(802) Data

Lo diamo per scontato, pensiamo che sia facile, invece fissare una data non è mai facile. Mai. Né fissarla in calendario né nella memoria, a meno che non sia segnata prima nella tua carne perché importante per te. Così importante da non potertela dimenticare.

Odiavo studiare storia per la sfilza senza senso di date da imparare a memoria, battaglie e conquiste e sconfitte, ognuna di loro sembrava fondamentale e poi scoprivi che era solo una delle tante e che di lei nessuno se ne faceva più nulla. Andiamo per balzi, fatemene memorizzare un paio per secolo e vedrete che saprò fissarne una ventina senza troppi scompensi neuronali, tranquilli prof. Niente da fare. Insensato.

Le date si fissano e per qualche motivo slittano, come se la superficie su cui le punti fosse cosparsa d’olio. Più ti fissi nel fissarle e più sfuggono al controllo, manco avessero un proprio volere da imporre. Vincono sempre loro, comunque.

La data mi è vitale per tenere conto dei giorni che mi stanno triturando, faccio fatica al mattino a ricordare che giorno è quello che sto per affrontare e vivere, come se nella mia testa ci fosse un giorno ininterrotto dove il presente è un ripetersi di un qualche passato e il futuro sia soltanto un breve passaggio da qui a lì. Boh.

E i lunedì sono come i venerdì, ma più pigri anche se meno stanchi. I martedì hanno poco peso perà sommati al peso dei mercoledì e del giovedì fan venire il mal di schiena. Ecco, la data è un ancoraggio che a volte vorrei togliere per provare a non avere ieri e neppure oggi e figuriamoci domani, avere solo l’adesso e vedere come va. Come potrebbe funzionare?

Forse non funzionerebbe, forse ogni mia data è la ragione per cui ancora sto qui. E scrivo.

Boh.

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(688) Tastiera

Osservando oggi la mia vecchissima e pesantissima Olivetti – per pulirla un po’ – ho ricordato quei due anni di dattilografia che mi vedevano perennemente con le dita scorticate. Un fastidio! Eppure tutte le inverosimilmente noiose ore trascorse a fare esercizi di memorizzazione a ritmi diversi, mi hanno permesso di andare alla cieca e spedita come una saetta, tanto da riuscire a seguire meglio i pensieri quando vanno troppo veloci anche per la penna sul foglio.

Mi sorprende sempre vedere come le mie dita sappiano dove andare, nonostante io non badi a loro, pigiando i tasti giusti e senza tentennamenti. Una sorta di possessione.

Impariamo così, memorizzando e attuando in automatico quello che ormai già sappiamo fare. Diventa parte di noi. Scrivere, guidare, farsi un piatto di pastasciutta… una parte di noi si occupa di compiere questi gesti, l’altra parte pensa al resto. E il resto può essere piuttosto vasto.

Dove sono le chiavi? Dove ho messo il portafoglio? Ho preso il cellulare? Ho chiuso la porta di casa? Ho buttato la spazzatura? Almeno una volta al giorno me lo domando, dandomi ogni volta della cretina: ma dove diavolo ti va la testa, Babs!!! Ecchenneso!

Quando, però, appoggio le mani sulla tastiera è come se fossero loro a tirare fuori da me le cose che devono essere scritte. Lascio a loro il compito e guardo come va. Prima di postare rileggo – se il sonno non mi vince – e sistemo quello che posso sistemare. Non riscrivo mai, qui non si tratta di perfezionare, qui si tratta solo di scrivere meglio che posso e con tutta l’onestà che posso, che è già un bel casino senza impormi virtuosismi inutili, faticosi e senza senso.

Comunque ribadisco: appoggio le mani sulla tastiera e non è più affar mio. Credo che per quanto quello che so fare non rischierà di cambiare il mondo, per quanto sia cosa imperfetta, che io lo sappia fare, che le mie mani lo sappiano fare è strabiliante. Lo è davvero: strabiliante.

