(712) Apparecchiare

Spendo molta della mia energia nella preparazione. Credo sia la parte migliore, il momento in cui le idee possono splendere. Immagini che ogni dettaglio sia perfetto, che ogni cosa sia al posto giusto, che tutto-proprio-tutto vada come vuoi tu. Per me è il momento in cui posso curare le mie idee affinché siano accoglienti e creino benessere per chi ne usufruirà.

A ben pensarci non ho fatto altro che apparecchiare il mio presente per tutta la vita, e non è poco. Davvero non è poco.

Mi sembra addirittura di non saper fare altro, e questo è di certo un limite. Faccio fatica a smettere, non riesco a stare con la testa ferma e godermi quanto ho fatto, sono sempre spinta oltre, devo sempre pensarne una nuova e arrovellarmi per riuscire a rendere il pensiero concreto, reale. Stachanov mi fa un baffo. Su tutta la linea. Non so se esserne orgogliosa o dolermene, sinceramente non lo so.

Tanto per cambiare sto apparecchiando un’altra tavola, e già non mi do tregua: immagino, strutturo, schematizzo, distribuisco il fare… Sì, una macchina da guerra. Non è per la guerra che mi sto preparando, però, questo spero farà la differenza. Fidarsi delle persone – alla mia età – non è facile, ti domandi sempre come e dove stavolta ti colpiranno, ma alla fin fine ci vuole una bella tenuta di nervi a stare perennemente sul chi-va-là. I miei nervi già sono oberati per tutto quello che devono affrontare, non posso trascinarli anche nel girone infernale dei cinici ad oltranza. Eh!

La vita, dopotutto, è un atto di fede. Se ci sei e non ci credi che resti qui a fare?

 

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(705) Monumenti

Ci siamo abituati a guardare certe cose come se fossero lì per rimanere. Per sempre. Un tempo parlavano di noi, ora non più, ora ci ricordano chi eravamo (forse), ma potrebbero tranquillamente andarsene anche dalla nostra memoria che non cambierebbe quel “chi siamo” di cui tanto abbiamo bisogno per vivere.

Sono dei monumenti che abbiamo adottato, o abbiamo costruito, apposta per appenderci un pezzo di noi. Per sicurezza, per scaramanzia.

Facciamo fatica a staccarci, facciamo fatica a pensarli sorpassati, facciamo fatica a distruggerli. Eppure non ci servono più. Facciamo fatica anche ad ammettere questo dettaglio da nulla, in fin dei conti darci torto ci rode un bel po’. Piuttosto li teniamo lì e li spolveriamo, piuttosto facciamo finta che gli assomigliamo ancora. Se così non fosse ci mancherebbe un puntello, ci sentiremmo scivolare via come sabbia, saremmo costretti a chiederci “E ora chi sei?” e dovremmo arrovellarci per trovare una risposta plausibile, credibile, utilizzabile. Panico.

Ma noi siamo diversi da quello che eravamo, seppur gli stessi, siamo cambiati. In meglio o in peggio non fa differenza, siamo comunque diventati altro anche se chiunque si fermi alla superficie ci riconosce e ci riporta al monumento che si è fatto di noi. Un gioco che è una gabbia. Difficile uscirne, difficile restare dentro. E allora ci pieghiamo un po’ per non dare troppo nell’occhio. Non sappiamo neppure il perché, forse lo abbiamo visto fare e lo stiamo riproponendo come da istruzioni date ai nostri neuroni specchio, piccole inconsapevoli scimmie come siamo… mah!

Non mi piaccioni i monumenti eppure ne ho costruiti tanti e ne ho avvallati altrettanti durante i miei anni. Che brutta abitudine, che squallido modo di pensare a me e al mondo che mi gira attorno…

Ora prendo martello e scalpello e inizio a ritoccare quel che posso, quel che non può essere modellato lo butto giù. Facciamo un po’ di spazio, è tempo.

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(417) Dopo

Dopo c’è il calo d’adrenalina, il crollo della resistenza, la lobotomia. Ti sembra quasi che non riuscirai mai più a pensare di nuovo. Ti domandi come potrai cavartela, ma non ti interessa la risposta. Vuoi solo fare armi e bagagli e andartene in Tibet dove nessuno ti conosce. Sette anni? Di più.

Dopo c’è il feedback, che è sempre un tasto dolente e andare in Tibet sembra sempre più una buona idea.

Dopo c’è la presa di coscienza che poteva andare anche peggio, che hai dato il meglio di te e che alla fine l’hai spuntata tu. Ancora una volta. Non sono salti di gioia, perché la gioia è un’altra cosa, ma è sollievo. E il sollievo può essere una cosa ancora più rara e preziosa della gioia. Almeno in certi casi. Almeno in questo mio caso.

Dopo gli applausi e dopo che le luci si sono spente, ti aspetti un po’ di riposo. Nel senso che lo avevi proprio programmato, che è tuo per diritto, e lo sai tu  e lo sanno tutti, ma la notte dormi poco e male e al mattino inzia il nuovo giorno.

