(529) Photoshop

Si fa presto a dire “bello!”, ma forse così bello non è. L’ideale sarebbe poter photoshoppare tutto quello che nella realtà non è bello così come lo vorremmo. Potrebbe essere questo il segreto per la felicità?

L’amarezza più grande è quella lasciataci addosso dalla delusione, la delusione è la conseguenza di un potenziale “bello!” che davanti ai nostri occhi si trasforma in un “carino” quando non gira proprio male e diventa un “bleah!”. E spesso non son sfumature, son veramente salti quantici da paura.

Succede con le persone, con i luoghi, con gli eventi, con le situazioni che ci eravamo immaginati, con i desideri che si concretizzano, con i sogni che si frantumano. E non c’è photoshop che tenga, in quel caso. Di amarezza in amarezza il carico si fa pesante, le pieghe della bocca vanno in giù, le palpebre cadono perché gli occhi non vogliono più saperne di guardare la realtà (ad occhi chiusi si sogna meglio) e via di questo passo. Il cuore? Il cuore si crepa, inesorabilmente, a volte lo schiocco arriva fino alle orecchie, altre volte è silenzioso e non fa di certo meno male.

Fotoritocco prêt à porter: la soluzione per la realtà che ci delude. Eh.

E si fa presto a dire “non farti aspettative”… si può per caso vivere pensando sempre che tutto andrà a puttane? Il disfattismo è roba per cervelli dozzinali. Si può mirare più in alto, si può ambire ad una schiena dritta, lo sguardo all’orizzonte, immaginando che andrà meglio. Ecco, questo crea aspettative, quelle stesse che verranno deluse. Il maledetto loop che s’impone a chi vuole vivere malgrado sappia che di amarezza si può morire.

Evvabbé, in fin dei conti di qualcosa si dovrà pur morire e farlo con la schiena dritta e lo sguardo sognante mi sembra un buon modo. Sì, è un buon modo.

 

 

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(328) Finestra

Mi piace affacciarmi alla finestra, anzi: alle finestre. Mi piace l’aria che respiro appena apro una finestra, fosse anche al piano terra, perché è diversa. Come se non fosse mia, la sto rubando all’esterno e ha un sapore migliore.

Mi rendo conto che certe assurdità una volta che le scrivi risultano vere e proprie idiozie, ma la cosa non mi spaventa quindi procedo.

L’aria che ho respirato ieri dal settimo piano sapeva di viaggio. Il vento era forte, come a volermi spingere via. Avessi avuto le ali mi sarei buttata. Ho questa natura ballerina io: dentro a una stanza posso volare, ma una volta fuori non mi volto, procedo dritta fino all’orizzonte. E poi faccio fatica a rientrare. Eppure dentro sto bene, so costruirmi un buon nido in cui vivermi, ma non riesco a smettere di guardare il mondo dalla mia finestra struggendomi di nostalgia.

Mi ripeto che va bene così, che non è per sempre, che ogni cosa ha un suo peso e un suo valore e che non si può avere tutto in contemporanea. Mi convinto anche, mai del tutto però. Resto ipnotizzata alla finestra, il vento vorrebbe spingermi oltre eppure so resistergli. Eppure la cosa non mi fa stare bene. Eppure quel vento, quel-vento, è un respiro che quando manca… manca e basta.

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(327) Appunti

Sono quella cosa che faccio in automatico. Non è che qualcuno me lo abbia insegnato, sono proprio io che a un certo punto ho iniziato a farlo (a scuola, ovviamente) e non mi sono più fermata. Trovo che sia un’attività indispensabile per agevolare il mio cervello nel suo barcamenarsi quotidiano.

Non ho un gran cervello, diciamo che ha misure standard, insomma è quello che è e non l’ho visto crescere tanto negli ultimi 40 anni, giusto quel che bastava per adeguarsi all’età. Significa che, conoscendone i limiti, ho dovuto inventarmi qualcosa per rendergli il lavoro meno pesante. Prendendo appunti… giustappunto!

(ho sempre desiderato usare giustappunto in un mio scritto e ora l’ho fatto: bellissimo!)

Ritornando al topic del post, riflettevo sul fatto che un’attività privata, silenziosa e, per certi versi, poco divertente come questa, mi ha permesso di gestire una traballante emotività e un poco brillante Q.I. in modo decente, quel che basta per farmi sopravvivere e non è poco. Posso affermare serenamente che non mi è andata male, anche se non ho ancora imparato a vivere alla grande (e mi piacerebbe, ma ci vuole troppa energia e temo di non averne a sufficienza).

