(839) Struttura

Può non piacerti, ok. Puoi anche voler vivere alla selvaggia. Benissimo. Ma se non ti arrendi alla realtà dei fatti, sei finito. Quale realtà? Vivere improvvisando totalmente è per pochi. Per pochi davvero. Tutti gli altri si fanno male.

Strutturare un pensiero, strutturare una visione, strutturare un progetto: non è IL MALE.

La spensieratezza è del tutto sopravvalutata. Direi un concetto retrò, che doveva morire col movimento hippy. Vi siete divertiti? Ottimo. Cosa ne avete fatto della vostra vita? Sicuramente se ne avete fatto qualcosa di buono avete dovuto a un certo punto s-t-r-u-t-t-u-r-a-r-e in qualche modo il vostro progetto di vita. Non dico da lì alla fine dei vostri giorni, ma almeno di dieci anni in dieci anni sì. 

Tanto per avere una direzione, tanto per testare i risultati, tanto per concretizzare qualche idea, qualche desiderio. Qualcosa. Non togli spensieratezza alla tua esistenza, santocielo, acquisti densità. Senti più intensamente: dalla fatica alla gratificazione. E ti rendi conto che sai costruire e non solo mandare tutto a puttane perché non ne puoi più di doveri e costrizioni. In fin dei conti decidiamo noi quali siano i nostri doveri, fai il furbo e non darci il carico da dieci se sei cosciente che non potrai reggere a lungo. Insomma, un po’ di strategia!

E poi parliamo delle costrizioni: svegliarti al mattino alle 7 la senti una costrizione? Ti capisco. Bruttissimo. Morire di stenti è molto meglio, no? La vita è fatta di scelte, ingoia il rospo e agisci.

Le regole del gioco non le decidiamo noi, ma possiamo diventare degli abili giocatori mettendo in campo le nostre risorse in modo opportuno. Se poi l’idea di strutturare minimamente la tua esistenza non ti va proprio giù, allora ti auguro di essere uno di quei pochi che se lo possono permettere e vivere alla grande. Di cuore.

 

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(836) Determinazione

Bisogna calibrarla per bene, ma se riesci a maneggiarla con destrezza puoi fare della tua vita un capolavoro. Ad alcuni vien facile, nascono con questo dono, ad altri ci vuole anche un’intera esistenza per prenderne possesso e i risultati tardano ad arrivare. Eh, questione di culo.

Comunque, si può imparare a tenere botta e perseverare se ci tieni davvero. Più è solida la tua motivazione e più ti viene la forza per andare fino in fondo. Una questione di allenamento, suppongo, un po’ come tutto nella vita.

La cosa difficile è usarla il giusto, non superare certi limiti, non usare violenza né contro sé stessi né contro gli altri né contro gli eventi e il tempo. Non puoi assoggettare l’universo ai tuoi voleri, puoi invece aiutare l’universo affinché ti sostenga per raggiungere i tuoi obiettivi.

Decidi cosa vuoi e muoviti di conseguenza.

Sembra facile. Soltanto che ogni giorno te lo devi ricordare e ogni giorno te lo devi ripetere e ogni giorno devi fare in modo di crederci. Devi esserci. Devi evitare distrazioni. Devi mantenere solidamente il tuo intento. No, il raggiungimento dell’obiettivo non è mai gratis. Non è così che funzionano le cose. Nessuno può fare il lavoro per te. E nessuno può chiarirti le idee quando sei confuso, e più sei confuso e più le cose vanno in malora.

La determinazione viene svilita, molto spesso, viene etichettata come caparbietà, ma si sta parlando di due posizioni mentali e d’anima molto diversi. La persona caparbia non sente ragioni, la persona determinata non si arrende davanti agli ostacoli. La persona caparbia se ne frega di quello che gli sta attorno, la persona determinata si muove in accordo con l’ambiente – senza obbligatoriamente scendere a troppi compromessi – per proseguire. La persona caparbia sbatte la testa contro il muro finché il muro non si spacca, la persona determinata se quello che sta facendo non ha più senso, non è più motivante, non va più bene allora si ferma. Si ferma e cambia obiettivo.

Il mondo vegetale ce lo insegna: se vuoi vivere non c’è nulla che ti possa fermare. Hai a tua disposizione la terra, l’acqua, il vento, il fuoco, non puoi fare altro se non crescere. Credo che sia questo il vero miracolo: mantenere forte la nostra determinazione nell’amare la vita, nonostante tutto e sempre.

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(829) Bosco

C’è chi pensa che nel bosco si possa trovare soltanto il lupo e qualche fungo. Questa visione ristretta della faccenda non ha nulla a che vedere con lo storytelling, ovviamente. La cosa che impariamo vivendo, è che nel nostro personale bosco mentale ci possiamo mettere quel diavolo che ci pare e piace e le cose – udite udite! – possono comunque funzionare.

