(576) Espediente

In qualche modo si deve pur fare, in qualche modo si deve andare avanti. Le persone creative, quelle che riescono a raccontarsela bene e sanno inventarsi accorgimenti ad hoc per superare il giorno e la notte e ritrovarsi qui il giorno seguente, sanno come fare. Chi non ne ha bisogno perché ha una vita soddisfacente, può impegnarsi nel raggiungimento della felicità. A ognuno la sua sfida. Qual è la migliore? Mah.

Ci vuole anche un po’ di fortuna, come negarlo, ma la fortuna in mano a un idiota si può trasformare in rovina o può rivelarsi inutile, quindi guardare alla fortuna con intelligenza aiuta.

Superare i giorni e le notti a suon di espedienti, però, logora e toglie piano piano la gioia dal petto. Bisognerebbe provarlo per capire esattamente come si sta, ci sono persone che dovrebbero davvero provarlo e farlo nelle condizioni peggiori che esistano perché conoscendo soltanto l’opulenza le lezioni non le imparerai mai, perché quelle lezioni non ti toccano. Ci sono fantocci di potere che dovrebbero trascorrere anni di miseria prima di meritarsi un pallido risveglio. Ma questi sono dettagli filosofici perché quei fantocci sanno come manovrare la fortuna e sanno farsi forti della miseria degli altri. Un gioco già deciso, già vinto, già fatto e per nulla divertente se sei gli altri.

E qui, però, si potrebbe anche parlare di condizioni, di premesse, di presupposti che ritornano sempre al concetto di privilegio e quasi mai di merito. La Giustizia è un’idea che non ha nulla a che vedere con la realtà, lo sappiamo bene.

Se volessimo, invece, ritornare agli espedienti allora potremmo approfondire il discorso cercando di rispondere a una domanda semplice: che limite ci poniamo? Proporzionale al bisogno? Alla disperazione? Alla sete di rivalsa? O di vendetta? Eh, sì, ce n’è per tutti i gusti e per tutti gli scrupoli. Certo che se è vero che noi siamo il frutto della fortuna che abbiamo saputo sfruttare, allora cadono le regole del bene e del male e anche quelle del pudore e della vergogna. Un gran casino da cui non si esce più. A pensarci m’è venuto mal di testa.

Da qualche tempo, molto tempo in verità, l’espediente che funziona meglio con me è quello di pensare che andrà meglio, che è solo una questione di tempo e andrà meglio. Una sorta di speranza travestita da traballante fiducia in quel modo strano che ha la vita di darti qualcosa, quel tanto che basta per non abbandonarti a te stesso finché ce n’è.

Come canta Ligabue, sì. Finché ce n’è.

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(533) Supposizione

Supponiamo che il nostro modo di concepire la vita fosse stato blandamente sfasato da una serie spropositata di fraintendimenti – alcuni voluti e altri inconsapevoli – e che stessimo sbagliando tutto. Ma proprio tutto.

Supponiamo che qualcuno ad un certo punto decidesse che vale la pena rimettere le cose nella giusta prospettiva prima di ritrovarci coinvolti in un’esplosione atomica di portata mondiale.

Supponiamo che questo qualcuno fossi io. Da dove inizierei? Non lo so. Non ne ho la più pallida idea. Per quanto io ci possa pensare, non lo so e basta.

Ecco, ho appena avuto una presa di coscienza importante: non ho le conoscenze necessarie per poter capire dove e come agire per risolvere la montagna di problemi di cui siamo sommersi. L’ho fatto io, possono farlo tutti. Dovrebbero farlo tutti, specialmente chi ci vuole convincere che saprà governare questo mondo meglio di tutti gli altri perché sa, perché ha capito, perché è lui il prescelto per salvare il mondo.

Ora, non è che questi poveri mentecatti siano da colpevolizzare troppo per avere una bocca come una fogna che ci dà in pasto i loro deliri di onnipotenza – perché un idiota non si rende conto della propria idiozia – ma noi lo siamo. Noi che pensiamo che un Essere Umano – o un gruppo ridicolo di Esseri Umani – possa avere la benché minima idea di cosa fare per sistemare le cose, noi siamo patetici. Siamo degli squinternati che meritano il delirio di questa manica di mentecatti a cui diamo in mano il potere di professare la propria idiozia come fosse la nuova religione a cui immolarci.