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(663) Basilico

Ho sempre apprezzato il basilico, non ho mai mangiato volentieri il pesto. Vado a scoprire dopo anni e anni e anni che mangiare le foglie del basilico mi provoca enormi e dolorosissime coliche. Questo per dire che pensavo fosse innocuo e invece per me è veleno.

M’è successo anche con certe persone. Pensavo mi facessero bene, ho scoperto che mi stavano avvelenando. E non è successo una volta sola, ci sono cascata più spesso di quanto io stessa sia disposta ad ammetterlo.

Una volta pensavo che più sbagliavo e più ero sbagliata, dopo anni e anni e anni di errori ho cambiato idea. L’ho fatto per non dovermi togliere di mezzo, probabilmente – lo chiamerei istinto di sopravvivenza.

Questo pensiero parte dal basilico e come al solito si butta a testa bassa nella vasca senza fondo della mia mania introspettiva, d’altro canto funzionano così questi miei giorni, ma penso sia più giusto guardare me stessa e tirare fuori da me le cose piuttosto che puntare il dito contro gli altri e tirare fuori le loro cose. Non sono un’invadente per natura, lo divento quando mi si lascia lo spazio, quando mi si invita a esserlo.

Da me si può arrivare all’intero Genere Umano con solo un balzo: capita spesso che ci nutriamo di qualcosa che pensiamo ci stia facendo bene e invece ci sta togliendo poco a poco, a volte anche senza dolore evidente, la vita. Accorgersene in corso d’opera è normale, far finta di nulla e arrivare alla morte pur di non ammettere che ci siamo sbagliati è da idioti.

Non ci sbagliamo perché siamo sbagliati, ma per un mero calcolo delle probabilità. Ci sono sempre più probabilità che quel che crediamo si riveli un’illusione di quelle che si scoprono come solide verità. E comunque sia: il basilico non lo mangio più, al massimo ne apprezzo l’aroma.

Ho imparato, sembra. E con soltanto una poderosa colica. I messaggi diretti son quelli che danno i migliori risultati, a quanto pare.

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(416) Prima

Prima c’è la concentrazione e la rimozione del dubbio. Non può che andare bene, andrà bene. Perché il dubbio quando devi agire ti dimezza la forza. Non puoi agire debolmente, devi farlo con energia, il doppio di quella che sarebbe sufficiente per farti arrivare alla meta. E potrebbe volerci un bel po’. Più la situazione è complicata e più i dubbi proliferano. In questo caso, nel mio caso, quello di questi giorni pre-spettacolo non è stato così difficile perché non era il debutto perciò dubbi pochi.

Poi c’è l’attenzione, che deve essere totale per evitarti errori fatali. Non basta andare con la corrente, devi metterci il tuo e di solito costa fatica. Tanta fatica. Più sei sicuro che questa fase di preparazione sia stata da te seguita e curata e più affronterai il momento fatidico con sicurezza.

Il prima non è mai un frizzare di gioia e entusiasmo, piuttosto un meticoloso affaccendarsi affinché tutto quello che si può controllare sia in controllo. Testa bassa e lavoro duro.

Il prima è fatica e stanchezza. Ti domandi prima di addormentarti – che è più che altro un cadere in coma  fino al mattino – se quello che stai facendo ne valga la pena. Te lo domandi, ma non ti rispondi. I dubbi li hai già liquidati durante la fase 1 e indietro non si torna ( “… neanche per prendere la rincorsa” diceva Pazienza ne Le straordinarie avventure di Penthotal).

Il prima è imparare a gestire la tensione e la tua capacità di relazionarti con chi ti sta accanto è fondamentale per non ritrovarti dopo nei guai (meritatamente).

Il prima è emozione, quel chissà come andrà non è mai archiviato davvero. Ti dai sempre – cautamente – una percentuale onorevole di errore, tipo il 20%, ma menti spudoratamente se pensi che poi potresti perdonartelo.

