(680) Dimostrare

Mettersi qui ogni sera per cercare di salvare un pensiero, uno soltanto, che sia frutto di riflessione meramente intelligente non è facile, lo confesso. Lo può essere per un mese, forse per due mesi, ma il gioco diventa sempre più duro con il tempo. Mano a mano che scavi dentro di te per trovare quel pensiero capace di trasformarsi in qualche riga di post, ti accorgi che o ti scopri un po’ o il gioco finisce e perdi la sfida. Dimostrare che posso farcela fa parte di quel solido know-how che mi sono costruita nei miei oltre 40 anni di vita, e non si scappa.

Dimostrare: che esisti, che vali, che sai pensare, che puoi fare, che sai fare, che vuoi fare, che concretizzi, che non molli, che ci tieni, che non ti tiri indietro, che sei all’altezza, che sai rimetterti in piedi, che sai dove guardare, che sai come fare per arrivare alla meta… che…

La lista è lunghissima, la lista non finisce mai, la lista non si completa: né con il tempo, né con le competenze acquisite, né con le sfide vinte, né con i progetti realizzati. Mai.

Sto cercando di capire, però, se può esserci un altro modo di vivere questa condizione, se c’è un modo per mantenere il respiro regolare e mantenere salda l’opinione che ho di me. Senza cadere e farmi calpestare. Perché non è tanto al resto del mondo che io voglio dimostrare qualcosa, ma a me stessa. Sono io quella che mette in dubbio le mie capacità, le mie possibilità, le mie qualità. Sono io. Devo dimostrarmi continuamente che ho una ragione per essere qui – nel mondo – e che è mio diritto esserci.

Dimostrare al mondo che ci sono e che è mio diritto esserci non è lo scopo, il mondo non mi sta chiedendo niente e – grazie al cielo – ignora tutto di me, persino la mia esistenza. Ed è un sollievo, ed è giusto così. Ma io? Cosa potrò mai fare, cosa potrò mai conquistare, cosa potrò mai ottenere per sentirmi nel posto giusto? Lo ignoro bellamente.

Quando prendo in mano un libro, pretendo che mi si dimostri che il mio tempo e la mia energia sono spese bene lì dentro. Se non è così, non perdono. Ecco, vorrei essere un libro che mantiene la promessa, vorrei essere un libro che si guadagna ad ogni pagina lo sguardo che cattura. Vorrei essere un libro non solo di parola, ma di sostanza. Quel libro che tieni sul comodino e non vorresti mai arrivare all’ultima pagina perché sai già che ti mancherà, ma che sei pronta a ricominciare dalla prima pagina perché sai che c’è ancora molto da scoprire ad ogni rilettura.

Sì, sono un’ambiziosa. Per fortuna, purtroppo.

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(571) Dimensione

In un’altra dimensione sono straricca, proprio da buttare i soldi dalla finestra. In questa no. E non è bello. In quell’altra dimensione so farmi toccare solo dalle cose importanti, non mi lascio fermare dalle idiozie che ormai manco mi piovono più addosso perché han capito di che pasta sono fatta. In questa no. E neppure questo è bello. Sempre in quell’altra dimensione riesco a fare tutto benissimo, talmente bene che non ho limiti e non ho insicurezze e non faccio altro che fare cose grandiose che fanno stare bene tutti. In questa no. E anche se non è bello, ho imparato a conviverci.

La questione, però, rimane: ci sono cose che in questa dimensione mi sono precluse e non so il perché. Se lo sapessi me ne farei una ragione, smetterei di almanaccare e me ne starei buona, ma così è difficile far finta che mi sta bene. Non mi sta affatto bene. Ma proprio per niente.

Forse sto guardando troppi film della Marvel, lo ammetto, ma ci sono certi privilegi che fan comodo a tutti, soprattutto in questa mortificante dimensione astrale dove è tutto limitato e tutto soffocante. Ma non si può fare qualcosa? Non si può rompere la barriera dimensionale e far fluire un po’ di leggera-positiva-benefattrice energia rinvigorente anche qui da noi? No perché, è giusto saperlo, così si stenta a godersela la vita, davvero. Con tutta questa fatica della miseria ci si domanda sul serio e costantemente se ne vale la pena. Ti vien voglia di dormire tutto il giorno. Ti vien voglia di girarti dall’altra parte quando ti pare che l’occasione anche per te sia arrivata. Ti vien voglia di alzare le spalle quando invece dovresti giocare al rialzo. Per forza!

