(893) Vita

Quello che ti aspetti da parte della vita, quando sei giovane, e quello che ricevi mentre vivi – il gap può lasciarti davvero con l’amaro in bocca. Ma come si fa a non aspettarsi nulla quando si è pieni zeppi di energia e sogni? Ad averlo saputo magari ci avrei provato, forse mi sarei rovinata tutto quello che di bello m’è arrivato e forse mi sarei difesa meglio ogni volta che il peggio si faceva presente. Non lo so.

E forse parlare di vita significa puntare troppo in alto. Non l’ho capita granché, come faccio quindi a scrivere di qualcosa che non ho ancora chiaro?

Ogni post di questi oltre due anni partono dal presupposto che sto parlando di qualcosa che vivo e quindi la mia versione, la mia traduzione, della questione è in qualche modo giustificata. Sono dettagli, solo dettagli. Quello che è, invece, l’argomento che comprende tutto (il titolo di questo post) è difficilmente affrontabile partendo da basi solide di ignoranza.

Pertanto temo che stasera mi limiterò a ribadire la mia incapacità a comprenderla, a gestirla, a renderla assolutamente mia. Ne prendo sempre e soltanto un pezzetto, il resto mi scivola via. Ne ho una percezione talmente bassa da sorprendermi di non essere ancora stata imbalsamata. Mummificata.

Quando sento la gente parlare di vivere-la-vita-pienamente, mi soffermo a pensare a quanto quel pienamente possa significare. Lo trovo un po’ vago, vorrei un po’ più di precisione. Se mi esorti a muovermi pienamente nella mia vita, pretendo almeno un paio di specifiche in più. A destra, a sinistra, in alto, in basso? Pienamente rispetto a chi o a che cosa? Stare sul vago è poco corretto, dai!

Non so se sarei capace di vivere pienamente comunque, secondo me è troppo. Come fa il mio cuore a tenere il passo? Pienamente è decisamente fuori dalla mia portata, siamo seri!

Posso forzarmi a vivere un po’ di più, questo posso. Ogni giorno un po’ di più. Finché il cuore reggerà. Ovviamente.

 

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(798) Apertura

Si procede a testa bassa, di solito. La testa te la fanno abbassare per forza di cose gli eventi che cadendoti addosso si fanno trasportare da una parte all’altra a tempo indeterminato. Cose che non si risolvono e che per quanto tu faccia non si risolvono e che per quanto tu t’ingegni non si risolvono e che per quanto tu ti incazzi non si risolvono e per quanto tu le gestica in modo-Zen non si risolvono. In poche parole: l’inutilità d’azione e di pensiero. L’annichilimento.

Certo, ci sono dei periodi in cui ‘ste bastarde cose che non si risolvono e che non riesci a risolvere (che non è la stessa cosa, lo sappiamo benissimo) sembrano avere meno peso, sei distratta a fare altro e smetti di proiettare la tua energia in quel punto. Bellissimo. Perfetto. Ma dura poco. 

A conti fatti rimane soltanto una cosa da fare: fottersene. Ma non è da tutti. Perché se sei una che le cose le vuole risolvere, girarti dall’altra parte come se la questione non ti riguardasse non è facile. A volte non è neppure difficile, è semplicemente impossibile. Eh. Quindi? Niente. Quindi niente.

Però.

Però se appena appena vedi una piccola apertura, basta soltanto un raggio di sole che sbuca inaspettato, allora pensi: va bene, vedrai che anche questa maledizione che sembra eterna, eterna non è. Nulla è eterno. Certo, sarebbe bello risolverla prima di tirare le cuoia, ma alla fine se non deve essere così io comunque potrò dichiararmi un fottuto osso duro che nonostante non sia riuscito a piegare gli eventi a suo favore non s’è fatto neppure spezzare da loro, mica è poco. Eh.

Quindi? Quindi valutando che ci sono aperture, ci sono sempre aperture, allora viaggiare perennemente a testa bassa potrebbe farci perdere quel raggio di sole improvviso e fugace che ci fa tirare un respiro e ci fa procedere ancora per un po’. E adottare la filosofia del sticazzi potrebbe poi non essere una cattiva idea. Se non si risolve, sticazzi. Non suona mica male.

Sticazzi potrebbe essere la soluzione. Crediamoci.

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