosa riusciamo a vedere dalla finestra, quanta vita riesce a passare da lì per incontrarci? Credo sia fondamentale. E cercare il panorama che fa per noi, quello che ci mette in pace con le nostre storture e le nostre tristezze è un dovere oltre che un nostro diritto. Comporta un po’ di sbattimento, sì, certamente sì. E un po’ di disagio interiore, sì lo posso confermare. Ma non importa. Non importa. Non. Importa. Tutto questo serve.

Quando non ci sono finestre non c’è luce, non c’è respiro. Se chiudiamo le nostre finestre smettiamo di sentire il mondo per finire ad occuparci soltanto di noi stessi mettendo in pericolo la nostra mente, il nostro equilibrio. Se poi c’è chi trova l’Illuminazione ritirandosi a vita monastica, buon per lui. Per chi è come me non funziona. Quando sono in un luogo senza finestre so che quel luogo non è il mio. Non funziono senza poter spingere il mio sguardo oltre la finestra, mi si blocca tutto. Non so spiegarlo, ma così è. E così mi basta.

Amen.

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(480) Zanzare

Sono zanzare tutti gli atroci fastidi che ti saltano addosso mentre tu ti stai godendo un angolo di santapace che hai costruito con pazienza e amore e che ti auguri possa farti bene. Sai che sarà breve, che sarà solo un blando tentativo di riposo, metti pure in conto che al telefono dovrai rispondere se proprio è urgente… eppure ti illudi sempre, SEMPRE, che le zanzare ti ignoreranno per quei tre minuti tre in cui ti ritiri in te stesso.

Ti sbagli.

Le zanzare annusano il tuo intento da lontano, anche fossero su Plutone lo sentirebbero forte e chiaro e tu non ci puoi fare nulla.

Le zanzare sanno che, grazie alla tua ostinazione, riuscirai prima o poi a ritagliarti quello scampolo di pace e ti aspettano al varco. Le zanzare sanno essere tanto pazienti (ben più di te) quanto implacabili (ben più di te).

Le zanzare non se ne andranno soltanto perché tu glielo chiedi o glielo imponi. Neppure se le implori. Le zanzare pensano di essere dalla parte della ragione e vogliono che tu abbracci la loro visione senza fare storie. Se le fai, sappi che avrai la peggio perché il fastidio durerà molto più a lungo di quanto da loro preventivato. La questione principale è che alle zanzare tu servi e finché non ti arrendi e dai loro ciò di cui hanno bisogno, loro non molleranno. Mai.

Le zanzare hanno nomi e cognomi, le zanzare sono dentro alla rubrica del tuo telefono, vivono ovunque e vogliono sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che guarda caso ti coinvolge, anche se tu lo ignori. Le zanzare non dormono mai, al massimo si rilassano aspettando il momento giusto per colpire, le zanzare si riposano mentre tu sgobbi e imprechi per risolvere i loro affari e intanto pensano a qualche nuovo fastidio da consegnarti appena poggi il sedere sfinito e frustrato.

Scordati la tua pace. Le zanzare sono qui per te e per sempre.

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(441) Stasi

Non te ne accorgi subito, perché gli ultimi metri li hai percorsi per inerzia, ma quando ti rendi conto che qualcosa non va come dovrebbe allora non puoi che dichiarare ufficiale la tua stasi emotiva e augurarti che non sia la stasi definitiva.

Sì, sì, va bene, lo sanno tutti che i cicli della vita prevedono nascite-crescite-declini-morti-rinascite-ricrescite-rideclini-rimorti e via di questo passo, ma non è che puoi essere proprio certo che ce ne sarà un’altra di rinascita e neppure che ce ne sarà un’altra di rimorte. Darlo per scontato è da idioti, pertanto si vive l’attuale stasi come se fosse quella definitiva. In questa condizione mentale, inutile negarlo, le cose non possono che peggiorare.

Più temi che sia la fase finale della tua vita emotiva e più questa sembra scivolarti tra le dita e la senti sempre più debole, sempre più incolore, sempre più qualcosa-di-brutto e ti deprimi. La depressione non aiuta la ripresa, rafforza la stasi (è risaputo).

Qui si potrebbe tentare col defibrillatore, ma le autoanalisi, le autocritiche, le auto-qualsiasi-cosa non portano a nulla. La realtà conta e quella ti dà torto, su tutta la linea. Certo, se sei devoto ti voti a un Santo o all’altro, se pensi di essere una pia persona ti rivolgi direttamente ai piani alti, se dubiti di avere Santi in Paradiso ti attacchi alla Scienza e se anche quella ti volta le spalle ti attacchi alla bottiglia – che a suo modo è Scienza pure quella.

Però, se sei astemio e il mal di testa te lo vuoi evitare, che fai? Ti godi la Pace. E se sei abbastanza bravo da raccontartela bene, poi, ci pensi due volte a rimetterti nel marasma emotivo che ti spacca il cuore. Aspetti che ne valga veramente la pena, e speri in cuor tuo che non arrivi mai la volta buona. Ecco perché, in un certo senso, questa potrebbe essere la mia ultima e definitiva stasi emotiva. Yeah.

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(264) Ritrovare

Quando ritrovi un oggetto che temevi sparito per sempre è una gioia. Quando ritrovi una persona a cui tenevi molto e pensavi che il tempo ormai avesse cancellato le tracce del legame d’amicizia è proprio felicità. Capita raramente, a me è capitato un paio di volte. Oggi la seconda.

Non è vero che scrivo solo quando sono misera e infelice, voglio scrivere anche quando sto proprio bene. Infatti sono qui per condividere questo piccolo miracolo che oggi mi è accaduto.