Il prima è contare i secondi e fare un bel respiro e affidarsi a quel che sarà.

C’è sempre un prima in ogni cosa, ho imparato a godermelo e ancora non me ne sono pentita.

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(366) Arrovellarsi

Sembra che io non faccia altro che arrovellarmi sulle mille problematiche esistenziali che mi coinvolgono, e forse è proprio così. Non lo faccio apposta, mi ci trovo infilata dentro e non capisco come. Addirittura con coerente continuità! Com’è possibile?

Credo che a un certo punto la cosa mi abbia preso la mano e via. Come se fosse stato chiesto a me, a me!, di venirne a capo. Come se fosse stato chiesto a me, a me!, di trovare una soluzione. Come se fosse stato chiesto a me, sempre a me!, di salvare il mondo. Eh no! Nessuno mi ha mai chiesto nulla. Faccio tutto in autonomia. Me la canto e me la suono, one-woman-band. Una vera idiota.

La possibilità di godermi la vita con leggerezza, in fondo in fondo, mi fa schifo. Mi sembra una perdita di tempo. Mi sembra sia un buttare un’occasione che non tornerà più. Una vera idiota, confermo.

La giustificazione che nessuno me lo ha insegnato pertanto non so come si fa non regge. Poteva essere valida quando ero giovane, ma come ho imparato a stare davanti a un microfono senza che nessuno me lo insegnasse posso anche imparare a non dannarmi l’esistenza. Non sarà mica così diverso! Solo che non mi ci sono mai messa, non l’ho mai considerato come un ostacolo alla mia felicità, ho dato per scontato che fosse così e pace. Invece no. Raramente così e pace riguarda me e certamente non in questo caso, quindi dovrò arrovellarmi sul fatto che non ho mai pensato fosse importante pensarci. Vie d’uscita non ne vedo, ma su questo non voglio ancora arrovellarmici su.

Magari domani.

 

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(356) Punte

Vivere in punta di piedi, non è un bel vivere. Hai paura di fare troppo rumore, paura di rompere qualcosa, paura che qualcuno potrebbe notarti e infastidirsi per la tua presenza. Paura che qualcuno potrebbe accorgersi che sei di troppo, che lì non sei desiderata.

Significa non respirare bene, restare sempre un po’ a metà. Significa mettersi da parte quando capti che qualcuno se n’è accorto, che ci sei e che occupi uno spazio intendo. Significa sentirsi dire che sei ingombrante, che hai manie di protagonismo, che sei in cerca di lusinghe e di clamori, anche quando vorresti che ti si aprisse una voragine sotto i piedi per inghiottirti.

Però. Vivere in punta di piedi ti permette di sollevarti un po’, quel tanto che basta da cogliere il vento nuovo che profuma diverso. Vivere in punta di piedi ti fa resistere al risucchio della forza di gravità, la terra non la calpesti, ti posi più leggera che puoi e non lasci tracce indelebili. Vivere in punta di piedi ti rende silenziosa, nel silenzio puoi ascoltare, puoi imparare, puoi crescere.

Le punte su cui traballo sono ormai consumate. Mi fanno male le dita, le gambe non reggono più il peso. Credo sia tempo di poggiare i piedi a terra, dalle punte ai talloni, e sperare che la terra sopporti i miei chili di troppo. Non so come andrà, so che è stata una scuola dura, quella del vivere in punta di piedi, e che sono abbastanza stanca e adulta da appendere le paure al chiodo. E che la musica continui!

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(314) Riparo

Un riparo per la pioggia, per il freddo, per il buio, per il vento che ti può spazzare via anche se ti soffia dentro nelle viscere. Dev’essere un diritto di tutti. Non possiamo vivere alla mercé degli eventi confidando sul fatto che se ne resteranno lontani da noi. Succederà pure agli altri, non a me.

Un riparo dagli occhi che scrutano, mani che frugano, avidità che ti depredano. Perché non siamo tutti uguali e confidare nella bontà del Genere Umano è consegnarsi al volere e al potere degli altri e no, non ce lo possiamo permettere.

