(832) Elicottero

Il mio ufficio offre una bella vista dall’alto e, davanti a me, ogni mattina, ci sono tre edifici completamente diversi l’uno dall’altro dove mille uffici si illuminano minuto dopo minuto. Chi arriva presto, come me, chi un minuto prima delle nove, quando inizia “il lavoro”. In un certo qual senso, molto perverso, ci si sente parte di un’Umanità che ha un compito e che ogni mattina si presenta per affrontare la stessa situazione. Stoicamente. 

Mi soffermo spesso sul pensiero: quante persone sono felici facendo quello che fanno? Penso siano una minoranza, una fortunata minoranza. Quindi la possibilità che di fronte a me ci siano “colleghi” che anziché stare al lavoro vorrebbero scappare a Capo Verde per dimenticarsi di questo mondo è molto alta. 

In uno di questi edifici, il più alto (lo potrei definire una sorta di grattacielo nostrano), c’è una piattaforma per il decollo/atterraggio di elicotteri. Non so se sia mai stato usato, ma c’è. Questa cosa la trovo fantastica. Cioè, qualcuno ha pensato che ci potesse stare bene una cosa così là sopra. Qualcuno che, molto probabilmente, possiede un elicottero. E devo dirla tutta, piacerebbe averlo anche a me un elicottero. Mi piacerebbe proprio pilotarlo. 

Stamattina mi sarebbe piaciuto stare là sopra, salire sul mio ipotetico elicottero luccicante, azionare i comandi e sollevarmi per farmi un giro. No, non perché io non sia felice di fare quello che sto facendo, solo perché ogni tanto mi piacerebbe potermi sollevare e guardare le cose dall’alto. Credo che ricordarci che possiamo decidere di muoverci da dove siamo per scegliere un altro luogo dove stare meglio, dove stare bene, sia una pratica da non sottovalutare. Io l’ho fatto finché non ho trovato quello giusto (magari non per sempre, ma per ora sì). Non dico che non ci sia voluta una bella vagonata di caparbietà e determinazione, anche un pizzico di coraggio, ma era una cosa che mi dovevo. Giusto per non morire prima del tempo. E non lo deciderò io quel tempo, pertanto è meglio sfruttare quello che c’è a disposizione prima di iniziare a pentirsene.

No regrets. Always.

[Ok, è deciso, vi passo a prendere in pausa pranzo e ce ne andiamo al mare per una frittura di pesce… un’ora e siamo di nuovo in ufficio, promesso!]

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(738) Corridoio

Ogni tanto prendo corridoi che non so dove mi porteranno. Spesso è capitato che manco lo avessi scelto io, mi ci sono semplicemente trovata lì e ho dovuto cominciare a percorrerli per capire che diavolo di meta fosse prevista. Camminare senza sapere dove andare non è il massimo della vita, per una come me, ma di solito i corridoi hanno diverse porte che si possono aprire, ben prima di essere arrivati in fondo. Matrix ce lo insegna.

Ci sono strade che son già segnate, percorsi obbligati se si vuole arrivare fin-là dove ci aspetta un posto già conosciuto e magari anche considerato con un certo prestigio dai più. Ecco, io non ho mai voluto andare fin-là, ho sempre scelto alternative poco praticate, o per nulla, e percorsi solitari, anche quando mi sono ritrovata in mezzo alla gente costretta in un budello che sembrava non finire mai. Insomma: il viaggio non è mai stato né facile né rassicurante. Perché non c’era prima, me lo dovevo costruire io – a volte con le piastrelle altre con i mattoni e spesso con i sassolini anche se non sono mai stata una Pollicina.

Fatto sta che un corridoio ha un inizio e una fine – che non è male come certezza. Primo passo e da lì, dopo n-passi arrivi a un altro punto dove finisce la storia. Sapere che la storia finisce può essere un sollievo non da poco.

Un corridoio lo percorri in un verso e anche nel verso opposto, puoi sempre tornare indietro – anche questa certezza fa la sua porca differenza. Mal che vada sai da dove sei venuto e sai che puoi ritornare al punto di partenza, ti auguri non succeda ma sapere che potresti è un ulteriore sollievo.

Un corridoio se è illuminato è meglio, ma se hai visto Shining è peggio. Un corridoio se ha porte chiuse è meglio perché nessuno sbucherà fuori all’improvviso, ma se sono chiuse pure le porte che ti farebbero accedere alla ricchezza dell’esperienza che stai attraversando diventa frustrante.

Un corridoio se ben pavimentato può essere percorso a piedi, sui pattini a rotelle, in bici, in motorino, in auto, in Tir/autobus/pullman, pure in elicottero e in aereo o in aliante/parapendio e chi-più-ne-ha-più-ne-metta. Lo si può fare più o meno velocemente, più o meno agilmente, ma se il terreno è dissestato meglio che lo fai a piedi. Ricordare che un corridoio non è un tunnel è doveroso, con i tunnel è tutta un’altra cosa, chi ne ha uno lo sa.

Insomma, queste considerazioni del sabato sera sono piuttosto ridicole – danno l’esatta consistenza del mio livello neuronale attuale e della mia capacità di discernere e anche di socializzare. Immaginiamo che anziché scriverlo io lo stessi raccontando a qualcuno che sta seduto a mezzo metro da me, cosa potrei rischiare? Come minimo non sarei arrivata neppure a metà discorso. Invece, eccomi qui a scrivere e non so chi stia leggendo, ma so che anche se mi odierà con tutte le sue forze non potrà lanciarmi fuori dalla finestra con un calcio nel sedere. Non ora almeno.

La scrittura può salvarti la vita. La mia di sicuro.

 

 

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