(807) Ancestrale

C’è una voce che arriva da lontano. Fa sempre molta strada prima di raggiungermi e a volte sono distratta e me ne accorgo che è arrivata solo dopo aver sopportato un mal di testa persistente per giorni – è lei che sta urlando e io niente. Non so come si chiama, mi sono fatta l’idea che un nome non ce l’ha – parto dal presupposto che me l’avrebbe detto fosse altrimenti – che forse è voce di un collettivo, una sapienza ancestrale. Tocca me come può toccare tutti, solo che non tutti la riconoscono, ma è più di un sesto senso spiccato, è più che intuito, è più di quel qualcosa che dipende da te (dal tuo umore, dai tuoi pensieri, dal tuo personale loop). Diverso, è qualcosa di diverso. Diverso come non lo so spiegare, ma diverso (non è che le parole riescono a dire tutto, eh!).

Insomma, questa voce mi porta anche bruscamente a una realtà che non è la mia solita, è un’altra cosa. Non so com’è, è diversa. E quest’altra realtà ha a che fare con cose che sento essere enormi, spaventose per quanto sono enormi e incontrollabili e piene di mistero e di cose incomprensibili. Spaventose. Ma questa voce non me le presenta come cose che son lì perché io le maneggi, perché son fatti suoi – di-come-deve-essere-e-via-di-quel-passo – e io sono soltanto tenuta a guardarle e a tenerle presente. Solo questo.

Mi sta dicendo che è importante che io sappia, non perché io debba farne qualcosa, ma perché saperle è giusto. Così deve essere per noi piccoli umani, dobbiamo sapere, anche se non comprendiamo tutto, dobbiamo però sapere. Sapere quello che c’è e che non si vede. Non si vede, ma ha una sua consistenza e una sostanza che comunque ci tocca. Anche se non ce ne rendiamo conto.

E allora questa cosa che siamo tutti una cosa sola è stramba fino a pagina due. Non più di tanto, quando ti rifletti in questo immenso e tortuoso casino che siamo noi tutto si ridimensiona e il siamo-una-cosa-sola diventa un’ovvietà.

E non mi interessa spiegarlo meglio perché ogni volta che ci provo scompare tutto e mi scoccia ritrovarmi con le mani a stringere il niente. Quindi mi limito a evocare un sapere che non so dire, che non so quantificare, non so qualificare. Un sapere che non so. Ma che c’è. E qui o ci credi o non ci credi, le vie di mezzo non esistono.

Quindi io ci credo

punto

 

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(751) Paura

Le settimane corrono veloci, come le ore di sonno che dovrei fare e che non vedrò mai più. Una cosa curiosa, però, è che nonostante questa settimana sia stata delirante (da ogni verso la si voglia guardare), per me va bene così.

Le cose sono due: ho raggiunto il punto xyz dove la stanchezza non osa neppure avere più una soglia oppure il poter guardare oltre e vederci un futuro migliore mi sta sostenendo come mai prima. Potrebbe darsi tutte e due, in sinergia. Mah.

Focalizzandomi sulla seconda opzione potrei addirittura azzardare che se togli la visione del futuro a un Essere Umano gli togli la voglia di vivere il presente. E dirò di più: il futuro arriva comunque, sia che tu te lo sogni bene o che tu te lo mortifichi per bene. Lui arriverà e si espliciterà nonostante le tue speranze e nonostante le tue paure. Non è che avere speranza tolga la paura, questo no, ma avere paura distrugge la speranza, questo sì.

Vivere nella paura è giustificato solo per brevi periodi, ma alla lunga è intollerabile. Deve essere intollerabile. Se non lo è allora siamo in un bel guaio.

La mia paura esce fuori spesso, ma l’ho sempre calciata un po’ più in là, come se non fosse mai il momento giusto per occuparmene. Sì, sconcertante. O sono folle o sono scema. Una folle scema o una scema folle, molto probabilmente. Comunque sia questa cosa me la devo riconoscere, non c’è niente da fare. La paura la distraggo con i libri, con la musica, con l’arte, con le idee, con l’amore per le cose e per le persone. A lei gira la testa e si mette in un angolo. Appena le passa ritorna in campo e io ancora lì a farle lo stesso scherzo. Ci casca sempre.