Responsabilmente, essere presenti nel nostro presente è diritto e dovere al contempo. Perché delegare a qualcun altro ciò che è nostro potere, nostro diritto e dovere, nostro e basta?

Lo vedi subito quando hai di fronte una persona che lo sa, che ci pensa, che agisce in questo senso. E impari.

Un riparo è quel luogo – spesso dentro di te – dove puoi andare quando tutto è caos e devastazione. Grandi Maestri ce lo hanno insegnato e seguirne l’esempio potrebbe diventare la nostra salvezza.

Il punto è: vogliamo salvarci?

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(286) Scomparire

È stato un pensiero fisso per molto tempo: scomparire. E come sempre accade quando vuoi davvero una cosa e ti alleni per ottenerla, ce l’ho fatta. Sono riuscita a scomparire ai miei stessi occhi. E il tempo l’ho occupato a studiarmi il mondo.

Sono sempre sorpresa quando qualcuno si accorge di me, mi obbliga a prendere in considerazione che sono visibile. Non è mai bello. Prima mi infastidisco e poi reagisco con un’intima risata. Trovarmi patetica mi fa ridere.

Fatto sta che saper scomparire ha comportato anche un lungo lavoro di comparizione. È stato durissimo. Veramente. Costringermi nel comparire è stato ancora peggio che costringermi ad ammettere che non sarò mai come Shakira. Quelle cose che ti fanno crescere di colpo e che eviteresti con piacere.

A parte queste divagazioni e nonostante ciò che si potrebbe pensare (specialmente giudicare), il saper scomparire/comparire è una delle cose migliori che posso vantare di avere acquisito nel tempo come pseudo-talento o giù di lì. Mi riesce sempre, mi riesca a comando e mi riesce nonostante me. 

No, non ho intenzione di insegnare a nessuno come si fa. Questa cosa la terrò per me finché muoio. Eh!

 

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(228) Personaggi

Li vedo chiaramente i personaggi, io. Deformazione professionale oppure talento naturale, non lo so. Amo i personaggi, perché non si fingono persone, si mostrano per quello che sono. Dietro a loro ci sono le persone e quelle sì che fingono.

I personaggi ci scoprono dandoci l’illusione che siamo coperti, ma loro non sanno che noi ameremmo essere scoperti solo che non lo ammetteremo mai. Ammettere una debolezza è certezza di debolezza, sia mai.

Il personaggio che ti si para davanti vuole sempre qualcosa da te, molto più violentemente di quel che farebbe una persona. Il personaggio non ha scrupoli, non ha voglia di menate, non ha tempo da perdere, non ha bisogno di comprenderti: il personaggio è. Così com’è, senza chiedere il tuo parere o il tuo consenso. Che Essere meraviglioso, vero? Quanto dovremmo imparare da lui/lei per essere veramente noi!

Il personaggio quando è debole è dirompente, quando è forte è disarmante, quando è grande ti sembra piccolo e se è piccolo fa cose enormi. Non mente un personaggio, non ne ha bisogno, lui vive tuo malgrado.

Ci sono personaggi indimenticabili, capaci di far scomparire le persone che stanno lì dietro. Le persone che scompaiono, però, giocano il gioco vigliacco e non sono degne di compassione. Lo pensavo trent’anni fa, vent’anni fa, dieci anni fa e lo penso anche ora. Mi fa bene scoprire che, in fondo, resto fedele al mio personaggio, nonostante la gente pensi che non sia così. Ma io non mi nascondo, no. Io imparo dal mio personaggio, che mi sa prendere per mano e mi sa portare dove io non oserei andare. Ecco il perché del mio crescere.

 

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(222) Scena

È il luogo dove tutto accade, dove tutto è possibile, dove tutto è più nitido e quasi più vero perché viene raccontato per essere ricordato. Ci si mette l’anima quando si racconta una storia che vuole essere ricordata.