Il mio vivere umilmente – non lo dico per vantarmi, ma per focalizzare meglio la riflessione – non è dovuto a una scelta illuminata bensì a una mancanza di mezzi (intellettivi e fisici), eppure scartare le mancanze per creare onorevoli sostituti ha origine proprio nel mio geniale diletto del prendere appunti.

Su di me, sugli altri, su quello che vedo, su quello che non riesco a vedere… la lista può continuare all’infinito perché seppure il mio mondo sia nettamente delimitato da confini e orizzonti troppo vicini, la possibilità di prendere appunti su tutto il resto non vede, e non ha, fine. Me ne sorprendo pure io, ma è così.

Questo mi fa stare bene. Lo dico senza un grammo di umilità: ben fatto Babs!

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(91) Orizzonte

Tenere lo sguardo a terra è cosa saggia perché se appoggi il passo su un terreno sdrucciolevole, una buca, un ostacolo, finisci a terra che manco te ne accorgi. Ho guardato molto la terra su cui poggiavo i piedi, non mi sono evitata scivoloni, ma sono caduta sempre a metà, preparata un nanosecondo prima grazie al mio guardare.

Se, però, lo sguardo non s’alza mai da terra per rivolgersi a ciò che ti circonda rischi di sbattere ovunque e di farti molto male (oltre ad assicurarti un torcicollo cronico, che non è una cosa bella). Ho sbattuto spesso contro persone e cose che mi hanno fatto male e ho imparato a prestare attenzione a quello che mi sta attorno e a farne i conti.

(guardati attorno, guardati dentro e guarda la terra su cui poggi il passo – un lavoro a tempo pieno che può diventare snervante, lo ammetto)

I momenti più belli in assoluto li ho vissuti quando ho osato spingere il mio sguardo all’orizzonte. Momenti di silenzio in solitudine pressocché perfetta. Credo che quel punto preciso, l’orizzonte, sia l’incontro di ciò che hai dentro, ciò che hai attorno, ciò che hai sotto i piedi e (meraviglia) ciò che hai sopra la testa. E cosa ancora migliore: guardi al tuo cammino con uno scopo, è là che vuoi arrivare.

L’orizzonte è così. Si muove come io mi muovo, per motivarmi a proseguire perché la strada da fare è tanta, molto di più di quello che tu puoi pensare. Si ferma se io mi fermo, per assicurarmi che una meta c’è e mi aspetta. L’orizzonte non scompare neppure quando sei chiuso in una cella (reale o virtuale che sia) perché rimane impresso nella retina e se chiudi gli occhi si ricompone a tuo piacimento. Senza perdere il senso, senza perdere lucentezza.

Il mio orizzonte è così, il mio come quello di tutti. Solo che non tutti se ne accorgono e pensano che spingere lo sguardo all’orizzonte sia cosa da sognatori. Si sbagliano di grosso, è cosa di tutti quelli che amano camminare la propria vita.

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(35) Originale

L’ambizione ormai sfiora l’utopia, se prendiamo in considerazione il primo significato di Originale cadiamo malissimo: creare qualcosa che non s’è mai visto prima? Impossibile.

Eppure, se passiamo oltre e ci apriamo al secondo significato del termine troviamo un bellissimo:

autentico, genuino, vero

Lì bisogna andare a parare. Trovare le condizioni per realizzare qualcosa che in modo autentico rappresenti non te stesso bensì la tua Visione.

Una Visione mica si copia, o la si ha o non la si ha. Ci nasci con una Visione, non funziona se ti aggrappi alla Visione di qualcun altro. Puoi copiare i gusti degli altri e farli passare come tuoi, puoi scimmiottare desideri e sogni… le Visioni, no.

Nascono da un genuino bisogno di raggiungere l’orizzonte in volo.

Nessun uccello vola allo stesso modo di un altro anche se tutti sanno toccare il cielo. Ognuno sente il vento a modo suo. Ognuno può osare secondo la propria natura.

Ambire all’autenticità, al bisogno genuino, al vero della propria natura, non è utopia è piano per la propria esistenza.

Non c’è fucilata di cacciatore che potrebbe fermare un volo che parte da queste premesse. Tsé!

b__

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