(500) Cinquecento

I numeri mi hanno sempre spaventata. Non quando sono da soli (0-1-2-3-4-5-6-7-8-9), ma quando stanno in compagnia sì (10-11-12-13… ) perché mi sembrano più forti, più forti di me. Non parliamo di quando si mettono a fare gli splendidi e si moltiplicano, si dividono, si aggiungono e si tolgono… come faccio a star loro dietro? Come? Io sono solo 1.

Eppure ho sempre contato tanto, fino a un fantastiliardo anche. Contato sommando i numeri delle targe delle auto, così mi allenavo mentre viaggiavo con i miei genitori. Contato i giorni che mancavano al mio prossimo compleanno, perché mi immaginavo sempre che il mio prossimo compleanno sarebbe stato splendido, indimenticabile. Contato le ore di lavoro per moltiplicarle per il compenso orario, cercando di non farmi fregare da chi teneva ben poco conto del mio sudore. Contato i minuti prima di rispondere con un vaffanculo, quando proprio non ne potevo più e mi preparavo ad andare via. Contato le mie sconfitte, per non scordarmele me le ripassavo per bene promettendomi che non sarei mai più passata da lì. Le vittorie contate sono misere e poco importanti, conto anche quelle per par condicio.

Ho contato gli amici che si sono allontanati, forse per convincermi che non mi stanno mancando. Ho contato gli amori che ho attraversato, forse per trattenerli ancora un po’ e far asciugare la sofferenza dell’addio. Ho contato gli anni volati via, e non so come ma so il perché, e mentre contavo li scrivevo per trovare quei come e convincermi dei perché.

Forse è per questo che mi fanno paura i numeri, non li posso controllare ma loro mi determinano senza offrirmi una via di fuga. Forse dovrei parlarci e chiedere un po’ di clemenza, non tanto perché io me la meriti davvero, soltanto perché mi sono arresa e non li combatto più. Ho capito, ho davvero capito.

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(379) Houdini

Una cosa che mi fa tremare ogni volta che succede è la sparizione. Quel stramaledetto prima c’è e un secondo dopo non c’è più. Ci sono milioni di cose in una giornata che spariscono davanti ai miei occhi, continuamente, a volte ricompaiono e molte altre no. Vorrei che ricomparissero soltanto le cose belle, ma è ovvio che quelle sono le prime ad andarsene senza lasciare traccia appena mi distraggo un po’. Quelle brutte ritornano, spesso per restare.

Mi rendo conto che può sembrare una sciocchezza per chi non ci fa caso, per chi non ne fa una tragedia, per chi non viene toccato troppo in profondità. Me ne rendo conto e non sto dicendo che dovrebbe farlo, tutt’altro. Mi domando, invece, perché io non riesca a farlo. Non riesco a scivolarci sopra serenamente. Lo so che le sparizioni sono parte della vita eppure non riesco a capacitarmene.

Prima ci sei e poi non ci sei più. Senza preavviso, senza salutare. Ci sei e poi non ci sei più. E io che rimango, rimango vuota.

Dentro di me ci sta parecchia roba – il segreto è tenere in ordine le cose e il posto si moltiplica – e quella roba incastrata, come l’ho incastrata per farcela stare, occupa uno spazio e contemporaneamente obbliga le altre robe a starsene nel loro e a non muoversi. Togli un pezzo e crolla tutto. Quindi a ogni sparizione il mio spazio interiore subisce uno smottamento importante che ribalta l’ordine a favore del caos. Ci metto una vita a risistemare tutto e, comunque, quel vuoto permane anche quando altra roba lo occupa.

La cosa peggiore? Penso che sia colpa mia. F**k!

 

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