(709) Veliero

Mi sento come un veliero parcheggiato. La baia è carina, certo, ma stretta. Niente venti, niente profumo di mare, non arriva fino a qui. 

E non è il periodo, non è una sensazione passeggera, mi sento così da sempre. Non so dire altro, l’immagine della baia e del veliero penso che sappia rendere l’idea. Ciao.

(…)

Sarebbe un ***Giorno Così*** troppo breve se finisse qui, devo per forza metterci ancora qualche riga e temo di aver preso diretto un bel vicolo cieco.

(…)

Qualche tempo fa scrissi un romanzo dove il vento era il protagonista silente della storia, comprai un libro per saperne di più e più leggevo quelle pagine piene zeppe di informazioni più ne volevo leggere. Sentivo che sapere tutto quello che potevo sapere sull’argomento sarebbe stato per me di vitale importanza al di là del romanzo che stavo scrivendo. È stato come scoprire di punto in bianco una mancanza che ignoravo di sentire.

Le vele accolgono il vento opponendogli quella giusta resistenza affinché il veliero possa muoversi. Se il vento è troppo si squarciano, se è poco non si gonfiano e lo stallo permane. Semplice. Quindi ognuno di noi ha bisogno del suo vento per muoversi, giusto?

Rimanere al sicuro nella baia ti può consumare di nostalgia. Il fatto che ogni viaggio – in realtà – sia consumato nella solitudine piena di noi stessi è la contraddizione più affascinante che c’è perché raramente quando viaggiamo siamo davvero soli. Come al solito più cerco di chiarirmi le idee e più queste mi ballano attorno la macarena. Dovrei rassegnarmi allo sberleffo. Prima o poi lo farò.

Va bene, ora le righe sono sufficienti – pure troppe – e mi stanno cascando le dita sulla tastiera dallo sfinimento. È venerdì e anche questo è un tema.

Già.

 

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(680) Dimostrare

Mettersi qui ogni sera per cercare di salvare un pensiero, uno soltanto, che sia frutto di riflessione meramente intelligente non è facile, lo confesso. Lo può essere per un mese, forse per due mesi, ma il gioco diventa sempre più duro con il tempo. Mano a mano che scavi dentro di te per trovare quel pensiero capace di trasformarsi in qualche riga di post, ti accorgi che o ti scopri un po’ o il gioco finisce e perdi la sfida. Dimostrare che posso farcela fa parte di quel solido know-how che mi sono costruita nei miei oltre 40 anni di vita, e non si scappa.

Dimostrare: che esisti, che vali, che sai pensare, che puoi fare, che sai fare, che vuoi fare, che concretizzi, che non molli, che ci tieni, che non ti tiri indietro, che sei all’altezza, che sai rimetterti in piedi, che sai dove guardare, che sai come fare per arrivare alla meta… che…

La lista è lunghissima, la lista non finisce mai, la lista non si completa: né con il tempo, né con le competenze acquisite, né con le sfide vinte, né con i progetti realizzati. Mai.

Sto cercando di capire, però, se può esserci un altro modo di vivere questa condizione, se c’è un modo per mantenere il respiro regolare e mantenere salda l’opinione che ho di me. Senza cadere e farmi calpestare. Perché non è tanto al resto del mondo che io voglio dimostrare qualcosa, ma a me stessa. Sono io quella che mette in dubbio le mie capacità, le mie possibilità, le mie qualità. Sono io. Devo dimostrarmi continuamente che ho una ragione per essere qui – nel mondo – e che è mio diritto esserci.

Dimostrare al mondo che ci sono e che è mio diritto esserci non è lo scopo, il mondo non mi sta chiedendo niente e – grazie al cielo – ignora tutto di me, persino la mia esistenza. Ed è un sollievo, ed è giusto così. Ma io? Cosa potrò mai fare, cosa potrò mai conquistare, cosa potrò mai ottenere per sentirmi nel posto giusto? Lo ignoro bellamente.

