(901) Sceneggiatura

C’era una coppia seduta al tavolo davanti al mio. Un’altra al tavolo accanto, un’altra due tavoli più in là. Età diverse, diverse energie. Un paio di loro si parlavano, gli occhi un po’ al cibo e un po’ andavano qua e là nella sala. Una coppia è stata praticamente per oltre un’ora in silenzio. Mangiavano in silenzio.

M’è scesa addosso una tristezza abissale. Ho pensato: “Ma se ti stai scazzando, se la persona che hai accanto ti annoia, ti spegne, perché diavolo ci stai?”. Le risposte possono essere diverse, ma è evidente che loro ignorano la domanda e pure tutte le risposte annesse e connesse.

Nessun sguardo complice, nessun tocco, nessun sorriso. Niente.

I loro corpi avrebbero voluto correre via, e non nella stessa direzione. Le loro voci si trascinavano in discorsi che parevano scritti da uno sceneggiatore di serie D: ritmo inesistente, appeal da bara. E c’era arrabbiatura nell’aria, c’era qualcosa di non detto, c’era qualcosa che ti tirava giù.

Ok, va bene, molto probabilmente mi sono fatta il mio film, del tutto lontano dalla realtà, ma l’energia non mente. L’energia non puoi ricamarla come pare a te, quella si fa presente per com’è senza bisogno di chiedere permesso.

Mi rendo conto che la vita non è una tarantella, che la vita di coppia non è fatta di troppi alti ma di troppi bassi, ma la passione mica te la puoi mettere in un cassetto. Se non sei interessato a entrare negli occhi della persona che dici di amare… fatti una domanda. Se non senti il bisogno di sfiorare la sua mano mentre ti racconta di sé… fatti una domanda. Se mentre la guardi non ti soffermi sulla sua bocca neppure un istante e ti fai scivolare via… fatti una domanda.

Fattela davvero una domanda. Basta una. Quella giusta.

E se ti viene il sospetto che sei lì ma non vorresti esserci, che sei lì ma non te ne frega niente, che sei lì ma sei con la persona sbagliata, allora lasciala libera. Liberala di te e falle trovare la persona giusta, che non sei tu. Non sei tu. Smettetela di darvi infelicità reciproca come se non ci fosse altra soluzione. Smettetela di sommergervi di menzogne con la giustificazione di una promessa, di un impegno, di un futuro che ormai ha perso senso e gioia da tempo.

Che razza di vita vi state cucendo addosso? Vi ingozzate di storie d’amore su Netflix per vivere un quotidiano di mortificazioni e stanchezze?

Ma il detto “Meglio soli che male accompagnati” l’avete mai preso in considerazione? Secondo me dovreste.

Davvero.

 

 

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(867) Altezze

Arrivarci, magari, a certe altezze. Già. Ma poi cadi giù. Eh.

Allora ci si pone una domanda: ma ne vale la pena? E purtroppo la risposta è sì. Ogni tanto arrivare in alto fa bene, e per la discesa… bé, si impara anche a cadere, se lo metti in conto ci pensi prima. No?

La continua ricerca del brivido diventa dipendenza, ma anche l’ostinata ricerca della pace. L’ossessione non porta alla pace, questo è certo. Non capisco perché siamo così tormentati dal fatto che non abbiamo pace. Certo che non ne abbiamo, stiamo vivendo, mica siamo morti. La pace è dei morti. Il quotidiano infernale non ci permette sosta, ma neppure se scegliessimo di vivere tra le montagne nepalesi. Avremmo fame, sete, sonno e magari anche voglia di fare l’amore. Abbiamo un corpo, siamo qui per questo, per avere a che fare con il nostro corpo. Il corpo ha bisogno di provare, di sentire, di farsi attraversare. E poi tiene memoria. Credo sia in questa memoria che le cose si complichino. Come fai a tenere testa alle memorie? Non lo so.

Se il tuo corpo non ha mai conosciuto la fame, quella vera, non la puoi comprendere con la mente. Troppo grande per poterla immaginare. Se non hai mai conosciuto l’Amore, quello vero, non lo puoi comprendere con la mente. Lo puoi immaginare, ma non sarà mai vero, sarà una proiezione di te stesso e non è che abbiamo proprio una visione chiara di noi stessi (ammettiamolo), sufficiente a metterci al sicuro. Anzi. Significa che un Amore reale può spiazzarti, ti rende immediatamente vulnerabile, non potevi pensarlo così, il tuo corpo non si era mai fatto attraversare da quella potenza e tu… non ti riconosci come quella persona che hai continuato a frequentare per anni e anni e anni (con una certa assiduità, per di più).

