(491) Perfezione

Ci sono stata sempre così lontana che manco m’è mai passato per la testa di poterla raggiungere, un giorno e per un qualsiasi motivo, per qualcosa che mi riguardasse. La perfezione è sempre quella degli altri, così sono stata cresciuta. Mi si chiedeva in realtà di fare del mio meglio, ma non mi si pensava particolarmente dotata di alcuna capacità sorprendente. Da un lato questo non era di grande stimolo per diventare migliore – e qui la mia testardaggine e la mia ambizione han fatto tutto – ma dall’altro non sono mai stata messa sotto pressione per arrivare chissà dove. La medaglia ha sempre due facce, meglio guardarsi quella più comoda, quella che ti permette di sopravvivere, giusto?

Quando guardo gli altri non cerco la perfezione, non la pretendo, non me l’aspetto, ma quando la incontro la so riconoscere perché – anche se mai totale – emana comunque bella luce. Il mio perdonarmi per non poter ambire alla perfezione mi permette di perdonare doppiamente il mio prossimo per esserci vicino ma non troppo. La mente umana è affascinante – la mia un tantino patetica, ma affascinante lo stesso (almeno lo è per me).

La questione si chiude qui per quanto mi riguarda, ma sto valutando che la mia prigione non è migliore di quell’altra. Essere ingabbiata nella convinzione di essere sempre troppo imperfetta è un fastidio. Mi auguro sempre di svegliarmi una mattina e di trovare un altro modo di considerare queste sbarre, ma ancora non è arrivato, almeno sembra.

Per stasera deposito tutto qui e me ne vado a letto, forse sognerò di esserlo stata – perfetta – in una vita che mi sono lasciata alle spalle e di cui non ricordo il nome.

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(432) Barbara

Il nome non te lo scegli, te lo danno. Se ti va bene, chi te lo dà si mette una mano sul cuore e pensa al tuo futuro, a quando da bebé diventerai una persona adulta e poi – con un po’ di fortuna – una persona anziana. Se ti va male – e si sa che per il male non c’è mai fine – sei nato da genitori scriteriati che ti possono chiamare come diavolo passa loro per la testa dopo una sbronza o un cocktail di anfetamine (e mi dispiace sinceramente). A me non è andata malaccio considerando tutto, anche se ho fatto un bel po’ di fatica ad ammetterlo.

Da piccola tutte le B e le A e le R che si ripetono mi confondevano e mi facevano sbagliare sistematicamente l’intestazione del compito in classe. Mi rivedo ancora lì a contare e sillabare in silenzio Baaaaaaaarrrrbbbbaaaaarrrrraaaa, con un bel po’ di vergogna e timore di essere scoperta – se avessi saputo dell’esistenza di un disturbo della lettura/scrittura, al tempo, probabilmente mi sarei convinta di essere dislessica. Fatto sta che da quel momento è iniziato per me un periodo di conflitto con il mio nome, lo trattavo come un estraneo da combattere.

Non è che lo esplicitassi con fervore, tenevo la cosa per me… fino a che non incontrai una professoressa. Una tipa tosta, che non te le mandava a dire, in pensione, pronta a darmi ripetizioni di stenografia per non essere rimandata a settembre. Le ci sono voluti tre secondi per capire la faccenda, tre minuti per farmi intendere che aveva scoperto il mio segreto e darmi il compito per casa: scrivere 300 volte il mio nome sul quaderno degli esercizi. In stenografia? No, in bella calligrafia, con inclinazione a destra.

La mia prima reazione è stata quella che ci si può aspettare da una quindicenne scazzata: “Questa è scema, mi faccio una pagina e poi la fotocopio”. L’intenzione c’era solo che poi mi scocciava fare una figuraccia e non volevo essere rimandata in stenografia (anche perché mi piaceva come materia, volevo solo evitare di imparare a memoria tutte le abbreviazioni e fare di testa mia, tanto ero io che dovevo leggere i miei appunti, mica il Papa).

Fatto sta che dopo la prima pagina scrissi la seconda e poi la terza… entrai in una sorta di meditazione inconsapevole, e se all’inizio la calligrafia era piacevole ed elegante perché controllata, non era certo la MIA calligrafia, quella naturale. Eppure, pagina dopo pagina, Barbara dopo Barbara, i caratteri stavano assorbendo un po’ di me e mutavano leggermente la forma, ingentilendo il tratto della parola. Parola che rappresentava me, parola che andava via via assomigliandomi sempre un po’ di più.

