(758) Singhiozzo

Le cose che mi fanno incazzare sono tante e sono sempre di più. Non sono mai stata troppo zen, ma ultimamente sto peggiorando. Me ne devo preoccupare? Ecco, forse la cosa più preoccupante è che non credo io me ne debba preoccupare. 

La cosa peggiore è non riuscire a pensare in santa pace. Tutto mi disturba, ma proprio tutto. I rumori, i suoni, le interruzioni, gli accapo. Tutto. Mi riduco a pensare a singhiozzo, con la sensazione di non completarne uno che uno giudicabile minimamente valido.

Nella pratica, nei fatti intendo, non è così veramente, addirittura sto sfornando pensieri a più non posso, addirittura riesco a realizzarli, addirittura riescono pure a piacermi… ma la mia percezione è alterata. Se vogliamo dirla tutta la mia percezione in generale è alterata. Non sento più come prima. Non è più niente come prima. Come prima quando? Non lo so! Prima e basta! [ndr. notare il picco d’isteria che ormai è diventata una mia caratteristica preponderante]

Dovrei preoccuparmi anche di questo, me lo sta suggerendo la coscienza, ma i pensieri vanno altrove, non so dove, ma comunque altrove. Vanno a precorrere i tempi, accelerano in flashforward inquietanti dove i miei punti di riferimento ballano la rumba in modo ridicolo anziché sostenermi.

Mi rendo conto che tra i post più inutili che io abbia finora scritto questo vince di brutto, ma descrivere esattamente questo fastidio che mi mangia in testa è una sfida che ancora non posso vincere. Magari la capirò meglio tra un po’. Magari mi si svelerà l’arcano quando sarò già cambiata e non mi servirà più a niente o magari no. So solo che questa confusione, in questo preciso momento, mi fa incazzare perché non so da che parte prenderla.

Ecco – Hic!

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(733) Volare

Forse ho dimenticato come si fa. Dico forse perché mentre ci penso mi distraggo, come se qualcosa mi portasse via per non farmene accorgere. Mi disturba non essere in grado di misurare quel che di me ho perso. Mi lascia troppe domande aperte e mi sento gelare.

Volare mi riusciva piuttosto bene, riuscivo a staccarmi dal mio stato materiale per immaginare quello che avrebbe potuto essere e che – forse – speravo che sarebbe stato. Temo che il fatto che non si sia mai avverato nulla di quello che immaginavo giochi un ruolo determinante nel mio stato attuale di impossibilità a librarmi in volo. Non ci riesco, rimango ancorata alla terra, a quello che c’è e a quello che sta per accadere. Mi si strozza in gola il respiro e mi sembra che sia questo l’unico respiro disponibile per me ora.

Ora? Sì, ora che sono grande. Ora che al massimo posso invecchiare, ma non posso più crescere ed espandermi. Ora che devo ritirare un po’ le armi, giocare più d’astuzia che di impeto passionale. Ora che riflettere è diventato l’imperativo e comprendere si rende bussola indispensabile per segnarmi il cammino.

Non ho troppa voglia di fare conti e calcoli per capire che landa desolata io stia sorvolando mentre il motore in avaria mi sta imponendo un atterraggio di fortuna. Eh, sì. Fortuna che me ne sono accorta in tempo, fortuna che son ancora qui a raccontarla, fortuna che ho ancora braccia e gambe per proseguire, fortuna che gli occhi mi si sono asciugati e che il bisogno di orizzonti azzurri non è più un’ossessione ma soltanto una nostalgia, una delle tante. Anche se la nostalgia annebbia la percezione del valore delle cose presenti, chi riesce più a farne a meno?

Volare, per quanto ormai mi è possibile, è un volare breve a bassa quota. Temo non sia più un vero volare, ma soltanto il ricordo di quel che ero solita fare senza chiedere il permesso a nessuno, senza inventare giustificazioni. Non dico che stavo meglio prima di ora, eppure sapere che mi sono dimenticata di come si può raggiungere il cielo con il cuore brillante mi rende triste. Sarà che è tardi, sarà che sono stanca, sarà che manco in questo momento d’immaginazione. Chi lo sa.

Chi lo sa.

Buonanotte.

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(502) Quintessenza

Incontrare la quintessenza dell’incompetenza è un’esperienza che consiglierei a tutti. Se poi si unisce alla quintessenza dell’arroganza, si raggiunge il top. Anche questa la consiglierei, perché da quel momento in avanti il mondo non ti sembra più lo stesso.

È come se ti si fossero spalancate le porte della percezione, dove tutto quello che pensavi fosse illusorio diventa reale e tutto ciò su cui basavi il tuo solido sapere si rivelasse essere aria fritta.

Non riesci a capacitarti del fatto che quello che stai vivendo sia un evento eccezionale e al contempo non così raro – solo che a te, con questa intensità, non era mai capitato – e che per quanto tu faccia non potrai cambiare le cose: la quintessenza (di qualsiasi cosa) vince su tutto.