Tutto molto semplice, tutto molto complicato, tutto molto doloroso, tutto incredibilmente affascinante.

Quindi ci si augura di arrivare ad altitudini imbarazzanti, pensandole e immaginandole e desiderandole come mai saranno, mai potranno essere. Perché la realtà è un’altra cosa, ma non è meno, è soltanto un’altra cosa. Dovremmo pensarla diversamente, guardarla diversamente, sentirla diversamente per poterla apprezzare per quello che è. Ognuno di noi trova il suo modo, non è una questione di giusto o sbagliato. L’importante, credo, è farci caso e prestarle attenzione. Sarebbe un peccato perdersi una cosa così magnifica soltanto perché ci siamo intestarditi a immaginare anziché vivere.

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(830) Màndala

L’Universo, il cosmo, le connessioni tra le forze cosmiche e le divinità: questo sono i Màndala. Un modo per proiettarti nello spazio, non per trovare risposte alle tue domande (lecite), ma per catturare luce (colori) e forme che possano tradurre tutto l’infinito che incontri. Non per capirlo, solo per fissarlo (spesso non per sempre) in una dimensione che puoi ammirare con gli occhi e con il cuore. Non è che ci vuole pazienza, ci vuole amore.

Credo che se riuscissimo a guardarci come se fossimo emanazioni (e lo siamo) di un Universo di luce per posarci l’un l’altro su un piano e guardarci, non per capirci ma per osservare le forme e le connessioni di cui siamo portatori, andrebbe meglio. Tutto andrebbe meglio.

Non si tratta di combinare i colori che scegliamo, ma di riportare esattamente le geometrie colorate che i nostri occhi stanno fotografando. Ovviamente bisognerebbe proiettarsi in uno spazio al di sopra della mente, dove il pensiero perde il suo intrigante appeal per vagare innocente tra una stella e l’altra senza pretese.

Sostanzialmente impossibile, ne convengo, ma affascinante come possibilità, vero? Si scoprirebbero subito quelli privi di luce, quelli che si sono fatti ingoiare dal buio. Ce ne sono tanti sparsi ovunque, che sorridono e che amabilmente ti raccontano di quanto sono felici, ma sono spenti dentro. E non lo dico per giudicare, ma perché a saperlo si potrebbe fare qualcosa, si potrebbe creare una sorta di canale benefico per riempire qualche vuoto e far rispuntare in loro l’amore che manca. Continuare a fingere, tutta una vita, è ben faticoso e si potrebbe far fatica per chiedere aiuto anziché spargere veleno per spegnere la luce degli altri, no?

Vabbé, era solo una riflessione, non certo una soluzione a tutti i problemi del mondo. Però, pensarmi un Màndala con una certa forma e una certa luce che si frammenta in colori che non riesco neppure a immaginare mi piace. Mi proietta in uno spazio accogliente, dove sgranchirmi gli arti doloranti e vagare senza pensieri. Non lo so, ma potrebbe essere interessante vivere un po’ di più dove la luce e i colori fanno vibrare la vita.

Così, tanto per dire.

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(821) Famiglia

Dovrebbe essere il nostro rifugio, il luogo prediletto, dove poter essere noi stessi sicuri di essere accolti in ogni momento e accettati in ogni circostanza. Dovrebbe, ma non tutti sono così fortunati. Io lo sono.

In famiglia si impara a relazionarsi con la gerarchia, con le regole, fondamentali passi per inserirsi in società. In famiglia si impara a dosare il linguaggio, a mitigare il nostro comportamento, a chiedere scusa e ad accettare le scuse di chi ci ha ferito (più o meno volontariamente). In famiglia si impara la compassione, si assorbono valori come il rispetto e persino la stima. Si fa i conti con la nostra capacità di comprendere gli altri e noi stessi, di capire le situazioni, di risolvere i problemi e chiedere aiuto, oltre che dare aiuto.

In famiglia si impara a stare ognuno al proprio posto, specialmente a tavola, a sistemare le proprie cose in modo che non diano fastidio agli altri, a pulire quello che altri hanno sporcato come gli altri puliscono quello che noi sporchiamo. In famiglia si impara che a un certo punto puoi anche urlare e far valere le tue ragioni quando pensi che ti si sta facendo un torto. Non rischi l’amore di nessuno, non rischi botte né umiliazioni. Al massimo qualche broncio per qualche settimana. quando particolarmente pesante ci sta pure la punizione a tempo determinato.