Nel mio piccolo ascolto volentieri chi mi propone una possibile via da percorrere per vedere se può funzionare. Amo l’umiltà di pensiero, parole, opere e intenzioni. Nel mio piccolo ascolto volentieri chi si prende carico degli abbagli e degli errori per valutare meglio le strategie adottate e le conseguenze impreviste da smazzarsi. Nel mio piccolo ascolto volentieri chi mi dice: “rimbocchiamoci le maniche e cominciamo a ricostruire” piuttosto che farmi infervorare da un “spacchiamo tutto, che tutto fa schifo”. Nel mio piccolo, queste cose piccole fanno la differenza. Tutta la differenza del mondo.

Supponiamo che ci sia una possibilità, supponiamo che ci sia un modo. Bello vero?

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(531) Scandalo

scandalo /’skandalo/ s. m. [dal lat. tardo scandălum, gr. skándalon “ostacolo, insidia”]. – 1. [offesa della coscienza e della serenità altrui, provocata da azione, fatto o parola che offra esempio di colpa, malizia e sim.: dare, suscitare s.; essere causa, motivo di s.] ≈ ‖ disgusto, sconcerto, turbamento. ● Espressioni: dare scandalo ≈ scandalizzare; pietra dello scandalo → □. 2. (estens.) [parola, azione o fatto che offende o turba la coscienza, che presenta un’esagerazione intollerabile rispetto a una norma e sim.: sorprende che le autorità permettano un simile s.] ≈ indecenza, oscenità, sconcezza, vergogna. □ pietra dello scandalo [espressione di origine biblica con cui ci si riferisce a chi per primo dà motivo di scandalo] ≈ cattivo esempio, mela marcia, pecora nera.

L’aver tolto alle parole il potere originale è un gesto scellerato. Abbiamo svuotato di colpo le parole dalla loro purezza. Era questa purezza a farci vibrare la coscienza, a farci pungere l’amor proprio, a farci muovere per la vergogna in direzione salvezza. Uno scempio. Lo ripeto: uno scempio scellerato.

L’offesa della coscienza altrui, della serenità altrui, è uno scandalo. Il significato di scandalo è questo. Un’esagerazione intollerabile rispetto a una norma, questo è uno scandalo. Ma se la parola scandalo viene utilizzata in modo improprio e sposata a idiozie di vario genere, senza arte né parte, a martello, le nostre orecchie ci slittano sopra. Non se ne curano affatto, la ignorano bellamente, e il danno è fatto.

Il mordente di una parola sulla nostra coscienza è l’unica arma che la parola ha. Quando si dice che “ne uccide più la lingua che la spada”, è vero. Allora cosa hanno fatto quelli che preferiscono la spada perché temono la parola? L’hanno neutralizzata. L’hanno brualizzata enfatizzandola a sproposito, spingendola oltre ogni limite, l’hanno sbattuta in faccia a chiunque senza alcun discernimento per renderla inoffensiva.

Ma hanno sbagliato a sottovalutare la forza intrinseca di una parola, che è anche suono e non solo significato. La vibrazione di una parola – anche quando è muta – entra in risonanza con il nostro sangue e lì agisce. In segreto agisce. In silenzio agisce. E fa muovere qualcosa che sembra non avere nome, finché un nome se lo prende perché si è fatta forte e può uscire allo scoperto.

Non si soffocano le parole che sanno parlare al nostro subconscio per muoverci al buonsenso, alla ragione. Non si fa e basta. Perché? Perché anche le parole si incazzano, e che noi ancora non ce ne vogliamo rendere conto è – sotto tutti i punti di vista – uno scandalo.

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(446) Supercalifragilistichespiralidoso

Ogni Essere Umano degno di questo nome ha nel suo più segreto ripostiglio della mente una formula magica, che appena la pensi o la dici fa cambiare qualcosa. Ovvio che se glielo chiedi mica te lo dice, non lo ammetterebbe mai, per una sorta di pudore o di sano mi-faccio-i-cavoli-miei-che-vuoi-da-me ed è giusto non insistere, però mi rifiuto di pensare che ci siano persone prive di una propria parola magica privata, segreta, potente. Del tutto inverosimile.