È sempre un perdere te stesso per ritrovarti sparso tra le parole che in scena vengono liberate. Bisogna essere folli per attraversare le pluridimensioni in cui una storia si muove. Eppure, se ci provi e sopravvivi saresti un folle a non farlo ancora e ancora e ancora e ancora. E lì ti rendi conto che il tuo mondo è cambiato e ti ha cambiato portandoti con sé.

Non ritorneresti a quel che eri, neppure quando il futuro si fa cupo e incerto. Così ti viene quella specie di leggerezza che solo pochi sanno provare, e vedi tutto come dev’essere perché hai trovato le tue ragioni e su quelle sai che puoi sempre contare.

In fin dei conti, il futuro per quanto cupo e incerto e fedifrago uno lo può sempre modellare a suo piacere, basta sapersela raccontare bene e una volta imparato come si fa niente te lo può far scordare.

Si va in scena!

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(221) Carezza

Le carezze io le ricordo, tutte. Quelle di mia nonna per farmi addormentare sono le più preziose perché non le potrò avere mai più. Troppo pure, troppo dedicate, troppo amorose per poter essere replicate da chiunque altro.

Ho imparato da lei ad accarezzare. Non lo puoi fare se non sei nella condizione per farlo, non te la puoi inventare la delicatezza se non la conosci, se non la provi.

Le carezze si imparano per osmosi, se le ricevi impari a farle. Se non sei dell’umore giusto per farle, evita perché lasceresti una brutta impronta che poi si fa fatica a cancellare.

Le carezze sono fatte per togliere la stanchezza dal viso di chi ami, per togliere il dolore, per togliere la tristezza, per togliere la sporcizia di un giorno brutto. Mentre toglie, però, lascia. Lascia la dolcezza di un’attenzione esclusiva e dedicata, lascia la cura, lascia l’amore.

Così sono le carezze. Così devono essere le carezze. Così.

 

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(138) Imparare

Non c’è niente da fare: i migliori periodi della mia vita sono tutti legati al mio imparare. Si muove il cervello, sei in perenne stato di allerta, recepisci velocemente e velocemente cerchi di processare il tutto per non cadere in errrore.

Se fossi stata motivata in questo modo a scuola sarei diventata una super studentessa. E sarei ora, molto probabilmente, una persona migliore. Ho perso troppo tempo ignorando la potenza del saper imparare.

In questi giorni entro in classe, guardo quei ragazzi che potrebbero essere me a quell’età e provo una pena infinita per il tempo che stanno consumando in un luogo che sentono ostile, un ambiente che non li sa motivare come avrebbero bisogno.

Imparare è la salvezza per ogni anima affamata. Perché non glielo diciamo a questi ragazzi?

Ok, domani glielo dico.

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(104) Amore

“Non esiste una regola. Ogni singolo amore, come ogni morte, è unico.
Per questa ragione, nessuno può imparare ad amare, come nessuno può imparare a morire. Benché molti di noi sognino di farlo e non manca chi provi a insegnarlo a pagamento”.
Zygmunt Bauman

Mi ero fissata sul fatto che dovevo imparare a vivere, imparare ad amare, imparare a morire. Pensavo che avrei dovuto trovare una sorta di guida, un Maestro che potesse insegnarmi. Del tipo “dai la cera-togli la cera”, tanto per intenderci, così da poter guadagnarmi la cintura nera della Saggezza.

A un certo punto ho capito che dovevo essere io la mia Maestra, sbagliando continuamente.

Faticoso, snervante, frustrante.

Eppure è l’unico modo per arrivare con sicurezza alla fine del tuo percorso soddisfatto di te. Anche se, come dice il Maestro Bauman, nessuno può imparare come vivere, amare, morire. Sono solo tentativi.

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(92) Indomita

Non mi arrendo, è vero. A meno che io non senta che è proprio finita, io non mi arrendo. E vale per tutto.