In famiglia impari a ridere assieme agli altri e non alle spalle di qualcuno o a spese di qualcuno. In famiglia impari ad ascoltare e a tenere la bocca chiusa quando i grandi parlano. A volte devi dire signorsì, altre devi metterti in tasca l’orgoglio, la pigrizia, l’indolenza. Così si fa quando si vive insieme, ci si vuole bene, ci si guarda le spalle gli uni con gli altri. Si fanno tanti errori, vero, ma mai così definitivi da ritrovarsi soli.

In famiglia ci sono sorrisi e abbracci, anche non detti, e ci sono spesso perché l’amore è fatto di questo. In famiglia va così, non è sempre uguale, ci sono alti e bassi e giorni proprio storti. In famiglia si vive così, un po’ si programma e un po’ si improvvisa, e si sbattono le porte, si rompono le palle e le si riattacca per quieto vivere. In famiglia c’è sempre un mondo, composto da tanti mondi, che si trasforma cambiando colori oltre che stagioni.

Le famiglie sono così. Quando non sono così iniziano i guai.

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(805) Ambiente

L’ambiente in cui siamo immersi ci determina. E ci sono miliardi di dettagli che fanno di un ambiente un posto sano o malsano, accogliente o respingente, amico od ostile, talmente tanti che le varianti prodotte proliferano all’ennesima. Troppe da contare, troppe da controllare. Il nostro potere si fa minuscolo quando l’ambiente è così forte da schiacciarci senza neppure un perché valido.

Nessun ambiente al mondo è totalmente protetto, le condizioni possono cambiare improvvisamente e dare il via a una valanga di conseguenze (anche) devastanti. Tutto può succedere, come in un film, o peggio.

Se riuscissimo a essere appena appena onesti con noi stessi, allora ammetteremmo che non ci sentiamo mai al sicuro e che non abbiamo mai pensato (se non da bambini) che il mondo fosse un luogo privo di pericoli. Infatti non lo è. Noi siamo sopravvissuti a numerose apocalissi, i fossili parlan chiaro. E se fossimo davvero onesti, riusciremmo anche ad ammettere che da bambini ci siamo trovati in diverse situazioni dove il male ci ha toccato e ci ha ferito. Se fossimo così coraggiosi da ricordare, ricordare cosa significa essere in balìa del male, allora non penseremmo neppure per un istante che l’ambiente in cui viviamo si possa curare dei bambini, dei ragazzini, degli adolescenti. Non possiamo credere a una bestialità del genere. Il nostro ambiente evoluto se li mangia e se li mastica per bene questi giovani cuori, sono loro le vittime più appetitose e questo – soprattutto – perché noi adulti ci giriamo dall’altra parte.

Diamo la colpa a chi non si cura di loro, ma siamo noi i primi a pretendere che loro siano autonomi e che si guardino le spalle da soli. Una sorta di fai-da-te che ci sollevi da responsabilità e sensi di colpa.

Se un bimbo cresce in un ambiente sano e amoroso non va in cerca dell’inferno. Se l’inferno ce l’ha in casa non fa altro che cercare un inferno che gli assomigli quando è fuori, perché non conosce altro. Se a un bimbo gli insegni cosa significa amare, amare sé stesso e amare gli altri, non si trasformerà in un’arma contro nessuno. Il problema siamo noi, noi che non ci ricordiamo più com’è essere ingenui e fiduciosi, speranzosi e pieni di vita. Non ce lo ricordiamo perché fa male. Per proteggerci dalla nostra perdita, distruggiamo il bene nei cuori dei nostri figli.

Facciamo proprio schifo. Ma schifo tanto.

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(795) Offrire

In linea di massima un Essere Umano qualsiasi ha una consistente quantità di cose da offrire. Attenzione, cura, ascolto, pazienza, comprensione, affetto, amore – tanto per dirne alcune, oltre a tutta la lista delle faccende materiali, ovviamente. 

Offrire significa avere l’intenzione di dare qualcosa a qualcuno senza voler nulla in cambio: tu offri e basta. Non ci metti il carico di un ritorno, un’aspettativa. Non c’è calcolo, c’è solo l’offerta. E l’offerta non è vincolante, può anche essere rifiutata. Il “Preferisco di no” (cit. Bartleby). ci sta, è parte del gioco.

Se offri qualcosa che per te ha molto valore, valore che il ricevente scelto non riconosce, puoi ricevere un rifiuto. Accettare un’offerta significa saper “godersi” il dono senza ritorni fastidiosi – del tipo adesso-come-posso-ricambiare perché se è davvero un’offerta non è contemplato un “ricambiare”. Non immediato almeno, non obbligato di certo.