Quando prendo in mano un libro, pretendo che mi si dimostri che il mio tempo e la mia energia sono spese bene lì dentro. Se non è così, non perdono. Ecco, vorrei essere un libro che mantiene la promessa, vorrei essere un libro che si guadagna ad ogni pagina lo sguardo che cattura. Vorrei essere un libro non solo di parola, ma di sostanza. Quel libro che tieni sul comodino e non vorresti mai arrivare all’ultima pagina perché sai già che ti mancherà, ma che sei pronta a ricominciare dalla prima pagina perché sai che c’è ancora molto da scoprire ad ogni rilettura.

Sì, sono un’ambiziosa. Per fortuna, purtroppo.

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(667) Spiaggia

Soltanto se deserta, non ci voglio vedere nemmeno un paguro, solo così la potrei frequentare. Una relazione esclusiva, senza interferenze e senza distrazioni.

Questo per dire che ci sono cose e situazioni (addirittura persone) che riesci ad apprezzare davvero soltanto se c’è una connessione diretta – senza filtri – e senza inclusioni o condivisioni. La mia lista è lunghissima (sospetto di avere un problema, ma non è questo il punto) e anche se me la scorressi più e più volte al giorno, non credo cambierebbe di molto: rimango un’estremista della focalizzazione, non ci posso fare nulla.

Un bel libro che ti viene rovinato dalle chiacchiere del vicino d’ombrellone che mantiene un volume da rave party anche quando sussurra, figuriamoci al cellulare mentre racconta della sua ultima scopata. Presente? Ok, mi metto a leggere un libro solo in un luogo dove le probabilità di essere disturbata si riducono a un buon 10%. Questo è soltanto un esempio, ma credo basti per rendere l’idea.

Ci sono persone che vanno incontrate e conosciute senza avere attorno casino, bisognerebbe farci attenzione, altrimenti rischiamo di non capirci niente.

Una spiaggia deserta ti urla tutta la sua potenza, potenza che merita di essere ascoltata per intero – guai a perdersi anche soltanto un suono. L’attenzione esclusiva ci viene negata continuamente, come fosse un pericolo e non una intrigante possibilità di scoperta e di comprensione profonda. 

Non dico che tutto dovrebbe essere vissuto così intensamente, ma farsi una lista di cose/persone/situazioni che secondo il nostro sentire meritano un’immersione totale, pura e gioiosa del nostro Essere, credo sia un buon consiglio da offrire a chiunque abbia voglia di costruirsi Giorni Così di una certa sostanza. Ecco.

 

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(566) Noioso

Noioso quando sai già come va a finire. Nessuna attesa, nessuna suspense, nessun tremore = noia. Questo tipo di noia ha il peso del “perdere tempo”, se mi accorgo che sto perdendo tempo il fastidio si trasforma in furia perché il tempo non si perde!

Noioso quando qualcosa che si ripete a martello ti porta all’esasperazione, anche in questo caso il fastidio si trasforma in furia e vado di katana. Perché passare il mio tempo cercando di tenere lontano il fastidio è perdere tempo e il tempo non si perde!

Noioso è tutto quello che con me non c’entra niente: per esempio litigare è un’attività noiosa, fastidiosa, senza alcun senso utile. Noioso è chi fa il fenomeno, chi pensa di poterti passare sopra senza colpo ferire, chi dice di saperla lunga e pensa che a te freghi qualcosa.

Andando per deduzione, tendo ad annoiarmi poco perché scelgo di fare cose interessanti e di interagire con persone altrettanto interessanti, ma non riesco proprio a limitare il fastidio che provo nel dover affrontare rotture di scatole a non finire durante la giornata. Ho provato a respirare profondamente, ad affidarmi al mio Buddha interiore, a lanciarmi in apnee inquietanti, ma non funziona: il fastidio ha sempre la meglio.

