(775) Rotta

rotta¹ /’rot:a/ s. f. [lat. rupta, part. pass. femm. di rumpĕre “rompere”]. – 1. a. [il rompere o il rompersi] ≈ rottura. ▲ Locuz. prep.: fam., a rotta di collo [a velocità elevata e pericolosa] ≈ a precipizio, a rompicollo, a scavezzacollo, in fretta e furia, precipitosamente. ↔ adagio, lentamente, tranquillamente. b. (fig.) [interruzione brusca di un rapporto: essere in r. con qualcuno] ≈ contrasto, dissidio, lite. 2. (milit.) [sconfitta molto grave: mettere in r. l’esercito nemico] ≈ disfatta, fuga, ritirata, sbandamento, sbaragliamento. ↔ trionfo. ↓ vittoria.

Mantenere la rotta, per alcuni è impossibile. Girano come trottole che a guardarle ti fan venire il mal di testa. Fantasiosi – caotici – ma fantasiosi. Mantenere la rotta, per altri è la normalità. Li potresti cronometrare durante la giornata e scopriresti che non perdono un bit. Bravi – ripetitivi – ma bravi. Per me, invece, è proprio una questione di capire dove diavolo sto andando che la strada mi sembra sempre troppo lunga o troppo tortuosa o troppo qualcosa.

Diamo per scontato che anche se non ci muoviamo stiamo comunque andando da qualche parte e sapere dove mi è sempre sembrata una buona idea. Certo, mancherò di precisione e a volte pure di fantasia, ma son sempre arrivata dove volevo arrivare (al di là dei risultati ottenuti) e questo m’ha sempre dato una certa tranquillità.

Non sono mai andata a rotta di collo, sia mai, la lentezza mi comanda a bacchetta, ma in un certo qual modo mi sono sempre rotta un po’. Mi sono anche riattaccata, ovvio, ma le palle una volta rotte non è che ridiventano sfere – parliamone. Ciclicamente si frantumano e io devo per forza di cose rivedere le coordinate e testare nuove vie.

Stavo pensando che forse è da un po’ che mantengo la stessa rotta – per una serie di decisioni prese con cognizione di causa –  e, forse, potrebbe essere arrivato il momento di deviare di qualche grado per verificare se nel frattempo il paesaggio attorno è cambiato, se c’è qualcosa di interessante a cui mi posso avvicinare. Non lo so, ipotizzo. Ipotizzare al momento è l’unica cosa che mi viene bene, a quanto pare. Già, però, il fatto che mi stia venendo un dubbio è un buon segno, significa che da qualche parte sta suonando una tromba e qualcosa dentro mi si è ridestato. No, ho mangiato leggero, non è quello.

Vabbé, a forza di girare con le parole m’è venuto mal di mare. Forse per oggi è meglio che tiri i remi in barca e mi lasci andare alla deriva. Dritta verso il mio amato letto, ovviamente. Dove sennò?

Buonanotte.

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(738) Corridoio

Ogni tanto prendo corridoi che non so dove mi porteranno. Spesso è capitato che manco lo avessi scelto io, mi ci sono semplicemente trovata lì e ho dovuto cominciare a percorrerli per capire che diavolo di meta fosse prevista. Camminare senza sapere dove andare non è il massimo della vita, per una come me, ma di solito i corridoi hanno diverse porte che si possono aprire, ben prima di essere arrivati in fondo. Matrix ce lo insegna.

Ci sono strade che son già segnate, percorsi obbligati se si vuole arrivare fin-là dove ci aspetta un posto già conosciuto e magari anche considerato con un certo prestigio dai più. Ecco, io non ho mai voluto andare fin-là, ho sempre scelto alternative poco praticate, o per nulla, e percorsi solitari, anche quando mi sono ritrovata in mezzo alla gente costretta in un budello che sembrava non finire mai. Insomma: il viaggio non è mai stato né facile né rassicurante. Perché non c’era prima, me lo dovevo costruire io – a volte con le piastrelle altre con i mattoni e spesso con i sassolini anche se non sono mai stata una Pollicina.