Quando offri qualcosa è buona regola farlo con i dovuti modi. Non la sbatti addosso al tuo interlocutore, gliela porgi. Porgere è un verbo bellissimo, include una certa grazia, una naturale gentilezza. Ecco, un’offerta si porge. E se la presenti bene acquista ancora più valore.

Tutto questo discorso per dire che stasera al Der Mast abbiamo offerto al pubblico presente (oltre un centinaio di persone di buona volontà) uno spettacolo che per quasi due anni abbiamo curato con tutto l’amore che avevamo  in corpo e tutto questo è arrivato a chiunque in sala. Proprio a tutti. Hanno accettato di entrare nel mondo della Vecchiaccia (opera di Stefano Benni) e di lasciarsi trasportare dai suoi ricordi, dalle sue gioie e dai suoi dolori. Hanno ridacchiato, hanno ascoltato, hanno sospeso un po’ il respiro quando la tensione si faceva pesante. 

Niente di più bello di un’offerta che viene accolta e apprezzata. Niente di più bello che poter offrire una cosa con tutto il cuore e vedere che chi la riceve ha voglia di darti il suo grazie perché quella cosa lì non se la dimenticherà più.

Perfetto.

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(772) Affidarsi

Quando ti affidi a qualcuno cedi il tuo potere, la tua libertà, la tua vita. Non ti appartiene più nulla, la persona a cui ti stai abbandonando può fare di te tutto quello che vuole, come e quando vuole. In poche parole: sei finito.

Qualcuno che ti ama non ti chiederebbe mai di consegnarti e diventare un niente da manovrare e di cui – per forza di cose – doversi occupare. Alla fine dei conti si troverebbe con un fardello doppio da trasportare da una parte all’altra della sua esistenza, che sarebbe anch’essa una prigione esattamente come e quanto la condizione che impone alla persona che dice di amare.

Follia.

Un bimbo si affida perché non può fare altro. Ancora peggiore di un mostro è chi se ne approfitta o ne abusa. Eppure, chi si consegna volontariamente decide di regredire, di delegare all’altro la salvaguardia della propria integrità, di retrocedere davanti alla responsabilità di essere adulto. E c’è chi lo chiama amore.

Follia.

Stare in piedi sulle proprie gambe, stare saldi anche se in precario equilibrio, essere interi e a volte a pezzi ma intatti dentro – dove la dignità non viene scalfita neppure per sbaglio – chiedere il vero e offrire il vero senza dubbi né concessioni: questo significa amare. Amare se stessi per amare la persona che abbiamo scelto di accompagnare, che no, non ci appartiene ma ci può sostenere e ci può curare senza per questo pretendere nulla ma ha il diritto di aspettarsi che altrettanto le sia dato.

Come un trick ben riuscito, a bici volteggiante e rotelle in aria, ritornare a terra per continuare la corsa e accorgersi che soltanto se liberi, se interi, se saldi, saremo in grado di riconoscere l’amore. Quello vero. Oppure niente.

Oppure niente.

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(766) Uomini

Perché parlare non basta, sono i fatti che dimostrano chi sei. Quando il dubbio su chi sia il migliore neppure ti sfiora, la gentilezza si spande soffice e uniforme senza squilli di trombe. Non ci sono sguardi stonati, non ci sono imposizioni. Nessun sottomesso e nessun padrone. Che a scriverlo sembra fantascienza, vero?

Non nasci per servire qualcuno, neppure l’uomo che hai scelto di accompagnare. E se tu accompagni lui, lui accompagna te.

L’ascolto segue binari fluidi, forse ritmi diversi e tonalità che fanno da contrasto, ma non è guerra, potrebbe piuttosto essere un concerto strampalato. Che quando si è in due a suonare, anche fosse la stessa canzone, qualche nota dallo spartito può scappare e se ritorna la si risuona meglio, più sicura, basta volere un’altra occasione.

Quando si sbaglia si chiede scusa, non perché la pensiamo diversamente però. Non ci si scusa per ciò in cui si crede, si spera, si sogna.

Gli uomini, quelli che vorresti incontrare, sono quelli che sanno chiedere pronti a ricevere risposte che non si aspettano eppure accettano perché nient’altro saprebbero fare se non comprendere. Sono quelli che non si fanno intrattenere  per non pensare, sanno condividere per approfondire quel che serve e capire meglio quello che non conoscono. Senza paura, senza inganno.

Noi donne amiamo volentieri anche gli uomini che dicono di non voler essere amati perché raramente ci fermiamo alla superficie. Le cose dette volano via nell’istante in cui si aprono al suono, i fatti si posano – per rimanere – sulle Persone e sulle Cose e sulla Vita e sulla Morte. Anche sull’Amore.