Per lunghi anni la mia è stata: vaffanculo. Lo svelo perché ormai ho superato quella fase e sono passata oltre. Devo dire che ha funzionato per un tempo del tutto onorevole fornendomi sempre la chiave per superare e proseguire. Non serviva neppure dirlo ad alta voce, bastava che la pensassi e zak! mi cambiava il senso della vita, giuro. Una rinascita ogni volta. Pazzesco.

Comunque, dopo aver elargito con generosità stupefacente la mia formuletta, ho scoperto che non mi dava più la soddisfazione di un tempo. Forse perché anche le formule magiche si evolvono e cambiano vestito e sostanza, non lo so. Fatto sta che negli ultimi tempi ne ho usate diverse, le trasformavo a seconda della necessità e, valutando i risultati pratici, lo consiglio come metodo piuttosto efficace. Del tipo che succede qualcosa, cerco di capire di cosa si tratta e dopo una veloce valutazione scelgo la parola che mi sembra più appropriata. Non sempre sono improperi, a volte mi riduco a un’alzata di spalle mentale – cosa che tra l’altro non ha mai fallito un colpo.

Sto scrivendo questo post ben conscia di tutte le conseguenze che ne possono derivare, ma lo faccio per una sorta di dovere morale. Credo sia giusto elargire la conoscenza e farlo senza interesse personale è l’unico modo per farlo, pertanto eccomi qui a svelare la parola magica che è all’origine di tutto, ma proprio tutto quello che ho fatto nella mia vita – vita non del tutto esaltante, ma con certi picchi interessanti di soddisfazioni. La conseguenza che potrebbe rivoltarmisi contro è che la parola non funzioni più, ma è una cosa diversa rispetto al vaffanculo iniziale, ha una sostanza più solida, più vitale. Ho molta fiducia in lei, non la penso capace di svanire facilmente perché ormai si è radicata nel mio DNA e quando è così non c’è calamità che tenga, è tua per sempre.

Detto questo, eccomi qui a svelare la mia parola magica, perché penso che possa riguardare tutti e che dovrebbe comunque essere patrimonio dell’Umanità. Pronti?

Io Posso.

[tempo presente del verbo potere, rigorosamente in prima persona]

Non serve urlarla, non serve neppure darle voce, non serve trasformarla in pugni o bastonate, non serve come arma di convincimento o di sottomissione. Se la si usa così non regge. Se invece la accarezziamo dentro di noi, al segreto, credendo nel suo saper creare, allora funziona. Se la usiamo per generare benessere e bellezza, non la ferma nessuno. Se la doniamo come fosse la famigerata pietra filosofale, non ha limiti.

Io Posso. E il mondo si apre al tuo potere, perché accettare di avere in noi il potere non è una passeggiata e quando ci riesci il salto quantico è inevitabile.

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(431) Alto

Guardare le cose dall’alto ti fa sentire potente, una visione che solo gli Déi possono avere. Bisogna fare uno sforzo d’immaginazione, mettersi per un istante là sopra e adeguarsi a quello sguardo, a quel guardare. Lo spettacolo potrebbe non essere esaltante, ma la dinamica della situazione si espliciterebbe nell’immediato lasciandoti di stucco. Bam.

Come pedine ci muoviamo, come pedine mangiamo e siamo mangiati, come pedine scansiamo o siamo saltati, come pedine raggiungiamo – forse – l’altro lato guadagnandoci il trono. Soltanto una partita a disposizione, che può essere poco o tantissimo, dipende da chi ti si oppone.

Se c’è un significato in tutto questo dall’alto non lo si può capire. Non partecipi ai maremoti emotivi, guardi distaccato ciò che accade e trovi i flussi energetici che il movimento tattico alimenta o rallenta o inverte o blocca o tutto o niente. L’osservazione fredda, di questo tipo, ci aiuta ogni volta che siamo travolti dagli eventi, quando siamo sbattuti a destra e a manca e non abbiamo più punti di riferimento. Fermati – bloccati proprio – fai un respiro profondo, salta con la mente là sopra e guarda. Goditi lo show.

C’è quasi da ridere vero? Adesso capisci meglio l’intero Olimpo, vero? Ok, torna giù e agisci di conseguenza: prendi sul serio solo il gioco e non gli accadimenti. Il resto passa, perché deve passare, sono le regole del gioco.

