(585) Fischio

“Se ti servo fammi un fischio!”

Non lo dico più. Ho smesso perché mi stavano scoppiando le orecchie. Le persone prendono cose veramente importanti più alla leggera di questa frase idiota, robe da matti. Non lo dico più, e ho smesso non per una precisa volontà bensì l’ho fatto naturalmente. Avevo capito che se non si mettono dei limiti, la devastazione è inevitabile e imminente.

Quella Barbara era soltanto la soluzione di quei fastidi che deleghi volentieri a qualcuno di cui non ti importa granché. Infatti, era così: non venivo considerata granché. E a un certo punto una si può anche rompere le palle. E quando succede non c’è nulla che possa porvi rimedio, quel che è rotto rimane rotto – attaccarlo come fanno i giapponesi non è cosa, davvero.

Le conseguenze sono immediate e piuttosto evidenti: il deserto. Esattamente come quello dei Tartari di Buzzati, uguale. E non è detto sia una cosa brutta, almeno ti riposi un po’, ma rimane comunque una cosa triste. Ti rendi conto che quando non sei più utile, non sei più indispensabile. E quindi sparisci.

Lo spazio attorno a te diventa più vivibile, ma se nel frattempo ti eri affezionata a qualcuno si sono aperti dei vuoti dove manca l’aria e ogni volta che ci capiti dentro ti passa la voglia di alzare la testa. Triste, deprimente, pericoloso.

E dopo un po’ la lezione fa quello che deve e ti guarisce. Guarisci piano piano, ma con una certa costanza. Smetti di cadere dentro ai dannati vuoti, alcuni li lasci così come sono, altri li riempi con… te stessa. Ti spargi un po’ di qua e un po’ di là, senza impegnarti troppo, senza darti troppo, senza sentirti troppo. Un sistema perfetto dove il tuo essere ininfluente e tutt’altro che indispensabile più che un peso diventa un sollievo.

Una volta guarita, ti rendi conto che quella frase era un tuo stramaledetto modo di intendere la vita che doveva essere abbandonato. Cambia la dinamica e cambierà la risposta. Se poi la risposta ancora non ti soddisfa, ricambia la dinamica. La vita è un susseguirsi di tentativi. La fortuna è un optional auspicabile, ma non di serie. Ebbé, mica si può pretendere miracoli, al massimo si possono supplicare. Non mi è mai piaciuto supplicare, però, e non inizierò a farlo adesso. Eh!

 

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(525) Resti

Ogni tanto guardo quel che resta di me a fine giornata. Non è uno spettacolo esaltante, ma sto iniziando a valutarlo sospendendo il mio dannato senso critico. Ho pensato di cambiare dinamica per vedere come va, sì.

I resti che mi trovo tra le mani sono quello che m’è riuscito di salvare nello scempio della mia giornata, fatta di tante cose e di tante tante richieste da assorbire in qualche modo ispirandomi a un atteggiamento zen che poco mi appartiene. I miei resti verranno raccolti in un sacchettino e durante la notte saranno sistemati e ripristinati affinché assomiglino a un tutt’uno. A volte ci riesco, altre no.

Il più delle volte ci riesco e questo fa sì che io possa affrontare una nuova giornata, senza troppe pretese ma con una speranza di arrivare a sera con mezzo neurone funzionante. Mi sono, però, resa conto che in questo modo non si può andare avanti per sempre, perché il mucchietto dei miei resti piano piano si sta rimpicciolendo.

Tutto sommato non sono così preoccupata perché la soluzione da attuare ce l’ho, devo solo decidermi a farlo. Devo nutrirmi di tutto quello che fin dalla notte dei tempi funziona in casi come il mio, in una sola parola: Arte.

Lettura, musica, cinema, fotografia, balletto, pittura, scultura… ancora e ancora ancora e ancora. Questo nutre e ripristina la materia.

I miei resti, quelli di oggi, mi stanno guardando scettici: “Lo farà davvero?”, si stanno chiedendo.

“Non me la sento di promettere nulla, belli, ma ci posso provare”, e sono sincera, davvero. Non la stanno apprezzando granché questa mia spontanea disposizione nel correre ai ripari, ma non hanno scelta, si devono fidare. Do a tutti la buonanotte e vediamo cosa mi riuscirà di combinare domani. Sempre domani.

Se sono fortunata.