Soprattutto sull’Amore.

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(760) Sposa

Non ci ho mai pensato. Non ho mai pensato a me stessa come una possibile sposa. Chiaramente se non c’è pensiero non c’è concretizzazione di nulla. Chiaramente per me non è un vuoto, è esattamente come sono: così.

Non mi sono mai immaginata indaffarata nel cercare il mio vestito da sposa, a fare liste di invitati, assaggi di menu e torte e via di questo passo. Mai e poi mai. I miei pensieri sono sempre stati altrove

Voglio fare un ulteriore passo indietro: non mi sono mai immaginata un Principe Azzurro, una fiaba felice, un idillio amoroso. Mai e poi mai. Ho avuto però passioni, ossessioni e grandi amori, li ho avuti comunque, li ho vissuti comunque.

Non mi sono mai confusa con un’altra Anima, mai pensato di essere la metà della mela di qualcun altro, mai sognato due cuori e una capanna, mai voluto condividere il mio Cornetto Algida con chichessia. Il pensiero che ha queste origini non mi appartiene, può piacere o meno ma rimane così.

L’allarme mi suona di orecchio in orecchio quando si usa l’appartenenza come vincolo di sangue, come promessa del per-sempre. L’Amore non pone veti, non traccia limiti, non lega con corde e non benda gli occhi. Chiamiamolo con altri nomi quel gioco, ci sono molti altri nomi con cui chiamarlo.

Trovare l’anima gemella è il tranello, l’anima gemella è l’inganno. La sua immagine è la menzogna di un malefico incantesimo che ci rende supplichevoli, arrendevoli, vittime. Se scartiamo la tagliola scopriamo la Potenza che senza neppure essere nominata ci trasporta verso un Uomo con la voglia di scoprire com’è il mondo dall’altra parte, dove il femminile è guardato e studiato ma ben poco vissuto per quello che realmente può essere.

Non sono sposa, non lo sarò. Una scelta che non mi ha mai tormentata con dubbi e sensi di colpa scaturiti da ridicoli dictat sociali. Ho amato, amo e amerò. Non ho bisogno d’altro. E se mi chiedete ancora il perché è giusto che sappiate che non ho più intenzione di cercare altre risposte che vi possano compiacere. Ho terminato le scorte di pazienza e anche quelle della compassione. Vi beccate quel che è senza filtri. Perché “Così è (se vi pare)” (cit. Luigi Pirandello).

 

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(755) Intermittenza

Andiamo a intermittenza. Andiamo a intermittenza e ci stupiamo che gli altri non stiano ai nostri luce/buio come vorremmo. E che devi fa’ della tua vita se non star dietro al mio umore? Cosa? Lo shampoo?

E finché è l’umore va ancora bene, pensiamo a cosa succede quando ad andare a intermittenza sono i nostri sentimenti. Ti amo/non ti amo, ti odio/non ti odio, ti voglio/non ti voglio, ti penso/non ti penso… delirio costante.

Se ce lo tenessimo per noi non sarebbe poi un gran difetto, ma onorandone il culto lo imponiamo a chi ci sta accanto. Lo facciamo andare su e giù come uno yo-yo, lo facciamo girare e pirlare come se fosse un burattino, lo facciamo parlare o lo zittiamo come se il suo esserci dipendesse da noi. Aguzzini spudorati, ecco cosa siamo.

Eppure pretendiamo sicurezza, solidità, coerenza, fedeltà, da chi abbiamo vicino. Se mi ami ora mi amerai per sempre. Anche se ti prendessi a calci in culo, ormai hai promesso e son cazzi tuoi. Belle cose, davvero. Facciamo della scostanza la nostra religione e calpestiamo il diritto a cambiare idea, cambiare il proprio sentire, cambiare opinione, cambiare pelle – se serve e certe volte serve proprio – di chi ci sta attorno. Tutti traditori, ma noi no.

Accendi e spegni la luce facendomi girare nella stanza e sbatto contro tutto e mi sto facendo male, ma tu accendi e spegni la luce finché mi scoppiano gli occhi e non riesco a vedere più niente. Chiamala crudeltà mentale, tesoro, non amore.

Se qualcuno avesse il coraggi di dirlo, se qualcuno avesse il coraggio di staccarsi dall’interruttore nel sentirsi rivolgere queste parole, forse – dico forse – le cose potrebbero migliorare. Voglio essere ottimista, stasera, voglio accendere la luce.

 

 

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(751) Paura

Le settimane corrono veloci, come le ore di sonno che dovrei fare e che non vedrò mai più. Una cosa curiosa, però, è che nonostante questa settimana sia stata delirante (da ogni verso la si voglia guardare), per me va bene così.