Dopo pensi che ne valeva la pena, dopo pensi che ne valeva la pena, dopo pensi che ne valeva la pena.

Allora ti accorgi che hai ricominciato a pensare e anche se non ti sai ancora spiegare come te la caverai, almeno saluti i tuoi due neuroni con una pacca amichevole perché sempre da lì devi ricominciare. Sempre da te.

Qui o in Tibet non fa differenza. Sette anni o mille, neppure. Rassegnati.

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(408) Ostruzionismo

ostruzionismo /ostrutsjo’nizmo/ s. m. [der. di ostruzione, sul modello dell’ingl. obstructionism]. – 1. [azione con cui si tende volutamente e sistematicamente a ostacolare una determinata attività] ≈ boicottaggio, (non com.) ostruzione, sabotaggio. ↔ aiuto, appoggio, sostegno. ● Espressioni: fare (dell’)ostruzionismo [frapporre degli ostacoli allo svolgimento di un’attività] ≈ e ↔ [→ OSTACOLARE (2)]. 2. a. (polit.) [sistema usato dalle minoranze parlamentari per impedire o ritardare le deliberazioni della maggioranza, mediante l’uso dilatorio di tutti i mezzi consentiti dalle norme parlamentari] ≈ filibustering. ⇑ sabotaggio. b. (sport.) [nel calcio e nel rugby, manovra scorretta consistente nell’ostacolare intenzionalmente con il proprio corpo la corsa dell’avversario che sta per impossessarsi della palla] ≈ ostruzione.

Di solito non è palese, ma viscido e codardo. Sia per dinamiche che per chi lo mette in atto. L’ostruzionismo è una di quelle cose che mi fa imbestialire. Quando mi trovo davanti qualcuno che finge di essere di supporto e invece ti si oppone con mezzi vigliacchi, mi parte l’embolo.

Non pretendo fans che mi sorreggono mentre faccio stage diving, perlamordelcielo, ma dichiararsi a favore o contro guardandomi negli occhi – visto che non giro armata – è un dettaglio che mi fa differenza. Ti opponi? Bene, motivami la tua posizione che magari mi convinci e vengo dalla tua parte. Che problema c’è? Se ti nascondi dietro l’invidia verde e la competizione idiota, non vale. Davvero, ti sgamo subito. Mi vien proprio facile, credimi. Dichiarati per quello che senti, confrontiamoci apertamente, vedrai che in me non c’è niente da invidiare e non c’è nulla per cui competere. Fidati, so quello che dico, fidati.

Gli sgambetti, le pugnalate alle spalle, l’ironia sparata appena mi giro… che cose misere, che cervello triste, che risorse ridicole riesci a mettere in campo!

Se ti pensassi nemico da combattere, avresti già vinto. Non è che voglio vincere io, è che non c’è nulla da vincere. Non sto combattendo per superarti, ma per superare me stessa. Non sto dando l’anima per salire sulla pedana, ma per non vergognarmi per non aver fatto del mio meglio nel superare l’ostacolo. Non sto guardando te mentre avanzo, sto cercando di non inciampare sui miei stessi passi. Perché la strada è stata lunga e sono piuttosto stanca. Secondo te ho tempo da perdere? Energie da buttare? Fame di rivalsa? No. Bado ai miei passi, a farli meglio che posso. Non voglio cadere, tutto qui.

Vai pure avanti, vinci quello che pensi ci sia da vincere, e tienimi da parte una birra che quando arrivo sarò assetata. Vuoi?

 

 

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(212) Dettaglio

Ecco, fa la differenza. Guardare il mondo nel dettaglio, intendo. Che non significa notare tutti i dettagli del mondo, diventeremmo pazzi (se non lo siamo già), ma significa focalizzare l’attenzione su un dettaglio del mondo per aprirlo – come un fiore si apre al sole – e rimirarselo in profondità. Questo fa la differenza.

Come quando decidi di mettere a fuoco un sentimento e stai lì a scavare per venirne a capo. Capire può darci sollievo. Può.

Mi intigno molto sui dettagli, uno per volta – altrimenti non vale – e me li giro e rigiro nella testa, proprio tra gli occhi e il naso e poi la gola e tra le orecchie, tanto da sentirlo viaggiare come la pallina di un flipper. Dling e dlong e dopo un po’ sei rintronato. Allora fermi la pallina e fermi il rumore e il fastidio e lo stordimento.

Ci dormi su.

E quando dopo un po’ – o anche dopo un bel po’ (non sono mai troppo veloce nelle mie riflessioni) – la riprendi in mano quella pallina la vedi nel suo intero. Lì il silenzio si espande. Lì capisci. Capire è la conquista. Tutto il resto è noia o mal di testa.

Il dettaglio fa la differenza, ripeto.

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