L’importante è che certe cose che nel nostro bosco hanno una loro ragione d’essere, ci rimangano lì dentro per sempre. Non è sano far uscire dal bosco tutto quello che ci abbiamo messo dentro, bisognerebbe tenerlo presente.

E non sto parlando soltanto delle perversioni e delle brutte cose – nel bosco le brutte cose proliferano, lo sappiamo – ma anche delle cose belle. Anche i fiorellini di Cappuccetto Rosso devono rimanere lì e non andarsene a spasso nel nostro giardino. Perché? Perché il bosco è finzione, la realtà è altro. Nel bosco tutto è di più: più luminoso e più oscuro, più intenso e più tormentoso, più accattivante e più ributtante. I colori sono diversi, i suoni, i sapori, gli odori… tutto è di più dentro al bosco. Fuori c’è la realtà.

La realtà ha momenti spettacolari, verissimo, ma il più delle volte ha colori sbiaditi e tempi sbagliati (troppo lenti o troppo veloci) e modi sbagliati. Sbagliati perché castranti. Castranti perché ti bloccano il sogno. Ti inibiscono l’immaginazione. Ti fanno venire una voglia maledetta di buttarti dentro il tuo dannato bosco e restarci per sempre.

Ecco, la realtà non ti coccola, non ti asseconda, non ti rassicura. Ti dà quel che ti deve dare e non ti chiede se gradiresti – forse – altro. Se ne frega.

Il trick, però, che può farti risultare la realtà meno mostruosa sta nel prendere una parte del tuo bosco – quella meno strong, tanto per intenderci – e inserirla di tanto in tanto nel contesto adatto. Quando ci vediamo un film, o leggiamo un libro, o ascoltiamo musica, o balliamo senza che nessuno ci guardi, o cuciniamo assorti nei nostri pensieri, o ci dedichiamo al giardinaggio, al bricolage, alle passeggiate, al bungee jumping… ecco, così.

Non sempre, di tanto in tanto. Non necessariamente in compagnia, anzi meglio se da soli. Non per staccarci dalla realtà, ma per assaporare il mondo con una diversa profondità, come se non fosse tutto racchiuso in quel che c’è o non c’è. Il nostro bosco ha piccole parti di concretezza disarmante, solo che nessuno ne potrebbe indovinare l’esistenza. Nessuno le può vedere. Tranne noi, ovviamente. Tranne noi.

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(819) Cancellare

Non si cancellano certi gesti, certe parole, certi pensieri. Non si cancellano certi pregiudizi, certe presunzioni, certi convincimenti. Non si cancellano certe scelte. Non si cancellano certi errori. Non si cancellano certi dolori. Non si cancellano certe mancanze, certe ferite, certe oscillazioni. Non si possono cancellare. Semplicemente.

Allora starci attenti, prima, non sarebbe una pratica inutile, ci salverebbe da parecchie sciagure, da parecchie seccature, da parecchie paranoie. Ma noi ci pensiamo? No.

Possiamo cancellare una persona dalla nostra vita, certo. Ma dal nostro cuore? Possiamo cancellare un fatto dalla nostra memoria. Ma dal libro delle conseguenze? Possiamo cancellare un giorno dal calendario. Ma dal nostro ricordo?

Le tracce si ripercuotono all’infinito, anche se ce ne dimentichiamo. Ci sono riverberi che sfuggono al controllo, si riflettono in specchi frantumati da attimi di rabbia o d’acuta goffaggine. Non siamo sempre capaci di tenere le briglie salde della nostra emotività. Magari fosse così.

Resta il fatto che abbiamo una gomma in mano per cancellare qualcosa o qualcuno, ora, proprio adesso. Cosa o chi cancelleremmo? Ok, se non ci è possibile farlo, ci è possibile non replicare l’errore, la scelta, l’azione. Basta focalizzarci su questo e cambiare la dinamica della nostra esistenza. Si lavora su quello che c’è e che non vogliamo più per cancellare quello che si sta preparando per noi nell’universo e che vorremmo evitare. Tentar non nuoce. Bando alla pigrizia!

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(806) Utilità

Purtroppo bisogna farci i conti. Se una cosa non ti è utile, se non ti aiuta in qualche modo, significa che te ne puoi sbarazzare tranquillamente. Con le cose è facile, tanto se ci ripensi puoi sempre ricomprartele (la maggior parte delle volte).

