(967) Fuga

Mettere in atto una fuga comporta una certa tensione. Non basta volerla, bisogna saperla progettare nei dettagli se vuoi che funzioni. Ogni fuga che si concretizza ti tira addosso una serie di conseguenze, non tutte piacevoli. Una vera fuga, però, non prevede ritorno. Si va il linea più o meno dritta verso un futuro che ti vedrà altrove. Adiós amigos.

Non basta volerla, la fuga, devi anche essere pronto, per riuscire a metterla in atto. Potresti progettarla per anni, senza mai trovare il coraggio per farlo: fuggire è questione anche di fegato. Fuggi perché la situazione in cui stai ti è insopportabile. Non pensi a quanto ti costerà, ma pensi a tutto quello che ti risparmierai se te ne vai da lì. Questione di sopravvivenza, no? 

Se te la prepari davvero bene, non lasci dietro di te la devastazione. In questo senso non è codardia, fai solo quello che se ne va. E qui si riconosce l’artista dal mentecatto. Palesemente.

Io sono una specialista della fuga mentale, che comporta meno rischi ed è meno eroica, ma se la sai gestire bene dà grandi soddisfazioni. Virtualmente parlando è ciò che rende l’uomo libero, l’andare con la mente altrove intendo. In ogni contesto la si può applicare all’insaputa degli altri e senza colpo ferire. È un sofisticato escamotage che ti permette di non delegare responsabilità e scaricare addosso agli altri fardelli tuoi, ma che aiuta a non andare fuori di testa e commettere sciocchezze inenarrabili. Vi ho convinto?

Ecco, perché forse forse forse lo faccio troppo spesso ultimamente. Se ho convinto voi, però, posso convincere anche me stessa. Alla fin fine che sarà mai? Un po’ di distrazione, un po’ di dispersione, un po’ di disorientamento. Solo un po’. 

Eh.

Adiós amigos.

 

 

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(941) Omologarsi

Ancora non l’abbiamo capito, ma decidere di omologarsi a un ideale che per natura non ci aggrada ci rende la vita un inferno. Pensiamo che così facendo ci eviteremo discussioni e scontri con chi ci sta attorno, invece decretiamo la nostra morte cerebrale. Giorno dopo giorno, senza fine fino alla fine.

Nessuno ci verrà mai a dire: “Smettila, ritorna com’eri, padrone di te stesso e delle tue scelte”. Nessuno.

Quelli più fortunati ricevono una bella botta in testa e rinsaviscono, rendendosi conto di quanto quella loro vita priva di scossoni sia una bella bara che non porterà a grandi sorprese o emozioni sfavillanti, mai. Proprio mai.

Da questa riflessione potrebbe scatenarsi una vitale ripresa dell’Anima, che approffittandosi dello spiazzamento neuronale si rialza e ci fa fare una pazzia. Una di quelle che ti cambiano tutto, migliorano il tuo umore, la considerazione che hai di te stesso e la voglia di credere che sta a te decidere cosa e come apparecchiare i tuoi anni. Da subito.

L’omologazione a un’idea, a uno status sociale, a una visione dell’oggi e del domani è un deresponsabilizzarsi, un delegare a qualcun altro doveri e anche diritti che sono soltanto due facce della stessa medaglia. Medaglia che parla di te.

Se vuoi sapere quanto ti sei omologato a quel che hai attorno, prova a chiederti di cosa potresti fare tranquillamente a meno. E aggiungi nelle opzioni anche te stesso, così sarà più interessante scoprire chi vince.

Siamo una specie che ha fatto dell’adattarsi la regola base per la propria sopravvivenza, ma forse abbiamo esagerato. Forse pensiamo che sia più importante sopravvivere e farlo più a lungo possibile, piuttosto che rimettere in pista il proprio cuore ogni mattina e spingerlo a prendersi quella vita che non è mai ovvia, mai banale, mai come tutte le altre.

Forse non è così.

Forse si può fare di meglio.