Fatto sta che un corridoio ha un inizio e una fine – che non è male come certezza. Primo passo e da lì, dopo n-passi arrivi a un altro punto dove finisce la storia. Sapere che la storia finisce può essere un sollievo non da poco.

Un corridoio lo percorri in un verso e anche nel verso opposto, puoi sempre tornare indietro – anche questa certezza fa la sua porca differenza. Mal che vada sai da dove sei venuto e sai che puoi ritornare al punto di partenza, ti auguri non succeda ma sapere che potresti è un ulteriore sollievo.

Un corridoio se è illuminato è meglio, ma se hai visto Shining è peggio. Un corridoio se ha porte chiuse è meglio perché nessuno sbucherà fuori all’improvviso, ma se sono chiuse pure le porte che ti farebbero accedere alla ricchezza dell’esperienza che stai attraversando diventa frustrante.

Un corridoio se ben pavimentato può essere percorso a piedi, sui pattini a rotelle, in bici, in motorino, in auto, in Tir/autobus/pullman, pure in elicottero e in aereo o in aliante/parapendio e chi-più-ne-ha-più-ne-metta. Lo si può fare più o meno velocemente, più o meno agilmente, ma se il terreno è dissestato meglio che lo fai a piedi. Ricordare che un corridoio non è un tunnel è doveroso, con i tunnel è tutta un’altra cosa, chi ne ha uno lo sa.

Insomma, queste considerazioni del sabato sera sono piuttosto ridicole – danno l’esatta consistenza del mio livello neuronale attuale e della mia capacità di discernere e anche di socializzare. Immaginiamo che anziché scriverlo io lo stessi raccontando a qualcuno che sta seduto a mezzo metro da me, cosa potrei rischiare? Come minimo non sarei arrivata neppure a metà discorso. Invece, eccomi qui a scrivere e non so chi stia leggendo, ma so che anche se mi odierà con tutte le sue forze non potrà lanciarmi fuori dalla finestra con un calcio nel sedere. Non ora almeno.

La scrittura può salvarti la vita. La mia di sicuro.

 

 

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(722) Soliloquio

Non sono solita bere alcolici, mi sarò sbronzata un paio di volte in tutta la mia vita, eppure oggi ho riletto a casaccio alcuni dei post di questo mio blog e mi sono impressionata. Sembro un’alcolizzata all’ultimo stadio. 

Sto qui a scrivere di pensieri e cose che hanno forma solida soltanto nella mia mente da quasi due anni. Una sbronza bella lunga direi.

Non mi sono mai soffermata sul fatto che chi non mi conosce e passa di qui per caso a leggermi potrebbe farsi un’idea piuttosto squinternata di me – e molto probabilmente succede anche a chi mi conosce nella vita reale. Quindi, visto che non l’ho mai considerato un rischio fino a ora, ho deciso che continuerò a non pensarci. Mi viene più facile.

Quest’ennesimo soliloquio non è che una conferma di tutto quello che il mio stato perenne d’inebriamento comporta: pensieri concatenati che solitamente mi portano a zonzo senza alcuna meta e poi mi lasciano a un angolo o l’altro della strada. Strada deserta, il più delle volte. Che senso ha? Averceli, i pensieri, potrebbe non essere molto sensato ma non posso impedire loro di comparirmi in testa, non scriverli avrebbe ancora meno senso perché mi illudo ancora che uno di questi scritti potrebbe – col senno si poi – rivelarsi illuminante. Non tanto per gli altri quanto per me. Metti che a un certo punto mi viene un pensiero straordinario e poi me lo dimentico… ma scherziamo?!

Chi pensa troppo corre il rischio di intortarsi avvoltolandosi in se stesso. Perdi la bussola, perdi la misura, perdi il controllo. Bisogna ancorarsi a terra in qualche modo e ognuno trova il suo modo. Ecco, il mio modo è pressocché innocuo. Riguarda soltanto me, nessun danno collaterale. Non è mica poco.