Le cose sono due: ho raggiunto il punto xyz dove la stanchezza non osa neppure avere più una soglia oppure il poter guardare oltre e vederci un futuro migliore mi sta sostenendo come mai prima. Potrebbe darsi tutte e due, in sinergia. Mah.

Focalizzandomi sulla seconda opzione potrei addirittura azzardare che se togli la visione del futuro a un Essere Umano gli togli la voglia di vivere il presente. E dirò di più: il futuro arriva comunque, sia che tu te lo sogni bene o che tu te lo mortifichi per bene. Lui arriverà e si espliciterà nonostante le tue speranze e nonostante le tue paure. Non è che avere speranza tolga la paura, questo no, ma avere paura distrugge la speranza, questo sì.

Vivere nella paura è giustificato solo per brevi periodi, ma alla lunga è intollerabile. Deve essere intollerabile. Se non lo è allora siamo in un bel guaio.

La mia paura esce fuori spesso, ma l’ho sempre calciata un po’ più in là, come se non fosse mai il momento giusto per occuparmene. Sì, sconcertante. O sono folle o sono scema. Una folle scema o una scema folle, molto probabilmente. Comunque sia questa cosa me la devo riconoscere, non c’è niente da fare. La paura la distraggo con i libri, con la musica, con l’arte, con le idee, con l’amore per le cose e per le persone. A lei gira la testa e si mette in un angolo. Appena le passa ritorna in campo e io ancora lì a farle lo stesso scherzo. Ci casca sempre.

Forse il miglior modo di fottere la paura è dedicarsi a qualcosa o/e a qualcuno senza farsi portare via dall’angoscia. Forse altro modo non c’è. O almeno, io ancora non l’ho trovato.

Contare tutte le facce della mia paura non serve a niente, sono più numerose di me. Contare tutte le possibilità per distrarle mi aiuta a calcolare il tempo da vivermi. Libera.

 

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(644) Paroliere

Un bravo paroliere modella i pensieri per farli stare comodi in una frase musicale mantenendo l’armonia di ogni parola e di ogni lettera intatta così da farle brillare di più.

Non è una cosa che può passare inosservata/inascoltata, un bravo paroliere ti ammalia usando il suo mondo interiore e traducendolo con delicata sensibilità sonora. Sensibilità sonora significa che le parole e la musica si abbracciano, si accarezzano, si accomodano una dentro l’altra per farti alzare lo sguardo e farti accelerare il battito cardiaco. Si tratti di una canzone romantica o di una canzone di protesta, non fa differenza, la questione della delicatezza e della sensibilità sonora non cambia. Quella cosa lì è, né più né meno.

Il fatto che la nostra lingua sia complessa e difficile da modellare, rende un bravo paroliere ancora più bravo e degno di ascolto. Penso che siamo tutti d’accordo.

Faccio presente che in Italia i bravi parolieri sono veramente pochi pochi pochi, si possono contare sulle dita di una mano e facendoci caso sono praticamente quasi tutti passati a miglior vita. No, il rap hip-hop non conta, non conta per nulla perché non cantano ma parlano sopra una traccia che spesso è soltanto ritmo e striminzita melodia. La canzone è un’altra cosa.

Io capisco che ognuno c’ha i suoi idoli e guai a chi li tocca, sono così anch’io, ma non si può affermare il falso e l’argomento musica è fino a un certo punto gusto personale, ma proprio soltanto fino a un certo punto. Poi no. E lo so che qui si sentirà acuta e pungente la mia vena poetica, ma oggi ho ascoltato un brano di un paroliere bravo italiano e la meraviglia di ri-scoprire la sua arte m’ha spinta fino al dover esprimere/scrivere il pensiero in questo post.

L’ho scritto per amore: amore per la musica, amore per le parole, amore per la sensibilità sonora, amore per la delicatezza.

Ecco.

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(514) Affetto

Credo sia quel filo di seta che lega un’anima all’altra, per chissà quale motivo, per sempre. Va al di là di quanto ci vai d’accordo, dei torti subiti o fatti, dei fastidi e dell’interesse personale, bypassa tutto per resistere.

Ci si può vedere spesso o anche mai, ma proprio mai neppure per sbaglio, eppure quando il pensiero va lì il filo vibra e senti che c’è ancora. Semplicemente c’è.

Seppur io sia una di ben poche sfumature quando si tratta di legami, ho sempre considerato l’affetto come la panacea per tutto. Grazie a questo sentire – leggero eppure forte – sono riuscita a perdonare, sono riuscita quasi a dimenticare o comunque a non serbare rancore. La cosa notevole è che non mi serve che sia ricambiato. Posso provare affetto per qualcuno anche quando questo qualcuno mi respinge o mi ignora o non sa neppure che io esista.