Per le persone, il discorso cambia. Non è che butti fuori dalla tua vita le persone che non ti sono utili, sarebbe un gesto quantomeno estremo, ma a un certo punto ti devi chiedere che tipo di “utilità” questa persona sta apportando alla tua vita. Potrebbe semplicemente (eh, magari fosse semplicemente!) essere fonte di pura gioia, senza grandi motivazioni e senza quasi un perché, e già avrebbe tutto il diritto di fissarsi nella tua vita per sempre senza pagare pegno. Una benedizione.

Il punto è che ci attorniamo, vivendo, di persone che non hanno il minimo diritto di risiedere nella nostra esistenza: ci sono per caso o per sfiga o per inerzia e per motivi che non stanno né in cielo né in terra. Sono persone che sarebbero ben più utili nella vita di qualcun altro e che però si sono impigliate nella tua per una sorta di morboso attaccamento o perversione illusoria e che tu lasci lì per chissà quale diavolo di motivo.

Qui non sto parlando di buoni o cattivi, di belli o brutti, e neppure di comodità e di interesse. No, sto parlando di quello che fa avanzare la nostra crescita, nutre il nostro benessere, sfama il nostro bisogno di completezza, ecco… sto parlando di tutte quelle persone che ringraziamo con tutto il cuore di essere con noi ogni giorno, nel bene e nel male, con tutti i pregi e i difetti, solo perché sono loro e nessun altro le potrebbe sostituire. Ecco, utilità intesa proprio così.

Benissimo: facendo una lista sommaria, ognuno di noi può contare almeno una decina di persone (il più fetente di noi) che guai a vivere senza. Metti che una persona discretamente amabile ne possa contare un centinaio, ok, sto andando proprio ai minimi, giusto per non farci troppe illusioni. Perfetto, allora tutte le altre zecche bisognerebbe farle stare almeno a dieci metri di distanza. Per una questione di pulizia del proprio spazio, per una questione di gestione saggia delle proprie energie, per una questione di sanità mentale.

Non dico che le prendi e le butti giù dal settimo piano senza paracadute, no, ma almeno fai in modo che non ti rovinino i pensieri con il loro esserci fastidioso, stordente, invadente, urticante, velenoso. Insomma: fatti più in là (cit. Le sorelle Bandiera, 1976).

E non lo dico perché sono una stronza (o almeno non soltanto), ma perché io vorrei stare nella vita delle persone come una benedizione e non come una pigna nel culo. Ecco.

 

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(645) Rocambolesco

Ogni cosa io abbia intrapreso è stato sempre un viaggio che in qualche modo si è rivelato spericolato: per dinamiche e per effetti collaterali. Non lo so, probabilmente ce l’ho nel DNA. No, non è una giustificazione, soltanto una base di partenza. Basta saperlo, no?

A questo punto della mia esistenza, sono ben oltre il mezzo cammin di mia vita, ci sono cose che do per scontato, tipo: non potrei permettermelo, ma lo faccio lo stesso. Oppure: non dovrei farlo, ma la vita mi ci costringe e da lì devo passare. Oppure: potrei evitarlo, ma metto da parte la mia rinomata saggezza e mi do all’ennesima cazzata. Cose così.

Male che vada avrò qualcosa da raccontare, mi dico per farmi coraggio, ma a volte le storie sono meno epiche di quel che dovrebbero e non posso far altro che rimandare la grande avventura alla prossima volta. Perché l’aggravante è che sono recidiva. E sempre sempre sempre pronta a partire. Sempre.

Ormai mi ci sono rassegnata: la linea dritta mi schifa. Non ce la fa proprio a tollerare la mia percorrenza e si storce, si attorciglia, si snoda in vortici assurdi sperando di seminarmi o di sotterrarmi. Ma io niente, non mollo. S’è mai visto la Babs mollare soltanto perché non era cosa facile o immediata. Sembra che l’ho scritto come un vanto, ma faccio presente che c’è molta ironia in questa visione di me stessa e ben poco da stare allegri.

Quindi, riassumendo, tutto quello che mi risulta rocambolesco io me lo abbraccio e me lo porto appresso. E lo so che dovrei pensarci un po’ meglio, lo so che potrei scegliere vie più semplici, lo so che c’ho una certa e che le ossa iniziano a scricchiolarmi sinistramente. Lo so. Ma se una ce l’ha nel DNA di complicarsi la vita mica può disfarsene come si butta un paio di scarpe rotte. Non si può, non si fa. Dico solo una cosa a mia discolpa: affronto tutto con la speranza di non sfracellarmi al suolo e – più o meno – riesco a mantenere alto il morale e la fiducia in queste avventure da niente che per me sono tutto.

Ognuno si scrive la propria storia come gli pare e piace, lo ripeto. Questo vale doppio per me, perché coraggio e follia vanno a braccetto nella mia visione e… insomma: basta saperlo.