Comunque stasera sono in ritardo rispetto al solito e sto crollando dalla stanchezza… questo soliloquio risulterà più alcolico che mai. Quasi quasi me ne faccio un altro. Anzi, ne prendo due. Due on the rocks, ovviamente.

Buonanotte.

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(707) Traffico

Il mio personale traffico mentale spesso sovrasta ogni cosa che mi riguarda. Mi impone l’immobilità più che estatica attonita. Guardo i pensieri che si tagliano la strada senza curarsi della segnaletica e mi domando: “Com’è possibile che ancora non si sia verificato il più grande e catastrofico crash della storia stradale planetaria all’interno del mio umile cervello?!”.

Niente, sembra che tutto abbia un suo senso che viaggia in concerto con il senso degli altri e anche se alcuni sensi unici si risolvono in nulla, ad un certo punto, come se niente fosse, arriva l’Epifania. Mi appare l’immagine o il concetto o l’idea che non solo è soluzione, è addirittura soluzione efficace e definitiva. Con una logica, con una solidità, con una ricchezza di contenuto che mi lascia senza parole… come se fossi una piccola Einstein che si ridesta dopo secoli di pensiero obnubilato. Non so se rendo: è una sensazione particolarmente vicina a quella che si può provare quando ti chiudi un dito nella portiera dell’auto. Stelle e cosmogonia in un istante ti si palesano come fossero sempre state lì – solo per te – ad aspettare quel momento con la tua stessa trepidazione. Commovente.

Al di là di tutto questo, riprendendo il concetto di traffico mentale, voglio precisare che anche se le mie non sono in realtà delle genialate, il fatto che prima sia un casino e ad un tratto tutto sia chiaro, lucido, cristallino, rimane. Ripeto: prima un casino – che ti viene voglia di sbattere la testa contro il muro tanto per sincerarti che ci sei ancora – poi il Nirvana. Non è un episodio che sto sintetizzando, è la prassi. Cioè io vado da momenti in cui non so neppure come mi chiamo a istanti in cui il senso del tutto prende forma manifestandosi nella sua giustezza – senza fare una grinza – e mi permette di avanzare. Sarà pure solo un passo, ma intanto è un passo avanti e non indietro. Mica poco, no?

Arrivata alla fine della scorta di energia della giornata, posso concludere con un’affermazione pregna di significato (almeno per me): so solo io quanto sia impegnativo e snervante essere me stessa. Non lo auguro a nessuno.

Buonanotte.

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(683) Impulso

Ognittanto mi viene l’impulso di prendere la bicicletta e pedalare. Non lo faccio da anni, ma ognittanto ci penso e se avessi una bicicletta a portata di mano lo farei. La inforcherei e inizierei a pedalare a più non posso.

Quand’ero bambina era una delle cose che mi piaceva fare di più, dal triciclo in poi, ogni giorno. Potevo prendere la bicicletta e pedalare nella corte (all’inizio), dopodiché ebbi il permesso di pedalare fino a scuola (che era in paese), poi fino a poter fare il giro dei paesi limitrofi (ero ragazzina) e infine alle superiori: via… alla conquista della città (che era distante all’incirca 17 km).

Il mio primo mezzo. Pedalare  incontro alla libertà era la mia gioia.

Sostituito a diciasette anni dal motorino e a diciannove anni dall’auto, che non sono da meno, anzi, l’ho piano piano abbandonata e mi dispiace. Mi succede anche ora, con l’auto, di avere spesso l’impulso di salirci e partire – e appena posso lo faccio anche – quindi immagino sia proprio una questione legata al come mi sento quando sono in movimento, quando la strada si fa mangiare dal mio passaggio e tutto quello che mi sta attorno cambia scivolando via, lasciandomi leggera.