Alcuni pensano che non sia Amore, quindi abbia meno importanza, io penso invece che sia la forma più libera ed evoluta dell’amore perché non impone e non subisce regole, perché non si aggrappa al possesso o all’esclusività, perché non implica un essere protagonista, perché non ha limiti di tempo né confini spaziali.

L’affetto si basa sull’impronta che qualcuno ha lasciato in te, consapevole o meno, e che tu non hai voluto grattare via come fosse sporco da togliere, ma che hai spolverato di tanto in tanto per accertarti che ci fosse ancora. Detto questo: ci sono persone che possono restare nella tua vita soltanto quando sono lontane e non possono più farti male. Da lontano le pensi, le curi, le innondi di affetto. Affetto silenzioso, leggero, libero, eterno.

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(242) Liberare

Un verbo bellissimo: liberare. Liberare se stessi dai legacci (pensieri e situazioni) e liberare qualcuno da noi stessi. Penso sia un gesto estremo d’amore.

Ora che l’ho scritto mi rendo conto con sgomento che è stato il mantra di questi miei anni: liberarmi-liberare.

Non sono attaccata al concetto di libertà, ma a quello di liberazione sì. Ci si libera dai fardelli, dalla zavorra, dal dolore, dal dovere, dal senso di colpa, dalla schiavitù declinata in milioni di modi e tutti diversi e tutti simili. Liberi la voglia, liberi i sogni, liberi l’amore, liberi la crescita… liberi, ovvero lasci andare le cose esattamente come è scritto che debbano andare. Loro sanno dover andare, devi fidarti. Ti viene chiesto di fare un atto di fede, tutto qui.

E quando lo fai e ti riesce bene, allora senti che sei in quell’istante di pienezza che può essere confuso con la felicità. La felicità di aver fatto ciò che era giusto fare. Anche se ti fa male, anche se muori un po’.

Liberare è la chiave. Ne sono certa.

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(221) Carezza

Le carezze io le ricordo, tutte. Quelle di mia nonna per farmi addormentare sono le più preziose perché non le potrò avere mai più. Troppo pure, troppo dedicate, troppo amorose per poter essere replicate da chiunque altro.

Ho imparato da lei ad accarezzare. Non lo puoi fare se non sei nella condizione per farlo, non te la puoi inventare la delicatezza se non la conosci, se non la provi.

Le carezze si imparano per osmosi, se le ricevi impari a farle. Se non sei dell’umore giusto per farle, evita perché lasceresti una brutta impronta che poi si fa fatica a cancellare.

Le carezze sono fatte per togliere la stanchezza dal viso di chi ami, per togliere il dolore, per togliere la tristezza, per togliere la sporcizia di un giorno brutto. Mentre toglie, però, lascia. Lascia la dolcezza di un’attenzione esclusiva e dedicata, lascia la cura, lascia l’amore.

Così sono le carezze. Così devono essere le carezze. Così.

 

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(188) Volto

Sinonimi di volto sono anche: animo, carattere, indole, natura. La dice lunga, vero?

Sono affascinata dai volti umani, leggerli è diventata un’abitudine intrigante. Funziona soprattutto con le persone che non conosco, in questo modo non vengo influenzata da ciò che penso di loro o da ciò che so di loro.

C’è una sorta di magia che lega il nostro mondo interiore al nostro volto. Se stiamo male i segni possono alterare non solo la nostra espressione, ma anche le sue stesse fattezze. La felicità fa del nostro volto una tela su cui posare sberluccicanti cristalli che lo illuminano come una passata di glitter.

Se è vero (e lo è) che il volto si modella assecondando il sentire, l’odio ti sfigura i lineamenti  mentre l’amore abbraccia i cambiamenti del tempo e solleva il peso degli eventi.

Il volto, la voce, gli occhi, le mani. Siamo biblioteche affascinanti, e pressocché infinite, in movimento perpetuo. Quanta ricchezza ci portiamo addosso senza neppure accorgercene!

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(180) Totem

La discesa è necessaria. Non è una scelta, è inevitabile. Discendere. Prendere posto dentro di te, in silenzio. Periodicamente discendere per prepararsi a un nuovo parto di se stessi.

Lo dico così perché non so dirlo meglio. Dirlo così mi basta – senza pretese di essere capita. Capita da chi, poi? Non è importante. Tanto discenderò lo stesso e lo farò in silenzio, come faccio sempre. Funziona.

