(895) Bilico

Si sta così, in bilico. Tra quello che senti e quello che nascondi. Darsi in pasto ai lupi è da idioti, dicono. Quindi senti e taci. Ascolta e taci. Agisci e taci. Questo un saggio farebbe. E a un saggio questo risulterebbe naturale. Non si farebbe prendere dall’ansia, non farebbe fatica. Farebbe così e basta. Perfetto: i saggi rispetto a me son proprio un’altra cosa.

Il sentire e procedere con discernimento mi vien difficile.

Tirando il freno a mano ci si blocca. Sentendo qualsiasi dislivello emotivo possibile sulla faccia della terra, la tentazione di tirare il freno a mano ha la meglio. E poi mi blocco. Mi blocco in bilico. Non è che mi blocco in equilibrio, sia mai. In bilico. Dove basta un soffio e finisco in fondo al burrone. 

Il sentire e procedere con discernimento mi vien difficile, devo imparare.

L’alternativa è farsi guidare da quello che sento, senza freni. Pericoloso, lo so, ma mi fa comunque mantenere un equilibrio (seppur precario). Tipo quando vai in bicicletta: più forte vai e più stai dritta, è quando pedali piano piano piano che cadi. Ecco, finché ho potuto sono andata piuttosto forte, anche senza mani, e mi sono barcamenata piuttosto bene. Devo dire piuttosto bene anche se non proprio benissimo, ma questa è un’altra storia. Diamo per scontato che non è più tempo di pedalare come una scalmanata, mantenere l’equilibrio ora diventa arduo.

Il sentire e procedere con discernimento mi vien difficile, devo imparare, sarà dura.

Ho bisogno di trovare un equilibrio nello stare in bilico. Tutto qui. Rendermi conto che sono lì lì per precipitare, ma gestirmi come se manco un ciclone potesse buttarmi giù. Non si tratta solo di raccontarsela, ma di immergersi nell’occhio del ciclone, dove c’è il vuoto immobile, e restarmene lì finché quello che sento non si rassegna e si calma. 

Il sentire e procedere con discernimento mi vien difficile, devo imparare, sarà dura, ma ce la posso fare. 

Credici Babs.

Daje.

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(892) Top

La maggioranza delle persone ambisce a raggiungere una posizione dove la visibilità sembra giocare un ruolo fondamentale. Essere visibili è l’ossessione di quest’ultimo decennio. Non è importante il motivo per cui lo sei, l’importante è che lo sei. Devi essere il Top.

Una pressione non indifferente, devi inventartene una al giorno per riuscire a mantenere il tuo Top, perché la concorrenza è considerevole e anche sconsiderata.

Avere a che fare con persone che alimentano ambizioni come questa è sempre un gioco a perdere, bisogna passare la mano e farli giocare da soli. Almeno, io ho sempre fatto così e non me ne sono mai pentita. La questione non mi tocca particolarmente se non per il fatto che quando mi accorgo di essere presa nella rete devo ingegnarmi per sgattaiolare via. Un fastidio che subisco.

La visibilità è una brutta bestia, ti fa mettere da parte scrupoli e pudore e così nudo ti aggiri di quartiere in quartiere a mendicare attenzione. Povero te. Essere al Top, poi, è una di quelle partite di cui non puoi garantire il risultato: dipende dai giocatori in campo, dipende dalle tue condizioni fisiche e da quelle del tuo avversario, dipende dal meteo, dipende da quanto è tondo il pallone. Un calcolo delle probabilità approssimativo non risolve. Un terno al lotto, insomma.

Nella lista delle mie priorità, essere visibile a tutti ed essere al Top non ci sono mai state come voci da flaggare. Pigrizia? Modestia? Distrazione? Massì, mettiamoci sopra anche un chilo di patate e la spesa è completa. Condirei con un mezzo litro di disinteresse puro e archiviamo tutto.