Non è stato un caso fortuito, l’ho cercata io e lei si è fatta trovare. Come se non fosse trascorso neppure un mese, anche se in realtà si tratta di anni, molti anni. Lei sempre la persona cristallina e autentica che amavo, questo è il vero miracolo in realtà. La sua capacità di rimanere fedele a se stessa, riconoscibile a occhi chiusi, così bella.

In quest’ultima settimana dove son volate cose pesanti, oggi è stato come se mi avessero ridato le ali. Ho intenzione di tenermele strette, queste ali, si affronta meglio il cammino quando puoi sollevarti un po’ e dare pace ai piedi.

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(193) Universo

Ognuno ha diritto a crearsi il suo personale universo e di essere, per questo, lasciato in pace. Un universo è cosa delicata, cosa privata che deve essere protetta altrimenti si sciupa.

Non dico che dev’essere un segreto, ma quasi. Dentro all’universo succedono cose che non si possono dire perché non ci sono parole abbastanza lucenti per farlo bene. E se non lo puoi fare bene allora lascia perdere, non farlo e basta. Pensalo, sognalo, guardatelo in silenzio come se fosse una preghiera. Ma tienitelo per te.

Insegnare alla gente che un universo si deve rispettare – di qualsiasi universo si tratti – è una partita persa. Non è neppure colpa loro, non riescono a guardarli e basta gli universi degli altri, devono per forza metterci il naso e il giudizio e tutto viene sporcato e gli universi, si sa, sono permalosi, possono anche decidere che implodono e boom. Più niente. Niente universo, niente luccicchii, niente di niente.

Buco nero, si chiama. Un buco nero non è la fine, è solo un condensato di universo che è imploso e che per ri-uscire allo scoperto deve essere convinto. Ci vuole una pazienza santa e tanto amore per riuscirci.

Teniamo lontana la gente dal nostro universo o il buco nero risucchierà anche noi. E non è per niente bello. Fidatevi.

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(171) Pace

Il diritto sacrosanto di starsene in pace è sistematicamente calpestato dal quotidiano (e da chi si attiva per metterlo in essere). Puoi anche organizzare tutto per filo e per segno, il tuo piano naufragherà: puoi dire addio al tuo diritto di startene in santa pace.

Non voglio farla troppo tragica, ma è fastidioso rendersi conto che a nessuno frega niente della tua pace interiore, e cosa peggiore di tutte: neppure a te. Se così non fosse staresti più attenta e non ti faresti ingabbiare sistematicamente dalle menate degli altri e… staresti in pace.

Che uno non pretende sempre, ma di tanto in tanto sì. Altroché.

Poi siamo nervosi, incazzosi e abbiamo voglia di spaccare la faccia a qualcuno. Il primo che passa, non fa differenza, tanto ormai la pace è andata a farsi benedire, che importa?

Ecco, il mio impegno ora voglio che sia focalizzato proprio in questo: riappropriarmi del mio sacrosanto diritto di starmene in santa pace. Comincio domani.

 

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(167) Contemplazione

Mi capita spesso, ma il mio contemplare non include il silenzio del pensiero. Ogni volta che ci provo mi innervosisco. La questione dello stato mentale nel quale la calma si stende sul pensiero per farti entrare in una dimensione di pace e tranquillità per me è impraticabile.

Io vago nel caos dei pensieri, pensieri che vanno in loop e che piuttosto di fermarsi si sfondano di tip-tap. Il ticchettìo incessante della loro danza mi impedisce di sperimentare l’immobilità. Tutto quello che mi costringe all’immobilità mentale mi risulta insopportabile. Mi vien voglia di tirare calci.

C’è chi ha cercato di convincermi che dovevo imparare quanto una condizione di pace/silenzio della mente può far bene al mio equilbrio. Ammetto che non ho collaborato, non sono programmata per affrontare questa cosa.

Zompare, caracollare, strampalare. Questo so fare benissimo, questo farò.

Tiratevi da parte se non volete rischiare di essere travolti dalle mie acrobazie: sono imprevedibile e pericolosa.

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(77) Salto

Il fastidio della vaschetta. Anche se i pesciolini li pensate silenziosi, non lo sono affatto. Loro parlano parlano parlano parlano e se li stai ad ascoltare diventi scema. Salteresti nell’altra boccia, credimi.

Sì, lo faccio per quello. Un po’ di pace è il diritto di qualsiasi Essere Vivente, io non faccio che praticare il mio sacrosanto diritto senza aspettare il permesso da qualcuno.

Salto a lato. Non perché io pensi di poter superare gli altri in furbizia, in intelligenza, in saggezza. No, salto a lato per scartare il casino. Ecco, già spinneggiare tutto il giorno mi affatica, farlo nel casino degli altri spinneggiatori mi rende tutto molto pesante. Insopportabile alla lunga.

Lo faccio per gli altri, di saltare nella boccia accanto intendo. Così non sono costretti a schivare le mie pinnate di fastidio quando perdo il controllo.

Sono fatta così.

(…)

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(52) Linee

Una linea retta può essere più o meno lunga e orientata in 360 diversi gradi. Pace.

Una linea retta può essere spezzettata, ovvero può essere composta da più pezzetti che volendo si possono combinare in modo da rivoluzionare il suo essere retta. Pace.

Una linea retta può andare avanti all’infinito, ma ben si sa che per l’infinito l’essere umano non è attrezzato. Pace.

Una linea retta, in teoria, può portarti alla tua meta. In teoria, perché la pratica è diversa, quindi: scordatelo.

Sì, pace anche per questo dettaglio.

Una linea retta alla fine non è che mi dà tante certezze e mi toglie sicuramente fantasia.

No, niente pace.

Scelgo la linea curva.

Ecco, sì… adesso pace sia.

b__

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