(747) Oggetti

Ogni cosa può essere un contenitore, così come di certo ogni persona è contenitore. Gli oggetti possono contenere ed essere contenuti, le persone è meglio se non si fanno contenere troppo – a mio avviso.

Il potere che certi oggetti hanno su di noi è impressionante, uno su tutti: le fotografie. Una foto come quella che ho scelto per questo post, che con me non ha nulla a che vedere, mi ha uncinato un ricordo. Mi sono rivista seduta in un teatro, al buio, ipnotizzata dalla danza di fine corso di bambine in tutù bianchi e scarpette rosa che non erano proprio leggerissime, ma sembravano felici. Io le guardavo e le vedevo belle e felici come fossero farfalle, avevo forse sette/otto anni. Volevo essere una farfalla anch’io.

L’avevo messo da parte questo ricordo, quasi non fosse importante, ma ora che l’ho attraversato con questa fotografia mi sembra fondamentale per raccontarmi, per rivedere chi sono sempre stata. E se guardo meglio mi riconosco meglio. E penso che dovrei smettere di guardare, ma non ci riesco. Un sortilegio che ti ruba l’anima (avevano ragione i Nativi Americani).

E davanti a me, ora, ho la pin di Jon Bon Jovi che era attaccata al mio giubbino di jeans di sedicenne, una candela enorme a forma di gufo che mi è stata regalata da un’amica, le barchette brucia-incenso che uso spessissimo, la moleskine dove scrivo quotidianamente… ogni cosa parla di me, qui. Potrei vivere senza? Sì, certo che potrei, ma mi sentirei un po’ persa e forse più vulnerabile.

Abbiamo bisogno di ancorarci a delle cose – piccole o grandi – per non volare via come farfalle. Anche se le farfalle sono belle e felici. Belle e felici.

 

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(713) Telefonare

Quando non c’era ancora internet – sì, sono piuttosto antica – il telefono era l’unico modo per mantenere i contatti con gli amici. Scrivevo moltissime lettere, giuro, ma se scrivi a chi non ti risponde perché non ama scrivere diventa piuttosto frustrante.

Passavo ore al telefono, per ascoltare e per raccontarmi, amavo il posto che avevo nella vita dei miei amici, mi sembrava fosse importante esserci anche se mi ero trasferita a quasi 500 km di distanza.

A un certo punto, però, ho scoperto che non era un posto per sempre perché la lontananza fisica aveva fatto perdere le mie tracce e la mia voce non bastava più. Facevo fatica a raccontarmi, facevo fatica a farmi capire, facevo fatica a esserci. E dopo anni mi arresi sfinita, come se tutte le energie fossero state succhiate via per sempre.

Non era una questione di pensiero, li pensavo tutti i giorni, né d’affetto perché erano sempre le persone con cui ero cresciuta e avevo condiviso tutto della mia infanzia e della mia adolescenza solo… solo che loro non riconoscevano più me e io non riconoscevo più loro. La vita ci aveva masticato e ci aveva modellato diversi. Riconoscibili solo nei dettagli.

Ora prendere il telefono per chiedere “come stai?” mi fa strano. Il telefono adesso non mi aiuterebbe a riattaccare i pezzi persi, e quei vuoti li temo se si palesano in vuoti di silenzio. Non lo so, sento che raccontarmi a loro – per come sono oggi – andrebbe solo a confondere i ricordi.

Vorrei capirne di più della vita, per fare meno errori, ma al momento tutto quello che posso fare è riconoscere le cose per quel che sono e accettare i cambiamenti per quello che devono essere. Mi fa tristezza, comunque. Da piangere.

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(330) Registrare

La mia mente registra tutto, cose che neppure mi accorgo siano accadute, cose che in fin dei conti non mi servirebbero a niente eppure le registro. 

Il punto è che ho poca memoria e, mano a mano che registro, per farci stare dentro le nuove cose, mi si cancellano quelle più datate.

Mi si cancellano random, non è una questione di importanza, si cancellano senza che io me ne renda conto e non posso bloccare il processo. Questo è un bel problema. Mi capita di ricordarmi di punto in bianco un particolare che si riferisce a una situazione vissuta mille anni fa e che potrei pure dimenticare e di non ricordarmi di un episodio importante che mi è accaduto, e che ha fatto per me la differenza, tenendo tra le mani soltanto dei brandelli senza senso.

Mi piacerebbe ci fosse un modo per evitare che questa enorme massa di cose che registro sovrasti i ricordi più lontani, ma non credo sia possibile. Prima di tutto perché non amo vivere nel passato, piuttosto amo proiettarmi nel futuro. Seconda cosa è che il cervello umano risolve certi ricordi troppo grevi in modo da non farteli risultare così dolorosi affinché tu possa sopravvivere.

In poche parole, mi sto sfogando qui per nulla. O soltanto per mettere un po’ le mani avanti: se non ricordo tutto quello che ricordi tu e lo abbiamo vissuto insieme e me lo stai raccontando, non odiarmi. Non mi funziona benissimo la registrazione. Scusami.

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(319) Eredità

Negli ultimi anni ho consolidato il mio credo: la vita acquista un senso rispetto alla morte solo guardandola in prospettiva, considerando quello che lascerai a chi rimane. Tutto si riduce a questo. Mentre vivi lasci traccia di te, se le tue impronte – lievi o marcate che siano – si fanno seguire volentieri… allora quello che hai vissuto non sarà stato vano. Quello che di te rimarrà sarà buono.

Negli anni le persone che ho perso le ho fatte comunque rimanere con me attraverso i ricordi che ho conservato di loro. Con alcune è stato semplice perché mi hanno lasciato tante cose belle, con altre è sempre difficile riuscire a tenerle strette perché i ricordi che mi legano a loro sono spesso duri come roccia.

Mi arrabbio con loro ancora: perché non vi siete curati di quel che avreste lasciato a chi vi stava attorno? Perché non avete considerato i legami emotivi e le ferite? Perché avete reso così arduo tenervi stretti e farvi ricordare con un sorriso?

Non pensavano fosse importante. Io credo lo sia. Anzi: credo sia l’unica cosa veramente importante. Amare e farsi amare. Nient’altro conta, in questa vita e in qualsiasi altra si andrà a finire (oppure no).

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