Baby.

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(410) Divertimento

Rifuggo il divertimento, mi fa proprio schifo. L’idea che devo uscire per divertirmi mi mette addosso una tristezza che piuttosto mi seppellisco sotto il piumone e ci vediamo domani. 

Non ci posso fare niente, è così e basta. Ci ho provato per tutta la mia adolescenza e per tutta la mia giovinezza, ho provato con tutte le mie forze a divertirmi e non posso negare che a volte ci sono anche riuscita. Ma non come tutti i cristiani sanno fare, il mio divertirmi ha connotazioni strambe – quanto lo sono io – e anche segrete. Infatti non è mia intenzione dire di più, né ora né mai, in proposito. Però…

Stasera Mr. Big in concert! Cioé, voglio dire: i Mr. Big con Faster Pussycat live! Il concetto divertimento qui viene superato da tutto quello che si porta addosso questa band e la mia musica rock in generale, ed è tanto, tantissimo. E poi la scoperta di una band irlandese – The Answer – che m’ha fatto andare sulla loro pagina facebook a cliccare like e scrivere due cose… ma quanti anni ho?! Mah!

La riflessione circa l’età che avanza, il corpo che crolla e la testa che se ne va a remengo – lentamente e inesorabilmente – lascia il tempo che trova una volta che sposti il tuo punto di vista e ti vivi quello che vuoi viverti. La questione dell’essere troppo vecchia per fare qualcosa mi ha sempre toccato profondamente, ma quando voglio fare una cosa mica penso alla vecchiaia, penso che la voglio fare e basta. Valutato che poi non me ne sono mai pentita, direi che da oggi si archivia la faccenda e non ci si pensa più.

Rooooooooooooooooock ooooooooooooooooooooooon!!!

 

 

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(394) Stranire

Non so come ci riesco, ma è il mio potere magico. Appena possibile, quando meno me l’aspetto, scatta l’incantesimo e rendo nervosa la persona che mi sta di fronte. Quasi mai è per quello che dico, piuttosto per un qualcosa che succede a livello energetico. Quel qualcosa scatta e la persona che mi sta vicino mi vorrebbe prendere a pugni.

Non è mai successo, ma questo soltanto perché sono solita frequentare persone di buonsenso e ben poco violente – se per fortuna o per astuzia non saprei dirlo – eppure la mia presenza riesce a mettere a disagio chiunque. Random.

Mi piacerebbe poterlo pilotare, farlo solo con chi non mi piace, sarebbe un bel modo di evitarmi seccature, invece è un potere indomato e temo indomabile. La cosa che poi rende tutto ancora più interessante è che riesco a fare anche il contrario con la stessa dinamica: riesco a tirare fuori il meglio dalle persone. E non per interessi egoistici, altrimenti sarebbe un gioco sporco del quale sarebbe meglio non vantarsi, soltanto perché quello che faccio o quello che dico o puramente per un fatto di energia buona produce benessere che si propaga.

Non voglio, però, togliere peso a quel mio lato oscuro che riesce a far girare le palle al mio prossimo, tutt’altro. Sto semplicemente valutando che questi mie superpoteri sono talmente allineati l’uno all’opposto dell’altro che alla fine si annullano. Non c’è colpa e non c’è vanto. Sono come tutti gli altri: insopportabile e irresistibile assecondando la luna del momento.

Che sollievo!

 

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(380) Finzione

Quando creo una storia simulo situazioni e quindi racconto ciò che non è accaduto, ma che accade solamente nella storia che sto raccontando. La finzione all’interno della mia storia non esiste, tutto è reale. Realmente accaduto esattamente lì dentro.

Come sono rigorosa nel mio creare una storia, così lo sono nel creare la mia realtà. Non c’è finzione, è tutto vero.

Non la definirei una scelta, piuttosto una condizione naturale. Non so fare in altro modo e se scelgo una modalità diversa mi costa troppa fatica, troppi pensieri, troppi disagi. Crolla la coerenza, crolla la verosimiglianza, crollo io.