Ho iniziato da lì. Nel tempo il mio scrivere Barbara si è modificato, seguendo i cambiamenti della mia presenza interiore suppongo. Oggi lo sono più di ieri? No, non credo. Oggi lo sono più consapevolmente di ieri, questo sì. E oggi ricordo ancora quella professoressa mezza matta che ha saputo con una sola occhiata capire che avevo bisogno di accogliere me stessa per scrivere meglio. Anzi, scrivere come nessun altro. Scrivere come Barbara.

Grazie Prof, ovunque tu sia, e buon onomastico a me.

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(401) Tavolata

Un tempo sognavo una tavola grande, molto grande, dove far accomodare tutti gli amici e tutti quelli che avrei voluto diventassero miei amici. Casa nostra era così, porte aperte per accogliere, sempre. 

In quel tempo avrei servito a tutti cibo e bevande per poter guardare ognuno negli occhi in cerca di un contatto sincero. A fine serata sarei stata affamata, ma felice per tutta quella umanità assorbita.

Quel tempo è passato, adesso la tavola non la vorrei così grande, così piena di umanità, penso che non riuscirei a trattenere tanti occhi nei miei tutti insieme. Forse è la stanchezza o forse la mia umanità sta pesando più di quel che dovrebbe.

In questo mio tempo cerco ancora gli occhi di chi mi sta di fronte, ma senza indagare. L’incontro si è trasformato in qualcosa di molto più delicato, meno invasivo e meno irruente. Non amo stare in mezzo a troppe persone, preferisco scostarmi un po’ per non farmi fagocitare. Ho acquisito un nuovo senso dello spazio, non temo più le vertigini della solitudine.

Tutto il tempo, nel mio presente, è un muovermi lenta, chissà perché. So solo che va bene così e non me ne frega niente se ai più sono diventata straniera. Indosso meglio il mio nome, ora. Senza scuse né giustificazioni.

 

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(67) Nome

Ho fatto pace con il mio nome. Me ne sono accorta oggi: 4 dicembre = Santa Barbara. No, non perché io mi senta una santa (anche se a volte la mia pazienza mi sorprende, scherzo!) forse soltanto perché ormai è un nome che mi rappresenta.

Ho imparato a conoscerlo, a comprenderlo, a farlo mio. Credo che sia anche merito suo se sono così oggi. Voglio dire: straniera. Essere straniera è una condizione profondamente interessante: lo sei prima di tutto nei confronti di te stessa perciò ti conviene tenerti d’occhio per capire chi sei.

Un insegnamento importante, questo, perché guardi gli altri come “ovviamente stranieri” (se lo sei tu stessa nei tuoi stessi confronti, figurati gli altri) e presti loro più attenzione perché sai che l’attenzione che ti imponi ti aiuterà a conoscere mondi che potrebbero esserti alieni per sempre se non ti ci metti d’impegno.

Un’altra cosa importante: dai per scontato che tu agli altri risulti straniera (se lo sei tu stessa nei tuoi stessi confronti, figurati come gli altri possono “sentirti”) e porti pazienza quando sei guardata con evidente sospetto, magari sei oggetto di rifiuto o fastidio o sei vittima di pregiudizi/preconcetti.

Barbara è solo questo e tutto questo: straniera. Che può essere letto come “strana” e come “estranea”.

Da come mi guardi mi guardi, resterò esattamente così: estranea, strana, straniera. Credo sia consolante, dopottutto. Azzarderei un “rassicurante”. Almeno sai cosa ti aspetta.

Devo questo nome a mio padre, al suo essere stato un artigliere, un alpino. E quando mi è stato imposto (durante le lezioni di stenografia) di venire a patti col mio nome, non mi rendevo conto di quale lezione fondamentale mi venisse chiesto di imparare. Ci ho messo un po’ di tempo, ma non sono mai veloce nell’imparare le lezioni, purtroppo.

Però, una volta che l’ho imparata non la dimentico più. Una volta che l’ho imparata è mia e la posso anche condividere.

Credo che iniziare dal proprio nome sia un bel modo per avvicinarsi a noi stessi.

Parola di straniera.

b__

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