Forse il miglior modo di fottere la paura è dedicarsi a qualcosa o/e a qualcuno senza farsi portare via dall’angoscia. Forse altro modo non c’è. O almeno, io ancora non l’ho trovato.

Contare tutte le facce della mia paura non serve a niente, sono più numerose di me. Contare tutte le possibilità per distrarle mi aiuta a calcolare il tempo da vivermi. Libera.

 

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(739) Scappare

Scappare dai pensieri che non servono a niente, quelli che anche se sono giusti, anche se sono sacrosanti, sono ormai il passato e sono ormai solo zavorra. Non si mettono pezze a quel che è stato, non si riempiono le buche e non si cuciono gli strappi, ormai tutto è dato e tutto è fatto. Amen.

Scappare non significa che puoi dimenticartene, che sei un’altra te e che non sei ancora sofferente o incazzata. Significa soltanto concentrarsi su quello che stai facendo e su chi sei adesso. Perché quei pensieri boicottano il tuo ora e lo faranno per sempre se tu glielo permetti.

Scappare è uno scarto di lato, è un calcio che tiri per allontanare la palla avvelenata da te. Scappare non significa che chiudi gli occhi e tutto si cancella, non è un atto codardo per far finta di nulla, è proprio l’azione che ti salva la vita perché non c’è più niente per cui combattere.

Non si può rimurginare per sempre, ci si stanca anche. Quindi lasciamo stare chi insiste che dobbiamo andare fino in fondo e analizzare ogni dettaglio per accettarlo e per digerirlo. Fatelo voi. Non ho niente da digerire, è già andato tutto giù, voglio solo allontanarlo da me perché è dannoso per la mia salute. Non ho più conti in sospeso, ho solo il mio adesso e lo voglio leggero, lo voglio pulito, lo voglio addirittura splendente. Vi disturba? Spero abbiate cose ben più importanti da fare, magari scappare dalla vostra zavorra – che non sarebbe male, senza dovervi preoccupare di come mi gestisco i pensieri.

No, non ce l’ho con voi, sto solo dicendo quello che anche voi state pensando: basta con le menate, andiamo avanti. Vero? Allora rimettiamoci in movimento, qualsiasi sia stato il nostro ieri ormai non ci appartiene più. Il presente è ancora nostro, però, vediamo di ricordarcelo.

 

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(628) Presenza

Oggi è stato un giorno di presenza. Presenza piena. Non sono mai stata altrove, sono rimasta attaccata a quello che stavo vivendo, su più livelli, ma sempre ben focalizzata sullo stesso istante: il presente.

Sembra una cosa da niente, me ne rendo conto, ma per una come me che è sbrindellata in diversi istanti in contemporanea con grande beffa dello spazio e del tempo – per tutto il tempo che vive – questo è un giorno importante. Che se fossi meno stanca mi scolerei una Guinness per festeggiare.

Posso farlo, posso essere presente, pienamente presente e in controllo di quello che sto vivendo (di ogni cosa che penso e che dico/faccio) senza perdermi pezzi, battiti. Non lo so se è perché stamattina mi sono svegliata strana e ho continuato a esserlo per tutto il giorno, oppure perché le situazioni che si sono verificate oggi mi hanno facilitato la cosa. Non lo so. So soltanto che non mi sono distratta, non ho pensato “vorrei essere in Islanda a pescare ghiaccioli”, non ho avuto la tentazione di appuntarmi qualcosa che non c’entrava nulla con quello che stava accadendo davanti a me. Più ci penso e più mi sconvolgo. Sarò stata posseduta dallo Spirito del Presente in anticipo rispetto al rito natalizio? Lo ignoro bellamente.

Fatto sta che è stata una giornata intensa, che mi ha fatto viaggiare in mondi umani che non conoscevo e mi ha aperto a pensieri nuovi. Come se mi fossi fatta una bella respirata in pieno Oceano. Se riuscissi a vivermi tutta la settimana in questa condizione benedetta avrei risolto ogni malumore. Non credo che riuscirò a bissare domani, ma se riesco a ricordarmi esattamente come mi sento ora forse avrò voglia di riprovarci. Magari la prossima settimana, chi lo sa.

Essere presente anche quando l’appello non è obbligatorio… lo consiglierei a tutti.

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