Simulare, se lo si fa bene, può cambiare la realtà in cui viviamo. Ovviamente l’intento non dev’essere l’inganno, non deve avere come scopo danneggiare qualcuno o qualcosa, la purezza dell’azione determina il risultato. Sto dicendo che ci sono persone che partendo da una situazione di estrema difficoltà hanno saputo crearsi un ambiente mentale talmente forte, talmente vero, che specchiandosi in una realtà mediocre l’hanno convinta a modificare i propri contorni… da lì la finzione ha preso il largo ed è diventata l’unica realtà disponibile.

Possiamo chiamarlo il potere della mente, possiamo chiamarlo la grande illusione o possiamo – meglio – non chiamarlo affatto, tanto l’evento accade continuamente anche a nostra insaputa.

La finzione di cui parlo è quella che ci permette di costruire anziché distruggere. È l’unica possibile, per me. L’unica che può farsi perdonare qualsiasi cosa.

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(321) Parare

Se pari un colpo, significa che qualcuno te lo ha sferrato. Se lo pari, significa che in un qualche meandro del tuo cervello lo avevi previsto – anche seppur a livello inconscio – e che la tua reazione è stata veloce ed efficace. Se in qualche modo lo mettevi in conto, significa che una parte attiva nella questione ce l’hai. Potevi evitare che il colpo partisse? Nove volte su dieci sì. Si può, stando attenti.

Attento a quello che dico, a quello che faccio, a chi mi accompagno, a chi si avvicina, a chi mi gira intorno, a chi mi porto a casa e via avanti. Attenzione significa presenza, consapevolezza, responsabilità. Una fatica? Certo, lo è. Eppure ci permette di prevedere, prevenire, presagire…

PRE(…) = evitare che le cose si spingano fino al punto da essere costretti a parare il colpo.

Se davanti a me ho un collerico con poco cervello, evito di dire (giusto?) e faccio passi lunghi e ben distanti da lui. Evito di dover, ad un certo punto, parare un colpo che sicuramente arriverà perché è nell’ordine delle cose, perché è così che funziona, perché la dinamica non subirà inceppamenti anche se noi speriamo che lo farà. Non-lo-farà.

Nessuno ha il coraggio di affermarlo a voce alta, ma noi siamo responsabili di noi stessi. Siamo adulti, possiamo prevedere, prevenire, presagire e quindi evitare. Possiamo stare attenti, possiamo gestire meglio la nostra emotività, possiamo imparare a non farci pilotare dal panico e a dar retta alla paura – che è uno stato emotivo sano perché ci mette in allerta e ci permette di agire in modo utile alla nostra sopravvivenza.

Preferiamo pensarci vittime e guardare agli eroi con commozione. Preferiamo dare ad altri il potere e dichiararci vulnerabili. Solo perché prenderci le nostre responsabilità ci spaventa. Ci spaventa ESSERE. Credo che il grottesco ci abbia devastato l’anima, con il nostro permesso ovviamente.

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(172) Equità

Equità 1. Imparzialità 2. criterio valutativo, svincolato da riferimenti di legge a cui il giudice può in certi casi ricorrere per affermare un principio di giustizia sostanziale: decidere secondo equità.

Decidere secondo equità mi piace. Mi piace l’idea che sta dietro questo concetto, qualcosa che ti fa sentire guardato con gli occhi giusti. Se è vero (e lo è) che non siamo tutti uguali (per fortuna e purtroppo) è anche vero che ci sono situazioni in cui fingere di esserlo provoca danni.

Sapere che possiamo andare oltre quello che è giusto o sbagliato e considerare l’Essere Umano semplicemente per quello che è – fallace – ci dovrebbe mettere al sicuro.

Eppure, preferiamo aggrapparci a criteri che valutiamo essere i capisaldi di una giustizia utopica, perché mero paravento per nascondere furberie del potere ormai scontate.

Questo in generale. Ora scendo nel particolare.

Se decido che – nonostante tutto – tu meriti una possibilità, io la possibilità te la do. Se valuto secondo equità che la possibilità te la meriti perché dentro di te c’è qualcosa di buono, qualcosa di bello, che deve uscire e non sa come fare, ma deve uscire… la possibilità te la do e mi prendo tutte le conseguenze del caso.

Se quello che ho visto si rivela essere soltanto un miraggio, pazienza. Non ne morirò.

Equità, è un pensiero che mi apre alla possibilità e me lo voglio tenere stretto.

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