Vabbé, ora vado a vedere cosa combino in quell’altra dimensione cercando di non rosicare troppo. Pensa te come sono messa. Eh.

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(396) Jerk

Arriva per tutti il momento in cui anziché affondare il colpo si decide – anche controvoglia – di girare i tacchi e andarsene. In quel preciso istante il calcolo che la tua mente riesce a fare, preciso all’inverosimile, è che semplicemente non ne vale la pena. Il costo dell’energia che ci devi mettere va al di là del risultato che otterresti. Non ne vale la pena. E te ne vai prima di cambiare idea e far partire un diretto al naso che è lingua universale e funziona a meraviglia – non viene mai frainteso. 

Il sunto di questo tuo gesto pieno di buonsenso, quello che ti vede andartene e lasciare il potenziale luogo del delitto, si può riassumere nell’assioma:

Mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.  (Oscar Wilde)

Una volta attraversata l’esperienza, però, ti rimane quel pugno non dato che ti pesa nella tasca e ogni volta che ci ripensi ti dai del cretino. Dovevo farlo, per una volta nella vita dovevo scendere a compromessi con la mia etica e la mia dignità e avrei dovuto spaccargli il naso. Certo che sei contro la violenza, certo. Certo che hai fatto bene ad andartene, certo. Certo che se ricapitasse lo rifaresti di nuovo, certo. Eppure, una volta nella vita quel pugno bisogna tirarlo.

Chiamiamola pure una questione di bilanciamento – tra torti e ragioni, tra giusti e sbagliati, tra intelligenti e cretini, tra colpevoli e innocenti. Un dannato bilanciamento che va al di là della compassione, dell’orgoglio, della buona creanza. Un bilanciamento che faccia quello che deve fare, in modo semplice e senza troppo sottotesto: riportare i pesi in equilibrio.

Una cosa, però, bisogna che sia chiara: ogni pugno che ci siamo risparmiati ha aggiunto il suo peso, la sua cattiveria, a quello precedente. Se aspettiamo troppo a liberarlo, la sua portata diventa pericolosa e il risultato distruttivo, pertanto, scegliere bene il bersaglio è un atto di dovuta responsabilità.

Vado giù di lista e di profonda riflessione.

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(275) Fumo

A far andare in fumo un progetto, un sogno, è un attimo. Ricominciare daccapo potrebbe richiedere una vita. Un’altra vita. Più che altro ti  costringe a chiederti se lo vuoi veramente, se puoi farcela o se è solo una storia che ti racconti.

Trascorrere così gli anni e vederli andare in fumo senza aver nulla tra le mani, se non te stesso, è disarmante. Ti toglie le forze.

Ho sempre pensato, però, che le cose che volevo avere non mi fossero dovute, che visto che valevano tanto dovevano per forza avere un prezzo alto e che non potevo delegare qualcun altro per il pagamento. Questo mi dicevo, ecco perché ho sempre trovato il modo di ricominciare, di progettare piantando bene i piedi per terra, sognando puntando alla Luna però.

Avevo ragione. Ora, in questo preciso istante, voglio scriverlo qui e dirlo a chiunque si trovasse a passare da qui (per abitudine o per caso): avevo ragione. Quindi se vi mancano le forze, se vi sentite stropicciati e state pensando di abbandonare i vostri progetti e di negare i vostri sogni: non fatelo, non ancora.

Aspettate ancora un po’, ricominciate ancora un po’, progettate ancora un po’, sognate ancora un po’. La vita vi darà ragione. Fidatevi di me. Fidatevi di quello che sentite in fondo al vostro stomaco: seguite quella cosa lì e rimandate la resa.

Avete ragione voi, solo che ancora non potete saperlo, ma io lo so. Non è fumo quello che vedete, è solo un po’ di nebbia, ma quella prima o poi si stanca e si ritrae. Rimanete lì e vedrete che bel paesaggio c’è sotto. Se è così per me può esserlo per tutti. Per tutti.