Mentre crescevo ho dovuto imparare a dominare gli impeti, quelli che mi facevano partire in quarta senza curarmi delle conseguenze. Le conseguenze mi hanno insegnato che, magari, usare prima la testa non sarebbe stata una cattiva idea. Ok, ho imparato, forse fin troppo bene. Mi sono accorta che riesco a sedarli ancor prima che si affaccino in superficie. Significa avere il controllo, certo, ma questo controllo s’è digerito da tempo ogni entusiasmo. Possibile che si debba sempre rinunciare al bello per non finire nei guai?

Non so quanto mi convenga ripristinare la vecchia via, quella senza filtri. E quando si parla di convenienza è segno che la vecchiaia è già qui, ed è qui per restare. Aiuto.

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(650) Compromessi

Decisamente vero. A forza di compromessi si perde la bussola. E io sono sempre stata molto attenta a non cedere in situazioni in cui sentivo che sarebbe stato solo l’inizio e che poi sarebbero stati dolori a ritornare sulla mia strada. La mia strada, sì, perché ognuno di noi ne ha una sua e questa potrebbe anche non incrociare altre strade già troppo battute e bisogna pensarci bene a quello che si lascia o si può guadagnare ad ogni passo che compi. 

Alla mia non più verde età posso dire di aver fatto bene, ho fatto bene perché sono ancora sulla mia strada ed è la mia e io mi ci trovo in equilibrio con dignità intatta. Eppure non è che i compromessi ora non siano più un rischio, lo sono sempre. La mia visione è però cambiata, questo un po’ mi impensierisce. Mi sono accorta che certi compromessi non sono lì per portarti fuori strada, ma per farti guardare meglio la strada. Sembra complicato, ma non lo è, anzi è piuttosto semplice: le cose non sono mai soltanto quelle che vediamo dal punto in cui ci troviamo, sono sempre molto di più. Quel molto di più lo si può vedere spostandoci un po’ di qua e un po’ di là, a volte per farlo bisogna fare un passo laterale un po’ più ampio e quello potrebbe essere considerato un compromesso.

Per avanzare, diciamo nove volte su dieci, spostarsi e abbracciare un piccolo compromesso è quasi la regola perché le cose esattamente come le vogliamo noi non esistono. Non esistono proprio. Nella nostra testa ci costruiamo la situazione ideale senza prendere in considerazione la realtà e le sue dinamiche, eppure ci intestardiamo a rimanere lì ancorati mentre la vita ci sorpassa a destra e via. In questo delirio guardiamo ai compromessi come tentazioni del Diavolo e se abbiamo questa fame di purezza interiore elevata all’ennesima smettiamo di imparare per radicarci nella nostra safe zone

Quindi parliamo dell’entità dei compromessi, così diamo il giusto peso ai pro e ai contro. Piccoli compromessi: sono quelli che ci permettono di agire senza rinunciare a noi stessi – al nostro credo – e allo stesso tempo avanzare in conoscenza, in esperienza, in comprensione. Grossi compromessi: sono quelli che ci invitano – dietro lauto compenso, stile “L’Avvocato del Diavolo” – a snaturare la nostra indole, ad abbracciare una visione distorta di noi stessi e di ciò che vogliamo, a svenderci in cambio di un qualcosa che potrebbe non arrivare mai. Eccomi infine al punto: raccontarsi che certi compromessi son piccolezze soltanto per argomentare il nostro cambio di rotta e crearci degli alibi, non è una buona idea.

Quindi fuori la bilancina, Babs, e vediamo di capire da che parte pende e dove ti vuoi mettere tu. Occhio alla strada, però!

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(629) Fuori

Fuori può essere accompagnato da una moltitudine di piccoli e grandi concetti che vanno a rafforzare il suo stato: sei fuori quando non sei dentro. Eh, sembra facile, ma forse non lo è.

Fuori dalle regole, fuori dal mondo, fuori porta, fuori serie, fuori dal seminato, fuori fuoco, fuori sede, fuori dal coro, fuori orario, fuori tema, fuori di testa, fuori casa, fuori controllo, fuori dal tempo, fuori dal comune, fuori strada, fuori posto, fuori classe, fuori servizio… fuori dalle balle! – è un’esortazione forte e richiede sempre il punto esclamativo.