 

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(281) Intrico

Quando tutto è troppo ingarbugliato cosa si fa? Si prendono le forbici e zak, un bel taglio secco. Il buonsenso te lo dice, lo spirito pratico te lo ripete, il calcolo matematico (l’agoritmo delle rotture di balle) te lo conferma: zak.

E io, invece, lì a cercare di capire com’è stato, quand’è stato, che il tutto si è ingarbugliato… era partito così bene, liscio!

E perdo tempo, perdo la pazienza, perdo la voglia e l’entusiasmo (sembra una canzone di Vasco e forse lo è, non ho voglia di indagare proprio ora che se no perdo il filo). Fatto sta che anche quando capisco e trovo il perché e il dove dell’intrico, non serve a niente. Devo comunque usare le forbici e zak.

La questione irritante è che gli intrichi non seguono tutti la stessa logica, non sono fissati in una dinamica standard. Gli intrichi sono creativi. Ognuno ha il suo estro, ognuno ha i suoi motivi, ognuna ha i suoi nonsense e la matematica non può nulla contro di loro. La prevenzione è vana.

Ti ci trovi in mezzo e che tu sia stato poco accorto o semplicemente un idiota, il dato di fatto non cambia. Non hai altro modo per tirartene fuori, ovvero: Zak.

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(204) Ehmmm…

Perplessità. Ci sono volte in cui ho bisogno di tempo per farmi un’idea e quindi rimando la chiacchiera. Ci sta, è una cosa che ho imparato con gli anni e l’esperienza: se non hai le idee chiare (anche se non necessariamente definitive) stai zitta. Cosa ben diversa quando il pensiero è nitido, tagliente, impietoso e decido di evitare di aprire bocca per non farlo uscire. Solitamente scatta nel mio interlocutore un violento istinto kamikaze che lo spinge a provocarmi finché sbotto e ciao. La catastrofe mi si palesa davanti e l’inevitabile accade. E accade sempre.

Da dove nasce quindi la mia perplessità? Da un semplice dato di fatto: appurato che potrei essere ribattezzata Cassandra visto il numero infinito di volte in cui ho detto una cosa sensata (se non addirittura intelligente) senza essere minimamente presa in considerazione se non dopo che la conseguenza si sia resa evidente (nove volte su dieci era prevedibile, niente di trascendentale), mi chiedo perché io continui a crollare quando riconosco l’arrivo della provocazione anziché girarmi e andarmene?

Lo ignoro bellamente.

Dev’esserci qualcosa che mi scatta dentro e che mi inibisce la comunicazione sinaptica, immobilizzandomi gli arti e al contempo sciogliendo la capacità dialettica per far uscire quei pensieri, esattamente quelli che producono la catastrofe anche se soltanto io ne conosco la portata – che va ben oltre quel che si vede.

Partendo da questa lecita perplessità, la domanda nasce spontanea: perché non appellarsi a quel soprascritto Lo ignoro bellamente e forzare un cambio di dinamica che si basi sul vuoto – di conoscenza – anziché sul pieno?

Ehmmm… perché sono Cassandra e alla Ruota del Saṃsāra gliene frega un cavolo di farmi vivere tranquilla. Ecco.

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(125) Caos

Il mio Caos è lo Spazio Sacro in cui nasce tutto. Tutto cosa? Tutto il progetto di me-persona. Me lo devo ricordare ogni volta che ho giornate come questa dove il Caos mi sembra la fine e non l’inizio.

Non ho un modo chiaro (e forse neppure intelligente) per spiegarlo a me stessa, figuriamoci agli altri. Anche a scriverlo non risulta migliore, né più nitido né più malleabile: il mio Caos è una carogna.

Mi annichilisce, mi sovrasta, mi polverizza. Poi mi faccio una doccia e il mio Caos si placa per far risalire a galla una boa.

Al momento la boa mi sembra bellissima, è la mia salvezza. Se faccio l’errore di ritornare, però, nella realtà prima del dovuto la boa diventa bolla di sapone e puf. Sparisce.

Processo irreversibile e dinamica immutabile. Errore che commetto spesso, anche oggi, ma il mio Caos è lo Spazio Sacro in cui nasce il progetto di me-persona.

L’ho scritto per ricordarlo meglio, senza la speranza che mi risulti migliore o nitido o malleabile.

Il mio Caos rimane una carogna.

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