L’Orso mi accompagnerà. Non sarò sola.

A questo proposito posso affermare con serenità che questa cosa di me non la cambierei mai, neppure se cambiandola riuscissi a guadagnarmi l’amore di qualcuno. Non sarebbe amore destinato a me. Ormai so riconoscere l’amore, quello che è tuo non lo perdi neppure a volerlo.

Quindi discenderò.

In silenzio.

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(120) Rispetto

Mi voglio soffermare sul rispetto (dovuto e dato) con significato di considerazione. Considerare l’Essere Umano che ti sta davanti, o accanto, come tale e quindi portatore sano del diritto di essere rispettato, è l’unico modo per me di interrelazionarmi con i miei simili (inteso come Esseri Umani). Quando l’Essere Umano (chiunque sia) che ho davanti, o accanto, mi priva del mio diritto e mi manca di rispetto divento una belva.

Si dice che il rispetto uno se lo deve guadagnare. Bene, non sono d’accordo. Il rispetto (quello di cui ho scritto sopra) è dovuto di default. Dirò di più, coinvolge ogni Essere Vivente e Madre Natura in toto.

Ci si può guadagnare la fiducia di qualcuno, ci si può guadagnare l’amore di qualcuno, ci si può guadagnare la benevolenza di qualcuno, non il rispetto.

Mi è stato insegnato, purtroppo, che non va bene alzare la voce per rimettere a posto qualcuno che ti manca di rispetto. Un insegnamento fuorviante. Credo che sia nostro diritto non solo alzare la voce, ma anche usare parole ferme e pesanti quando chi interagisce con noi ci manca di rispetto.

Avrei dovuto impararlo prima, mi avrebbe aiutato parecchio, ma in questi giorni sto cozzando su più fronti contro queste cose e sento un dolore profondo, come se mi si fossero presentate davanti una dopo l’altra tutte le umiliazioni che nei miei anni non ho mai saputo rispedire al mittente.

Una sorta di catarsi.

Spero finisca presto.

 

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(33) Sacro

sacro [lat. sacer -cra -crum]. – ■ agg. 1. a. (relig., etnol.) [che riguarda la divinità, la sua religione e i suoi misteri: luogo s.; i s. arredi2. [reso sacro o dedicato a una divinità, con la prep. a3. (estens.) [degno di alta venerazione o del massimo rispetto: l’ospite è s.; il s. nome della libertà] ≈ intangibile, inviolabile, sacrosanto, santo, venerabile, (lett.) venerando.

Tengo buona la terza: l’estensione. Già definirla estensione mi piace, poi quel “degno di massimo rispetto” centra il bersaglio perfettamente.

Ci sono poche cose inviolabili, sacrosante, nella vita. La prima è la vita stessa. Potrei concluderla qui, dentro la vita c’è già tutto. Sembra non sia sufficiente per nessuno, però.

Diventano sacre le proprietà, non più i proprietari. I proprietari difendono le sacre proprietà violando la sacralità della propria vita. Questo mi sconvolge.

Sono disposto a dare la vita per la mia casa, la mia terra. Sono disposto a sacrificare la sacralità della mia vita per delle cose che considero mie. La mia terra mi contiene, ma non è prigione. La mia casa mi contiene, ma non è tomba. Posso muovermi, posso trovare un’altra terra e costruirmi una nuova casa. Non è la terra e la casa che ti chiede di sacrificare a loro la tua vita.

Facciamo un passo di lato, allora. Guardiamo al nostro sacrificarci: se tutta la tua vita la trascorri lavorando per costruirti una casa, se tutta la tua vita la impegni nel tuo pezzo di terra e non consideri nient’altro, l’enorme sacrificio vale la tua stessa vita. Nessuno e niente dovrebbe mai toglierti ciò che è tuo. Mai.

Mi sto domandando spesso cos’è sacro per me. Ritorno sempre alle persone, non alle cose. Amo tutte le cose che ho, le amo profondamente e cerco di curarle più che posso. Ogni volta che ho perso o mi è stata rubata una delle cose che amavo di più ho sofferto e ci penso ancora… ma.

Mai mai mai come penso alle persone che ho perso. Sono loro che mi fanno sentire l’unicità della perdita. Lì, il dolore non passa.

Sacro è tutto quello che sostiene la tua Anima. Se dai questo potere a troppe cose, indebolisci la tua anima.

Dare Amore alle persone non è mai perdere, anche quando pensi di averlo buttato perché queste persone se ne sono andate. La tua Anima si è nutrita di quell’Amore che hai saputo dare e per questo ha resistito nonostante la perdita.

Sacro è l’Amore.

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