E non serve appellarsi al buonsenso, ai limiti che non vanno superati, al rispetto per una professionalità che vive di esperienza e preparazione… macché! Tutte idiozie, l’arroganza da sola potrebbe ribattere con veemenza che i soldi fanno il padrone e gli altri son pur sempre schiavi, figuriamoci quando questa arroganza viene sublimata a quintessenza. Non se ne esce.

Ci sono tanti modi per vivere, e vivere da arroganti (anche se sublimati) non è mai stata una mia ambizione, ma per quanto io cerchi di scappare vado sempre a cozzare con una fottuta quintessenza di qualcosa e – come ho già detto – non c’è battaglia che tenga, è sempre lei che vince. Vince su tutto.

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(322) Vino

La terra da cui provengo è terra di vigne e ottimi vini. Sono cresciuta in un ambiente dove si mangia e si beve in compagnia, non solo nei momenti di festa, ma sempre. Con moderazione nel quotidiano e smisuratamente se si festeggia.

Di fondo sono astemia, bevo un po’ e mi fermo. Mi autoregolo naturalmente, senza bisogno di pensarci, sono fatta così. Non so se sia perché ho visto da troppo vicino cosa succede quando si oltrepassa il limite, il limite dello stare bene. Basta poco e sei già al di là e lo stare bene si trasforma in stare male.

Crescendo ho scoperto un altro modo di gustare il vino, quello degli esperti. Ho visto il business e ho visto la magnificenza della comunicazione legata a questo prodotto della terra. Assaggiare, mi piace ma rimango comunque io e non vado oltre – anche a rischio di risultare poco conviviale.

Perché mi sono infognata in questo discorso? Forse perché rimango sempre molto colpita dalla capacità di andare oltre nonostante lo stare male che ci infliggiamo. Mi domando sempre il perché. Ho sempre creduto di difettare di amore nei confronti di me stessa, ma forse mi amo più di quello che penso e lo dimostro autoregolandomi.

Eppure, agli occhi degli altri non è così. Le cose sono due: o mi so nascondere un gran bene o manco di lucida percezione del reale. Rimango basita a prescindere.

 

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(303) Proiezione

Quando sei proiettata oltre i tuoi confini, la distanza da cui ti guardi è fondamentale. Rischi di non capirci niente o capirci troppo. Rischi persino di confondere quel che vedi con quello che vorresti vedere. Se sei astigmatica come me è come andar di notte a fari spenti.

Mi sto domandando se capita a tutti, se quello che vediamo di noi è una proiezione di quel che vorremmo essere o se è una percezione fedele di quel che siamo. La cosa strana è che più cerco di addentrarmi in questa analisi e più le idee si confondono. Più metto a fuoco, più la proiezione s’avvicina ai miei confini per farsi attraversare. E mi perdo.

Ho trascorso lunghi periodi fregandomene di ‘sti cavilli psico-filosofici, avevo di meglio da fare (o forse cose più urgenti da affrontare) e credo sia stato un bene. Sospetto addirittura che io d’istinto benedica ogni periodo indaffarato perché mi impone di scostarmi da questo dilemma.

Sono spaccata in due: da una parte sento che sarebbe per me importante scoprire se sono reale o solo proiezione (e poi proiezione di che cosa?) e dall’altra parte so che più m’intigno in questa indagine e meno è certa la destinazione. Non credo sarò mai pronta per girovagare senza meta. Non credo di essere attrezzata per affrontare un viaggio del genere.

Quindi? Niente, mi immergo nel mio ennesimo periodo incasinato e faccio finta di non sentire quello che sento perché sapere quello che so è di gran lunga più spaventoso e degno di considerazione.

Ok, deciso, si fa così.

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(168) Impalpabile

Sai che è lì, sai che ti sta guidando in qualche modo, sai che potresti chiamarla intuizione o percezione, ma che non riuscirai mai a definirla. Non è lì con te per essere definita ma per essere vissuta.

Un tempo la davo per scontata. Ora no. M’è venuta quasi una paura sottile, che potrebbe andarsene via, per i fatti suoi. Già mi sento male solo a immaginare come starei. In balìa di me stessa. No, non ci voglio pensare.

Questa cosa ha molto a che vedere con l’abbandono. Sembra assurdo che una come me possa parlare con cognizione di causa di abbandono – nel senso di sapersi abbandonare al flusso della vita – ho fama di essere una maniaca del controllo.

Pur restando una che se controlla il suo operato si sente meglio – innegabile – non ho mai pensato di poter controllare gli altri né tantomeno le cose della vita. In me c’è uno stato di abbandono puro, che non mi ero accorta di possedere e ho scoperto soltanto qualche anno fa, che mi permette di guardare allo stato delle cose per scovare ogni via possibile da percorrere.

Abbandonarmi, in questo senso, significa affidarmi. Ecco, controllare il mio naturale istinto a fidarmi delle persone è stata una lotta senza confini e all’ultimo sangue. Affidarmi a quello che sarà, invece, rimane il mio naturale sguardo verso il cosiddetto e cosippensato futuro. Non perché io sia capace di fede cieca, ma perché quella fiammella che non vedo ma sento, quella che è lì anche se non la so nominare… quella fiammella è reale. Almeno quanto me.

(E qui si potrebbe aprire una parentesi corposa, ma non lo farò.)

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