Tirarmi da parte non è mai stato un problema, farlo sempre in tempo lo è stato (manco d’agilità, probabilmente). Ho imparato credo. Non benissimo, ma ho ancora margine di miglioramento. Prima di raggiungere il Top ne ho di scalinate da fare e non sono neppure convinta che le farò tutte. Appena vedo che ne ho abbastanza mi fermerò. Controllerò il vento. Guarderò l’orizzonte e riderò della visibilità che ho ottenuto, mentre volevo soltanto rifugiarmi in un angolo a scrivere.

Eh. Per come va la vita, certe volte, ci sarebbe da tirare giù le ostie.

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(798) Apertura

Si procede a testa bassa, di solito. La testa te la fanno abbassare per forza di cose gli eventi che cadendoti addosso si fanno trasportare da una parte all’altra a tempo indeterminato. Cose che non si risolvono e che per quanto tu faccia non si risolvono e che per quanto tu t’ingegni non si risolvono e che per quanto tu ti incazzi non si risolvono e per quanto tu le gestica in modo-Zen non si risolvono. In poche parole: l’inutilità d’azione e di pensiero. L’annichilimento.

Certo, ci sono dei periodi in cui ‘ste bastarde cose che non si risolvono e che non riesci a risolvere (che non è la stessa cosa, lo sappiamo benissimo) sembrano avere meno peso, sei distratta a fare altro e smetti di proiettare la tua energia in quel punto. Bellissimo. Perfetto. Ma dura poco. 

A conti fatti rimane soltanto una cosa da fare: fottersene. Ma non è da tutti. Perché se sei una che le cose le vuole risolvere, girarti dall’altra parte come se la questione non ti riguardasse non è facile. A volte non è neppure difficile, è semplicemente impossibile. Eh. Quindi? Niente. Quindi niente.

Però.

Però se appena appena vedi una piccola apertura, basta soltanto un raggio di sole che sbuca inaspettato, allora pensi: va bene, vedrai che anche questa maledizione che sembra eterna, eterna non è. Nulla è eterno. Certo, sarebbe bello risolverla prima di tirare le cuoia, ma alla fine se non deve essere così io comunque potrò dichiararmi un fottuto osso duro che nonostante non sia riuscito a piegare gli eventi a suo favore non s’è fatto neppure spezzare da loro, mica è poco. Eh.

Quindi? Quindi valutando che ci sono aperture, ci sono sempre aperture, allora viaggiare perennemente a testa bassa potrebbe farci perdere quel raggio di sole improvviso e fugace che ci fa tirare un respiro e ci fa procedere ancora per un po’. E adottare la filosofia del sticazzi potrebbe poi non essere una cattiva idea. Se non si risolve, sticazzi. Non suona mica male.

Sticazzi potrebbe essere la soluzione. Crediamoci.

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(786) Caricatura

Spingersi oltre per forzare una convinzione che non ci serve più, che forse non ci è mai servita, ma che ora si rende con evidenza nel suo peso e nel suo carico. Senti che non va bene, così non va bene, non è mai andato bene ma per qualche motivo che-dio-solo-sa-e-forse-neppure-lui ti eri fatta andare bene. A cosa stavi pensando? Che cosa ti aspettavi? Che diavolo pensavi potesse accadere di diverso? Che film t’eri fatta, santo-di-un-dio?!

Ma che ne so. Davvero che ne so.

Credo sia soltanto una questione di carico. Bisogna caricare, forzare l’immagine fino a distorcela, fino a farla deforme e orrenda e ridicola, soprattutto ridicola. Anche quando non ti viene da ridere. Anche quando ti viene solo da tirare calci. Anche quando hai voglia di andartene, di mollare quella dannata situazione e metterci una pietra sopra. Un masso sopra, meglio.

Quindi, considerato che la vedi arrivare da lontano ‘sta fine, perché non la acceleri? Bella domanda.  N-O-N-L-O-S-O. Se lo sapessi non starei qui a scrivere, non mi servirebbe scrivere se già sapessi i perché e i percome. Serve ripeterlo?