Il mio stato normale è proprio questo essere fuori, ed è una cosa sottile sottile sottile, che più cerchi di tenere in mano e più ti sfugge. Ho pensato molto al fatto che volevo venirne a capo, volevo capire, volevo trovare delle ragioni, volevo volevo volevo. Forse troppo.

La mia fortuna è che certe volte mi stanco di essere ostinata e lascio andare. No, non è che lascio perdere, mi sale il nervoso se penso a tutte le cose che ho dovuto lasciare andare o addirittura allontanare da me, lasciare perdere non è nelle mie possibilità – il rimurgino sì, quello è uno sport in cui do il meglio di me stessa. Ripenso a quello che ho lasciato andare e mi dico che avrei potuto fare diversamente, magari mi sono persa un’occasione. Stronzate, lo so benissimo, ma per un istante ci credo davvero e mi sento un’inetta. Poi passa, ma non passa mai il mio essere fuori.

Fuori tiro, fuori dagli schemi, fuori rotta, fuori gioco, fuori luogo, fuori dai binari. Fuori. Nel mio essere fuori raramente lo sono in compagnia. Ma proprio rarissimamente. A chi sta fuori come me la compagnia non fa sempre bene, il silenzio invece sì. La compagnia ideale è quella che non ti obbliga  a rientrare, quasi fosse un dovere che cerchi di schivare. Ma non è così semplice. Se stai fuori soffri il vento e il sole e la pioggia e la tempesta e non si smette mai di cercare rifugio. E quando lo trovi dura poco. Stare fuori è una condizione dell’Anima e l’Anima non si cambia, ma l’Anima – se l’ascolti – ti cambia.

Non è che è sia meglio stare fuori che stare dentro, non lo potrei mai affermare perché non so come si sta dentro. So solo che va bene comunque, basta saperlo, basta potersi vivere la propria condizione con un certo equilibrio e onestamente.

E poi c’è chi finge, in quel caso non c’è proprio niente da dire.

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(607) Nonchalance

Dovrei prendere certe cose con distacco. Dovrei. Ma non ci riesco. Eppure sono una persona pacifica, tranquilla, paziente, controllata… o almeno mi sono sempre considerata così.

Eppure se guardo ai fatti, a quanto poco tollerante e controllata riesco a essere quando mi toccano questioni per me cruciali, va a finire che non lo sono. Mi sbalordisce ‘sta cosa. Quando ho cominciato a non essere più pacifica-tranquilla-paziente-controllata? Lo ignoro.

Come può un punto e virgola messo da qualcuno al posto dei due punti scatenare il putiferio dentro di me? Ignoro anche questo.

Il tipo che oggi in tangenziale si è attaccato al baule della mia auto bestemmiandomi contro e facendomi i fari perché voleva passare – eravamo obbligati alla coda e facevamo i 70 all’ora – è pur sempre un mio simile, no? L’ho fatto passare e poi l’ho visto inchiodare cinque metri da me perché un camioncino gli aveva tagliato la strada costringendolo a rallentare ulteriormente, ed è lì che ho pensato che il karma istantaneo è di fatto una meraviglia. Ho riso di gusto, non sono riuscita a impedirmelo.

Reagire con distacco, elargire freddezza anziché sguardi fulminanti è un atteggiamento adulto, elegante, no? Sì, ma non ci riesco. Ascoltare un comizio politico che rasenta il folle, da parte di un decerebrato che pensa di essere il fenomeno della situazione, per la maggior parte delle persone è tollerabile quel tanto da cambiare canale e non pensarci più. Ecco, per me no, io mi costruisco un discorso di opposizione suddiviso in paragrafi e capitoli – tutto nella mia testa – e finché non ho scritto il finale non sono contenta.

