(686) Eco

Ci sono dei passi che hai fatto di cui ti porti ancora l’eco dentro, te ne sei accorto? Sono quelli che non finiranno mai, non importa quanto ci stai provando e da quanto tempo, non finiranno mai. Te li porterai dentro per sempre.

Non ho ancora capito se è perché dovevo fare altre scelte e il reminder diventa una sorta di punizione, o se è perché la scelta è giusta ma ancora non l’ho digerita. L’ho fatta, ma soltanto perché andava fatta nonostante il dolore che mi poteva causare. Soltanto che l’ho scoperto troppo tardi che l’eco del dolore non passa mai. Neppure quando non c’è più ferita, neppure se non c’è nemmeno una cicatrice. Mai. Rimane tatuato nel cervello e ti si ripresenta intatto anche a ricordarlo dopo un secolo. Questa è la vera maledizione del vivere.

L’eco stordisce, non sai da dove è partito il suono originale, non sei in grado di contare tutti i rimbalzi che ha fatto per arrivare a te, non sei nella condizione di poterlo schivare. Sei semplicemente sulla sua traiettoria e ti porterà con sé ovunque voglia andare. Mi piacerebbe poterlo prendere al volo, tenerlo in mano per guardare che faccia ha. Sono quasi certa che abbia la mia faccia, sì, non può essere altrimenti.

Penso anche all’eco di quel che ho fatto e ho detto in questi anni, sarà rimasto dentro a qualcuno? Non come una sottile vendetta per chissà quale peccato, no. Sarebbe terribile, non me lo perdonerei. Piuttosto come un’esortazione gioiosa, una richiesta al poter Essere-Presente, alla sostanza delle cose, dei fatti, delle persone, degli incontri. Questo sarebbe bello, fosse anche soltanto in una persona, sarebbe bello.

Chissà se l’eco di me, in qualche modo, riesce ad essere utile al mondo. Chissà.

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(680) Dimostrare

Mettersi qui ogni sera per cercare di salvare un pensiero, uno soltanto, che sia frutto di riflessione meramente intelligente non è facile, lo confesso. Lo può essere per un mese, forse per due mesi, ma il gioco diventa sempre più duro con il tempo. Mano a mano che scavi dentro di te per trovare quel pensiero capace di trasformarsi in qualche riga di post, ti accorgi che o ti scopri un po’ o il gioco finisce e perdi la sfida. Dimostrare che posso farcela fa parte di quel solido know-how che mi sono costruita nei miei oltre 40 anni di vita, e non si scappa.

Dimostrare: che esisti, che vali, che sai pensare, che puoi fare, che sai fare, che vuoi fare, che concretizzi, che non molli, che ci tieni, che non ti tiri indietro, che sei all’altezza, che sai rimetterti in piedi, che sai dove guardare, che sai come fare per arrivare alla meta… che…

La lista è lunghissima, la lista non finisce mai, la lista non si completa: né con il tempo, né con le competenze acquisite, né con le sfide vinte, né con i progetti realizzati. Mai.

Sto cercando di capire, però, se può esserci un altro modo di vivere questa condizione, se c’è un modo per mantenere il respiro regolare e mantenere salda l’opinione che ho di me. Senza cadere e farmi calpestare. Perché non è tanto al resto del mondo che io voglio dimostrare qualcosa, ma a me stessa. Sono io quella che mette in dubbio le mie capacità, le mie possibilità, le mie qualità. Sono io. Devo dimostrarmi continuamente che ho una ragione per essere qui – nel mondo – e che è mio diritto esserci.

Dimostrare al mondo che ci sono e che è mio diritto esserci non è lo scopo, il mondo non mi sta chiedendo niente e – grazie al cielo – ignora tutto di me, persino la mia esistenza. Ed è un sollievo, ed è giusto così. Ma io? Cosa potrò mai fare, cosa potrò mai conquistare, cosa potrò mai ottenere per sentirmi nel posto giusto? Lo ignoro bellamente.

Quando prendo in mano un libro, pretendo che mi si dimostri che il mio tempo e la mia energia sono spese bene lì dentro. Se non è così, non perdono. Ecco, vorrei essere un libro che mantiene la promessa, vorrei essere un libro che si guadagna ad ogni pagina lo sguardo che cattura. Vorrei essere un libro non solo di parola, ma di sostanza. Quel libro che tieni sul comodino e non vorresti mai arrivare all’ultima pagina perché sai già che ti mancherà, ma che sei pronta a ricominciare dalla prima pagina perché sai che c’è ancora molto da scoprire ad ogni rilettura.

Sì, sono un’ambiziosa. Per fortuna, purtroppo.

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(667) Spiaggia

Soltanto se deserta, non ci voglio vedere nemmeno un paguro, solo così la potrei frequentare. Una relazione esclusiva, senza interferenze e senza distrazioni.

Questo per dire che ci sono cose e situazioni (addirittura persone) che riesci ad apprezzare davvero soltanto se c’è una connessione diretta – senza filtri – e senza inclusioni o condivisioni. La mia lista è lunghissima (sospetto di avere un problema, ma non è questo il punto) e anche se me la scorressi più e più volte al giorno, non credo cambierebbe di molto: rimango un’estremista della focalizzazione, non ci posso fare nulla.

Un bel libro che ti viene rovinato dalle chiacchiere del vicino d’ombrellone che mantiene un volume da rave party anche quando sussurra, figuriamoci al cellulare mentre racconta della sua ultima scopata. Presente? Ok, mi metto a leggere un libro solo in un luogo dove le probabilità di essere disturbata si riducono a un buon 10%. Questo è soltanto un esempio, ma credo basti per rendere l’idea.

Ci sono persone che vanno incontrate e conosciute senza avere attorno casino, bisognerebbe farci attenzione, altrimenti rischiamo di non capirci niente.

Una spiaggia deserta ti urla tutta la sua potenza, potenza che merita di essere ascoltata per intero – guai a perdersi anche soltanto un suono. L’attenzione esclusiva ci viene negata continuamente, come fosse un pericolo e non una intrigante possibilità di scoperta e di comprensione profonda. 

Non dico che tutto dovrebbe essere vissuto così intensamente, ma farsi una lista di cose/persone/situazioni che secondo il nostro sentire meritano un’immersione totale, pura e gioiosa del nostro Essere, credo sia un buon consiglio da offrire a chiunque abbia voglia di costruirsi Giorni Così di una certa sostanza. Ecco.

 

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