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(765) Assetto

Ieri sera una cara cara amica mi ha mandato un messaggio del tutto inaspettato e bellissimo. Un dono caduto dal cielo. Non immaginavo mi vedesse in quel modo attraverso i suoi splendidi occhi verdi. Mi ha fatta sentire apprezzata, mi ha commossa profondamente. Quando l’affetto arriva da una donna il valore raddoppia perché non ci sono dinamiche di rivalità o di sottile competizione. Una condizione assolutamente rara e preziosa. Sono andata a dormire con il cuore felice, tutto qui. Mica è poco, giusto?

E anche questa mia giornata è finita e devo dire che è finita bene nonostante sia stata attraversata da un piccolo shock che manco sto a raccontare perché mi vengono i brividi. La questione principale è, e rimane, che ho ripreso il mio assetto in normal position e sono grata al cielo (e alla mia oculista).

Ripensando a tutto, anche a quelle mille cose che non sto a dire perché non hanno grande rilevanza se prese singolarmente, mi sento come se fossi passata sotto un rullo compressore e non tanto fisicamente quanto emotivamente. Che io poi riesca a fare come se nulla fosse è soltanto perché vado avanti finché non crollo sfinita a letto.

Lo so, non ci avrete capito un bel niente, ma è proprio questo il punto: credo sia sacrosanto non capirci un bel niente mentre si vive. Le cose le si capiscono – se siamo fortunati – sempre un po’ dopo e forse è il nostro modo per andare avanti senza farci prendere troppo dal panico. Volevo solo arrivare a questo piccolo punto d’origine dove il caso è sempre Signore inarrivabile: siamo delicati e siamo immersi per tutto il tempo in un dannato frullatore che va a velocità 5 (almeno). Cosa possiamo pretendere da noi stessi se non la mera sopravvivenza?

Eh. Ci sto appunto pensando.

‘notte.

 

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(689) Sete

Si dice “avere sete di sapere”. Non fame, sete. Il sapere disseta. Non sfama, disseta. Una bibita ghiacciata, una schiumosa birra, un vinello frizzante? No, acqua. Ecco, il sapere è come l’acqua. Indispensabile alla sopravvivenza. Si muore prima di sete che di fame, dicono. Non ho motivo di dubitarne.

Stavo pensando a questo oggi, mentre mi toglievo la sete pagina dopo pagina di un libro iniziato da poche ore e quasi terminato. L’unico modo in cui riesco davvero a godermi una lettura: inizio e tutto un tiro fino alla fine nel più breve tempo possibile. Così non dimentico nulla, non mi perdo alcun passaggio. Semplice e un po’ faticoso, ma funzionale.

Detto questo, mi rendo conto che la mia sete di sapere mi fa accumulare litri e litri di pagine e faccio fatica a starci dentro. Eppure non demordo. Sono sempre convinta che quello che sai nessuno te lo può più togliere e che più sai e più sei attrezzato per affrontare quel che la vita ha in serbo per te. Forse sono solo un’illusa, ci sono state situazioni in cui quello che sapevo non mi è servito a un tubo di niente, ma piuttosto di navigare nell’ignoranza più torbida preferisco una quasi limpida conoscenza di argomenti random. Per la serie va’-dove-ti-porta-la-curiosità. Male che vada, poni che non ti serve a nulla, almeno hai trascorso qualche ora piacevole dentro universi interessanti.

Non mi voglio raccontare di essere una che sa, ma una che vorrebbe sempre sapere un po’ di più sì. Questa è la verità. La cosa più sorprendente è che più approfondisco il mio modesto sapere e meno mi vien voglia di parlare di cose che non conosco bene. Le questioni sono sempre più complicate di quel che sembrano e appena te ne accorgi ti rendi anche conto che farti un’idea del mondo non è cosa subitanea, ci metti un po’ ed è sacrosanto che sia così.

Parlare solo di quello che so può essere abbastanza? Bé, se non lo è allora significa che dovrò cercare di saperne di più. Semplice, no?

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