Sospetto di non essere così normale come mi sono valutata negli ultimi quaranta-e-rotti-anni. Forse dovrei preoccuparmi.

Valuterò e mi farò sapere.

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(437) Trappola

Questione di un attimo e quando scatta sei finito. La trappola mortale del dovresti-ma-non-sei, oppure del dovresti-ma-non-hai, che sono ovunque e che si attivano a ogni pie’ sospinto e ti vedono saltare come un pazzo per non essere preso, ma ogni sforzo è in vano.

Chi le attiva? Tutti. Non sei al sicuro da nessuna parte, ti trovano sempre e… zak!

Avere la tua strada da seguire, i tuoi pensieri, le tue visioni, dà fastidio. Fa niente se non vai a sbandierarlo ai quattro venti e vivi la tua esistenza senza fuochi d’artificio e via discorrendo, dai comunque fastidio. Perché dovresti essere questo o quello, dovresti avere questo o quello, dovresti pensare questo o quello, dovresti volere questo o quello e invece tu che fai? Continui imperterrito come se niente fosse e allora non lamentarti di quello che non sei, che non hai, che non ottieni. Eh!

La trappola del tutti-lo-dicono-e-dev’essere-pur-vero non risparmia nessuno e siamo tutti, beninteso, vittime di qualcuno e al contempo carnefici di qualcun altro. Sono i nostri giudizi, le nostre limitate strutture mentali, a renderci costruttori di trappole mortali. Soprattutto per noi stessi, anche se nessuno si azzarda a un umile mea culpa per iniziare a far pulizia dentro di sé.

La disinfestazione è un’arma a doppio taglio, dovremmo trovare altri modi per convivere con le nostre mancanze d’umanità. Dovremmo in qualche modo domarle, farle ragionare, mitigare i loro eccessi e renderle meno devastanti. Dovremmo farlo. Subito.

 

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(368) Zig-Zag

Mi viene benissimo. La via diritta, quella che ci metti un secondo ad arrivare, non fa proprio per me. Lo zigzagare, sì. Posso vantare trillioni di sudati chilometri in questi miei anni, costati fatica a badilate, senza arrivare a nulla. Ancora. Ma si sa che lo zigzagare non garantisce nulla.

La cosa più assurda è che non è mai stata una scelta, sempre un accomodamento per offrire ai miei desideri qualche chance in più. Va da sé che quel nulla a cui dico di essere arrivata è in realtà un nulla parziale.

Si dà il caso che tra uno zig e uno zag io abbia incontrato tanti pieni che mi hanno permesso di nutrirmi mentre andavo, e tutto questo cibo d’anima non rientra in quel nulla da me citato prima. Il nulla riguarda tutte le ambizioni che si sono inabissate senza lasciare traccia in superficie, alzando il livello del mio oceano, posandosi sul fondo come lava fattasi masso una volta raffreddata.

Non so andare dritta, oppure non trovo strade dritte, ancora non l’ho capito cosa succede ogni volta, so solo che mi ritrovo nel mio eterno zig-zag a percorrere chilometri cercando di non piombare sul fondo assieme a tutto quello che mi porto appresso. Desideri? Quelli scappano via. Quelli sanno dove scappare – beati loro – sono io che non so trovare nel mio zigzagare nessuna scappatoia. Ancora.

 

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(202) Uscita

Cercare una via d’uscita, fondamentale per poter uscire. Trovare una via d’uscita, invece, può essere anche una questione di pura e semplice buona sorte.

Bisognerebbe, però, essere molto sinceri con noi stessi e chiederci se davvero vogliamo uscire o se è soltanto una storia che ci stiamo raccontando per dormire tranquilli. Disperati perché prigionieri, ma tranquilli perché non è colpa nostra se la sorte non ci è amica.

Non sono mai tranquilla, neppure quando sono certa che ho poca responsabilità riguardo la gabbia in cui mi trovo. Cerco e cerco e cerco, finché non l’ho trovata, l’uscita. E poi, e poi posso anche decidere di non usarla, ma intanto l’ho trovata e so che sta lì e che se dovessi cambiare idea quella è la strada.