Aspetto perché voglio vedere fin dove si arriva. Aspetto perché voglio sperare che non serva finire. Aspetto perché vorrei non dover finire. Perché a forza di finire ci si fa il vuoto attorno e nel vuoto mi viene mal di testa.

Ma che ne so. Davvero che ne so.

So cosa faccio per finire: spingo e forzo le immagini finché non si trasformano e acquistano la loro reale identità. Le guardo e le digerisco. Ed è finita, da quell’istante lì è finita.

Adelante Sancho.

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(710) Sassi

I sassi si possono tirare. E fanno male a riceverli, se non li prendi al volo. I sassi che ti colpiscono ti vien voglia di rimandarli al mittente in presa diretta, se non lo fai è perché non sei fatta così, tu i sassi non li tiri.

Non li tiri un po’ perché non ti viene in mente, nel senso che sei impegnata a fare altro, un po’ perché sai che fanno male e alla fin fine fare il male con intenzione non ti farebbe dormire bene la notte, e un po’ perché i sassi son come boomerang, tornano indietro facendo un bel giro largo e ti colpiscono con precisione svizzera.

Con i sassi ricevuti ho riempito diversi vuoti, soltanto perché non sapevo dove metterli e li ho messi lì dove pensavo mi sarebbero stati utili a qualcosa. In realtà, i sassi non si deteriorano, si fanno prove eterne di ciò che hai ricevuto e non è un bel servizio che ti fanno, ricordare fa persistere il dolore.

Fatto sta che con tutti questi sassi non sapevo che fare, e li ho messi un po’ qua e un po’ là. Ogni tanto li conto e non ne manca mai uno. Si sono proprio affezionati. Vorrei trovare un posto lontano da me per lasciarli liberi, per farli respirare un po’, ma non è che posso buttarli addosso a qualcuno come se la cosa non mi riguardasse. C’è scritto il mio nome sopra, eh.

Quando li guardo vorrei rilanciarli ai mittenti, perché non sono buona e il pensiero vendicativo lo conosco bene, ma poi lascio sempre perdere e non lo so neppure io il perché. Ora che ci penso: e se li togliessi dai miei vuoti e li raggruppassi per farne una montagnetta? Dall’alto la visuale migliora…

Ecco, forse ho capito a cosa mi possono servire. Ora mi arrampicherò fin lassù per vedere che aria tira. Una volta raggiunta la cima un’altra idea mi verrà di sicuro. Sono pronta.

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(341) Vortice

Cose da fare fare fare fare fare fare… cose da vedere vedere vedere vedere… cose da dire dire dire dire dire dire dire dire… o da scrivere scrivere scrivere. Una spirale senza fine che ti fa cadere giù, sempre più giù.

Me ne sono resa conto spesso e ci sono ricascata ogni volta. Non riesco neppure a immaginarmi come si può stare quando non fai niente. Voglio dire proprio niente, neppure un pensiero. Niente di niente. Non lo so.

Ho già ribadito il concetto che la meditazione non è contemplata nel mio database, come non lo è il golf, e ritorno proprio lì. Il vortice è quella cosa che tu lo sai che c’è, sai che ci sei dentro, sai che dovresti uscirne, sai che se non ne esci tu nessun’altro può farlo al posto tuo… tu sai. Eppure cadi giù.

Ora, non è che pretendo di non finirci dentro (spesso ci entro tirata per i capelli da qualcuno), ma vorrei farmi almeno furba di quel tanto che mi eviti di rimanerci troppo a lungo. QB. Ecco, se fosse per me io passerei una giornata a settimana a dormire e basta. Dormire e basta. Un altro paio a fare le cose che voglio fare e basta. Il resto della settimana a lavorare. Non mi sembra di chiedere poi molto, eppure non ce n’è, non è mai successo di farmi un mese del genere.

Mi devo impegnare di più. Tsé.

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