 

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(147) Apatia

apatìa s. f. [dal lat. apathīa, gr. ἀπάϑεια «insensibilità», comp. di – priv. e πάϑος «passione»]. – 1. a. Stato d’indifferenza abituale o prolungata, insensibilità, indolenza nei confronti della realtà esterna e dell’agire pratico. 2. Nella filosofia antica, stato di perfezione contemplativa dello spirito, che attraverso l’esercizio della virtù consegue la libertà interiore intesa come indipendenza, indifferenza e imperturbabilità rispetto alle passioni e alle emozioni umane, ai piaceri sensibili, agli eventi esterni in genere, secondo un ideale di saggezza sostanzialmente unitario propugnato in età ellenistica da cinici, stoici ed epicurei e variamente recepito e discusso dai Padri della Chiesa e dagli apologisti cristiani.

Durante tutta la mia adolescenza mi sono sentita ripetere che ero un’apatica. Non una volta ogni tanto, proprio tutti i sacrosanti giorni (a casa e a scuola) c’era qualcuno che me lo faceva notare: “Sei proprio un’apatica!”.

No, nessun filosofo antico tra di loro, quindi è il primo significato del dizionario Treccani quello inteso e scelto appositamente per me.

Ora: non c’era niente al mondo che mi facesse arrabbiare di più. Dentro di me sentivo una furia devastatrice che avrei scatenato volentieri contro chiunque osava offendermi – a essere un po’ più coraggiosa. Non l’ho mai fatto, non perché fossi buona, solo perché ero così ferita che preferivo fare l’indifferente e procedere sulla mia strada. Sembrava, appunto, che nulla mi toccasse, mentre dentro ero rotta in mille pezzi.

Non ero apatica, ero semplicemente un’introversa, una che preferiva viversi nel privato i propri universi paralleli perché convinta che a nessuno interessasse. In effetti, era così. Raramente a un adulto interessa scoprire gli universi paralleli di una/un adolescente. Ancora è così.

Oggi mi sono trovata davanti a una classe che mi ha fatto ripiombare nei miei anni bui dove archiviarmi come apatica risolveva molte menate ai miei professori e anche alla mia famiglia. Solo che ero io, lì davanti a loro, e stavolta ero io l’adulta. Mi sono resa conto in quell’istante che a me importava parecchio dei loro universi paralleli e non sapevo come fare per scuoterli. Ero convinta che quell’apparente apatia fosse solo apparente. Solo apparente, diavolo!

Possibile io abbia fatto un mero transfert e che quello sperimentato in aula fosse ben più che apparente, ma non me la sento di sentenziare qui e ora sbattendo la porta in faccia alla possibilità che non sia così. Forse, con un po’ di pazienza, quel muro si può far sgretolare. Non perché io voglia per forza avere ragione, ma perché ho colto un paio di sguardi e un paio di sorrisi che mi fanno immaginare che lì c’è qualcosa di vivo e sono decisa a capire se è così per davvero.

PS: da molti anni nessuno pensa a me come a un’apatica. Ammetto che per dimostrare al mondo che non lo ero mi sono dannata l’anima a fare fare fare. No, non va bene, ma certe cose che ti porti addosso finiscono per determinarti. No, non va bene, ma solo quando te ne accorgi puoi iniziare a fare diversamente. Non prima. Mai prima. Dopo.

 

 

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(84) Stop

Oggi ho ignorato uno stop. Oggi ho superato quella linea dove sei obbligato a fermarti. Non riesco a perdonarmelo. Sentivo solo che dovevo dire e che se non lo avessi fatto in quel momento non lo avrei più detto. Ho sentito che non dirlo sarebbe stata una mancanza imperdonabile perché era importante ed è importante non mancare di coraggio quando quello che ti viene imposto per legame d’affetto deve essere detto.

Non importa che io abbia cercato il modo giusto per dirlo. Non importa che io abbia fatto attenzione a non essere fraintesa. Non importa. Non è importante quello che io ho fatto, ma quello che ho detto. Che non poteva essere detto in altro modo perché non avrebbe sortito alcun effetto.

Ok. L’effetto sortito è stato doloroso.

C’era uno stop, di sensibilità suppongo, ho sentito che non dovevo fermarmi finché quello che bisognava dire non veniva detto. L’ho detto.

Ora mi domando: chi cazzo sono io per sentirmi autorizzata a dire?

Nessuno. Posso scusarmi per il dolore causato, non per aver detto quello che ho detto. E questo aggrava la mia posizione.

Cosa rimane? La speranza di avere torto marcio, almeno per questa volta. Me lo meriterei di brutto, questa volta.

Eh.

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