L’ho usata spesso, a volte ho pensato di averla usata fin troppo, ma la libertà ripaga di tutto. E la libertà non è mai definitiva, non è mai totale, non è mai onnicomprensiva. La libertà è delicata e imperfetta, non è sinonimo di felicità, anzi, non credo abbia sinonimi e non credo abbia sfumature.

La libertà è cruda, è limpida, è violenta, è estrema. Se non ne senti il dolore, allora non è libertà.

Per questo usare quell’uscita non è impresa da tutti e non è consigliabile a tutti, perché la felicità potrebbe trovarsi dentro la gabbia e non fuori e scoprirlo non è una passeggiata di salute. C’è da perderci la testa, senza via d’uscita.

Forse.

 

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(127) Decidere

Ci vuole tempo per decidere. Non è che soltanto perché la tua testa ha capito, lo ha capito anche il tuo cuore. Potresti non essere ancora pronto per prendere quella decisione che ti cambierà la vita.

Quando ho preso la decisione che mi ha cambiato la vita sapevo lo avrebbe fatto, ma non in che modo. Il modo può fare la differenza. A meno che tu non abbia la chiaroveggenza ti devi fidare. Di chi? Di te, della vita e della decisione che stai prendendo.

Conviene prendere le decisioni importanti con calma, a stomaco piatto, senza marosi e senza scosse. Così puoi immaginare nei dettagli il moto che avverrà in te e se ti immergi in quel silenzio sentirai ciò che devi sentire.

Ecco, quando vivrai quel momento fidati. Da lì parti e lì ritornerai: stomaco piatto, senza marosi e senza scosse, con un sorriso.

Molto probabilmente avrai attraversato l’inferno più volte (andata e ritorno – andata e ritorno – andata e ritorno… ), ma avrai vinto tu. Forse stropicciato in tutta la tua sostanza, ma ben saldo in te stesso.

Decidere sembra la parte più difficile, infatti lo è.

Dal momento in cui decidi non ti fermi più, vai vai vai a testa bassa e ti prendi tutto quello che ti devi prendere. Hai deciso che quella era la strada, ignorando ciò che ti attendeva (anche se una minima intuizioni l’hai pur avuta altrimenti avresti deciso prima o deciso altrimenti), ma sentivi che volevi e dovevi provarci.

Decidere sembra la parte più difficile, ma anche resistere finché non sei arrivato a destinazione non scherza mica.

A stomaco piatto, solo a stomaco piatto puoi valutare se il tuo decidere sia stato alla fine vincente. E nel silenzio la risposta sarà sempre e soltanto una.

Sì.

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(10) Avanti

Avanzare sempre, nonostante tutto. Anche a pezzi, vai avanti che piano piano li recuperi tutti i pezzi e si salderanno perché la vita è la colla del nostro esistere. Siamo meno fragili di quello che ci diciamo, spesso come scusa per non avanzare.

In certi periodi è evidente che stai procedendo sulla tua strada, evidente a tutti per quello che fai. In altri periodi appari inerme, mezzo morto. Appari, perché ti succede tutto dentro. A un periodo segue l’altro. Sempre avanti.

Nove anni fa non lo sapevo. Ora lo so ed è quasi un sollievo.

Un sollievo constatare che i passi fatti erano nella direzione giusta, mancava la strada, me la sono costruita e ora c’è. Un sollievo malinconico e una domanda: ma dove vuoi andare?

Avanti. Solo avanti.

Non mi faccio fermare dai dubbi che sono proiezioni delle mie paure, le mie tante paure le ho nominate e le riconosco ora. Mi fermo davanti a uno scrupolo, a un pudore, a un’incertezza. Mi bastano i perché parziali, mi bastano i perché abbozzati, provvisori. E vado avanti.

La verità mi trova sempre. Sulla stessa strada, al lavoro, in ricerca non sempre evidente.

b__

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