Spesso mi sono chiesta se sono più scema o più testarda, ma non mi sono mai risposta seriamente altrimenti avrei modificato il mio comportamento. Eppure penso che sia una questione di indole, non soltanto di segno zodiacale (toro).

Ci sono state volte in cui ho ignorato la voce delle viscere, che mi implorava di mollare il colpo e andarmene, perché il pensiero che ancora non era finita (ovvero: c’era ancora qualcosa da capire che al momento mi sfuggiva) non mi permetteva di farlo.

A mia discolpa posso dichiarare che c’era sempre qualcosa che ancora non avevo capito e che dovevo in qualche modo capire. Non difetto di intuizione, piuttosto di furbizia.

Il toro, di suo, è poco furbo. Non lo pieghi facilmente, fai prima a ucciderlo. Ma se t’incorna, puoi stare sicuro, non ti chiederà scusa.

Olé!

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(86) Parole

Lo so che attaccarsi alle parole può sembrare una sciocchezza, ma io faccio così. Una parola contiene e libera. Contiene significato quando la scegli, libera significato quando la porgi al mondo.

Sono dannatamente attaccata alle parole, a quelle che dico e a quelle che ricevo. Non è granché assennato, me ne rendo conto, ma uso le parole per tradurre le immagini che ho dentro e se voglio che risultino altrettanto splendide devo curare le parole. Non ho altra scelta.

Una cosa, però, ho imparato: sono le azioni e sono i gesti che ti danno conto della realtà, non le parole.

Non è stata una lezione facile da digerire, partendo dal presupposto che parola corrisponda a intenzione che si traduce in azione. Era solo un mio presupposto, non il presupposto del resto dell’umanità. Appena mi sono resa conto di non essere al centro dell’universo è stato più facile adattarmi. Questione di età, certamente.

Perdono le parole approssimative, assurde, malevole che ricevo molto più facilmente di quelle che nascono da me. Quando me ne accorgo, la ricerca della loro origine mi ferisce e mi mortifica. Non mi piace scoprirmi cattiva.

Col tempo sono migliorata, ho grandi aspettative nei confronti di me stessa per quanto riguarda il futuro. Farò attenzione a non deludermi, sarebbe dura da ingoiare dopo aver tanto faticato per crescere.

Vedremo.

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(57) Tasti

Avessimo davanti a noi la tastiera di un pianoforte sarebbe più facile: bianchi e neri. Distanziati con un certo criterio che rimane invariato benché tu possa usare i tasti come più ti garba. Decidi tu la melodia, decidi tu il ritmo, decidi tu il tempo.

Trovare i tasti della mia vita mi comporta un sacco di energia spesa, ancora non so se bene o male perché ancora non so se i tasti che mi sembra di aver trovato siano reali o solo il frutto della mia bizzarra immaginazione.

A volte è davvero tutto così confuso che mi verrebbe voglia di spaccare questo pianoforte del diavolo, ma poi, a un certo punto, quando mi calmo e mi siedo davanti alla mia tastiera… toh! Ecco comparire i bianchi e i neri!

Allora mi concentro su quello che c’è, su quello che posso fare, a volte addirittura su quello che voglio fare e viene ancora meglio.

Sì, la musica che racconta il mio voglio è davvero potente. L’ho vista abbattere muri di ostracismo ostinato quanto insulso, l’ho vista rimbalzare tra i giudizi velenosi e le piccole miserie, l’ho vista trasformare le mie relative virtù in qualcosa di bello da offrire a chi mi sta accanto.

Il mio desiderio più grande di bambina era imparare a suonare il pianoforte. Tutta quella magia solo a sfiorare i bianchi e i neri… no, non ho mai potuto prendere lezioni e non ho mai imparato.

Eppure, proprio ora, sto qui davanti al mio pianoforte e sto suonando la musica che voglio io.

Tasto dopo tasto, con una melodia, un tempo, un ritmo, un tono, un colore.

Che magia!

b__

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