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(611) Giugno

Stasera scriverò qualcosa di assolutamente inutile. Qualcosa che è stato pensato ed è stato eseguito con l’intenzione di dire niente, di servire a niente, di far perdere tempo a chi si fermasse a leggermi anche solo per caso.

Bene. Dopo questa premessa la maggior parte delle persone che transita da qui se ne sarà andata. Qualcun altro, pochi, no. Perché? Perché penseranno che non può essere così come è stato affermato, è un modo per rompere il ghiaccio, ma poi qualcosa sicuramente ci sarà per cui varrà la pena restare.

Ecco, ho appena messo in scena uno dei grandi misteri della mente umana: me lo dichiari apertamente e io non ti credo. La politica nostrana, e non solo, è piena di casi del genere, ma anche la mia modesta esistenza – a dirla tutta. Siamo Esseri molto meno intelligenti di quello che ci raccontiamo, bisognerebbe che ce ne rendessimo conto una buona volta.

Vabbé, visto che la mia affermazione è esattamente così come la realtà dei fatti dimostrerà, vorrei far notare il titolo di questo post: giugno. Inutile, vero? Ma ancora non siete convinti. Ancora c’è un dubbio e quindi state ancora qui a leggermi. Solo per questo vi meritate tutto il mio bene, siete persone belle, persone che vogliono credere nei colpi di scena positivi. Vi stimo.

Se ora concludessi il mio post dicendo qualcosa di utile, però, verrei meno alla premessa/promessa e finirei col dare ragione a quel meccanismo mentale idiota che fa di noi tanti poveri illusi e… non me lo posso permettere. Mi dispiace.

Quindi vi auguro buonanotte, nella speranza che mi possiate perdonare.

Grazie (per davvero).

 

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(361) W.T.F.

Cosa diavolo mi sta succedendo? Me lo chiedo da un paio di mesi, ancora non l’ho scoperto. Mi domando anche se succede soltanto a me di guardarmi e non ritrovarmi. Robe da farmi cadere le braccia. Potrei far partire un sondaggio social.

Sto valutando la questione delle mutazioni, quei processi che una volta attraversati ti rendono pianeta nuovo. Nuovo, non come novità, ma come cosa che fa capo a ben poco su quel c’era prima. Non s’inventa nulla di questi tempi, va bene, ma ci si ritrova in situazioni dove è cambiato tutto nonostante non sia cambiato niente. Una mutazione silenziosa, sotterranea, ma non oscura e perversa, anzi: illuminante e di disarmante logica.

Ecco, ancora non sono arrivata alla fase illuminante, forse per questo la domanda mi resta fatalmente in sospeso, ma voglio pensare che prima o poi la luce arriverà. Nel frattempo sono stordita, scontenta, scoordinata. In doppia curva da esse, appunto. Tanto per dire: mi sono accorta che le mie parole piene possono venire svuotate in mezzo nanosecondo da chiunque senza che io sia in grado di impedirlo. Oppure, mi sono resa conto che vivere con il freno a mano tirato è stato il leit-motiv della mia esistenza e che la cosa non è destinata a finire. O ancora: ho capito che il mio scollamento pensiero-realtà non è affatto sano perché si è trasformato in una tomba per la mia squilibrata sensibilità.

Tutto questo ha ribaltato il mio oggi senza garanzie che il mio domani possa farci i conti senza sacrificare una certa dose di amor proprio. Sentimento di cui sono già e da tempo in forte scarsità e di cui dovrei fare economia.

Cosa diavolo mi sta succedendo? Forse sto solo invecchiando. Precocemente.

 

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(316) Ricamo

Ognuno si ricama la vita a proprio gusto, col proprio estro, con i mezzi che ha a disposizione, con desideri e piccoli/grandi sogni che si è cullato lungamente nelle notti in cui dormire era fuori questione.

L’arte del ricamo richiede pazienza, abilità e un disegno sotto. Non ricami improvvisando, ricami seguendo un disegno. Quindi prima disegni, poi ci ricami sopra. Perché? Perché il ricamo è così. Se non ti garba cambia attività.

L’arte del ricamo è quella cosa che non ti rende una stella, ma ti scopre stella nel tuo intimo. Questo credo e constato nel mio andare e incontrare.

Una cosa c’è da dire, però: se qualcuno incontra il tuo ricamo e ci si immerge scoprendone la Bellezza dei dettagli, allora è lì che questo qualcuno brillerà – ed ecco esplicitata la magia.

Non so se ho reso l’idea, ma nella mia testa è così chiara che ridurla in parole equivale a mortificarla. Ricamare la propria esistenza seguendo il nostro intimo disegno è la strada per il Nirvana (per la serie: Perle di Saggezza de no’altri).

 

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