Mi rendo conto che questo stato rende me fastidiosa agli altri, ma non ci posso fare niente. L’idiozia mi infastidisce, l’inettitudine mi infastidisce, la spocchieria mi infastidisce, l’arroganza mi infastidisce, l’indolenza mi infastidisce ecc. – sì, la lista potrebbe continuare per giorni – e essere infastidita mi infastidisce. Non se ne esce.

Una doccia bollente, qualche buon proposito per domani, un buon libro in cui immergere i pensieri e… buonanotte.

 

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(562) Kindle

E chi l’avrebbe mai detto. Chi? Io no di certo.

Io che guai a chi mi tocca un libro. Io che anche se il libro l’ho letto e non mi è neppure piaciuto faccio una fatica boia a lasciarlo, a darlo in prestito. Io che se devo scegliere tra un libro e un vestito, scelgo di spendere i miei pochi soldi nel libro, cascasse il mondo, a costo di girare per un mese con gli stessi indumenti addosso. Chissenefrega, abbasso-la-moda-evviva-la-cultura!

Ecco, io – la stessa io di cui sopra – mi sono regalata anni fa un Kindle, perché non potevo più snobbarlo, dovevo per forza capire perché quella cosa fosse così apprezzata. Dovevo, per una questione di onestà intellettuale. Quindi, dopo i necessari passaggi per registrarsi e memorizzare la carta prepagata (rigorosamente, perché va bene fare danni ma una regola ci vuole), eccomi lì a scegliere dalla enorme vetrina di Amazon qualcosa che potesse interessarmi. Ok, inutile andare oltre, confesso che ho nel mio Kindle circa 600 libri e che ne ho letti soltanto 200. Confesso che quando mi arrivano le superofferte del giorno, due volte su cinque, se non ci fosse Bezos che mi avverte che quel libro l’ho già acquistato nel 2001 io me lo ricomprerei di nuovo – la cosa peggiore? Anche se me lo sono già letto perché non me lo ricordo manco pe’ niente.

Detto questo, negli ultimi mesi mi sono comperata una ventina di libri cartacei che sto leggendo alla faccia del mio povero Kindle. Sì, lo so, sono una brutta persona, ma se i libri non ce li ho davanti al naso io me li dimentico. Mi devono proprio guardare in faccia e dirmi “Ao’ sto a fa’a muffa!” e allora io accorro e provvedo. In tutto questo e nonostante tutti i miei limiti, affermo con forza che io AMO il mio Kindle e che appena finisco ‘sta pila sul comodino me ce metto sotto con la lista quasi-infinita che c’ha dentro dei libri spettacolari, giuro.

Mi basterà questa vita o ne devo prenotare un’altra?

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(3) Tempi

Una lotta contro il tempo: come se non fosse abbastanza, come se non me ne fosse rimasto che una goccia. Vorrei per un po’ abbandonare questa maledetta morsa ossessiva e vivermi il tempo per quello che è: semplicemente fugace.*

E mi sono stupita che siano trascorsi soltanto due mesi dall’ordine del libro che oggi il corriere è riuscito a consegnarmi. In realtà, se non fossi io e se non fossi abituata al dilatarsi del tempo che fugge comunque, mi sarebbe passata la voglia di leggerlo.

Sono certa che la mia predisposizione a volarmene via con la testa mi abbia permesso di arrivare fin qui senza perdermi in modo definitivo. Potrei sbagliarmi, vero, ma crederci mi aiuta a sperare che questa mia testa che vola via non sia da cambiare, ma da usare come salvagente in ogni circostanza, per ogni evenienza.

L’effetto collaterale dell’atterraggio rimane, però, ancora un dettaglio da sistemare. Lassù si sta meglio.

b__

* fugace agg. [dal lat. fugaxacis, der. di fugĕre «fuggire»]. – 1. letter. Che fugge o è solito fuggire. 2. fig. Di cosa che ha breve durata, che termina o scompare presto: tempo, età, giovinezza fugace.

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